Eurispes: Rapporto Italia

Descrizione breve: 
Burocrazia e Fisco, sono il vero gancio che trattiene l’Italia. Un freno alla fuoriuscita del Paese dalla crisi dalla ripresa di un’economia che potrebbe contare sull’enorme potenzialità della quale dispone ancora l’Italia. Una potenza inespressa, imbrigliata e condizionata da un sistema di regole e vincoli soffocanti.
Data: 
30 Gennaio 2015
Eurispes: Rapporto Italia
Pubblicato: 
1
Argomento: 

La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2014

Descrizione breve: 
L’Istituto Giuseppe Toniolo ha pubblicato un volume edito da Il Mulino dal titolo “La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2014”.
Data: 
1 Dicembre 2014
La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2014
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48° Rapporto CENSIS - Rapporto sulla situazione sociale del Paese

Descrizione breve: 
Il Rapporto interpreta i più significativi fenomeni socio-economici dell'Italia: la crisi della cultura sistemica, una società satura dal capitale inagito, la solitudine dei soggetti, i punti di forza e di debolezza dell’Italia fuori dall’Italia.
Data: 
5 Dicembre 2014
48° Rapporto CENSIS - Rapporto sulla situazione sociale del Paese
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IV Rapporto sulla coesione sociale

Descrizione breve: 
L'Inps, l'Istat e il MLPS presentano il 4° Rapporto sulla Coesione sociale articolato in due volumi: il primo, a cura del MLPS, è una guida ai principali indicatori utili a rappresentare la situazione nel nostro Paese e la sua collocazione in ambito europeo; il secondo si compone di una serie di tavole statistiche per consentire comparazioni regionali e internazionali.
Data: 
30 Dicembre 2013
IV Rapporto sulla coesione sociale
Argomento: 

CENSIS: 46° Rapporto sulla situazione sociale del Paese

Descrizione breve: 
Rapporto sulla situazione sociale italiana.
Data: 
7 Dicembre 2012
Il capitolo «Processi formativi» del 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2012 Roma, 7 dicembre 2012 – Verso una filiera tecnico-professionale integrata. Gli istituti scolastici stanno implementando dal basso la costituzione di reti finalizzate a proporre un’offerta formativa più rispondente alle esigenze del tessuto produttivo e del mondo del lavoro. Secondo un’indagine del Censis, a farlo sono soprattutto gli istituti professionali (l’81,5%) e tecnici (il 79,3%), piuttosto che i licei (il 65,8%). Nel 53,6% dei casi si tratta di veri e propri poli formativi, cui si aggiunge la tipologia dei distretti formativi (14%) e le Fondazioni Its (16,1%). Accordi di rete, convenzioni, associazioni temporanee, protocolli con imprese e altre istituzioni arricchiscono la proposta formativa della scuola. La maggioranza dei dirigenti scolastici (66,8%) ritiene che la principale debolezza di tali reti sia la mancanza di disponibilità di risorse finanziarie certe e pluriennali, per il 44,5% una criticità sono i rapporti con il tessuto imprenditoriale, il 25,8% indica la necessità di semplificare gli organismi d’indirizzo e controllo. L’internazionalizzazione della scuola secondaria di II grado. Tra gli istituti superiori si registra un diffusa vitalità nell’ambito dell’internazionalizzazione dell’offerta formativa. Secondo un’indagine del Censis, negli ultimi cinque anni il 68% delle scuole ha partecipato a iniziative di questo tipo, soprattutto gli istituti tecnici (74%), i professionali (70,5%) e i licei (64,5%) e nel Sud (73,4%). È la mobilità degli studenti per scambi, tirocini e soggiorni di studio all’estero (76,6%) la principale delle azioni portate avanti dalle scuole, seguita da quella dei docenti (38%) e dalla cooperazione tra scuole (visite preparatorie 27,4%, partenariati di cooperazione 24%, reti tematiche 21,2%). Oltre ai finanziamenti erogati dai programmi Comenius (57,4%) e Leonardo Da Vinci (22,3%), le scuole hanno beneficiato in questi anni anche delle risorse del Fondo sociale europeo, cui hanno avuto accesso a livello nazionale il 30,6% delle scuole e il 54,8% di quelle del Sud. La maggiore internazionalizzazione dell’offerta scolastica è però anche merito dei contributi delle famiglie, che hanno finanziato nella misura del 17,2% le iniziative di mobilità delle scuole, solitamente per l’apprendimento delle lingue straniere. Tra le problematicità evidenziate, il 47% delle scuole «internazionalizzate» indica la conciliazione di questo tipo di progetti con l’ordinaria gestione dell’istituto e il 46,8% le procedure amministrative eccessivamente complesse. Un apprendistato con molte anime e altrettanti squilibri. Tra il 2008 e il 2010 il numero medio di apprendisti occupati è passato da 645mila a 542mila (-16%). La contrazione del numero di apprendisti si accompagna a un loro elevato turnover. Nel 2011 solo il 46,4% dei contratti di apprendistato cessati ha avuto una durata superiore all’anno, mentre il 27,4% è stato attivo tra i 4 e i 12 mesi, un altro 17,6% tra i 2 e i 3 mesi e l’8,6% meno di un mese. Nel 57,7% dei casi il motivo della cessazione è imputabile all’apprendista, mentre solo il 16,8% dei contratti giunge al suo termine naturale. Nel 2010 si registrano solo 7.702 contratti di apprendistato stipulati con minori (solo l’1,4% del totale) e nel triennio si assiste a una notevole contrazione di tale segmento (-57,1%). Su tale fenomeno ha influito la maggiore «appetibilità» per le imprese di contratti di apprendistato con giovani già maggiorenni, impegnati in un numero inferiore di ore di formazione esterna e con minori necessità in materia di sicurezza sul lavoro. Un sistema universitario compresso tra la disillusione giovanile e i processi di un ennesimo cambiamento. Tra gli anni accademici 2006-2007 e 2010-2011 si registra una riduzione del numero di immatricolati all’università del 6,5%. Ciò non dipende né da fattori demografici, né da un minore grado di scolarità superiore (nell’ultimo quinquennio il numero di diplomati aumenta anzi da 449.693 a 459.678: +2,2%). Le regioni che nel 2012 presentano i più elevati valori dell’indice di attrazione di studenti universitari sono la Lombardia (17,9 iscritti da fuori regione ogni 100 iscritti), il Lazio (16,7%) e l’Emilia Romagna (15,7%). Le regioni che invece disperdono più facilmente i propri universitari sono la Puglia (13,2 residenti iscritti in atenei fuori regione ogni 100 iscritti), la Sicilia (10,5%), seguite da Veneto e Campania (entrambe con un valore del 9,2%). Gli studenti del nuovo millennio nella transizione al digitale. Dall’indagine condotta su 2.300 studenti calabresi di età compresa fra 11 e 19 anni realizzata dal Censis su iniziativa della Regione Calabria emerge che il 60,7% degli studenti afferma di poter navigare su Internet anche per diverse ore senza stancarsi, il 47,3% è convinto che l’uso del computer aumenti la propria capacità di imparare e di memorizzare, il 68,3% dichiara di saltare da un’applicazione all’altra adottando un approccio multitasking. Il 72,4% ritiene che l’uso del pc (e di Internet) abbia effetti positivi sull’apprendimento, il 64,9% pensa che le tecnologie digitali possano accrescere curiosità e spirito di iniziativa personale, ma solo il 34,9% crede che contribuiscano ad aumentare anche la concentrazione e la riflessione. Rispetto al rendimento scolastico, il 36,3% giudica che gli effetti possano essere neutri, per il 28,9% negativi, positivi il 34,8%. Inoltre, il 39,7% afferma che ci può essere un impatto negativo sulla volontà di studiare. Circa tre quarti degli studenti calabresi conosce e utilizza Facebook (73,3%) e YouTube (75,8%). Il 39,6% cerca sulla rete cose, persone o idee quasi tutti i giorni, il 56,2% ricorre alla posta elettronica e alle chat, il 56,8% impegna il suo tempo su Internet per accedere ai social network. Il capitolo «Lavoro, professionalità, rappresentanze» del 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2012 Roma, 7 dicembre 2012 – Lo stallo occupazionale accelera la ristrutturazione del mercato. Nei primi sei mesi dell’anno il numero degli occupati ha registrato una flessione dello 0,3%, azzerando la leggera crescita del 2011 (+0,4%). Gli unici saldi positivi hanno riguardato il lavoro a tempo determinato, cresciuto del 5,5% tra il 2010 e il 2011 e del 4,6% nel primo semestre del 2012. Il lavoro a tempo indeterminato è rimasto stabile nel 2011 e risulta in leggera flessione nei primi sei mesi del 2012 (- 0,4%). L’ampio ricorso alla Cassa integrazione e la riduzione degli orari di lavoro stanno determinando un effetto di sostituzione tra lavoro part time e full time. Quest’ultimo si riduce (-0,1% nel 2011 e -2,2% nel 2012) e aumenta invece il numero dei lavoratori occupati con formule orarie atipiche: 114.000 in più nel 2011 (+3,3% rispetto al 2010) e 362.000 in più nei primi sei mesi del 2012 (+10,3% rispetto al primo semestre del 2011). Anche negli ultimi due anni la crisi ha fatto sentire i propri effetti sulla componente giovanile: tra il 2010 e il 2011, mentre l’occupazione in Italia cresceva, anche se di poco, il numero dei lavoratori con meno di 35 anni diminuiva del 3,2%, segnando una contrazione di 200.000 unità. E per il 2012 il quadro sembra destinato a peggiorare, visto che nel primo semestre sono stati bruciati più di 240.000 posti di lavoro destinati a giovani, con una diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente del 4%. La moltitudine emergente dei job seekers. Tra il primo semestre del 2011 e il primo semestre del 2012 il numero delle persone in cerca di lavoro è aumentato di oltre 700.000 unità, raggiungendo quota 2 milioni 753.000 (+34,2%). Di questi, il 51,8% ha meno di 35 anni e il 24,9% si colloca nella fascia intermedia di 35-44 anni. Sono il 20,4% le persone in cerca di lavoro che hanno perso l’occupazione nel corso del 2011, soprattutto adulti (24,9%), ma anche molti giovanissimi: il 16,3% con meno di 35 anni. Ma la componente più rilevante dei job seekers è rappresentata da quanti (il 62,4%) anche un anno prima si trovavano nella stessa condizione. La dinamica anticiclica dell’occupazione femminile. Tra gli effetti imprevisti del protrarsi della crisi vi è la creazione di 110.000 nuovi posti di lavoro femminili tra il 2010 e il 2011 (+1,2%), a fronte della perdita di 15.000 posti di lavoro maschili (-0,1%). Tendenze destinate a consolidarsi nel 2012, visto che nei primi sei mesi, a fronte di un’ulteriore contrazione dell’occupazione maschile (-183.000 occupati, con un calo dell’1,3%), quella femminile registra un saldo positivo di 118.000 unità (+1,3%). Tuttavia, per le donne la conciliazione con i tempi di lavoro resta problematica. Mentre tra i single di 35-44 anni il tasso di attività maschile e femminile è praticamente identico (91,5% il primo e 89,6% il secondo), tra le coppie senza figli inizia a comparire un divario (di circa 15 punti percentuali), ma è con la nascita del primo figlio che la differenza esplode, diventando di 25 punti percentuali con un figlio, 40 con due figli e quasi 50 con il terzo figlio. La cooperazione, antidoto alla crisi. Dal 2007 al 2011 l’occupazione nelle cooperative italiane è aumentata dell’8%, facendo lievitare il numero dei lavoratori da 1 milione 213.000 agli attuali 1 milione 310.000. Nello stesso periodo l’occupazione presso le imprese è diminuita del 2,3% e il mercato del lavoro nel suo complesso ha subito una perdita di posti di lavoro dell’1,2%. A trainare l’aumento dell’occupazione è stato proprio il settore della cooperazione sociale, che ha registrato tra il 2007 e il 2011 un vero e proprio boom, con una crescita del numero dei lavoratori del 17,3%. Le quasi 80.000 imprese cooperative attive in Italia danno lavoro al 7,2% degli occupati del totale delle imprese: un valore che in alcuni settori, come la sanità e l’assistenza (dove lavorano nelle cooperative il 49,7% degli occupati), i trasporti (24%), ma anche i servizi alle imprese (19,3%), tende a salire, attribuendo alla cooperazione un ruolo di vero e proprio motore nella crescita e nello sviluppo. Competenze tecniche cercasi. Con la previsione di oltre 100.000 assunzioni, pari al 17% del totale previsto, la domanda di competenze tecniche ha registrato un’ulteriore crescita rispetto al 2009 (+15,4%). Sono oggi più di 4 milioni i tecnici occupati nel sistema delle imprese, nel pubblico, o che svolgono la libera professione. E tra i livelli alti della piramide occupazionale, le professioni dell’area tecnica sono quelle che presentano la più elevata incidenza di giovani con meno di 35 anni (il 26,3%). Ma non è ancora compiuta la fasatura tra sistema formativo e mercato del lavoro: nel 22,4% dei casi le aziende considerano tali figure di difficile reperimento, a fronte di un dato medio che per gli altri gruppi professionali si ferma al 19,7%. L’aggiornamento che serve al lavoro autonomo. Dal 2008 al 2011 il lavoro autonomo ha visto contrarre le proprie fila di oltre 230.000 unità, con una riduzione del 3,9%, che ha interessato in massima parte gli imprenditori (il cui numero si è ridotto del 18,6%) e i lavoratori in proprio (-4,1%). I liberi professionisti sono invece aumentati del 4,4%. Per il 2012 il quadro non sembra destinato a migliorare. Nei primi sei mesi dell’anno si è registrata un’ulteriore contrazione dei lavoratori indipendenti (-1,7%), che ancora una volta ha interessato la componente imprenditoriale e non i professionisti (+2%). Secondo un’indagine del Censis, più della metà dei lavoratori autonomi (il 51,9%) avverte la necessità di migliorare nella gestione contabile della propria attività, il 40,2% ha bisogno di strumenti e tecnologie innovative per rispondere alle esigenze della clientela, un altro 40,2% di fare rete all’interno delle comunità professionali, con un maggiore scambio di esperienze e informazioni e relazioni migliori tra colleghi. Il capitolo «Il sistema di welfare» del 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2012 Roma, 7 dicembre 2012 – Paure e iniquità generate dalla previdenza italiana. L’81% degli italiani esprime un giudizio negativo sulla previdenza (di questi, il 33% un giudizio «molto» negativo). Ma solo il 32% dei finlandesi giudica negativamente il proprio sistema previdenziale, il 33% dei tedeschi, il 39% nel Regno Unito, e la media dei 27 Paesi della Ue è pari al 55%. Rispetto a un anno fa, la valutazione negativa degli italiani ha subito un balzo in alto di 25 punti percentuali, dato di gran lunga superiore a quello medio europeo (+2%) e a quello degli altri Paesi: Francia (dove il giudizio negativo è diminuito del 12%), Finlandia (-11%), Germania (-8%) e Spagna (-3%). Il 74% degli italiani dichiara che la previdenza è peggiorata rispetto a cinque anni fa, mentre in Finlandia il dato scende al 23%, in Svezia al 40%, in Germania al 41%, nel Regno Unito al 52% e la media Ue è pari al 58%. Le aspettative per il futuro della previdenza sono per il 50% degli italiani di ulteriore peggioramento, un dato molto diverso da quello registrato in Finlandia (14%), Svezia (20%) e Francia (23%). C’è una torsione evidente del ruolo sociale della previdenza, che agli occhi degli italiani diventa un problema più che una risorsa, un sistema minato dall’interno da contraddizioni, che costa tanto e copre poco, con bassi redditi pensionistici attuali e futuri. Il 68% ritiene probabile che non riceverà una pensione adeguata in futuro, una percentuale che lievita tra i giovani fino al 93%. I gruppi sociali più colpiti nella crisi. Nel rapporto con il lavoro, nel periodo di crisi 2008-2011 hanno subito i più forti impatti negativi i maschi (-46mila attivi, -438mila occupati), le persone con basso titolo di studio (927mila occupati in meno con il diploma di scuola media) e i residenti nel Sud (-129mila attivi, -300mila occupati). Sotto il profilo del reddito disponibile, più a rischio sono ovviamente le famiglie marginali, tra le quali vanno annoverate quelle che escono dal rischio povertà solo grazie ai trasferimenti pubblici, oggi così minacciati. È vero che l’Italia non è tra i Paesi europei dove è più alta la quota di cittadini che i trasferimenti pubblici tengono lontani dal rischio povertà (il 5%, mentre nel Regno Unito è quasi il 14%, in Francia l’11,5%, in Germania il 6,6%), ma i tagli ai trasferimenti pubblici possono esercitare un effetto domino sulle famiglie, visto che per tante di esse contano i trasferimenti orizzontali, quelli intra-familiari. La salute costa. La spesa sanitaria out of pocket (ossia gli esborsi sostenuti direttamente dalle famiglie per acquistare beni e servizi sanitari) ammonta in Italia a circa 28 miliardi di euro, pari all’1,76% del Pil. Il modello assistenziale socio-sanitario continua a coprire solo una parte dei bisogni, lasciando scoperti i soggetti che esprimono le necessità più complesse a lungo termine. Il Censis ha stimato i costi sociali diretti a carico delle famiglie per alcune patologie croniche e a forte impatto sulla qualità della vita: 6.403 euro all’anno per l’ictus, 6.884 per il tumore, 10.547 per l’Alzheimer. Le reti familiari: l’unione fa la forza. La tradizionale forza della famiglia, soggetto centrale dello scambio di risorse e forme molteplici di sostegno tra i suoi diversi componenti, assume, in questa fase ormai avanzata della crisi economica, una ulteriore rilevanza. Complessivamente, il 59,4% delle famiglie ha dato o ricevuto nell’ultimo anno almeno una forma di aiuto, come tenere i bambini (17,3%) o fare compagnia a persone sole o malate (15,9%), partecipando alla rete informale di supporto. Manca nel nostro sistema una logica redistributiva. Il meccanismo retributivo, in base al quale è erogata la quasi totalità delle pensioni vigenti, fa sì che le prestazioni più alte assorbano una quota rilevante di risorse: il 45,5% dei titolari di pensioni più basse (con reddito pensionistico medio mensile di 579 euro) pesa per il 20,4% sull’ammontare totale delle pensioni, mentre il 4,6% dei titolari di prestazioni della fascia più alta (che ricevono in media 4.356 euro al mese) ha un’incidenza di poco inferiore sul totale della spesa (15,7%). Il decisivo ruolo del capitale umano nella sanità italiana. La sanità italiana cammina sulle gambe di oltre 724mila persone: 237mila medici, 334mila infermieri, 49mila unità di personale con funzioni riabilitative, 45mila con funzioni tecnico-sanitarie, 11mila di vigilanza e ispezione. Il giudizio degli italiani è largamente positivo: per il 71,2% gli operatori sanitari sono gentili e disponibili, oltre il 75% esprime un giudizio positivo sugli infermieri. Non a caso, questa è considerata una professione attraente: per il 76,6% perché è una professione con un alto valore sociale e di aiuto verso gli altri, per il 47% circa perché consente di trovare facilmente un’occupazione. Nel settore ci sono potenzialità occupazionali imponenti che richiederebbero adeguati ampliamenti degli spazi nella formazione universitaria, che invece è bloccata dal numero chiuso per l’accesso alla Facoltà di Scienze infermieristiche. Questo è un errore secondo il 61,3% degli italiani. Il capitolo «Territorio e reti» del 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2012 Roma, 7 dicembre 2012 – Un destino credibile per i piccoli comuni italiani. L’Italia rimane un Paese con un’accentuata distribuzione della popolazione sul territorio. Sul totale degli 8.093 comuni, ben 5.683 (il 70,2% del totale) hanno una popolazione inferiore a 5.000 abitanti. In questi comuni risiedono 10,3 milioni di abitanti, ossia il 17,1% del totale. I sindaci dei piccoli comuni amministrano una superficie molto ampia, corrispondente al 54,1% del territorio italiano. La dispersione insediativa e il frazionamento amministrativo, stante il quadro generale di ridimensionamento delle risorse pubbliche, comportano la difficoltà di mantenere nei territori a bassa densità le funzioni indispensabili per la vita delle comunità locali. Negli ultimi tre anni, quasi due terzi dei comuni con meno di 5.000 abitanti si sono trovati a fronteggiare la prospettiva della chiusura di una struttura pubblica (ospedale, scuola, ecc.). L’edilizia scolastica tra problemi di obsolescenza e ricerca di nuove modalità di realizzazione. Degli oltre 36mila edifici scolastici censiti, il 30% risale a prima del 1960 e il 44% è stato costruito negli anni ’60 e ’70, quindi in una fase in cui temi come la sicurezza antisismica erano ancora poco presenti nella legislazione. Solo un quarto degli edifici (in Liguria appena il 13%, in Piemonte il 17%) è stato realizzato negli ultimi tre decenni. Anche in questo caso dobbiamo fare i conti con edifici e attrezzature pubbliche realizzati rapidamente e spesso in modo inadeguato. Il 33,5% delle scuole italiane non possiede un impianto idrico antincendio, il 50,7% non dispone di una scala interna di sicurezza, la dichiarazione di conformità dell’impianto elettrico manca in circa il 40% dei casi. Solo il 17,7% degli edifici è provvisto del certificato di prevenzione incendi, con divari regionali notevoli: è presente nel 36% delle scuole dell’Emilia Romagna e appena nel 4,6% di quelle della Sardegna. Le politiche territoriali tra incertezze, commissariamenti e conflitti. Nel 2005 le opere contestate in Italia erano 190, nel 2011 il numero è salito a 331. Il 62,5% delle contestazioni riguarda impianti energetici (di cui il 47,1% rinnovabili), il 31,4% i rifiuti, il 4,8% le infrastrutture viarie. Il 51% delle contestazioni riguarda interventi non ancora autorizzati e solo allo stato di progetto. Le contestazioni popolari sono il 36% delle proteste, ma crescono le iniziative dei politici locali (29%) e delle istituzioni locali (23%). Se nel nostro Paese il conflitto contro le infrastrutture è diventato endemico, ciò è attribuibile a una generale mancanza di fiducia verso i soggetti decisori che si proietta immediatamente sulle opere stesse. L’Italia si posiziona al 43° posto in una graduatoria di 139 Paesi per livello di competitività. Siamo penalizzati soprattutto dalle variabili relative alla qualità istituzionale: in questo caso scivoliamo all’88° posto. L’Italia risulta debole sotto i profili della fiducia nell’operato della classe politica (127° posto), della trasparenza dei processi decisionali (135°), della presenza di favoritismi nelle decisioni pubbliche (119°) e dello spreco di risorse pubbliche (114°). Dal Piano città all’agenda urbana. Il bando del Piano città lanciato dal Governo nell’ambito del decreto CresciItalia ha riscosso un notevole successo: hanno presentato proposte 432 comuni, di cui 180 con meno di 10mila abitanti, in gran parte localizzati nel Mezzogiorno, per un valore complessivo degli investimenti pari a poco meno di 18 miliardi di euro. Da tempo mancavano iniziative di livello nazionale che coinvolgessero le città nella riprogettazione di aree e quartieri caratterizzati da deficit rilevanti di servizi, infrastrutture, qualità dell’abitare. Ora si è messo al centro di ogni progetto un accordo (contratto di valorizzazione urbana) con il quale i soggetti pubblici e privati assumono impegni su risorse, tempi, valenze sociali e ambientali degli interventi. Lo spazio urbano reinventato nelle nuove forme di manifestazione del dissenso. Lo spazio fisico facilita la trasformazione della manifestazione di protesta in evento. Ma non ci sono solo i casi dei blocchi di un’arteria o di una linea di trasporto, come quello della tangenziale di Torino da parte del movimento No Tav del febbraio 2012. Ci sono anche spazi abbandonati gestiti come contenitori culturali, come nel caso del Teatro Valle a Roma (occupazione e autogestione dal giugno 2011), della Torre Galfa a Milano o del Teatro Garibaldi a Palermo. L’inaspettata stagione dei grattacieli italiani. Nelle maggiori città italiane sono 13 i progetti di torri con altezza superiore a 100 metri realizzati o in corso di realizzazione dal 2011 al 2015. Si tratta di interventi ideati e progettati prima della crisi e che giungono in gran parte a realizzazione nell’attuale scenario. A scegliere l’altezza non sono solo i grandi gruppi del credito e della finanza (Intesa San Paolo, Unicredit, Unipol), ma anche alcune amministrazioni pubbliche (Regione Piemonte). Da un lato gioca la visibilità internazionale, data anche dalla qualità architettonica dell’edificio che permette di accrescerne il valore sul mercato. Dall’altro lato (e questo vale in particolare per le amministrazioni pubbliche) la scelta di concentrare in un unico edificio i propri uffici mira alla razionalizzazione degli spazi distribuiti in sedi separate, con alti costi di gestione, connessione e manutenzione. Il capitolo «I soggetti economici dello sviluppo» del 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2012 Roma, 7 dicembre 2012 – Le tre “r” dei consumi familiari: risparmio, rinuncio, rinvio. Nel primo trimestre del 2012 la flessione delle spese delle famiglie è stata del 2,8% e nel secondo trimestre vicina al 4%. Nel 2012 i consumi reali pro-capite, pari a poco più di 15.700 euro, sono ritornati ai livelli del 1997. Anche la propensione al risparmio è in flessione, dal 12% del 2008 all’attuale 8%. Secondo un’indagine del Censis, nella prima parte del 2012 l’83% delle famiglie italiane ha riorganizzato la spesa alimentare cercando offerte e prodotti meno costosi, il 66% ha cercato di limitare gli spostamenti in auto o moto per risparmiare sulla benzina, il 42% ha rinunciato a un viaggio, il 40% all’acquisto di articoli di abbigliamento o calzature, il 38% a pranzi e cene fuori casa. A metà del 2012, il 10% delle famiglie ha venduto oro o altri oggetti preziosi per ottenere liquidità, il 3% ha venduto un immobile senza acquistarne un altro per disporre di denaro contante, l’1% ha venduto mobili di famiglia. Nei primi sei mesi del 2012 il 18% delle famiglie non è riuscito a coprire tutte le spese con il reddito accumulato nel medesimo periodo. Si tratta di circa 4,5 milioni di famiglie che per il momento non hanno mostrato capacità di risparmio e che nella maggior parte dei casi (52%) hanno dovuto intaccare quelli preesistenti. Dalla destrutturazione del commercio ai nuovi format di vendita. Negli ultimi cinque anni più di 500.000 imprese del commercio hanno cessato la propria attività, mentre sono state circa 400.000 le nuove entranti nel mercato. Se tra il 2008 e il 2011 le strutture del piccolo dettaglio in sede fissa si sono ridotte dello 0,1%, molti altri format commerciali sono cresciuti. A parte la Grande distribuzione organizzata, è cresciuto del 9% il numero di operatori non convenzionali, ovvero quelli che operano al di fuori di negozi, che oggi ammontano ad oltre 32.000 unità. Molto consistente appare la crescita di chi opera nel commercio via Internet (+32%), in linea con l’incremento dei volumi di vendita del commercio elettronico. Si stima che nel 2011 le vendite online abbiano generato un fatturato di quasi 19 miliardi di euro, con un incremento del 32% rispetto all’anno precedente. Qualità per il sistema d’impresa. Negli ultimi anni è aumentato il numero delle imprese che hanno adottato sistemi formalizzati di gestione e controllo della qualità certificati secondo le norme Iso 9001. Dalle quasi 81.000 imprese certificate nel 2006 si è arrivati nel 2012 ad oltre 91.000, con un numero di siti produttivi pari attualmente a quasi 134.000 unità. 17 strutture produttive ogni 1.000 imprese attive dispongono attualmente di un sistema certificato di gestione della qualità, con una crescita del 12% negli ultimi sei anni. Per un’agricoltura organizzata e competitiva. Le esportazioni dei prodotti agricoli italiani pesano per l’1,5% del totale, ma se si considerano i prodotti agricoli trasformati la quota sale al 7%. Nel 2011 le esportazioni agricole sono state pari a 5,7 miliardi di euro e quelle dell’industria della trasformazione dei prodotti primari pari a 24,3 miliardi di euro. Si stima che 1 euro di export dell’agricoltura sia in grado di generare 4 euro aggiuntivi di vendita all’estero di prodotti trasformati. Secondo un’indagine del Censis su un campione di aziende agricole di medie e grandi dimensioni, è elevato il grado di partecipazione a reti di collaborazione finalizzate a promuovere e tutelare specificità agricole locali (il 52,3% delle imprese), con università e centri di ricerca per consulenze e sperimentazioni su colture e prodotti o processi produttivi (48%), finalizzate a istituire consorzi di acquisto di forniture (41,7%), per condividere le spese di infrastrutturazione del territorio (smaltimento rifiuti, opere di bonifica, ecc.) (40%), per la creazione di un marchio comune (32,7%), per le attività di importazione e di esportazione (28,7%). Chi ha sperimentato questi network ha ottenuto una serie di vantaggi competitivi: il 78% l’acquisizione di nuove competenze, il 72% ha avviato processi di innovazione di prodotto o di processo, il 54% ha ottenuto una riduzione dei costi aziendali, il 53% un contributo all’incremento del fatturato. Il capitolo «Comunicazione e media» del 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2012 Roma, 7 dicembre 2012 – I consumi mediatici degli italiani: meno teledipendenti, più digitali, ma senza stampa. La televisione ha un pubblico che coincide con la totalità della popolazione: il 98,3% (+0,9% rispetto al 2011), con aggiustamenti che dipendono dalla progressiva sostituzione del segnale analogico con quello digitale, dal successo consolidato delle tv satellitari (+1,6%), dalla maggiore diffusione della web tv (+1,2%) e della mobile tv (+1,6%). Sono cambiati e aumentati i modi per guardare la tv. Oggi un quarto degli italiani collegati a Internet (24,2%) ha l’abitudine di seguire i programmi dai siti web delle emittenti televisive e il 42,4% li cerca su YouTube per costruirsi i propri palinsesti di informazione o di intrattenimento su misura. Queste percentuali aumentano nel segmento di popolazione più giovane, salendo rispettivamente al 35,3% e al 56,6% tra gli internauti 14-29enni. Anche la radio resta un mezzo a larghissima diffusione di massa: la ascolta l’83,9% della popolazione (+3,7%). Ma cresce la radio via web tramite il pc (+2,3%) e per mezzo dei telefoni cellulari (+1,4%). I cellulari (utilizzati dall’81,8% degli italiani) aumentano ancora la loro utenza complessiva (+2,3%), anche grazie agli smartphone (+10% in un solo anno), la cui diffusione è passata tra il 2009 e il 2012 dal 15% al 27,7% della popolazione e oggi si trovano tra le mani di più della metà dei giovani di 14-29 anni (54,8%). E questi ultimi utilizzano il tablet (13,1%) più della media della popolazione (7,8%). La penetrazione di Internet ha guadagnato 9 punti percentuali nell’ultimo anno e oggi l’utenza si attesta al 62,1% degli italiani (erano il 27,8% solo dieci anni fa, nel 2002). Il dato sale nettamente nel caso dei giovani (90,8%), delle persone più istruite, diplomate o laureate (84,1%), e dei residenti delle grandi città, con più di 500.000 abitanti (74,4%). E continua la forte diffusione dei social network. È iscritto a Facebook il 66,6% delle persone che hanno accesso a Internet, che corrispondono al 41,3% dell’intera popolazione e al 79,7% dei giovani. YouTube arriva a un’utenza del 61,7% delle persone con accesso a Internet (pari al 38,3% della popolazione complessiva). Al tempo stesso, prosegue l’emorragia di lettori della carta stampata: i lettori di quotidiani (-2,3% tra il 2011 e il 2012), che erano il 67% degli italiani cinque anni fa, sono diventati oggi solo il 45,5%. Al contrario, i quotidiani online contano il 2,1% di lettori in più rispetto allo scorso anno, arrivando a un’utenza del 20,3%. Perdono lettori anche la free press, che si attesta al 25,7% di utenza (-11,8%), i settimanali (-1%) e l’editoria libraria (-6,5%). E proprio tra i giovani la disaffezione per la carta stampata è più grave: tra il 2011 e il 2012 i lettori di quotidiani di 14- 29 anni sono diminuiti dal 35% al 33,6%, quelli di libri dal 68% al 57,9%. Il decollo dell’app economy. Tra gennaio e giugno del 2012 il traffico dati registrato sulle schede sim è cresciuto del 12,3% confrontato con lo stesso periodo dell’anno precedente. Le sim in uso che hanno effettuato traffico dati sono state 21 milioni. E il volume di traffico che in media si può attribuire a ogni singola sim ha registrato un incremento del 21% rispetto al primo semestre del 2011. Negli ultimi dodici mesi il 37,5% dei possessori di mobile device ha scaricato applicazioni gratuite o a pagamento: il 16,4% frequentemente, il 21% qualche volta. In cima alla classifica delle app più scaricate ci sono i giochi (ricercati dal 63,8% di chi ha scaricato applicazioni), poi il meteo (33,3%) e le informazioni stradali (32,5%), con un utilizzo prevalente da parte del pubblico maschile (40,6%) rispetto a quello femminile (21,5%). A seguire, il 27,4% degli utenti mobile che hanno scaricato applicazioni si è orientato su app che portano i social network sul display, il 23,8% app multimediali, il 23,2% app per telefonate e messaggistica istantanea via Internet, il 25,8% app per le news. Editori alle prese con sfide vecchie e nuove: calo dei lettori, e-book e self publishing. Oggi meno di un italiano su due (il 49,7% della popolazione) legge almeno un libro all’anno, con un calo rispetto all’anno precedente del 6,5%. I lettori forti, che leggono almeno dieci libri all’anno, erano nel 2007 il 25,6%, ma nel 2012 sono scesi al 13,5%. I lettori occasionali, che leggono al massimo due libri all’anno, erano l’11,2% nel 2007 e sono vertiginosamente saliti al 41,1% nel 2012. C’è stato un incremento degli e-book letti dell’1% rispetto al 2011, ma sono pochi 2,7 lettori di e-book ogni 100 abitanti. Aumenta però il numero di e-book immessi sul mercato dalle case editrici: 37.662 titoli a settembre del 2012. Il 37% delle novità italiane viene pubblicato anche in versione elettronica. Oggi si presenta una nuova sfida editoriale: il self publishing. Nel 2011 sono stati rilasciati 1.924 codici Isbn direttamente ad autori per auto-pubblicazioni. Si stimano in circa 40.000 i titoli auto-pubblicati attualmente in catalogo, pari a circa il 5% dei titoli in commercio. Il difficile connubio tra fenomenologia dello sharing e privacy. Il 51,2% degli utenti dei social network pubblica informazioni personali, la stessa percentuale vi diffonde fotografie e video propri, il 30,7% comunica le attività che svolge durante la giornata, il 10,7% consente la geolocalizzazione della posizione, il 7,1% pubblica informazioni e fotografie di altri (amici e familiari) e il 7% pubblica notizie sulla propria vita sentimentale. L’esplosione dei social media ha avuto come effetto la moltiplicazione delle informazioni personali in rete. Complessivamente, il 75,4% di chi accede a Internet ritiene che esista il rischio che la propria privacy possa essere violata sul web: il 45,3% teme la pubblicazione da parte di chiunque contenuti e immagini che li riguardano, il 23,5% la registrazione da parte dei motori di ricerca dei propri percorsi di navigazione, il 21,4% l’utilizzo dei propri dati a scopi commerciali, il 14,7% la registrazione della posizione. Il 54,3% degli italiani pensa che sia necessario tutelare maggiormente la privacy per mezzo di una normativa più severa che preveda sanzioni e la rimozione dei contenuti sgraditi, ma il 29,3% crede che ormai sia impossibile garantire la privacy perché in rete non si distingue più tra pubblico e privato, l’8,9% ritiene che sia inutile perché con l’avvento dei social network la privacy non è più un valore e che la condivisione delle informazioni in rete dia maggiori benefici, il 7,6% che non si corrono rischi e che le attuali regole sono sufficienti. C’è poi la questione del «diritto all’oblio» in rete. Il 74,3% degli italiani è convinto che ognuno ha il diritto di essere dimenticato e che le informazioni personali sul nostro passato, se negative o imbarazzanti, dovrebbero poter essere eliminate dal web. La nuova pubblicità on demand. Nel primo semestre del 2012 gli investimenti pubblicitari si sono ridotti nel complesso del 9,7%. Internet è l’unico mezzo a registrare una variazione positiva: +11,2%. Il successo è dovuto alla pubblicità «fai da te» sul web, on demand, cioè la possibilità per l’utente di interrogare la rete prima di effettuare un acquisto. Il 37,1% degli italiani che hanno accesso a Internet ha l’abitudine di visitare il sito dell’azienda produttrice o venditrice, il 19% chiede consigli nei forum online, il 13,4% cerca le offerte sui siti di vendita online come eBay e il 10,9% sui portali di acquisto collettivo come Groupon, l’11,2% cerca recensioni su YouTube, il 10,5% scambia informazioni attraverso i social network. Negli ultimi dodici mesi il 24% degli italiani ha acquistato un prodotto o un servizio grazie alla segnalazione pubblicitaria vista in televisione, ma al secondo posto per capacità di influenza viene Internet (13,6%), prima di giornali (11,9%), riviste (9,9%) e radio (6,2%). I limiti del parental control in tv. Le famiglie italiane si dichiarano parzialmente soddisfatte del parental control, anche se una significativa percentuale (il 54,5%) puntualizza che il filtro tecnologico in tv a protezione dei minori potrebbe essere efficace, ma bisognerebbe migliorarlo. Il capitolo «Governo pubblico» del 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2012 Roma, 7 dicembre 2012 – I troppi incagli sulla via dell’e-government. Il tasso di penetrazione della banda larga su rete fissa è del 22,8% della popolazione, piazzando il nostro Paese al 29° posto nel mondo. Secondo il Web Index della World Wide Web Foundation, che misura i riflessi di Internet sull’economia e sulla vita politica e sociale di 61 Paesi sviluppati e in via di sviluppo, l’Italia si piazza al 23° posto, il penultimo in Europa. Dal punto di vista dell’indicatore di impatto economico (ottenuto ponderando i dati sulla diffusione via Internet delle informazioni utili per le attività imprenditoriali, il livello di sviluppo dell’e-commerce e il grado di fiducia dei consumatori e delle imprese rispetto agli acquisti online) ci fermiamo al 38° posto, più vicini ai Paesi in via di sviluppo che ai Paesi avanzati. E per risalire posizioni rispetto all’indicatore di impatto politico (siamo al 29° posto) dobbiamo migliorare la partecipazione digitale ai processi decisionali e la presenza online di strumenti che facilitino il rapporto con il cittadino (la e-partecipation). La rivoluzione possibile degli open data. Gli enti pubblici possiedono un patrimonio sterminato di informazioni la cui disponibilità in formato digitale è preziosa per gli utenti per la produzione di beni e servizi innovativi e come strumento di trasparenza e democrazia diretta. La Commissione europea ha stimato che il valore di mercato del riuso delle informazioni del settore pubblico è, per l’intera Ue, intorno ai 140 miliardi di euro all’anno. L’Italia è sulla buona strada: a ottobre 2012 erano a disposizione 3.647 dataset, con una forte crescita rispetto ai 1.987 disponibili a marzo. Con la crisi, l’Italia si scopre diffidente verso l’Europa. Eravamo più europeisti quando gli altri erano prevalentemente euroscettici, oggi invece siamo più euroscettici degli altri europei. Nel 2009 il 54% degli italiani esprimeva fiducia nell’Ue, mentre la media europea si fermava al 50%. Nel 2012 la percentuale italiana è crollata al 22%, meno della media europea (31%). Avevamo pensato che con l’Europa ci si aprissero nuove frontiere di cittadinanza e invece ci siamo ritrovati a fare i conti con una burocrazia, magari meno bizantina della nostra, ma certo più distante e insensibile alle nostre peculiarità. Le determinanti della spending review. Il documento per una revisione della spesa pubblica della Presidenza del Consiglio arriva a quantificare la spesa realmente aggredibile nel breve periodo. Considerando il volume complessivo della spesa pubblica pari a 793,5 miliardi di euro e scomputando tutte le voci che non sono comprimibili, si arriva a stimare un’area su cui sarebbe possibile intervenire in coerenza con gli obiettivi di riduzione-riorganizzazione-restringimento pari al 37% del valore complessivo, cioè 295 miliardi di euro. Se a tale cifra si applicano le considerazioni sulla concreta possibilità di intervenire e di ottenere risultati a breve, il valore si ferma al 25%, pari a circa 70 miliardi di euro. l capitolo «Sicurezza e cittadinanza» del 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2012 Roma, 7 dicembre 2012 – L’andamento anticiclico della criminalità. Nel 2011 sono stati denunciati 2.763.012 reati (45,4 ogni 1.000 abitanti), il 5,4% in più rispetto all’anno precedente. A crescere è soprattutto la microcriminalità. Le rapine sono state 40.549 (+20,1%), i furti 1.460.205 (+10,2%), soprattutto quelli in appartamento (204.891, +21,1%), gli scippi e i borseggi (rispettivamente, +16% e +24%). L’aumento degli «street crime» può dipendere dal disagio sociale a seguito della crisi, ma anche dal minore presidio del territorio da parte delle forze dell’ordine a causa dei tagli delle spese. Negli ultimi sei anni la spesa per l’ordine pubblico e la sicurezza è passata da 29 miliardi a 31 miliardi di euro, con una crescita nominale del 7,3% e una riduzione in termini reali del 3%, a fronte di un aumento del totale delle uscite pubbliche nello stesso periodo del 3,4%. Il mix esplosivo dell’agricoltura al Sud. Secondo l’82,1% dei testimoni privilegiati intervistati nel corso di una recente indagine del Censis, nelle imprese agricole meridionali sarebbe molto o abbastanza presente lo sfruttamento della manodopera attraverso sottoretribuzioni (nel Centro-Nord il fenomeno è segnalato dal 40%); secondo il 59,5% verrebbero dichiarati all’Inps falsi lavoratori al solo fine di avere accesso alla disoccupazione agricola (nel Centro-Nord lo pensa il 13,1% degli intervistati); il 57,9% ritiene che sia abbastanza usuale il ricorso al caporalato (nel resto del Paese la quota è del 13,9%); il 43,4% pensa che siano diffuse le frodi nei confronti di soggetti pubblici e dell’Unione europea. Uno Stato a corto di cittadinanza. All’interno dei Paesi membri dell’Unione europea vigono normative e procedure diverse in merito al diritto di cittadinanza, ma è sempre più urgente individuare standard europei comuni. La normativa italiana si rivela decisamente arretrata in merito all’acquisizione della cittadinanza da parte dei minori stranieri. Ma l’opinione pubblica è orientata in gran parte (il 72,1% degli italiani) verso il riconoscimento dello «ius soli», cioè la concessione della cittadinanza ai figli di immigrati che siano nati nel nostro Paese. L’importanza del dialogo interreligioso nel processo d’integrazione. Secondo una recente indagine del Censis, il 63,8% degli italiani è cattolico, l’1,8% è di un’altra religione e il 15,6% è comunque convinto che ci sia qualcosa o qualcuno nell’aldilà. Il 21,5% considera la tradizione religiosa un fattore di comunanza e il 77,4% pensa che il matrimonio sia un vincolo sacro da rispettare. Il 51,3% dichiara che la domenica partecipa a funzioni religiose, l’8% di aver militato o di militare in associazioni di ispirazione religiosa, il 70,4% affiderebbe il proprio figlio alla parrocchia, riconoscendola come una istituzione educativa. Ad oggi non esistono dati ufficiali sull’appartenenza religiosa degli immigrati, ma da un’indagine del Censis risulta che il 52,5% degli stranieri residenti nel nostro Paese è cristiano (cattolici, ortodossi e altri) e il 25,8% musulmano, gli induisti sono il 5,1% e i buddisti il 4,3%, l’8,8% non professa nessuna religione. Mentre sono innegabili i passi in avanti compiuti nel nostro Paese lungo il percorso di tolleranza e integrazione, nella sfera spirituale sembra prevalere una posizione di indifferenza, che nel caso della religione islamica si trasforma in insofferenza. Il 59,3% degli italiani non considera le pratiche di culto degli stranieri come una minaccia al nostro modo di vivere, il 51,1% si mostra disinteressato all’apertura di una sinagoga, di una chiesa ortodossa o di un tempio buddista nei pressi della propria abitazione (il 22% è favorevole e il 26,9% contrario). Diversa è l’opinione riguardo all’eventualità di avere vicino alla propria casa una moschea: in questo caso i contrari salgono al 41,1%, gli indifferenti sono il 41,8% e i favorevoli il 17,1%. Minori e vittime di tratta. In Italia la tratta coinvolge per lo più minori stranieri e si configura principalmente come sfruttamento sessuale, anche se negli ultimi anni sono aumentati i fenomeni di accattonaggio e di sfruttamento lavorativo. I dati del Dipartimento per le Pari Opportunità sui minori assistiti attraverso i progetti ex art. 13 e art. 18 rivolti alle vittime di tratta riportano un totale di 1.246 minori assistiti dal 1999 al 2011; di questi, 60 si riferiscono al solo 2011. A settembre 2012 risultavano 7.370 minori non accompagnati segnalati al Comitato per i minori stranieri istituto presso il Ministero del Lavoro. Le stime più accreditate riferiscono di 1.600-2.000 minori che si prostituiscono in strada e di circa il triplo che si prostituisce all’interno di appartamenti, night o centri benessere. CENSIS: 46° Rapporto sulla situazione sociale del Paese
Argomento: 

CENSIS: 45° Rapporto sulla situazione sociale del paese 2011

Descrizione breve: 
Rapporto sulla situazione sociale italiana.
Data: 
2 Dicembre 2011
Il Rapporto Annuale 2011 45° Rapporto sulla situazione sociale del paese Giunto alla 45ª edizione il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese in una difficile congiuntura. Le «Considerazioni generali» introducono il Rapporto sottolineando come la società italiana si è rivelata fragile, isolata, eterodiretta. Ma al di là del primato degli organismi apicali del potere finanziario, il passo lento del nostro sviluppo segue una solida traccia: valore dell’economia reale, lunga durata, relazionalità e rappresentanza. Nella seconda parte, «La società italiana al 2011», vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: quel che resta del modello italiano, le cause del ristagno economico, come ridare forza al potenziale di crescita. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza. Schede: 1. Considerazioni generali 2. Italia in sospensione, ma di fronte all’emergenza c’è una responsabilità collettiva pronta a entrare in gioco 3. Processi formativi 4. Lavoro, professionalità, rappresentanze 5. Il sistema di welfare 6. Territorio e reti 7. I soggetti economici dello sviluppo 8. Comunicazione e media 9. Governo pubblico 10. Sicurezza e cittadinanza Dicembre 2011 1. Considerazioni generali Prigionieri dei poteri finanziari, che fanno rigore ma non sviluppo La società è fragile, isolata e eterodiretta. Ma il passo lento del nostro sviluppo segue una solida traccia: valore dell’economia reale, lunga durata, articolazione socio-economica interna, relazionalità, rappresentanza. Roma, 2 dicembre 2011 Fragili, isolati e etero diretti In questi mesi la società italiana si è rivelata fragile, isolata e eterodiretta. Nel picco della crisi 2008-2009 avevamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, guadagnandoci una good reputation internazionale. Ma ora siamo fragili a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico. Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali (rispetto all’Unione europea, alle alleanze occidentali, ai mutamenti in corso nel vicino Nord Africa, ai rampanti free rider dell’economia mondiale). E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda. I nostri antichi punti di forza (la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d’impresa) non riescono più a funzionare. «Viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (basti pensare a quanto hanno tenuto banco negli ultimi mesi termini come default, rating, spread, ecc.) e alla fine ci associamo ‒ ma da prigionieri ‒ alle culture e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini». Una dialettica politica prigioniera del primato dei poteri finanziari Era prevedibile che la verticalizzazione e la personalizzazione del potere coltivate negli ultimi vent’anni avrebbero impoverito nel tempo la nostra forza di governo. Si è così creato un deficit politico che ha favorito una logica di polarizzazione decisionale: in basso vince il primato del mercato, in alto il primato degli organismi apicali del potere finanziario. «Ognuno per sé e Francoforte per tutti» sembra il messaggio corrente. «Ma una società complessa come la nostra non può vivere e crescere relegando milioni di persone a essere una moltitudine egoista affidata a un mercato turbolento e sregolato, e affidando la tenuta dell’ordine minimale a vertici e circuiti finanziari ristretti e non sempre trasparenti». Oggi la dialettica politica sembra prigioniera del primato, anche lessicale, della regolazione finanziaria di vertice, che però può esprimere solo una dimensione di controllo, non di evoluzione e crescita. È illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo. «Perché lo sviluppo si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive, quindi soltanto se si è in grado di fare governo politico della realtà». Per uscire dalla crisi, coltivare la lunga durata della nostra linea evolutiva Il solido «scheletro contadino», metafora in cui ritroviamo l’origine della nostra cultura di continuo adattamento, resta il riferimento della nostra evoluzione sociale. Siamo ancora una realtà in cui vige il primato dell’economia reale, nonostante l’attuale trionfo dell’economia finanziaria. La nostra crescita dell’ultimo mezzo secolo è stata il frutto di processi di sviluppo della soggettività individuale (iniziativa imprenditoriale di piccola e media dimensione, vitalità delle diverse realtà territoriali, coesione sociale, forza economica e finanziaria delle famiglie, diffusa patrimonializzazione immobiliare, radicamento sul territorio del sistema bancario, responsabile copertura pubblica e privata dei bisogni sociali): fattori ancora essenziali per superare la congiuntura negativa e il declinismo. «Potremo superare la crisi attuale se, accanto all’impegno di difesa dei nostri interessi internazionali, sapremo mettere in campo la nostra vitalità, rispettarne e valorizzarne le radici, capirne le ulteriori direzioni di marcia». Una forte articolazione socio-economica interna «La vitalità è sempre tesa al molteplice e la lunga durata si associa progressivamente ai processi di articolazione». Così, alla crisi non ha corrisposto una reazione omogenea, ma una risposta articolata e differenziata. Ci sono le «minoranze attive» che restano fedeli alla sfida imprenditoriale, ma non riescono a trainare il resto della società; i «borghigiani», che hanno scelto di perseguire una più alta qualità della vita; il «ceto medio», impaurito dalla prospettiva di uscire dalla fascia intermedia della composizione sociale; la parte marginale della società, resa ancora più fragile dalla crisi. Nel prossimo futuro potrebbero essere incubati germi di tensione sociale e di conflitto a causa della tendenza all’aumento delle diseguaglianze e dei processi che creano emarginazione. Lo sviluppo delle relazioni Il disinnesco delle tensioni passa attraverso l’arricchimento dei rapporti sociali. La lunga durata porta infatti alla differenziazione dei soggetti e dei loro comportamenti, ma la società è fatta di relazioni fra soggetti. È nel binomio «più articolazione, più relazione» che la società italiana può riprendere respiro. Lo si vede nella ricerca di nuovi format relazionali: l’esplosione dei tanti social network, la diffusione di aggregazioni spirituali, la crescita di forme amicali collettive (le crociere, le movide, le sagre), lo sviluppo di aggregazioni capaci di supplire alle carenze del welfare pubblico (asili nido, mense scolastiche, esperienze mutualistiche), la partecipazione comunitaria a livello di quartiere urbano o di area agricola, i borghi risistemati e le medie città di antico prestigio, la tenuta di tutti i soggetti intermedi portatori di interessi o di istanze civili. La difesa e valorizzazione della rappresentanza Un sistema che vive nel quotidiano svolgersi dell’articolazione e delle relazioni esprime il bisogno di sedi e meccanismi di rappresentanza, dove le parti possono contribuire ai processi decisionali ai vari livelli. «Il vuoto lasciato nella fascia intermedia della società dalla polarizzazione fra il mercato (e il soggettivismo etico che esso produce) e la verticalizzazione finanziaria (e i suoi spazi astrali, ma non trasparenti) può essere riempito soltanto dalla rappresentanza». Senza il funzionamento della rappresentanza, sociale e politica, la società sarebbe priva di vitalità dialettica e dinamica sociale, oltre che di un indispensabile tessuto socio-politico intermedio. 2. Italia in sospensione, ma di fronte all’emergenza c’è una responsabilità collettiva pronta a entrare in gioco Cede la forza della famiglia, risparmio in pericolo, formazione fuori centro, crollo della produttività. Ripartire dall’economia reale, sfruttare l’eccellenza territoriale, allargare l’influenza geoeconomica. Roma, 2 dicembre 2011 Quel che resta del modello italiano. Identità plurime e interessi: gli italiani in recupero di serietà In tempi difficili come quelli attuali, c’è una responsabilità collettiva pronta a entrare in gioco che, come spesso è accaduto nei passaggi chiave della storia nazionale, può essere decisiva nel fronteggiare le difficoltà. Il 57,3% degli italiani è disponibile a sacrificare il proprio tornaconto personale per l’interesse generale del Paese (anche se, di questi, il 45,7% limita la propria disponibilità ai soli casi eccezionali). L’identità italiana è per sua natura molteplice: il 46% dei cittadini si dichiara «italiano»; i «localisti» sono il 31,3% e si riconoscono nei Comuni, nelle regioni o nelle aree territoriali di appartenenza; i «cittadini del mondo», che si identificano nell’Europa o nel globale, sono il 15,4%; i «solipsisti», che si riconoscono solo in se stessi, sono il 7,3%. Ancora oggi i pilastri del nostro stare insieme fanno perno sul senso della famiglia, indicata dal 65,4% come elemento che accomuna gli italiani. Seguono il gusto per la qualità della vita (25%), la tradizione religiosa (21,5%), l’amore per il bello (20%). Cosa dovrebbe essere messo subito al centro dell’attenzione collettiva per costruire un’Italia più forte? Per più del 50% la riduzione delle diseguaglianze economiche. Moralità e onestà (55,5%) e rispetto per gli altri (53,5%) sono i valori guida indicati dalla maggioranza degli italiani. Ed emerge la stanchezza per le tante furbizie e violazioni delle regole. L’81% condanna duramente l’evasione fiscale: il 43% la reputa moralmente inaccettabile perché le tasse vanno pagate tutte e per intero, per il 38% chi non le paga arreca un danno ai cittadini onesti. L’erosione del modello di sviluppo fondato sulla famiglia Il modello italiano della famiglia polifunzionale inizia a mostrare segni di debolezza, con riferimento alla patrimonializzazione e alla solidarietà intergenerazionale. È vero che all’82% di famiglie italiane proprietarie della loro abitazione corrispondono percentuali molto più basse negli altri Paesi europei: nel Regno Unito si raggiunge il 70% circa, quasi il 60% in Francia e il 45% in Germania. L’attivo finanziario delle famiglie, al netto dei debiti, ammonta al 175% del Pil, quota maggiore che in Francia (131,5%), Germania (125,2%), Spagna (77,5%). Ma in valore assoluto c’è stata una erosione significativa di questo patrimonio, passato dai 3.042 miliardi di euro del 2006 a 2.722 miliardi (-10,5% in valori correnti, -16,3% in valori reali). Se all’inizio degli anni ’80 il reddito da lavoro, soprattutto dipendente, era il 70% del reddito familiare complessivo, nel 2010 tale quota si è ridotta fino al 53,6%. La reputation all’estero meglio dell’autostima italiana Siamo uno dei Paesi al mondo dove è più forte lo scarto tra quello che all’estero si pensa di noi e la reputazione che noi stessi attribuiamo all’Italia. Nella classifica della percezione internazionale ci collochiamo in 14ª posizione, prima di Regno Unito, Spagna, Francia e Stati Uniti. Perdiamo 2 posizioni rispetto al 2009, nulla di paragonabile al downgrading di Spagna, Irlanda e Grecia, che hanno perso rispettivamente 5, 6 e 7 posizioni. L’Italia si colloca in alto per lo stile di vita, l’ambiente, la relazionalità, mentre non primeggia per il livello avanzato dell’economia o per i fattori di sostegno allo sviluppo. Ma nella classifica della reputazione interna del proprio Paese, il nostro posizionamento è decisamente peggiore: eravamo al 26° posto su 33 Paesi esaminati nel 2009, scivoliamo fino al terz’ultimo posto su 37 Paesi nel 2011. La rivincita della razionalità sull’emozione Da una recente ricerca del Censis sulla popolazione con più di 50 anni emergono le basi profonde dell’identità: al primo posto l’esperienza del singolo (44,6%), seguita dall’eredità culturale familiare (43,2%) e dal carattere (42,3%), mentre raccolgono percentuali irrisorie categorie come la classe socio-economica (4,5%), l’appartenenza religiosa (3,7%), politica (1,1%), etnica (0,2%). Dopo anni di emotività confusa, il primato della ragione e dell’esperienza si traduce anche in un nuovo atteggiamento verso la politica. Gli eccessi del passato danno meno presa all’adesione per simpatia, fascinazione e carisma. Si chiede una classe dirigente di specchiata onestà sia in pubblico che in privato (59%), che i leader siano preparati (43%), illuminati da saggezza e consapevolezza (42,5%). Le cause del ristagno economico. Il deficit di classi dirigenti Nel nostro Paese i vertici decisionali si sono ridotti di oltre 100.000 unità tra il 2007 e il 2010, passando da 553.000 a 450.000, cioè dal 2,4% al 2% del totale degli occupati. Sono una fascia sociale fortemente maschilizzata: le donne sono solo un quinto del totale e la loro incidenza tende a diminuire (dal 21,4% al 20,1%). Gli under 45 rappresentano meno del 40% (mentre sono quasi il 60% degli occupati totali). La quota dei laureati (36,4%) è poco più del doppio di quella riferita all’occupazione totale, ma decisamente inferiore a quella delle professioni specializzate. Poche donne, età media elevata, qualificazione formativa non eclatante: tre caratteristiche che, insieme alla contrazione della dimensione complessiva, indicano che la debolezza delle classi dirigenti è un fenomeno attribuibile non esclusivamente ai comportamenti dei vertici più elevati, ma che si estende all’intero strato sociale di riferimento, il cui isterilimento è più grave dell’inadeguatezza delle leadership apicali, perché riduce le stesse possibilità di ricambio. La parabola declinante della produttività Mentre nell’ultimo decennio gli occupati sono aumentati del 7,5%, il Pil è cresciuto in termini reali solo del 4%. Germania e Francia hanno registrato una crescita del Pil rispettivamente del 9,7% e dell’11,9%, che si è accompagnata a incrementi occupazionali rispettivamente del 3% e 5,1%. Anche un Paese come la Spagna, che nel decennio è stato protagonista di un boom occupazionale senza precedenti (+14,5%), ha visto aumentare il Pil in misura più sostenuta dell’Italia (+22,7%). Si è ridotta la nostra capacità di generare valore. La produttività oraria è andata progressivamente calando. Nel 2000, fatto 100 il livello di produttività medio europeo, l’Italia presentava un valore pari a 117, sceso nel 2010 a 101, molto lontano da quello dei nostri principali competitor: 133 la Francia, 124 la Germania, 108 la Spagna, 107 il Regno Unito. Tale dinamica è stata condizionata dalla qualità della crescita occupazionale degli ultimi anni, con un aumento dei lavori a bassa o nulla qualificazione a scapito di quelli più qualificati. Dei 309.000 nuovi posti di lavoro nell’ultimo quinquennio (saldo tra posti persi e creati), 297.000 hanno riguardato figure professionali addette alle vendite e 226.000 lavori non qualificati. Ai vertici della piramide sono diminuiti dell’11,5% gli imprenditori e le figure dirigenziali, mentre sono aumentati solo debolmente i liberi professionisti (+2,7%), le figure tecniche intermedie (+3,8%) e quelle amministrative (+0,4%). Nell’ultimo quinquennio il valore della produzione industriale si è ridotto in modo omogeneo (-10% circa) in tutti i principali Paesi europei (ad eccezione della Germania), ma è cresciuto quello dei servizi (+7,8% nella media Ue). A trainare è stata la crescita delle attività di intermediazione finanziaria e creditizia e dei servizi alle imprese: +10,5%. Ma in Italia il valore aggiunto dei servizi è invece aumentato pochissimo (+1,3%), con una flessione nel commercio e turismo (-2,4%) e una crescita inadeguata nel terziario avanzato, settore chiave dell’economia globale: +3,5% contro +6,4% in Francia, +10,9% nel Regno Unito, +11,2% in Spagna, +12,2% in Germania. Un sistema formativo fuori centro L’iscrizione alla scuola superiore è un fenomeno generalizzato, ma il tasso di diploma non riesce a superare la soglia del 75% dei 19enni. Se poi circa il 65% dei diplomati tenta ogni anno la carriera universitaria, tra il primo e il secondo anno di corso quasi il 20% abbandona gli studi. Il tasso di occupazione per i laureati è del 76,6%, all’ultimo posto tra i Paesi europei (media Ue 27: 82,3%). Con la crisi, l’appetibilità e la richiesta di laureati nel mercato del lavoro è addirittura diminuita. E difficilmente i giovani sono chiamati a coprire ruoli di responsabilità in tempi brevi, iniziando i percorsi professionali, nella maggioranza dei casi, al di sotto delle loro competenze: il 49,2% dei laureati 15-34enni e il 46,5% dei diplomati al primo impiego risultano sottoinquadrati. Segnali di deterioramento nei servizi I cittadini e le imprese si trovano a fare i conti con un sistema dei servizi che mostra evidenti segnali di criticità. Il trasporto pubblico locale soffriva già di una grave inadeguatezza dell’offerta. Tra il 2007 e il 2010 i passeggeri trasportati dai bus urbani sono aumentati dell’1,8%, mentre i posti/km offerti sono diminuiti del 2,5%; nelle ferrovie regionali e metropolitane +10,2% di passeggeri e -0,8% di posti. Ma nel 2011 il trasporto pubblico ha subito mancati trasferimenti in attuazione dell’accordo Stato-Regioni, con queste ultime costrette ad aumentare le tariffe e a ridurre i servizi. Nel triennio 2008-2011 la scuola ha subito una riduzione di circa 57.000 docenti, a fronte di 76.000 alunni in più. E le risorse per l’attuazione dei Piani di offerta formativa si sono ridotte dai 48 milioni di euro del 2010-2011 ai 12 milioni dell’anno scolastico in corso. Nel comparto sicurezza si risente del taglio ai fondi per la manutenzione dei veicoli della polizia e per il carburante, scesi da 80 a 40 milioni di euro. Nelle politiche sociali si assiste alla riduzione tra il 2009 e il 2011 del 65,6% del Fondo nazionale per le politiche sociali e all’azzeramento del Fondo nazionale per la non autosufficienza. Ridare forza al potenziale di crescita. Mettere a frutto la ricchezza familiare Il rapporto tra la ricchezza netta delle famiglie e il reddito disponibile è elevato e in crescita: era pari a 7,4 volte nel 1999 ed è salito a 8,8 volte. Ma l’afflusso di nuove risorse è in forte restringimento, perché nell’ultimo quinquennio la propensione al risparmio delle famiglie si è ridotta. Nel 2010 il valore dei servizi resi alle famiglie dalle abitazioni di proprietà direttamente abitate ha raggiunto i 125 miliardi di euro, corrispondenti al 12,3% del reddito disponibile e all’8,1% del Pil. Cresce il valore dello stock di abitazioni possedute, stimato in oltre 4.800 miliardi di euro, con un incremento che sfiora il raddoppio (+93% nominale) nell’arco di un decennio. Una quota di questo incremento è attribuibile all’effetto dei prezzi, ma una quota rilevante è il risultato della scelta delle famiglie di destinare all’investimento in abitazioni una parte consistente dei propri risparmi. Ulteriori 1.000 miliardi di euro sono rappresentati dalle altre attività reali (oggetti di valore, terreni, fabbricati non residenziali e beni produttivi). Le attività finanziarie si aggirano intorno ai 3.600 miliardi di euro. La ricchezza netta complessivamente posseduta dalle famiglie è così cresciuta del 22% in termini reali nel decennio 1999-2009. La forza dell’export per la ripresa industriale In un quadro economico stagnante, le esportazioni sono una delle poche variabili in crescita: +15% nel 2010 e +16% nel primo semestre del 2011. Il saldo della bilancia commerciale nel manifatturiero è in attivo a metà del 2011 per oltre 10 miliardi di euro. A gennaio del 2011 l’indice del fatturato industriale è cresciuto in termini tendenziali del 5% in Italia e del 14% sull’estero, a luglio del 6% in Italia e del 10% sull’estero. Gli stessi distretti industriali registrano dalla metà del 2010 un incremento delle esportazioni: +16,3% tendenziale nel primo trimestre del 2011 e +12,9% nel secondo trimestre. Allargare l’influenza geoeconomica italiana La ripresa dalle pesanti conseguenze della crisi finanziaria può avvenire anche attraverso una progressiva riconfigurazione della mappa della presenza italiana all’estero. Oggi l’interscambio dell’Italia con i Paesi del Mediterraneo, dei Balcani e del Golfo ha una dimensione di 55 miliardi di euro, di cui le esportazioni sono pari a 30 miliardi. Ma anche Paesi come il Messico, il Perù, la Corea del Sud e la Malesia, la cui accessibilità è valutata in 10-16 ore di aereo, segnalano ulteriori opportunità che finora sono state sottostimate, viste le attese di crescita e il peso relativamente ridotto del nostro export in quelle zone. L’eccellenza dell’economia di territorio: food e buon vivere Sull’agricoltura la crisi ha avuto un impatto minore rispetto al resto del sistema economico. Tra il primo semestre del 2008 e il primo semestre del 2011 la flessione del valore aggiunto agricolo è limitata allo 0,9%, a fronte del -13,8% dell’industria e del -1,5% dei servizi. Tra il 2000 e il 2010 la dimensione media delle aziende è aumentata del 44,4% (da 5,5 a 7,9 ettari di superficie agricola utilizzata). C’è stata una forte contrazione nel numero delle microimprese (508.000 in meno quelle con una superficie inferiore a un ettaro: -50,2%), mentre è cresciuto il segmento delle imprese con più di 20 ettari (13.000 aziende in più: +10,7%). Ed è migliorata la produttività: le giornate di lavoro per azienda sono aumentate del 16,7% (da 141 a 165) e le giornate di lavoro per persona del 10,9% (da 64 a 71). L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari di qualità con denominazione protetta: 219, il 22,1% di tutti quelli riconosciuti in ambito comunitario. Ai marchi Dop e Igp associati a prodotti ortofrutticoli, formaggi, oli e preparazioni di carni, si affiancano le 518 denominazioni in ambito vinicolo (56 Docg e 339 Doc, per un totale di 215.000 ettari di vigne e 158.000 produttori, e 123 Igt, per 147.000 ettari e 159.000 produttori). Valorizzare il contributo degli immigrati Sono oltre 4,5 milioni gli stranieri che vivono in Italia, e le previsioni dicono che nei prossimi 10 anni arriveranno a 7 milioni. Quelli che lavorano regolarmente sono più di 2 milioni, impiegati prevalentemente nei servizi (59,4%), nell’industria (19,5%), nelle costruzioni (16,7%), in agricoltura (4,3%). I titolari di impresa nati all’estero mostrano, anche in questi anni di crisi, una vitalità sconosciuta ai nostri connazionali: dal 2009 al 2011 sono aumentati del 10,7%. Attualmente rappresentano il 10,7% dei piccoli imprenditori, ma a Prato sono il 38,9%, a Firenze il 21,5%, a Milano il 20%, a Trieste il 18,6%, a Roma il 16,9%. Particolarmente presenti in alcuni settori: le costruzioni (il 20,2% degli imprenditori attivi) e il commercio al dettaglio (18,1%). E le donne sono protagoniste: oltre 77.000 imprenditrici straniere (il 21,8% del totale). Nuovi format relazionali Oggi sono profondamente cambiate le tipologie familiari. Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso 739.000 coppie coniugate con figli (-8%), sono aumentare di 274.000 unità le coppie non coniugate con figli, le famiglie monogenitoriali (345.000 in più: quasi +19%) e i single (quasi 2 milioni in più: +39%) Una pluralità di reti relazionali tiene insieme la società italiana. Le reti di prossimità: il 43,4% degli italiani definisce il vicinato una comunità in cui tutti si conoscono, si frequentano e si aiutano. Le reti dell’aiuto: svolge attività di volontariato oltre il 26% degli italiani (più di 13 milioni di persone, per oltre 351 milioni di ore mensili), di cui il 76% con regolarità, e più del 32% degli italiani (15 milioni) dichiara di aver fatto donazioni a organizzazioni. Le reti che creano servizi suppletivi rispetto al welfare tradizionale: quasi 6 milioni di persone sono coinvolte in forme di mutualità in sanità, con circa 10 milioni di beneficiari. Le reti di relazionalità di tipo conviviale: sono circa 11.700 le iniziative locali come sagre, feste, manifestazioni di vario tipo che si svolgono annualmente nel nostro Paese, e 7,1 milioni di persone tra 18 e 44 anni frequentano locali almeno un paio di volte la settimana. Le reti basate su piattaforme tecnologiche: i social network coinvolgono il 31% degli italiani, sono 16 milioni gli utenti di Facebook, 6 milioni utilizzano Skype (di cui 1,6 milioni tutti i giorni), 1,1 milioni Twitter. 3. Processi formativi Roma, 2 dicembre 2011 Giovani e dispersione scolastica: meno abbandoni, più differenziazioni territoriali, più scoraggiamento Ancora lontani dall’obiettivo europeo di giungere nel 2020 a una media del 10% di early school leavers, in Italia tale fenomeno si sta però lentamente riducendo. Nel 2010 la quota di giovani 18- 24enni in possesso della sola licenza media e non più inseriti in percorsi formativi è scesa dal 19,2% al 18,8%, con varia intensità in tutte le aree del Paese, ad eccezione del Centro che rimane l’area dove tale indicatore è più contenuto (14,8%). Per il fenomeno dei giovani Neet, ovvero dei giovani che non studiano e non lavorano, l’Italia detiene un ben triste primato a livello europeo. La quota di Neet 15-29enni ha ripreso a crescere con l’inizio della crisi economica, attestandosi nel 2010 al 22,1% rispetto al 20,5% dell’anno precedente. La debolezza strutturale della filiera professionalizzante L’ultima riforma del sistema scolastico ha dato un nuovo slancio agli istituti tecnici che, supportati anche da un attivo interessamento da parte della rappresentanza imprenditoriale, registrano nel corrente anno scolastico un incremento dello 0,4% di iscrizioni al primo anno rispetto al 2010-2011 (dati riferiti alla sola scuola statale). Il rinnovato appeal non si estende agli istituti professionali, che nello stesso periodo hanno perso il 3,4% di neoiscritti. Nel 2011 le richieste di personale con la sola qualifica professionale sono aumentate, passando dall’11,7% del totale nel 2010 al 13,5%. Ma i giovani che si rivolgono ai percorsi triennali di istruzione e formazione professionale costituiscono solo il 6,7% del totale degli iscritti al secondo ciclo di istruzione, pari a circa 38.000 studenti. Quale futuro per l’educazione degli adulti? La partecipazione all’apprendimento permanente della fascia di popolazione italiana compresa tra 25 e 64 anni sembra aver interrotto il trend di sia pur moderata crescita, attestandosi nel 2009 al 6% e risalendo debolmente l’anno successivo al 6,2%, a fronte di una media europea del 9,1% nel 2010 e della soglia del 15% posta dalla strategia Europa 2020. Tra il 2009 e il 2011 la quota di risorse assegnate della legge 440 del 1997 si è ridotta del 43,9%. L’istruzione degli adulti sembra essere stata relegata a un ruolo sempre più marginale: la relativa voce di spesa è diminuita di ben 72 punti percentuali, passando dai 16 milioni di euro del 2009 ai 4,4 milioni del 2011. Dati e fatti, poco noti, dell’università italiana Le risorse intercettate dai dipartimenti e dai centri di ricerca italiani nel triennio 2008-2010 evidenziano un buon dinamismo: sono state raccolte risorse complessive superiori ai 550 milioni di euro. L’86,6% delle risorse proviene dalla partecipazione a bandi di gara europei (VI e VII Programma Quadro), mentre il restante da finanziamenti di organismi internazionali o dal mondo privato. Sugli oltre 3.000 dipartimenti esistenti, circa un terzo in ciascuno degli anni considerati ha generato opportunità di fund raising in partenariato per i grandi bandi europei o lavorando direttamente sul mercato. Quasi il 20% delle risorse acquisite nel triennio 2008-2010 afferiscono all’area delle scienze mediche (18,7%), al secondo si posiziona l’area ingegneristica e architettura con il 17,3%, al terzo i saperi delle scienze di base (matematica, fisica, ecc.: 15,9%) e al quarto l’area dell’ingegneria industriale e dell’informazione (15,6%). All’ultimo posto, con oltre 4 milioni di euro, si collocano le scienze giuridiche (0,8%). Luci e ombre della mobilità La partecipazione italiana alla mobilità transnazionale necessita di essere ulteriormente spinta e agevolata. Il 12,1% dei giovani di età compresa tra 15 e 35 anni che dichiarano di aver soggiornato o di essere all’estero per istruzione e formazione è al di sotto della media europea (15,4%) di oltre 3 punti percentuali, posizionandosi al quart’ultimo posto della graduatoria europea. Il valore è ben lontano dal 27,8% e dal 23,6% di austriaci e svedesi. Se mediamente il 65,7% dei giovani europei e delle loro famiglie ha finanziato la propria mobilità con fondi privati o con risparmi personali, ciò è avvenuto nel 68,7% dei casi in Italia e addirittura in misura superiore al 70% negli altri principali Paesi presi a confronto: Regno Unito (71,1%), Germania (72,3%) e Francia (72,4%). 4. Lavoro, professionalità, rappresentanze Roma, 2 dicembre 2011 Il futuro incerto della ripresa occupazionale La frenata della crisi nel 2010 (bruciati 153.000 posti di lavoro, contro i 380.000 del 2009) e i dati positivi per il 2011 (+0,4% gli occupati nel primo semestre) fanno sperare in una chiusura d’anno con segno positivo. Viene meno la capacità di tenuta dell’occupazione a tempo indeterminato. Dopo due anni di tendenziale stabilità, si riduce dell’1,3% nel 2010 e dello 0,1% nel primo semestre del 2011. Si segnala però una crescita significativa del lavoro a termine (+1,4% nel 2010 e +5,5% nei primi sei mesi del 2011) e del lavoro autonomo (dopo cinque anni di contrazione, nel 2010 c’è una prima tiepida crescita: +0,2%). La crisi ha colpito il mercato del lavoro in modo molto differenziato. Tra il 2007 e il 2010 è aumentata l’occupazione straniera (quasi 580.000 lavoratori in più, di cui circa 200.000 nell’ultimo anno, con un incremento complessivo del 38,5%), mentre quella italiana ha registrato la perdita di 928.000 posti di lavoro (-4,3%), di cui 335.000 nell’ultimo anno. I più colpiti sono stati i giovani. Tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità, e tra i soli italiani le perdite sono state oltre 1.160.000. Di contro, nelle generazioni più mature i livelli occupazionali non solo sono stati salvaguardati, ma sono addirittura aumentati: +7,2% l’occupazione tra i 45-54enni e +12,9% tra i 55-64enni. Il doppio binario della sostituzione nel lavoro manuale Mentre il mercato è sempre più incapace di garantire sbocchi professionali, i mestieri manuali sembrano non conoscere crisi. Terreno d’occupazione per 8.383.000 lavoratori (il 36% del totale degli occupati), anche nel 2011 sono stati i più richiesti. A fronte di quasi 600.000 assunzioni previste dalle aziende, ben 264.000 (il 44,4%) hanno interessato lavori di tipo manuale: artigiani e operai specializzati (20,3%), operai conduttori di macchine e impianti (11,7%), mestieri non specializzati (12,4%). Lavoratori in campo edile (per il 2011 sono previste circa 57.000 assunzioni, il 9,6% del totale), addetti alle pulizie (44.000), meccanici e montatori (17.000), magazzinieri (11.000): sono queste le professioni più ricercate dalle aziende, per le quali tuttavia le imprese lamentano difficoltà di reperimento, visto che sarebbero circa 50.000 (il 19% del totale) le posizioni di lavoro considerate di difficile copertura. È così che negli anni è avvenuto un vero e proprio processo di sostituzione tra italiani e stranieri in molte professioni manuali. Tra il 2005 e il 2010, a fronte di un crollo dei lavoratori italiani occupati in professioni manuali (-842.000, -11%), si registra un aumento praticamente identico dei lavoratori stranieri (+725.000, +83,8%), la cui incidenza passa dal 10,2% al 19% del totale. Giovani al centro della crisi In Italia l’11,2% dei giovani di 15-24 anni, e addirittura il 16,7% di quelli tra 25 e 29 anni, non è interessato né a lavorare né a studiare, mentre la media europea è pari rispettivamente al 3,4% e all’8,5%. Di contro, da noi risulta decisamente più bassa la percentuale di quanti lavorano: il 20,5% tra i 15-24enni (la media Ue è del 34,1%) e il 58,8% tra i 25-29enni (la media Ue è del 72,2%). A ciò si aggiunga che tra le nuove generazioni sta progressivamente perdendo appeal una delle figure centrali del nostro tessuto economico, quella dell’imprenditore. Solo il 32,5% dei giovani di 15-35 anni dichiara di voler mettere su un’attività in proprio, meno che in Spagna (56,3%), Francia (48,4%), Regno Unito (46,5%) e Germania (35,2%). Il ciclo inverso del sommerso A partire dal 2008, a fronte di un calo generalizzato dell’occupazione regolare (-4,1%), quella informale è aumentata dello 0,6%, portando il lavoro sommerso al 12,3% del totale nel 2010 (era l’11,6% nel 2003). Tra il 2008 e il 2010 nell’industria (settore che ha registrato le maggiori perdite occupazionali) c’è stata una contrazione del 10,5% del lavoro regolare e una crescita di quello sommerso del 5,5%. Il livello di irregolarità è passato dal 17,9% al 18,7% nel settore del commercio, delle riparazioni e del turismo, e dall’8,8% al 9,6% nei servizi immobiliari e avanzati alle imprese. La mobilità che non c’è, questione di cultura e non di regole I giovani sono oggi i lavoratori su cui grava di più il costo della mobilità in uscita. Nel 2010, su 100 licenziamenti che hanno determinato una condizione di inoccupazione, 38 hanno riguardato giovani con meno di 35 anni e 30 soggetti con 35-44 anni. Solo in 32 casi si è trattato di persone con 45 anni o più. L’Italia presenta un tasso di anzianità aziendale ben superiore a quello dei principali Paesi europei. Lavora nella stessa azienda da più di dieci anni il 50,7% dei lavoratori italiani, il 44,6% dei tedeschi, il 43,3% dei francesi, il 34,5% degli spagnoli e il 32,3% degli inglesi. Tuttavia, solo il 23,4% dei giovani risulta disponibile a trasferirsi in altre regioni o all’estero per trovare lavoro. Orari e clima di lavoro in tempo di crisi Nell’ultimo triennio i tempi di lavoro si sono sempre più ridotti, passando dalle 40 ore settimanali del 2007 alle 39 del 2010. È cresciuto significativamente anche il ricorso al part time, aumentato nello stesso arco di tempo dell’8,7%, portando l’incidenza di questa formula occupazionale dal 13,6% del 2007 al 15% del 2010. A crescere è stata soprattutto la quota di part time involontario: la maggioranza (il 49,3%) è costretta a lavorare part time perché non trova un lavoro full time, mentre solo per il 40,2% si tratta di una scelta volontaria. 5. Il sistema di welfare Roma, 2 dicembre 2011 La sanità e il rischio di una sostenibilità solo finanziaria Nel periodo 2001-2010 le Regioni con Piano di rientro hanno registrato un incremento della spesa del 19% contro il +26,9% del resto delle Regioni. Nel 2006-2011 hanno subito una riduzione della spesa in termini reali dello 0,6%, mentre le altre Regioni hanno avuto un aumento di oltre il 9%. Spicca il contenimento della spesa in Sicilia (-10% nel periodo 2006-2010), Abruzzo (-4,4%), Lazio (-3%) e Campania (-1,9%), che hanno siglato i rispettivi Piani di rientro nel 2007. Ma la cura a cui è sottoposto il Servizio sanitario non sta generando effetti positivi secondo i cittadini. Nell’ultimo biennio i dati dell’indagine Forum per la Ricerca Biomedica-Censis indicano che è solo l’11% a ritenere migliorato il servizio sanitario della propria regione, quasi il 29% ha registrato un peggioramento e circa il 60% una sostanziale stabilità. Il futuro della sanità per i cittadini è segnato da alcune paure: un’accentuazione delle differenze di qualità tra le sanità regionali (35,2%), che l’interferenza della politica danneggi la qualità della sanità (35%), che i disavanzi rendano indispensabili robusti tagli all’offerta (21,8%), che non si sviluppino le tipologie di strutture e servizi necessarie, come l’assistenza domiciliare territoriale (18%), che l’invecchiamento della popolazione e la diffusione delle patologie croniche producano un intasamento delle strutture e dei servizi (16,3%). Salute, il genere conta Le donne dichiarano condizioni di salute buone in quote sistematicamente inferiori ai maschi, mentre più spesso affermano di soffrire di due o più malattie croniche. La maggiore consuetudine tra donne e malattia ha a che vedere anche con l’impegno nel lavoro di cura, visto che i caregiver sono soprattutto donne. Nel caso dell’ictus si arriva al 75,7% dei casi, con importanti differenze di età, laddove i pazienti maschi hanno più spesso caregiver mogli (54,3%), mediamente più anziane, mentre le pazienti donne sono assistite per lo più dai figli (55,9%). Le caregiver mogli tendono a sobbarcarsi il carico assistenziale da sole, e ne pagano spesso il prezzo in termini di problemi psicologici e di salute, mentre le figlie trovano con maggiore frequenza sollievo e aiuto da una badante. Comuni sull’orlo del default sociale 6,7 miliardi di euro è il valore degli interventi e servizi sociali comunali, ai quali si aggiunge la compartecipazione degli utenti (circa 1 miliardo l’anno) e la quota a carico del Servizio sanitario (circa 1,1 miliardi l’anno), per un totale di spesa pari a poco più di 8,7 miliardi di euro, pari a circa il 10% del totale della spesa per tutte le politiche socio-assistenziali. Ma in tre anni i fondi sociali nazionali sono stati tagliati in misura consistente: il Fondo nazionale per le politiche sociali è passato dal 2008 al 2011 da 929,3 milioni di euro a meno di 220 milioni, il Fondo per la non autosufficienza nel 2011 non è stato finanziato, con un taglio netto di 400 milioni di euro. Chi subirà gli impatti dei tagli? In primo luogo l’utenza: oltre il 40% delle risorse per il sociale dei Comuni è impiegato per famiglie e minori, il 21,2% per gli anziani, una quota simile per i disabili e il 7% circa per la lotta alla povertà. Ma anche gli occupati nel sociale, perché il 48,5% della spesa comunale per i servizi sociali è impiegato per affidare i servizi all’esterno, a cooperative sociali e altri soggetti del terzo settore. Va ricordato che nel periodo 2006-2010 si è avuto un aumento di oltre 505.000 famiglie in condizione di deprivazione (+14,6%), che ora sono 4 milioni; è aumentato di oltre 1 milione (sono 4,1 milioni in totale) il numero di famiglie che hanno intaccato il patrimonio o contratto debiti; le coppie con figli in povertà assoluta sono aumentate di 115.000 nuclei (+37%) e sono ormai oltre 424.000; le monogenitoriali in povertà assoluta sono aumentate di 65.000 nuclei (+72,3%) e sono salite a 154.000; le famiglie numerose in povertà assoluta con 5 e più componenti sono aumentate di 43.000 unità (+41,6%) e sono ora 147.000. I bisogni dei migranti e l’innovazione del welfare È di quasi 3 miliardi di euro la spesa pubblica per la sanità ascrivibile a prestazioni erogate agli immigrati, pari a circa il 2,8% del totale della spesa sanitaria pubblica nel 2010. Tra il 2009 e il 2010 i migranti richiedenti sono cresciuti del 22%, più del doppio rispetto agli italiani (+9,7%). Sono gli asili nido e la scuola le prestazioni che i migranti (44,8%) chiedono in misura maggiore rispetto agli italiani (30,3%). L’Emilia Romagna è la regione in cui è più alta la quota di migranti che nel 2010 hanno fatto richiesta di prestazioni del welfare (il 18,6% del totale della popolazione Isee). Tra le province spiccano Bolzano (quasi il 41%), Mantova (35,6%), Modena (34,8%), Brescia (31,5%), Piacenza (30,7%), Arezzo (30,7%) e Parma (30,3%). Dall’esclusione al disincanto: il disinvestimento dei giovani Le donne italiane sono tra quelle che fanno figli più tardi (l’età media al parto di 31,1 anni rilevata in Italia rappresenta una delle età più avanzate in Europa al 2008), mentre il tasso di fertilità totale pone il Paese vicina al fondo (20ª posizione su 27) della graduatoria Ue. Non accennano ad arrestarsi la diminuzione dei matrimoni (-6,5% nel 2009 rispetto all’anno precedente) e l’aumento dell’età media in cui gli italiani lo contraggono per la prima volta (33 anni gli uomini e 29,9 le donne, circa 2 anni in più rispetto al 2000). L’indagine del Censis del 2011 sulla sregolazione delle pulsioni rileva un diffuso consenso tra i giovani per modelli di successo e di riuscita sociale avulsi dal merito e dalla cultura del lavoro. Ed è il 38,2% dei 15-30enni italiani a ritenere che l’università rappresenti un’opzione non attraente (il dato più alto in Europa). Tra giovani destinati a vivere un perpetuo presente, ad andare in crisi è lo stesso concetto di investimento sociale, se la società non è in grado di garantire ritorni a fronte di scelte e percorsi proiettati al futuro. Perché non decolla la previdenza integrativa Circa l’80% delle famiglie italiane manifesta l’intenzione di non aderire a schemi previdenziali integrativi in futuro, e in circa un caso su dieci non sanno proprio di cosa si tratti. Tra i capofamiglia occupati, una delle ragioni che viene indicata con maggiore frequenza (31,6%) è il costo in relazione allo stipendio disponibile, mentre la necessità di integrare la propria contribuzione previdenziale viene rifiutata dal momento che si pagano già i contributi obbligatori dal 30,4%. La rimozione del problema, o la dilazione a un futuro indefinito del momento in cui bisognerà affrontare la questione, rappresenta la motivazione citata con maggiore frequenza dai capofamiglia under 40 (il 39,7% contro la media del 20,4%). 6. Territori e reti Roma, 2 dicembre 2011 La perdurante crisi dell’economia delle costruzioni Nel 2011 l’economia delle costruzioni e dell’immobiliare ha visto peggiorare gran parte degli indicatori fondamentali. Per il 2011 si evidenzia una ulteriore contrazione degli investimenti complessivi in costruzioni (-4%), dopo un 2010 anch’esso in netto calo (-6,4%). Sono in crisi le nuove costruzioni residenziali (-5,9% in termini reali su base annua), per le quali si prevede un andamento negativo anche nel 2012, con un ulteriore calo del 5,3%. Gli investimenti in manutenzione straordinaria nel settore residenziale sono gli unici a registrare una crescita, anche se modesta (+0,5% nel 2011), per un aumento complessivo negli ultimi quattro anni dello 0,4%. Complessivamente, per gli investimenti in abitazioni (nuovo e recupero) si segnala una flessione cumulata, nell’arco del quinquennio 2008-2012, del 18,2% in termini reali. Il settore soffre per la crisi della finanza pubblica, che riduce il mercato delle infrastrutture, e per la stretta creditizia. Anche in relazione a prezzi che rimangono abbastanza stabili, neanche il settore immobiliare offre segnali di ripresa: in calo anche il secondo trimestre del 2011 (il quarto consecutivo con segno negativo). Considerando il solo settore residenziale, negli ultimi 12 mesi (luglio 2010-giugno 2011) il numero complessivo degli scambi si attesta sulle 595mila unità. Si tratta di un lieve decremento (- 4%) rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, ma di una differenza considerevole (-21%) rispetto al periodo luglio 2007-giugno 2008, quando furono scambiate circa 755mila abitazioni. Dalla retorica ai fatti: trasformare la città esistente La quota di edifici con più di 40 anni, soglia temporale oltre la quale si rendono indispensabili interventi di manutenzione consistenti, sta crescendo progressivamente. Oggi il 55% delle famiglie occupa un alloggio realizzato prima del 1971 e poco meno del 40% risiede in un’abitazione costruita nel periodo della ricostruzione e del primo boom edilizio (1946-1971). È un patrimonio (circa 10 milioni di alloggi) che non rispetta le qualità tecnologiche oggi richieste a un immobile (fino alla metà degli anni ’70 in Italia non è stata varata nessuna norma sul risparmio energetico) e che, in ragione della sua avanzata obsolescenza, rischia di perdere parte del suo valore. La crisi dello spazio pubblico accentua il malessere urbano Il diffuso malessere dei cittadini delle principali metropoli trova ragione in due elementi principali: il senso di insicurezza e la difficile gestione della vita quotidiana. Dipende dalla frammentazione del tessuto relazionale, dal degrado territoriale, dallo scadimento dell’etica civica e dalla debolezza dell’azione pubblica di contrasto. Gran parte delle criticità sono riconducibili al modello di mobilità, oneroso in sé e in grado di produrre un impatto profondo sugli altri fattori urbani. Le condizioni delle strade comunali sembrano peggiorare ulteriormente: ne lamentava il problema il 43,2% dei cittadini nel 2001, il 50,9% nel 2009. Il nuovo interesse per gli spazi collettivi Nel panorama degli spazi collettivi, la piazza (o il giardino pubblico) rimane il luogo dove gli anziani si incontrano con maggiore frequenza (27,5%). Al secondo posto si colloca il bar (27,1%). Il mercato e il supermercato o la parrocchia vengono dopo, utilizzati soprattutto dalla componente femminile. Dopo anni di disattenzione, si osserva un ritorno di interesse per lo spazio pubblico che trova le sue radici in un recupero di alcuni aspetti della tradizionale vita comunitaria. Ad esempio, si stima che in Italia si organizzino ogni anno circa 15mila sagre con circa 4,5 milioni di partecipanti. Le infrastrutture tra ritardi, penuria di risorse e contrasti locali Il ritardo infrastrutturale e la debolezza istituzionale nel farvi fronte sono elementi che non consentono all’economia nazionale una crescita della propria capacità competitiva. Gli investimenti fissi lordi delle amministrazioni pubbliche italiane sono scesi dal 2,5% del Pil nel 2009 al 2,1% nel 2010. In futuro diminuiranno ancora: l’1,5% nel 2012 e l’1,4% nel 2013, secondo il Def del 2011. Le infrastrutture «strategiche» della legge obiettivo sono 390, per un costo complessivo di 367 miliardi di euro. Dal 2004 a oggi sono passate da 228 a 390 e il loro costo complessivo è cresciuto del 57,4%. Le risorse a copertura dei progetti sono però pari a circa 150 miliardi di euro a fronte di un fabbisogno di 367,4 miliardi. Le opere portate a compimento rappresentano, in termini di valore, solo il 9,3% dell’intero programma. Le opere in corso sono il 9,9% e quelle contrattualizzate il 10,2%. L’immobilità urbana: patologia incurabile o terreno di scelte coraggiose? L’arretratezza dei nostri sistemi urbani in tema di mobilità è l’aspetto più emblematico della sfida attuale che comporta la sostenibilità urbana. Le città italiane, quelle grandi ma in parte anche quelle medie, sono gravemente malate di traffico. Paghiamo lo scotto di investimenti mancati nella fase di crescita delle nostre città, che si sono sviluppate sulla base di una spinta alla proliferazione edilizia priva di un progetto a medio-lungo termine. La dotazione di reti di trasporto collettivo su ferro è sottodimensionata rispetto alla domanda, e i mezzi di cui disponiamo viaggiano in condizioni di frequente sovraffollamento, scoraggiando così l’ampliamento dell’utenza. Rispetto alle principali città europee, le nostre città si caratterizzano negativamente in termini di estensione e volume di utenza della rete metropolitana: Londra 402 km, Madrid 293 km, Parigi 1,5 miliardi di passeggeri l’anno, a fronte degli 83 km di Milano e i 39 di Roma, per 331 milioni di passeggeri l’anno a Roma e 328 milioni a Milano. E gli autobus nelle città italiane viaggiano a una velocità commerciale di 12-13 km/h, ben più bassa della media europea (20 km/h). La mobilità ciclabile: una fenomenologia in crescita trainata dalla domanda Nel nostro Paese la bicicletta copre non più del 4% della domanda complessiva di mobilità. Nonostante ciò, nell’ultimo decennio si è registrato un aumento significativo delle persone che raggiungono almeno la loro destinazione abituale in sella a una bicicletta almeno 3 o 4 volte la settimana. Erano il 6,8% della popolazione nel 2002, hanno raggiunto il 13,5% nel 2007, oggi si attestano sul 18,7%. Si tratta di percentuali ancora molto basse se confrontate con quelle del Nord Europa, dove la media si aggira intorno al 30%. Circa 10,5 milioni di italiani dichiarano di usare occasionalmente la bicicletta e la quota sul totale della popolazione è passata in cinque anni dal 16,9% al 23,5%. La ridestinazione di parti della viabilità oggi dedicate esclusivamente al traffico motorizzato, la realizzazione di «dorsali ciclabili» di attraversamento e di ciclostazioni in prossimità delle aree ferroviarie centrali favorirebbero lo sviluppo ulteriore della mobilità ciclabile. 7. I soggetti economici dello sviluppo Roma, 2 dicembre 2011 Economia in bilico tra creazione e distruzione di valore Le forti tensioni sul mercato del debito sovrano pongono ormai da mesi il Paese lungo un sentiero tortuoso caratterizzato non solo dalla mancata crescita dei fondamentali, ma anche da uno scontro tra finanza ed economia reale. Le performance a sei mesi (maggio-ottobre 2011) dei titoli azionari alla Borsa di Milano indicano una perdita complessiva di valore del 24%. Eppure l’economia reale dà segnali diversi. Nel primo semestre del 2011 le esportazioni italiane sono aumentate del 16%. Il saldo con l’estero del manifatturiero è in attivo per più di 34 miliardi di euro, mostrando una discreta capacità competitiva. Sebbene la quota italiana del commercio mondiale sia scesa nell’ultimo anno dal 3% al 2,9%, nei primi due trimestri del 2011 l’indice del fatturato dell’industria è aumentato del 7% trainato soprattutto dalle vendite all’estero. E anche il risultato di gestione delle principali banche italiane è cresciuto del 6,3% su base annua e l’utile netto dell’8,5%. Il fenomeno reti d’impresa: modello aperto e polifunzionale Il 2011 si chiude con quasi 150 Contratti di rete attivi. Si tratta di uno dei pochi strumenti di innovazione nel campo delle politiche a sostegno del tessuto produttivo. Tra la fine del 2010 e il settembre del 2011 sono stati stipulanti, in media, 12 contratti al mese. Complessivamente, la parte più consistente (il 48%) riguarda aziende localizzate al Nord, ma anche al Sud esistono casi interessanti di collaborazione. L’elemento di maggiore rilievo è il carattere polifunzionale degli accordi e la molteplicità dei settori produttivi coinvolti. La maggior parte delle aziende opera nel manifatturiero (il 46%), ma le imprese dei servizi sono comunque più di un quarto, seguite dall’edilizia (il 14% delle imprese partecipanti). Si configura così un modello aperto di rete, non solo per la varietà dei comparti, ma anche per i molti casi di «meticciato», ovvero di incontro fra imprese con specializzazioni e competenze diverse. Il nuovo ciclo espansivo dei distretti produttivi Nel primo semestre del 2010 e nel primo del 2011 l’incremento tendenziale dell’export dei 140 principali distretti industriali è stato rispettivamente del 6,2% e del 14,5%. Nei primi sei mesi dell’anno hanno registrato i maggiori incrementi dell’export: le macchine tessili di Brescia (+54%), la meccanica strumentale di Vicenza (+42%), i metalli di Brescia (+37%), la metalmeccanica di Lecco, le macchine per imballaggio di Bologna e le macchine per la ceramica di Modena e Reggio Emilia, tutte con variazioni superiori al 25%. Pur restando il territorio europeo (in particolare Germania e Francia) l’area in cui i distretti registrano le maggiori quote di mercato, è nelle economie emergenti che la crescita dell’export distrettuale cresce a ritmi molto sostenuti: +35,8% in Cina nel primo semestre del 2011, +21% in Russia. Il valore del mare nel sistema economico italiano Il cluster marittimo contribuisce alla formazione del Pil con una quota del 2,6% (pari a 39,5 miliardi di euro) e assorbe il 2% dell’occupazione. Il valore delle esportazioni è di 9,7 miliardi di euro (il 3,3% dell’export nazionale). Grazie al carattere complesso e multiforme, il cluster marittimo ha attraversato la fase di crisi iniziata nel 2008 attivando strategie di riposizionamento dinamico, che consentono oggi di riprendere la marcia. Ma è necessario un piano organico, fattibile e con finanziamenti certi, di interventi sulle infrastrutture materiali e di collegamento terra-mare. Il ciclo evanescente dei risparmi La propensione al risparmio delle famiglie italiane, che a metà degli anni ’90 era superiore al 20% del reddito disponibile e a metà dello scorso decennio oscillava ancora tra il 15% e il 17%, ha subito una progressiva contrazione, attestandosi oggi su un ben più modesto 11,3%. Per ogni famiglia i risparmi accumulati su base trimestrale sono passati dai 1.860 euro di fine 2005 a poco più di 1.200 euro alla metà del 2011: una flessione complessiva del 34,5% in cinque anni e mezzo. Nella prima parte dell’anno, soltanto il 28,2% delle famiglie italiane è stato in grado di mettere da parte una quota del proprio reddito mensile, il 53% è andato in pari tra quanto speso e quanto guadagnato, il 18,8% non è riuscito a coprire per intero le necessità di consumo. 8. Comunicazione e media Roma, 2 dicembre 2011 Palinsesti «fai da te» nell’era della personalizzazione dei media Nel 2011 l’utenza complessiva della televisione – che resta sempre il mezzo più diffuso nel panorama mediatico italiano – rimane sostanzialmente invariata: il 97,4% della popolazione. Ma è avvenuto un ampio rimescolamento al suo interno, dipendente in larga misura dalla progressiva diffusione sul territorio nazionale del segnale digitale terrestre, responsabile di un nuovo impulso impresso ai canali e ai programmi tv. L’utenza della tv digitale terrestre è aumentata di oltre 48 punti percentuali tra il 2009 e il 2011 arrivando al 76,4% della popolazione, ovviamente a scapito della tv analogica (-27,1%). La tv satellitare mantiene costante la quota dei suoi telespettatori (il 35,2% degli italiani), dopo il significativo incremento registrato tra il 2007 e il 2009. La web tv aumenta la sua utenza di ulteriori 2,6 punti percentuali nell’ultimo biennio (l’utenza complessiva sale al 17,8%), mentre la mobile tv rimane a livelli bassi, relegata a un pubblico saltuario e di nicchia (0,9%). Soprattutto i giovani (14-29 anni) diversificano ampiamente le possibilità attraverso le quali seguire le trasmissioni televisive: il 95% utilizza la televisione tradizionale (analogica o digitale terrestre), il 40,7% la web tv, il 39,6% la tv satellitare, il 2,8% l’iptv, l’1,7% la mobile tv. Anche l’ascolto della radio in generale rimane complessivamente stabile, sempre a livelli molto alti di utenza (otto italiani su dieci). Si rafforza l’autoradio, con il 65,2% di ascoltatori, incrementando nell’ultimo biennio di 1,4 punti percentuali la sua utenza. Rimane costante l’ascolto della radio via Internet (8,4%) o tramite il cellulare (7,8%), ed è in lieve flessione l’uso del lettore mp3 come radio (14,8%), soppiantato in molti casi dall’utilizzo degli smartphone. Si conferma il periodo di grave crisi attraversato dalla carta stampata. I quotidiani a pagamento (47,8% di utenza) perdono il 7% di lettori tra il 2009 e il 2011 (complessivamente -19,2% rispetto al 2007). La free press cresce di poco (+1,8%, salendo al 37,5% di utenza). I periodici resistono, specie i settimanali (28,5% di utenza), grazie agli sforzi di innovazione e di marketing, a cominciare dagli allegati venduti unitamente ai rotocalchi. Si tratta di media soprattutto per donne: più di una su tre legge i settimanali, mentre solo un uomo su cinque fa altrettanto. Tengono anche i libri, con il 56,2% di utenza, ma il dato si spacca tra il 69,5% dei soggetti più istruiti (diplomati e laureati) che hanno letto almeno un libro nel corso dell’ultimo anno, contro il 45,4% delle persone meno scolarizzate. Gli e-book ancora non decollano: 1,7% di utenza. Stabile la lettura delle testate giornalistiche on line (+0,5%, con un’utenza del 18,2%), che però non si possono più considerare le versioni esclusive del giornalismo sul web, perché i diversi portali d’informazione on line contano oggi un’utenza pari al 36,6% degli italiani. Per l’uso del telefono cellulare si rileva in generale una flessione (-5,5% complessivamente tra il 2009 e il 2011), complici gli effetti della crisi. Ed è in atto una migrazione dell’utenza dagli apparecchi basic (-8%), con funzioni limitate alle sole telefonate e all’invio e ricezione degli sms, agli apparecchi smartphone (+3,3%, con un’utenza che sale complessivamente al 17,6% e al 39,5% tra i giovani). È bene qui rimarcare che questi dati non rilevano il possesso dell’apparecchio, bensì ne misurano l’utilizzo effettivo. Infine, va sottolineato il dato di crescita proprio dell’utenza del web, che nel 2011 supera finalmente la fatidica soglia del 50% della popolazione italiana, attestandosi per l’esattezza al 53,1% (+6,1% rispetto al 2009). Il dato complessivo si fraziona tra l’87,4% dei giovani e il 15,1% degli anziani (65-80 anni), tra il 72,2% dei soggetti più istruiti e il 37,7% di quelli meno scolarizzati. Tutti i dati confermano l’affermazione progressiva di percorsi individuali di fruizione dei contenuti e di acquisizione delle informazioni da parte dei singoli, con processi orizzontali di utilizzo dei media in base a palinsesti multimediali personali e autogestiti, basati sulla integrazione di vecchi e nuovi media. È l’utente a spostarsi all’interno dell’ampio e variegato sistema dei mezzi di comunicazione per scegliere il contenuto che più gli interessa secondo le modalità e i tempi che più gli sono consoni: ognuno si costruisce una nicchia di consumi mediatici e palinsesti «fatti su misura». Internet contro la marginalità informativa Nel mondo dell’informazione la centralità dei telegiornali è ancora fuori discussione, visto che l’80,9% degli italiani li utilizza come fonte principale. Tra i giovani, però, il dato scende al 69,2%, avvicinandosi molto al 65,7% riferito ai motori di ricerca su Internet e al 61,5% di Facebook. Per la popolazione complessiva, al secondo posto si collocano i giornali radio (56,4%), poi la carta stampata con i quotidiani (47,7%) e i periodici (46,5%). Dopo ci sono il televideo (45%), i motori di ricerca come Google (41,4%), i siti web d’informazione (29,5%), Facebook (26,8%), i quotidiani on line (21,8%). Nel caso delle tv all news (16,3% complessivamente) risultano discriminanti l’età (il dato sale al 20,1% tra gli adulti) e il titolo di studio (il 21,7% tra i diplomati e laureati). Le app per smartphone o tablet arrivano al 7,3% di utenza e Twitter al 2,5%. A fronte della parte di popolazione che usa molte fonti informative, ci sono poi quelli che non si informano affatto (il 10,2% dell’intera popolazione), oppure ricorrono solo ai telegiornali o a un mix di media tutto affidato alla ricezione audiovisiva passiva (telegiornale, giornale radio, televideo) (10,1%). La situazione complessiva del nostro Paese può essere riassunta in questo modo: ogni dieci italiani, ce n’è uno che non si informa, uno che accede solo a tg e gr, tre che hanno un ventaglio più ampio di fonti da cui sono escluse però quelle che hanno a che fare con Internet, infine cinque che usano più o meno tutte le fonti intrecciandole in vari modi. La politica, star della tv Quando va in onda un talk show politico, davanti alla televisione si siede il 49,8% degli italiani. L’altra metà (esattamente il 50,2%) cambia canale o spegne il televisore. L’utente tipo dei talk show politici è di sesso maschile (52,9%), ultrasessantacinquenne (56,7%), residente in un Comune di medio-grandi dimensioni (57,1%), del Centro Italia (60,2%). Il livello d’istruzione non sembra una discriminante fortemente significativa, in questo caso: tra i meno scolarizzati prevalgono i no con il 51,5% delle risposte, mentre tra i più istruiti s’impongono i sì con il 51,3%. Quasi il 70% dei giovani tra i 14 e i 29 anni non li segue affatto. I ritardi della rivoluzione digitale L’Italia continua a rimanere indietro rispetto a molti Paesi dell’Unione europea, sia per quel che riguarda la diffusione dell’accesso a Internet, sia per la qualità della connessione. Il nostro Paese si colloca al ventunesimo posto in entrambi i casi: per quanto riguarda l’accesso a Internet da casa, tra le famiglie che hanno almeno un componente tra i 16 e i 64 anni si raggiunge il 59% (rispetto alla media europea del 70%). L’accesso mediante banda larga registra invece un tasso di penetrazione del 49% rispetto alla media europea del 61%. 9. Governo pubblico Roma, 2 dicembre 2011 Il recupero dell’e-government L’Italia è tra i Paesi europei con le migliori performance relativamente alla disponibilità on line di alcuni servizi pubblici fondamentali, come il registro automobilistico e la dichiarazione dei redditi. Abbiamo toccato il vertice della classifica con una performance del 100% di fronte a una media europea che si ferma all’82%. L’incremento rispetto all’anno precedente è di 31 punti percentuali. Ma solamente il 17% dei cittadini italiani ha fruito di servizi on line della Pubblica Amministrazione negli ultimi tre mesi. Siamo penultimi in Europa, davanti alla Grecia, e lontanissimi dalla Norvegia (quasi il 70% della popolazione). La situazione migliora nel caso delle imprese: l’84% utilizza Internet per interagire con la Pa, meno del 96% della Norvegia, ma più del 67% di Spagna e Inghilterra. La riduzione del carico amministrativo sulle imprese Il ritardo nei pagamenti della Pubblica Amministrazione è stimato per l’Italia in 100 giorni, contro una media europea di 25. Il costo di start up di un’impresa è pari al 18,5% del reddito pro-capite in Italia, il 5,5% in Europa. E le imprese italiane sopportano un carico di costi amministrativi pari a 70 miliardi di euro l’anno, quasi 5 punti percentuali di Pil. Gli interventi di semplificazione amministrativa avviati di recente dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione dovranno portare a una riduzione per un importo superiore a 11 miliardi di euro in aree di competenza statale come il lavoro, la previdenza (ad esempio, la tenuta dei libri paga e le denunce contributive mensili), il fisco (dichiarazioni annuali e comunicazione Iva, dichiarazioni dei sostituti d’imposta). Un’ulteriore riduzione di costi potrebbe poi derivare da interventi in aree di competenza delle Regioni e degli enti locali. Su questo versante il risparmio per il sistema produttivo sarebbe pari a 5,3 miliardi di euro, portando il contenimento del carico amministrativo per le imprese a circa 16 miliardi di euro. Parlamenti in crisi d’identità Delle 197 leggi approvate nel corso dell’attuale Legislatura, ben 163 sono state proposte dal Governo e solamente 34 dal Parlamento. Siamo passati dal 77% di leggi approvate su iniziativa governativa nella XIII Legislatura al 78,4% nella XIV, fino al picco dell’88,4% nella XV Legislatura. La capacità propositiva delle Camere appare in affanno. Delle 6.567 proposte di legge presentate nel corso dell’attuale Legislatura, ben 6.018 (il 91,6%) erano di iniziativa parlamentare, ma poi solamente 34 sono state trasformate in leggi dello Stato, con una percentuale di successo che si ferma allo 0,56%: vale a dire una legge ogni 200 proposte legislative. E l’attività di controllo del Parlamento sul Governo è esercitata con sempre maggiore difficoltà: solo il 37% delle interrogazioni parlamentari ha ricevuto una risposta. La retorica antipolitica ha buon gioco e molte carte da giocare: degli attuali 24 ministri in carica, 22 sono parlamentari, così come 4 viceministri, 33 sottosegretari, 11 presidenti di Provincia, 3 assessori provinciali, 17 consiglieri provinciali, 22 sindaci, 11 assessori comunali e 41 consiglieri comunali. Democrazia partecipativa: antidoto alla logica Nimby L’Italia è un Paese sempre più in stallo sul fronte delle grandi opere. Nel 2010 i progetti contestati ammontavano a 320, raddoppiati in cinque anni: erano 104 nel 2005, 171 nel 2006, 193 nel 2007, 264 nel 2008, 283 nel 2009. Le cause sono molteplici, ma tutte si possono riassumere in una carenza di informazione e di dialogo con le comunità interessate. Se ne può uscire con un cambiamento di approccio da parte di tutte le parti in causa, all’insegna del dialogo, di un’informazione chiara e corretta, della partecipazione. 10. Sicurezza e cittadinanza Roma, 2 dicembre 2011 La criminalità oltre l’emotività Negli ultimi tre anni la criminalità in Italia è in calo: si è passati dai 2.933.146 reati denunciati nel 2007 ai 2.621.019 del 2010. L’Italia presenta un quoziente di 45,1 reati denunciati per mille abitanti, inferiore alla media europea di 57,1 per mille e alla gran parte dei Paesi europei. Resta però alto il sentimento di paura nei contesti urbani di dimensioni maggiori. In una classifica guidata da Stoccolma, Roma si trova al 21° posto, con il 78,9% della popolazione che si sente tranquilla nella zona in cui vive (tre anni fa la quota era più alta: l’86%). Migliori di quelli di Roma, i dati di Berlino (98,5%), Parigi (93,3%), Londra (91%) e Madrid (90,5%). Le tante forme della violenza quotidiana Una indagine del Censis fotografa bene un clima sociale in cui si afferma con forza la primazia dell’io e la convinzione che le regole abbiano un peso relativo. L’85,5% degli italiani si arroga il diritto di essere il giudice unico dei propri comportamenti, affermando il primato della coscienza individuale. Il 67,6% ritiene che le regole non devono soffocare la libertà personale. Una libertà che può arrivare anche all’utilizzo delle cattive maniere per difendersi da quello che si considera un sopruso (la pensa così il 51,4%). Anche perché, se non ci si fa rispettare, non si riuscirà mai a ottenere il rispetto altrui (secondo il 70,7%). Aumenta così il conflitto. Tra il luglio 2010 e il giugno 2011 si sono svolte 241 manifestazioni di piazza con disordini, il 53,5% in più rispetto all’anno precedente, con un totale di 556 persone ferite, 1.486 denunciati e 100 arrestati. Evoluzione della contraffazione e misure di contrasto Degli oltre 56.000 sequestri effettuati da Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane negli ultimi tre anni (quasi 175 milioni di pezzi sequestrati), il 57,6% ha riguardato accessori (il 36,7% dei sequestri, oltre 43 milioni di pezzi) e capi di abbigliamento (il 20,9%, oltre 37 milioni di pezzi). Seguono i sequestri di calzature (il 14,5%, oltre 11 milioni di pezzi), occhiali (il 6,2%, 2,5 milioni di pezzi), orologi e gioielli (il 5,9%, oltre 2 milioni di pezzi) e apparecchiature elettriche (il 4,2%, 3,5 milioni di pezzi). I sequestri di giochi e giocattoli sono stati l’1,7% del totale, per un numero però molto elevato di pezzi (oltre 23 milioni). Cosmetici e profumi rappresentano appena lo 0,3% dei sequestri, con il ritiro però di oltre 5 milioni di pezzi. La domanda di prodotti falsi si mantiene elevata nel tempo. Anche se tra gli italiani prevale chi ritiene che comprare oggetti falsi sia un reato (40%) o una fregatura (35%), circa un quarto dei consumatori non condanna l’acquisto di prodotti contraffatti, il 16% ritiene che sia un diritto del consumatore poter scegliere, così come avere prodotti «di marca» a costi contenuti (9%). E sono prodotti nei quali ci si imbatte quotidianamente, basta anche solo uscire di casa: per la maggior parte vengono acquistati infatti sulle bancarelle (65,2%), in spiaggia (16,8%) o nei negozi (15,3%). Le prospettive di mobilità economica e sociale degli immigrati Da una recente indagine del Censis emerge che per gli immigrati vivere in Italia è una scelta di vita solida e soddisfacente. Il 54% ritiene che il nostro sia uno dei Paesi al mondo in cui si vive meglio e il 72,4% pensa che da qui a dieci anni non lascerà l’Italia. Anzi, il 45,8% prevede di acquistare una casa e il 16,4% di ristrutturare quella in cui vive. Lo studio viene visto come lo strumento più importante per garantire un percorso di crescita ai giovani. Il 98,4% degli immigrati farà studiare i propri figli. Solo il 19,9% pensa che studieranno il minimo indispensabile (la quota è del 29,5% tra gli italiani), mentre il 75,8% vorrebbe che prendessero una laurea (il 64,5% tra gli italiani). L’Italia vista dai nuovi italiani A dispetto della crisi economica, per i nuovi italiani nel 2020 il nostro sarà sicuramente un Paese più benestante: ne è convinto il 65% degli immigrati. Secondo il 53,6% le industrie manifatturiere diminuiranno, ma l’Italia rappresenterà sempre di più un polo di attrazione per i turisti (79,2%) e si servirà sempre di più di energie alternative (83,8%). L’82,6% pensa che il numero degli stranieri continuerà ad aumentare e il 73,8% che la società italiana sarà sempre più aperta al mondo. Per il 68,2% saremo più solidali, più giusti secondo il 64,6%, e si costruiranno più reti di relazioni personali, di vicinato, di amicizia, che avranno per protagonisti anche gli immigrati (62,7%). CENSIS: 45° Rapporto sulla situazione sociale del paese 2011
Argomento: 

CENSIS: 44° Rapporto sulla situazione sociale del paese 2010

Descrizione breve: 
Rapporto sulla situazione sociale italiana.
Data: 
3 Dicembre 2010
Il Rapporto Annuale 2010 44° Rapporto sulla situazione sociale del paese Giunto alla 44a edizione, il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese in una confusa congiuntura. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto sottolineando come la società italiana sembra franare verso il basso sotto un’onda di pulsioni sregolate. L’inconscio collettivo appare senza più legge, né desiderio. E viene meno la fiducia nelle lunghe derive e nella efficacia della classe dirigente. Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita. Nella seconda parte, La società italiana al 2010, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: la pericolosa china verso l’appiattimento, la proliferazione della logica d’offerta, l’intreccio (virtuoso o pericoloso) dei sottosistemi, la frammentazione del potere. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza. Schede: 1. Considerazioni generali 2. Le famiglie resistono alla crisi, rischi per il lavoro, dura ristrutturazione del terziario 3. Processi formativi 4. Lavoro, professionalità, rappresentanze 5. Il sistema di welfare 6. Territorio e reti 7. I soggetti economici dello sviluppo 8. Comunicazione e media 9. Governo pubblico 10. Sicurezza e cittadinanza Dicembre 2010 1. Considerazioni generali Un inconscio collettivo senza più legge, né desiderio La società slitta sotto un’onda di pulsioni sregolate. Viene meno la fiducia nelle lunghe derive e nell’efficacia delle classi dirigenti. Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare le dinamiche sociali. Roma, 3 dicembre 2010 Abbiamo resistito Abbiamo resistito ai mesi più drammatici della crisi, seppure con una «evidente fatica del vivere e dolorose emarginazioni occupazionali». Al di là dei fenomeni congiunturali economici e politico- istituzionali dell’anno, adesso occorre una verifica di cosa è diventata la società italiana nelle sue fibre più intime. Perché sorge il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle sfide che dovremo affrontare. Una società appiattita Sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro. Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la fede in uno sviluppo continuato e progressivo), soppiantati dalla delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa. E una società appiattita fa franare verso il basso anche il vigore dei soggetti presenti in essa.«Una società ad alta soggettività, che aveva costruito una sua cinquantennale storia sulla vitalità, sulla grinta, sul vigore dei soggetti, si ritrova a dover fare i conti proprio con il declino della soggettività, che non basta più quando bisogna giocare su processi che hanno radici e motori fuori della realtà italiana». Un’onda di pulsioni sregolate Non riusciamo più a individuare un dispositivo di fondo (centrale o periferico, morale o giuridico) che disciplini comportamenti, atteggiamenti, valori. Si afferma così una «diffusa e inquietante sregolazione pulsionale», con comportamenti individuali all’impronta di un «egoismo autoreferenziale e narcisistico»: negli episodi di violenza familiare, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore del soggetto, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere, nella ricerca demenziale di esperienze che sfidano la morte (come ilbalconing). «Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti». Il declino parallelo della legge e del desiderio nell’inconscio collettivo Bisogna scendere più a fondo nella personalità dei singoli e nella soggettività collettiva per verificare come funziona l’inconscio. Qui si confrontano la legge (l’autorità esterna o interiorizzata) e il desiderio (che esprime il bisogno e la volontà di superare il vuoto acquisendo oggetti e relazioni). Ogni giorno di più il desiderio diventa esangue, indebolito dall’appagamento derivante dalla soddisfazione di desideri covati per decenni (dalla casa di proprietà alle vacanze) o indebolito dal primato dell’offerta di oggetti in realtà mai desiderati (con bambini obbligati a godere giocattoli mai chiesti e adulti al sesto tipo di telefono cellulare). «La strategia del rinforzo continuato dell’offerta è uno strumento invincibile nel non dare spazio ai desideri». Così, all’inconscio manca oggi la materia prima su cui lavorare, cioè il desiderio. Al tempo stesso, la desublimazione di archetipi, ideali, figure di riferimento rende labili i riferimenti alla legge (del padre, del dettato religioso, della stessa coscienza). «Si vive senza norma, quasi senza individuabili confini della normalità, per cui tutto nella mente dei singoli è aleatorio vagabondaggio, non capace di riferirsi ad un solido basamento». Tornare a desiderare Di fronte ai duri problemi attuali e all’urgenza di adeguate politiche per rilanciare lo sviluppo, viene meno la fiducia nelle lunghe derive su cui evolve spontaneamente la nostra società. Ancora più improbabile è che si possa contare sulle responsabilità della classe dirigente, sulleleadership partitiche o su un rinnovato impegno degli apparati pubblici. La tematica rigore-ripresa è ferma alle parole, la riflessione sullo sviluppo europeo è flebile, i tanti richiami ai temi all’ordine del giorno (la scuola, l’occupazione, le infrastrutture, la legalità, il Mezzogiorno) sono solo enunciati seriali. La complessità italiana è essenzialmente complessità culturale. Nella crisi che stiamo attraversando c’è quindi bisogno di messaggi che facciano autocoscienza di massa. Non esistono attualmente in Italia sedi di auctoritas che potrebbero ridare forza alla «legge». Più utile è il richiamo a un rilancio del desiderio, individuale e collettivo, per andare oltre la soggettività autoreferenziale, per vincere il nichilismo dell’indifferenza generalizzata. «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Attualmente tre sono i processi in cui sono ravvisabili germi di desiderio: la crescita di comportamenti «apolidi» legati al primato della competitività internazionale (gli imprenditori e i giovani che lavorano e studiano all’estero), i nuovi reticoli di rappresentanza nel mondo delle imprese e il lento formarsi di un tessuto federalista, la propensione a fare comunità in luoghi a misura d’uomo (borghi, paesi o piccole città). 2. L’Italia appiattita stenta a ripartire Crisi e globalizzazione portano disinvestimento dal lavoro, despecializzazione produttiva, risparmi stagnanti. Ma il Paese tiene grazie a intrecci virtuosi: welfare mix e reti di imprese. Roma, 3 dicembre 2010 L’appiattimento. Il disinvestimento individuale dal lavoro Mentre in tutto il mondo la ricetta per uscire dalla crisi prevede l’attivazione di tutte le energie professionali con l’auto-imprenditorialità, l’Italia - patria del lavoro autonomo e imprenditoriale - vede ridursi in questi anni proprio la componente del lavoro non dipendente: 437.000 imprenditori e lavoratori in proprio (artigiani e commercianti) in meno dal 2004 al 2009 (-7,6%). L’Italia è anche il Paese europeo con il più basso ricorso a orari flessibili nell’ambito dell’organizzazione produttiva: solo l’11% delle aziende con più di 10 addetti utilizza turni di notte, solo il 14% fa ricorso al lavoro di domenica e il 38% al lavoro di sabato. E siamo il Paese dove è più bassa la percentuale di imprese che adottano modelli di partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda (lo fa solo il 3% contro una media europea del 14%). Nei primi due trimestri del 2010 si è registrato poi un calo degli occupati tra 15 e 34 anni del 5,9%, a fronte di una riduzione media dello 0,9%. Poco fiduciosi nella possibilità di trovare un’occupazione, ma anche poco disponibili a trovarne una a qualsiasi condizione, i giovani hanno avvertito più degli altri gli effetti della crisi. Sono 2.242.000 le persone tra 15 e 34 anni che non studiano, non lavorano, né cercano un impiego. Più della metà degli italiani (il 55,5%) pensa che i giovani non trovano lavoro perché non vogliono accettare occupazioni faticose e di scarso prestigio: una valutazione che potrebbe apparire ingenerosa e stereotipata, se non fosse che ad esserne più convinti sono proprio i più giovani, tra i quali la percentuale sale al 57,8%. Il rischio di despecializzazione imprenditoriale Tra il 2000 e il 2009, il tasso di crescita dell’economia italiana è stato più basso che in Germania, Francia e Regno Unito. Ma il declino demografico o l’immobilismo del mercato del lavoro non c’entrano. A partire dal 2000, in Italia la popolazione residente è cresciuta del 5,8%, gli occupati dell’8,3% e il Pil dell’1,4% in termini reali. In Germania le variazioni sono: popolazione -0,4%, occupati +2,9%, Pil +5,2%. In Francia: residenti +6,2%, occupati +5,0%, Pil +10,9%. Nel Regno Unito: residenti +4,9%, occupati +5,4%, Pil +13,4%. Esiste un rischio di despecializzazione imprenditoriale. La quota dell’export italiano sul mercato mondiale è passata negli ultimi nove anni dal 3,8% al 3,5%. È migliorato il nostro posizionamento per prodotti come gli articoli di abbigliamento, i macchinari per uso industriale, i prodotti alimentari, ma abbiamo perso terreno nei comparti a maggiore tasso di specializzazione, come le calzature (-3,8%), la gioielleria (-4,3%), i mobili (-4,7%), gli elettrodomestici (-5,8%) e i materiali da costruzione (-13,7%). Il pericolo è che strategie di nicchia, design e qualità non bastino più senza maggiori iniezioni di innovazione nei prodotti. L’uso stagnante del risparmio familiare Mattone, liquidità, polizze: sono questi i pilastri ai quali le famiglie si sono ancorate per resistere alla crisi. Nel primo trimestre del 2010 i mutui erogati sono aumentati in termini reali del 10,1% rispetto alla stesso periodo del 2008, superando i 252 miliardi di euro. Nel biennio è aumentata la liquidità detenuta dalle famiglie (+4,6% in termini reali i biglietti e depositi a vista, +10,3% gli altri depositi). Nei primi nove mesi del 2010 i premi per nuove polizze vita sono aumentati del 22% rispetto allo stesso periodo del 2009. Tra le famiglie che fronteggiano pagamenti rateali, mutui o prestiti di vario tipo, il 7,8% dichiara di non essere riuscito a rispettare le scadenze previste, il 13,4% lo ha fatto con molte difficoltà, il 38,5% con un po’ di difficoltà: a soffrire di più sono state le famiglie monogenitoriali e le coppie con figli. Nonostante la generale propensione a evitare impieghi rischiosi, negli ultimi mesi si registra però il ritorno a un profilo meno prudente nella collocazione del risparmio familiare, con un aumento tra il primo trimestre 2009 e il primo trimestre 2010 delle quote di fondi comuni d’investimento (+29,3%) e delle azioni e partecipazioni (+12,5%). La proliferazione dell’offerta. L’artificiale promozione dei consumi Si moltiplicano gli strumenti pubblici e privati di incentivazione della domanda, con la progressiva spalmatura delle offerte promozionali lungo tutto l’anno. Con la crisi, si registra una crescita del credito al consumo (+5,6% nel 2008 e +4,7% nel 2009), mentre il valore delle operazioni con carte di pagamento ha raggiunto complessivamente i 252 miliardi di euro nel 2009. Hanno contribuito soprattutto le carte di credito (+9% di operazioni rispetto al 2008), le carte prepagate (+23,6%), i bonifici bancari automatizzati (+1,3%). La moltiplicazione delle spese indesiderate I consumi «obbligati» delle famiglie si sono attestati su un livello mai raggiunto in precedenza. Erano il 18,9% della spesa familiare complessiva nel 1970, il 24,9% nel 1990, il 27,7% nel 2000 e oggi superano il 30%. Crescono le forme di pagamento cui non ci si può sottrarre. Gli aumenti tariffari per il prossimo anno vengono calcolati in poco meno di 1.000 euro a famiglia. Poi ci sono i contributi aggiuntivi per le scuole dell’obbligo, le fasce blu per i parcheggi, le multe che sostengono le esangui casse dei Comuni, le revisioni di auto e caldaie, le parcelle per la dichiarazione dei redditi. Complessivamente, la stima della «tassazione occulta» elaborata dal Censis porta a 2.289 euro all’anno per una famiglia di tre persone. Gli eccessi nell’urbanizzazione del territorio Il boom immobiliare degli anni passati ha alimentato una nuova ondata di costruzioni, che cambiano la morfologia del paesaggio metropolitano. La quota di superficie territoriale impermeabilizzata è aumentata al 6,3%. Tra il 2005 e il 2009 le superfici degli ipermercati sono cresciute del 28%, quelle dei grandi centri di vendita specializzati (elettronica, arredamento, sport, bricolage) del 34,5%, il numero dei multiplex (i cinema con almeno 8 schermi) è salito del 21,5%. Gli intrecci virtuosi. L’irrobustimento delle reti fra imprese Nel 2010 sono state varate molte misure che incentivano la costituzione di forme di collaborazione fra imprese. Secondo una rilevazione del Censis, nelle aree distrettuali il dialogo tra tessuto produttivo, enti di formazione, strutture di ricerca, Confidi, centri servizi è cresciuto. Il 57% degli imprenditori intervistati si rivolge a laboratori di prova all’interno dell’area distrettuale, il 53% a strutture di formazione, quasi il 50% a un centro servizi per il distretto, il 43% a una struttura di coordinamento per le attività di esportazione presente nel suo territorio. I continui aggiustamenti del welfare mix Le famiglie sono un pilastro strategico del welfare, caricandosi di compiti assistenziali, particolarmente gravosi per le situazioni più problematiche di non autosufficienza e disabilità, di fatto sopperendo ai vuoti del sistema pubblico. Il numero delle persone disabili è stimato in 4,1 milioni. La presa in carico di queste situazioni riguarda le famiglie (i caregiver sono madri, coniugi e figli) e il ricorso alle badanti come soggetti principali dell’assistenza riguarda il 10,7% dei casi. Anche il volontariato continua a garantire una funzione strategica di provider di servizi in tempo di crisi. Secondo una recente indagine del Censis, un italiano su 4 (il 26,2%) svolge una qualche forma di volontariato. I settori nei quali si opera di più sono la sanità (il 33% dei casi) e nel Sud l’assistenza sociale (il 32,7%). La famiglia protagonista forzata delle vicende scolastiche Il disincanto delle famiglie non è l’unica reazione sociale in campo educativo. Ad esso si sovrappongono i crescenti oneri diretti e indiretti. Il 56,5% delle scuole italiane (dalla materna alle superiori) ha chiesto in quest’anno scolastico un contributo volontario alle famiglie, aggiuntivo alle tasse scolastiche e al costo della mensa. Il valore medio versato è stato pari a 80 euro, con punte fino a 100 euro nella scuola primaria e 260 euro nei licei. Un quarto delle scuole ha aumentato il contributo richiesto rispetto all’anno precedente. Il 36,4% delle scuole dispone anche di altre forme private di finanziamento: donazioni, proventi da distributori automatici di cibi e bevande, sponsorizzazioni, pubblicità o affitto di locali. Le famiglie tengono alle scuole dei figli, tanto che hanno collaborato ai lavori di piccola manutenzione (come ridipingere le pareti) del 13,6% degli edifici. Tra il 2001 e il 2009 aumenta al 15,7% la quota di minori in età scolare che hanno frequentato almeno un corso o lezioni private (+4,7%). Gli incrementi riguardano le lezioni private per il recupero scolastico (+2,3%), i corsi di tipo artistico o culturale (+2%), o di lingue straniere (+1,3%). Gli intrecci perversi. I limiti del galleggiare sul nero Se il Paese non imbocca con decisione il sentiero della ripresa dipende anche dal fatto che sul sistema pesano come macigni un debito pubblico enorme, che ogni anno drena risorse per il 4,7% del Pil, e un’evasione fiscale che le stime più rosee valutano intorno a 100 miliardi di euro l’anno. L’economia irregolare, dopo un lungo periodo di frenata, ha ripreso a crescere, registrando tra il 2007 e il 2008 un aumento del valore del 3,3%, portando l’incidenza sul Pil dal 17,2% al 17,6%. A trainarla è stata la componente più invisibile, legata ai fenomeni di sottofatturazione e di evasione fiscale (+5,2%), la cui incidenza sul valore complessivo del sommerso raggiunge ormai il 62,8%. Di contro, il valore imputabile al fenomeno del lavoro irregolare resta sostanzialmente stabile (+0,1%) e la sua incidenza scende dal 38,4% al 37,2%. Ma gli italiani iniziano a guardare con preoccupazione al dilagare di questi fenomeni, su cui da sempre si è chiuso un occhio, anche per convenienza personale. Secondo un’indagine del Censis, il 44,4% degli italiani individua nell’evasione fiscale il male principale del nostro sistema pubblico, il 60% ritiene che negli ultimi tre anni l’evasione fiscale sia aumentata, il 51,7% chiede di aumentare i controlli per contrastare l’evasione. Tuttavia, di fronte a un esercente che non rilascia lo scontrino o la fattura, ancora più di un terzo degli italiani (il 34,1%) ammette candidamente di non richiederlo, tanto più se questo consente di risparmiare qualche euro. I grumi perversi della criminalità organizzata In Sicilia, Campania, Calabria e Puglia sono 448 i Comuni in cui sono presenti sodalizi criminali, 441 quelli in cui si trovano beni immobili confiscati alle organizzazioni criminali, 36 quelli sciolti negli ultimi tre anni per infiltrazioni mafiose. Complessivamente si tratta di 672 territori comunali, che occupano il 54,8% della superficie delle quattro regioni, dove vive il 79,2% della popolazione (più di 13,4 milioni di persone, che rappresentano il 22,3% dell’intera popolazione italiana). Rispetto a tre anni fa, il numero dei Comuni è aumentato (nel 2007 erano 610). La regione dove la presenza della criminalità organizzata e il controllo del territorio sono più pressanti è la Sicilia (dove il 52,3% dei Comuni presenta almeno un indicatore di criminalità organizzata, coinvolgendo l’83,1% della popolazione), segue la Puglia (con il 43% dei Comuni), la Calabria (38,4%) e la Campania (36,3%). L’indicatore segnala la presenza di attività criminali a diverso livello d’insediamento, con l’ambiguità che dove più si perseguono le mafie ce n’è maggiore evidenza. Tuttavia, la pervasività nel territorio meridionale della criminalità organizzata viene confermata in crescita. La frammentazione del potere. Le ambivalenze della verticalizzazione in politica. Dopo il lungo ciclo iniziato negli anni ’80, con la voglia di maggiore decisionismo e governabilità, oggi quasi il 71% degli italiani ritiene che la scelta di dare più poteri al governo e/o al capo del governo non sia adeguata per risolvere i problemi del Paese. Il distacco è più marcato tra i giovani (75%), le donne (77%), le persone con titolo di studio elevato (quasi il 74% dei diplomati e oltre il 73% dei laureati).L’accelerazione dei processi decisionali della politica non si è verificata, se è vero che, ad esempio, secondo l’Eurobarometro il 74% degli italiani giudica negativamente il modo in cui opera la Pubblica Amministrazione nel nostro Paese: un dato nettamente superiore al valore medio europeo (52%) e a quanto rilevato in Spagna (53%), Francia (52%), Regno Unito (49%) e Germania (32%). I mancati effetti del decisionismo Secondo un’indagine del Censis, la maggioranza relativa degli italiani (il 34,4%) ritiene che la classe politica litigiosa sia il principale problema che grava sulla ripresa economica del Paese, prima ancora della elevata disoccupazione (29,6%), e soprattutto sulla possibilità di realizzare gli interventi. Molti dei provvedimenti varati negli ultimi anni hanno avuto un modesto impatto reale. I beneficiari della social card sono 450.000, a fronte di 830.000 richieste e una platea di riferimento annunciata di circa 1,3 milioni di persone. Per il Piano casa si parlava di investimenti per 70 miliardi di euro, ma a più di un anno di distanza in oltre 60 Comuni capoluogo di provincia sono state presentate poco meno di 2.700 istanze (in media 42 per Comune). Per realizzare un’opera pubblica nel settore dei trasporti di valore superiore a 50 milioni di euro ci vogliono ancora mediamente 3.942 giorni, quasi 11 anni. I lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria sono stati avviati nel 1997 e il loro completamento, fissato al 2003, è stato posticipato prima al 2008 e poi al 2013. Federalismo fiscale: la sfida delle responsabilità diffuse Le amministrazioni locali (Regioni ed enti locali) raccolgono 250 miliardi di euro di entrate, ma di questi meno della metà proviene dall’azione tributaria, mentre il grosso (112 miliardi) è costituito da trasferimenti delle amministrazioni centrali. L’87,3% delle entrate dello Stato ha carattere tributario, ma solo il 37,1% nelle amministrazioni locali. È da questi dati e dalla valutazione sulla componente dei trasferimenti che potrebbe essere oggetto di riscossione diretta che il federalismo fiscale deve partire. 3. Processi formativi Roma, 3 dicembre 2010 Rallenta la crescita degli alunni stranieri a scuola Pur se ancora di segno positivo, il tasso di incremento della presenza a scuola di alunni con cittadinanza non italiana manifesta una progressiva decelerazione, attestandosi sul +7% nell’anno scolastico 2009-2010. In termini assoluti, si tratta di un incremento di 44.232 alunni, che portano a un peso percentuale del 7,5% sul totale della popolazione scolastica. In particolare, la presenza di alunni con cittadinanza non italiana supera la quota dell’8% nella scuola dell’infanzia (8,1%), primaria (8,7%) e secondaria di I grado (8,5%), e si mantiene intorno al 5% nella secondaria di II grado (5,3%). Aumentano le esperienze di alternanza scuola-lavoro Continua la diffusione nelle scuole secondarie di II grado di esperienze strutturate di alternanza scuola-lavoro, che nel 2009-2010 hanno coinvolto 71.561 studenti (+3,2% rispetto al 2008-2009) di 1.331 istituti (+22,3%). Il numero di imprese coinvolte si avvicina alla soglia delle 30.000 unità. L’importanza crescente del contributo finanziario di famiglie e privati alle scuole italiane I contributi volontari versati dalle famiglie sono un’entrata sempre più importante per la gestione delle scuole statali. Secondo un’indagine del Censis, il 53% delle scuole statali di ogni ordine e grado ha richiesto quest’anno il contributo. Le somme richieste a livello pre-scolare o di scuola dell’obbligo sono in media di modesta entità (16,4 euro nella scuola dell’infanzia e 19,8 euro nella scuola secondaria di I grado). Nelle scuole di II grado, invece, il contributo medio supera gli 80 euro pro-capite, con oscillazioni fino ai 260 euro nei licei. Il 25% dei dirigenti dichiara di averne dovuto aumentare l’importo rispetto allo scorso anno. Aderisce alla richiesta l’82,7% dei genitori. Ci sono poi i finanziamenti provenienti da soggetti privati esterni all’istituto scolastico: un fenomeno che riguarda il 36,4% delle scuole. Il principale canale di reperimento di risorse aggiuntive private è costituito dalle donazioni (il 46,4% dei casi), seguono i proventi dovuti all’installazione di macchine distributrici di bevande e alimenti (34,8%), l’individuazione di uno sponsor o la concessione di spazi pubblicitari (31,8%). La scuola digitale tra aspettative elevate e criticità attuali L’84,9% delle scuole possiede una o più Lavagne interattive multimediali (Lim), dislocate in aule ordinarie o in laboratori speciali. Si oscilla tra l’88% delle scuole nel Nord-Ovest e l’83,4% nel Sud. È quanto emerge da una rilevazione del Censis sull’introduzione nelle scuole delle Lim come supporti didattici in grado di innovare l’ambiente di apprendimento e le metodologie didattiche. Nel 91,4% dei casi le risorse per l’acquisto delle Lim hanno origine ministeriale. In misura minore, e spesso in aggiunta alle risorse ministeriali, le Lim sono state acquistate dalle scuole con fondi propri (20%) o grazie all’intervento di Regioni ed enti locali (10%), o sono state donate da soggetti privati (6,6%). Tecnici superiori: sarà la volta buona? Il tasso di diploma post-secondario in Italia è pari al 3%, meno della metà del dato medio Ocse (7,2%), mentre la quota nazionale di studenti che concludono percorsi di istruzione terziaria tecnico-professionali orientati all’inserimento professionale si è attestata nel 2008 sullo 0,7% (media Ocse: 12,2%). Oggi però comincia a innestarsi un nuovo modello d’offerta, il cui asse portante è costituito dagli Istituti tecnici superiori (Its). Sono 15 le Regioni che hanno avviato la costituzione di 48 Its (21 al Nord, 14 al Centro, 13 al Sud e nelle isole) operativi soprattutto nel settore delle nuove tecnologie per il made in Italy (24), mobilità sostenibile (8), tecnologie dell’informazione e della comunicazione ed efficienza energetica (5), tecnologie innovative per i beni culturali/turismo e tecnologie per la vita (3). Le sfide da affrontare per un rilancio del sistema universitario italiano Secondo la tradizionale indagine del Censis presso i presidi di Facoltà, al primo posto tra i fattori di spinta della competitività del sistema universitario viene individuato il costante miglioramento dei servizi offerti (53,8%), al secondo e terzo posto la mobilità internazionale degli studenti (46,2%) e lo sviluppo di collaborazioni internazionali (37,5%). Sempre in relazione all’internazionalizzazione, un preside su 4 (26%) indica lo sviluppo di corsi di laurea a doppio o congiunto titolo. 4. Lavoro, professionalità, rappresentanze Roma, 3 dicembre 2010 Allarme giovani La crisi ha scaricato i suoi effetti su una sola componente del mercato del lavoro, quella giovanile. Nel 2009 tra gli occupati di 15-34 anni si sono persi circa 485.000 posti di lavoro (-6,8%) e nei primi due trimestri del 2010 se ne sono bruciati quasi altri 400.000 (-5,9%). Di contro, se si esclude la fascia immediatamente successiva, dei 35-44enni, dove pure si è registrato un decremento del livello di occupazione (-1,1% tra il 2008 e il 2009 e -0,7% nel 2010), in tutti gli altri segmenti generazionali, non solo l’occupazione ha tenuto, ma è risultata addirittura in crescita: è aumentata di 85.000 unità tra i 45-54enni (+1,4% tra il 2008 e il 2009) e di oltre 100.000 tra gli over 55 (+3,7%). I primi segnali relativi al 2010 (+2,4% per i primi, +3,6% per i secondi) sembrano andare nella stessa direzione. Tra le ragioni che hanno visto così penalizzata la componente giovanile del lavoro vi è il loro maggiore coinvolgimento nei fenomeni di flessibilità: tra il 2008 e il 2009, a fronte della sostanziale tenuta del lavoro a tempo indeterminato, si è registrata una fortissima contrazione sia del lavoro a progetto (-14,9%), sia del lavoro temporaneo (-7,3%). Lavoro in proprio cercasi Nell’ultimo decennio, a fronte di una crescita del lavoro dipendente di 2.406.000 unità (+16,2% tra il 1999 e il 2009), i lavoratori autonomi sono diminuiti di circa 200.000 unità (-3,8%), portando la loro incidenza sul totale degli occupati dal 26,6% al 24,5%. Tra le diverse tipologie di lavoro autonomo, ad essere più in crisi è quella imprenditoriale. Tra il 2004 e il 2009, il numero di imprenditori è passato da 400.000 circa a 260.000, cioè 140.000 in meno (-35,1%). Il lavoro libero professionale ha registrato una piccola crescita (+2,2%), mentre i lavoratori in proprio (piccoli artigiani e commercianti) hanno visto indebolite le loro fila di oltre 90.000 occupati (-2,5%). Sono soprattutto i giovani a cimentarsi di meno nell’attività in proprio. I lavoratori autonomi con meno di 35 anni sono passati da 1.480.000 a 1.070.000, 400.000 in meno (-27,8%), mettendo così in discussione una delle più consolidate certezze del sistema di sviluppo italiano. L’anno zero della contrattazione La maggioranza degli italiani sembra ormai convinta che la crescita di competitività di cui il sistema-Paese ha bisogno non possa avvenire senza un surplus di impegno da parte di tutti. Circa l’80% si dichiara d’accordo sul fatto che la retribuzione dei lavoratori dovrebbe essere collegata per una quota significativa alla produttività individuale. Una delle strade da percorrere è il rilancio della contrattazione decentrata. Nell’ultimo decennio, tra le aziende industriali con oltre 20 addetti il ricorso alla contrattazione di secondo livello è andato progressivamente diminuendo: se alla fine degli anni ’90 il 43,4% delle aziende aveva sottoscritto nel corso del decennio (1990-1998) almeno un contratto integrativo aziendale, coinvolgendo il 64,1% degli addetti, nel 2008 la percentuale è scesa al 30,6% e quella degli occupati al 54,4%. Il nodo del lavoro terziario Nell’ultimo decennio il terziario è stato, assieme alle costruzioni, il settore che più ha contribuito all’aumento della forza occupazionale del Paese, con la creazione di 2,2 milioni di nuovi posti di lavoro tra il 1999 e il 2009. Si sono così colmate le perdite registrate nell’agricoltura (-150.000 unità circa) e nell’industria (-280.000 lavoratori). La capacità di crescita del terziario si è andata però progressivamente esaurendo: il contributo alla creazione di nuova occupazione è passato da 1,3 milioni nel quinquennio 1999-2004 a 890.000 nel quinquennio 2004-2009. L’andamento negativo dell’ultimo anno (-0,8% tra il 2008 e il 2009), non controbilanciato da una ripresa nell’anno in corso (al secondo trimestre del 2010 i dati evidenziano una tendenziale stagnazione), sembra confermare i segnali già emersi. Le dinamiche interne al settore terziario sono tuttavia molto differenziate. Il mondo dei servizi sociali alla persona e alla famiglia è un’area in forte crescita occupazionale (+36,3% tra il 2004 e il 2009). Il terziario alle imprese è un comparto in consolidamento, registrando una significativa crescita del lavoro (+9,9%). Altri comparti stanno vivendo una vera e propria fase di metamorfosi, con uno stravolgimento degli assetti organizzativi, come il turismo (+12,7% di occupati) e la grande distribuzione (+14%). All’insegna dell’immobilismo altri comparti come il credito, le assicurazioni e i trasporti, dove non si riscontrano apprezzabili fenomeni sul versante del lavoro. In forte ridimensionamento occupazionale è il commercio al dettaglio (-6,1% di occupati) e la Pubblica Amministrazione (- 2,8%). La tenace resistenza delle donne L’occupazione femminile sembra resistere meglio di quella maschile. Tra il 2008 e il 2009 sono stati gli uomini a registrare i maggiori contraccolpi della crisi, con una perdita secca di 274.000 occupati (-2%). Anche le donne hanno visto ridurre la propria partecipazione al lavoro, ma in misura meno drammatica: sono stati bruciati 105.000 posti di lavoro femminili, con un calo netto dell’1,1%. Una tendenza che sembra confermata anche nel 2010, considerato che nei primi due trimestri dell’anno, a fronte di un’ulteriore contrazione dell’occupazione maschile dell’1,1%, quella femminile registra un calo solo dello 0,5%. La sicurezza che ancora non c’è: il caso di colf e badanti Il 44,3% dei collaboratori domestici ha avuto almeno un incidente sul lavoro nell’ultimo anno, l’11,3% addirittura più di uno. Secondo l’indagine del Censis, si tratta di incidenti che nella maggior parte dei casi non comportano alcun tipo di inabilità al lavoro (48,6%), né l’esigenza di assentarsi (71,5%). Tuttavia, una quota non trascurabile di infortuni (il 28,5%), oltre a produrre effetti sulla salute di colf e badanti, condiziona il proseguimento dell’attività comportando l’assenza dal lavoro per inabilità: nel 18,8% dei casi superiore a tre giorni, nell’11,9% superiore a una settimana. Bruciature (18,7%), scivolate (16,1%), cadute dalle scale (12,2%) sono gli incidenti più frequenti tra colf e badanti. Ma la casistica appare ampia, con casi frequenti di ferite prodotte dall’utilizzo di coltelli o elettrodomestici (8,6%), strappi e contusioni da sollevamento (7,6%), intossicazioni con prodotti per pulire (4,2%), scosse elettriche (3,6%). I lavoratori domestici si rivelano poco attenti al problema. Il 12,4% dichiara di non preoccuparsi più di tanto della propria sicurezza, e chi lo fa preferisce le soluzioni «fai da te»: nel 46,1% dei casi dichiarano di affidarsi all’esperienza, nel 18,6% di mantenere la concentrazione durante il lavoro. Solo il 22,9% mostra curiosità e attenzione dichiarando di informarsi sulla materia. 5. Il sistema di welfare Roma, 3 dicembre 2010 Il volontariato come pilastro della comunità Più del 26% degli italiani dichiara di svolgere un’attività di volontariato. La scelta di fare volontariato è molto più radicata tra i giovani (più del 34%), rimane elevata tra i 30-44enni (più del 29%), per poi calare al 23% tra i 45-64enni e al 20,3% tra gli anziani. È all’interno di realtà organizzate che circa tre quarti dei volontari svolgono il proprio impegno, e di questi la maggioranza (54,5%) lo fa all’interno di una specifica organizzazione, mentre poco meno del 10% lo fa in più di una struttura. Riguardo alle motivazioni, oltre il 38% dei volontari dichiara di svolgere attività di volontariato perché vuole fare qualcosa per gli altri, mentre il 27,3% richiama ragioni etiche, ideali. Un plebiscitario 97% valuta positivamente l’attività di volontariato in cui è impegnato: il 59% perché fa una cosa alla quale crede nel profondo ed è gratificante, il 38% perché è convinto di incidere positivamente sulla vita delle persone, in particolare quelle che hanno più bisogno. Ospedali, case di cura, strutture sanitarie (69%), case di riposo, comunità alloggio, presidi socio-assistenziali di vario tipo (54,3%), poi le varie forme di assistenza a domicilio per anziani e non autosufficienti (39,9%): sono questi i tre settori in cui i cittadini constatano una maggiore presenza di volontari nelle comunità in cui vivono. Tutele sociali e crisi, oltre le buone risposte di breve periodo L’efficacia degli ammortizzatori disponibili di fronte all’emergenza reddituale legata alla crisi occupazionale non attenua il fatto che la crisi sta ampliando, al di là del breve periodo, la platea dei soggetti vulnerabili a forme di disagio sociale. Il 62% degli italiani esprime un giudizio negativo sugli strumenti di tutela e supporto per i disoccupati, quota che risulta nettamente superiore al dato medio europeo (pari al 45%) e lontana dalle valutazioni espresse dai cittadini di altri grandi Paesi come la Francia, dove il giudizio negativo è espresso dal 29% dei cittadini, il Regno Unito (28%), la Germania (39%) e i Paesi Bassi (13%). Anche sul terreno della lotta alla povertà le valutazioni degli italiani non sono positive. Il 59% dichiara che gli interventi finalizzati a migliorare la condizione dei poveri non stanno avendo un particolare impatto, il 21% sostiene che addirittura stanno peggiorando le cose e solo il 10% parla di un impatto positivo. Nella media europea il 64% dei cittadini ritiene neutro l’impatto delle politiche contro la povertà, il 10% negativo e il 18% positivo. Molto più alte le quote di cittadini che valutano positivamente gli impatti delle politiche contro la povertà in Svezia (45%), Paesi Bassi (26%), Regno Unito (18%) e Germania (15%). Né pensionati, né occupati: la trappola dei lavoratori anziani L’età media di effettivo pensionamento nel nostro Paese è di 60,8 anni per gli uomini e 60,7 anni per le donne. Sono dati che (fatta salva la Francia, dove l’età media di uscita dal mercato del lavoro è di 59,4 anni per gli uomini e 59,1 anni per le donne) rendono il nostro Paese quello con la più bassa età di pensionamento effettivo rispetto alla gran parte dei Paesi europei. Attualmente ben il 52% degli italiani è convinto che ci sono molte persone che vanno in pensione troppo presto. Questo dato è superiore a quello medio europeo (pari al 43%) e a quello di Paesi come Regno Unito (32%), Olanda (34%) e Germania (42%). Nel nostro Paese lavorare più a lungo sta diventando sempre più importante anche per sostenere il proprio tenore di vita. Il 28% degli italiani è molto preoccupato e il 40% abbastanza preoccupato per il fatto che il proprio reddito in vecchiaia sarà insufficiente a garantire un livello dignitoso di vita. I due dati sono superiori ai valori medi europei, pari rispettivamente al 20% per le persone molto preoccupate e al 34% per quelle abbastanza preoccupate. Il 21% degli italiani di età superiore a 18 anni è convinto che sarà costretto ad andare in pensione più tardi rispetto all’età di pensionamento pianificata, il 20% pensa che dovrà provare a risparmiare di più per quando sarà in pensione, il 19% ritiene che la propria pensione sarà d’importo inferiore a quanto si aspetta. Le nuove frontiere del consumo farmaceutico La dinamica di lungo periodo dei consumi farmaceutici mostra un costante aumento dei consumi complessivi in termini di dosi e confezioni, a fronte di un aumento molto contenuto della spesa totale. Quella a carico del Ssn (convenzionata) e quella privata (a carico dei cittadini) hanno andamenti di segno opposto: dal 2001 la prima è rimasta sostanzialmente stabile (quasi 11,2 miliardi di euro nel 2009), mentre la spesa privata fa osservare un aumento continuo (fino a superare i 7,9 miliardi di euro). Nell’anno in cui la crisi ha fatto sentire i suoi effetti sulle famiglie italiane, circa la metà ha dichiarato che la spesa per la salute è molto (11,4%), abbastanza (28,2%) o un po’ (8,3%) aumentata, mentre il 53,3% ha indicato di aver intensificato nel 2009 il ricorso ai farmaci generici con l’obiettivo di risparmiare. L’onda lunga della comunicazione sulla salute Il boom dell’informazione sanitaria avvenuto dagli anni ’90 in poi mostra oggi gli effetti positivi della diffusione nel corpo sociale di comportamenti preventivi e stili di vita più corretti. Allo stesso tempo si osservano alcuni effetti perversi che la spettacolarizzazione dell’informazione sanitaria produce sulle conoscenze individuali. Secondo un’indagine del Censis, il 50,2% degli italiani è convinto che non sia vero che le persone con sindrome di Down abbiano pressoché sempre un ritardo mentale, e addirittura il 73% pensa che le persone autistiche siano quasi sempre geniali nella matematica, nella musica o nell’arte. Le narrazioni mediatiche in cui prevale la spettacolarizzazione di singole vicende, statisticamente rarissime, finiscono per sedimentarsi sotto forma di pseudo- nozioni per ampi settori della popolazione. Dell’ictus, ad esempio, pur essendo la terza causa di morte in Italia, solo meno della metà degli italiani sa che colpisce il cervello. La disabilità invisibile La dimensione sociale prevalente della disabilità è l’invisibilità, o quanto meno una visibilità distorta, che si allinea con il crescente arretramento delle politiche per le persone disabili.Secondo la recente stima del Censis, si tratta complessivamente di 4,1 milioni di persone, pari al 6,7% della popolazione, con cui gli italiani mostrano di relazionarsi con difficoltà. La maggioranza degli italiani (il 66%) ritiene che le persone con disabilità intellettiva siano accettate solo a parole, ma che nei fatti vengano spesso emarginate, mentre il 23,3% condivide un’opinione più negativa: la disabilità mentale fa paura e queste persone si ritrovano quasi sempre discriminate e sole. Si tende poi a sovrastimare il peso della disabilità motoria (il 62,9% pensa anzitutto a questo tipo di limitazione) e a non includere in questo concetto, o a farlo solo in parte, la non autosufficienza degli anziani, che pure rappresenta un tema che pesa nella vita quotidiana di moltissime famiglie nel nostro Paese: il 29,4% pensa che la disabilità sia equamente distribuita tra i bambini e i giovani, gli adulti e la popolazione anziana. 6. Territori e reti Roma, 3 dicembre 2010 L’inossidabile fiducia delle famiglie nell’investimento immobiliare Dopo il lungo ciclo positivo dell’immobiliare, iniziato nella seconda metà degli anni ’90, durante il quale i volumi delle compravendite sono costantemente cresciuti fino ad avvicinarsi alla soglia degli 850.000 scambi all’anno (nel 2006), la fase di ridimensionamento che ne è seguita sembra essersi conclusa, e si registra una inversione di tendenza. La tradizionale fiducia delle famiglie italiane nell’investimento nel mattone torna a manifestarsi, tanto da far prevedere per il 2010, dopo tre anni consecutivi di calo dei volumi, un leggero progresso nelle compravendite, che possono essere stimate in 630.000 unità residenziali a fine anno (+3,4% rispetto al 2009). Secondo un’indagine del Censis, l’investimento in un immobile è considerato dagli italiani il canale preferibile per l’impiego dei risparmi familiari. Il 22,7% degli italiani ritiene che sia questa la forma di utilizzo dei propri risparmi da privilegiare, contro il 21,8% che pensa che i risparmi vadano mantenuti liquidi sul conto corrente e appena l’8,5% che giudica preferibile acquistare azioni e quote di fondi comuni di investimento. C’è comunque un 39,7% di italiani che dichiarano di non avere risparmi da utilizzare. Leva urbanistica e scambio pubblico-privato: il rischio della deriva immobiliarista Gran parte dei programmi di intervento presenti nell’agenda delle città italiane si trova a fare i conti con la scarsità dei finanziamenti pubblici. In questa fase di carenza di risorse, le entrate derivanti dagli oneri di urbanizzazione hanno rappresentato una boccata d’ossigeno per i Comuni: una dinamica che ha portato non poche amministrazioni locali a favorire, per fare cassa, una forte produzione edilizia e un notevole consumo di suolo. Anche nel caso delle infrastrutture di mobilità sta prendendo piede un modello diverso dal passato, che vede come moneta di scambio, per recuperare l’investimento effettuato dal privato, non più la gestione dell’infrastruttura, ma la possibilità di realizzare nuove volumetrie su terreni pubblici o in deroga al piano urbanistico. L’impaludamento dei servizi pubblici di rilevanza economica: il caso dell’acqua Non c’è pace nel settore dei servizi pubblici di rilevanza economica. Nonostante sia oggetto da alcuni anni di una incessante attività di riforma, gli utenti sono cronicamente insoddisfatti, gli investimenti ristagnano, i processi di modernizzazione restano al palo e non si consolidano sistemi di gestione di tipo autenticamente industriale. L’11,5% degli utenti denuncia irregolarità nell’erogazione dell’acqua (nel 1995 questa percentuale era simile, il 14,7%). In alcune regioni, come la Calabria, si supera il 30% e nel periodo estivo la media nazionale arriva al 42,7%. In più, il 32,2% delle famiglie utenti dichiara di non fidarsi dell’acqua che sgorga dal rubinetto di casa. I fattori della centralità dell’industria energetica La valenza sociale di un settore fondamentale della nostra economia produttiva come quello energetico è spesso poco considerata. Ma i benefici che si originano all’interno della filiera della produzione energetica per il sistema-Paese, per le imprese e per i cittadini sono notevoli. Assorbe un’occupazione diretta consistente (circa 118.000 addetti) costituita dal personale dipendente delle compagnie, di elevata qualificazione. Alimenta importanti settori collegati, sia industriali (dall’impiantistica alle costruzioni, dalla siderurgia all’industria elettromeccanica), sia nei servizi (dalla progettazione ai trasporti, dalla ricerca alla formazione), anch’essi di elevata specializzazione. Produce un fatturato annuo rilevante, che supera i 230 miliardi di euro. Determina importanti investimenti sul territorio (dell’ordine di alcuni miliardi di euro l’anno), in parte legati all’esigenza di aderire a una normativa tecnica, ambientale e relativa ai temi della sicurezza in continua evoluzione. Produce un gettito considerevole per lo Stato anche in termini di imposte indirette, quali le accise, che solo per il settore dell’autotrasporto ammontavano nel 2008 a oltre 23 miliardi di euro. Opportunità imprenditoriali e occupazionali dalla «torsione verde» dell’economia Il segmento dell’energia rinnovabile, oltre a simboleggiare la natura intrinseca della green economy, ne rappresenta la componente industriale più dimensionata e più promettente in termini di sviluppo potenziale. L’energia prodotta in Italia da fonti rinnovabili si approssima al 20% del totale. La crescita del comparto, alimentata dalle politiche europee e nazionali, è stata decisamente rapida. In soli quattro anni è aumentata del 39%. Quanto alla distribuzione sul territorio, la produzione, come anche la potenza degli impianti, si concentra nelle regioni settentrionali, dove è determinante il contributo della fonte idroelettrica. 7. I soggetti economici dello sviluppo Roma, 3 dicembre 2010 Nuova dinamica dei consumi: fine di un ciclo o semplice pausa di riflessione? A partire dal secondo trimestre del 2008, la riduzione dei risparmi delle famiglie si è accompagnata a una sensibile contrazione dei consumi. Se nella maggioranza dei casi (il 51%) le famiglie si sono limitate a ridurre gli sprechi, non pochi (il 24%) sono coloro che si dichiarano costretti a rinunciare a prodotti o servizi giudicati essenziali. Nell’ultimo anno si sono messi in atto comportamenti più parsimoniosi, riducendo pranzi e cene fuori casa (il 60,4% delle famiglie), comprimendo le spese per lo svago (56,9%) e perfino modificando le abitudini alimentari (38,1%). È soprattutto per gli acquisti più impegnativi che si assiste a una tendenza a temporeggiare. Ciò ha portato alla fine del ciclo espansivo legato all’utilizzo degli strumenti di credito al consumo, che nel primo semestre del 2010 subiscono una contrazione in valore del 4,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si assiste a un calo del 2,4% nel numero di prestiti personali erogati, del 2,1% nei prestiti finalizzati all’acquisto di determinati beni e del 6,3% nelle operazioni di cessione del quinto dello stipendio. La tendenza trova conferma anche nell’ambito delle piccole spese, come quelle effettuate mediante le carte di credito. Rispetto agli inizi del 2009, l’importo complessivo delle operazioni ha subito una flessione del 3,7%. La percentuale di famiglie che utilizzano il credito al consumo si è ridotta dal 17,8% di inizio 2009 al 14,8% di inizio 2010, per poi aumentare leggermente nel corso dell’anno, attestandosi al 16,9%. Deindustrializzazione competitiva per guardare oltre la crisi Dall’inizio della crisi, l’Italia ha perso 574.000 occupati (giugno 2008-giugno 2010) e le imprese manifatturiere si sono ridotte di oltre 93.000 unità. La riduzione del valore aggiunto ha colpito tutti i comparti produttivi ad eccezione di quello dell’intermediazione immobiliare. Se in media la riduzione nel Paese è stata del 5,5%, si sono raggiunti a fine 2009 (rispetto all’anno precedente) livelli molto più preoccupanti nel manifatturiero (-14,5%) e nel commercio (-9,5%). Mentre oggi gran parte del terziario appare in recupero (i servizi alle imprese sono cresciuti del 2,2% nell’ultimo anno e le attività professionali del 3,1%), l’industria tradizionale (-1,9%), il comparto agricolo (- 2,6%) e l’autotrasporto (-1,7%) continuano a registrare ancora nel 2010 un’emorragia di unità produttive. La fenomenologia emergente non è il declino del manifatturiero tradizionale, ma una più complessa deindustrializzazione competitiva, ovvero un riposizionamento dell’industria in cui il terziario gioca una parte rilevante. La crisi sembra avere accentuato la fase espansiva del terziario alle imprese, con comparti come quelli della consulenza, della logistica, della ricerca, dei servizi Ict in cui il numero di imprese ha registrato a metà del 2010 incrementi intorno al 5% rispetto all’anno precedente. La metamorfosi dei terziari Le dinamiche delle imprese e dell’occupazione tra il 2005 e il 2009 evidenziano il riposizionamento del settore terziario. Si registra una sostanziale stagnazione del commercio (le imprese crescono dell’1,4%, gli occupati dello 0,9%), dovuta alla forte contrazione del piccolo commercio al dettaglio. Nei trasporti e nella logistica è forte la contrazione nel numero delle imprese (-6,5%), mentre l’occupazione rimane pressoché invariata (+1%). Nel turismo (alberghi, ristoranti, agenzie di viaggio) crescono a ritmi sostenuti sia le imprese (+12%) che gli occupati (+10,2%). Nel terziario avanzato (servizi alle imprese e intermediazione finanziaria) aumenta rapidamente il numero di imprese (+17%), soprattutto nel comparto immobiliare, mentre è meno rapida, ma pur significativa, la crescita dell’occupazione (+7,8%). I servizi alla persona sono in forte espansione sia in termini di imprese (+8,7%), sia in termini di occupati (+18,4%). L’inesauribile protagonismo dei distretti industriali Nel primo trimestre del 2010 la flessione delle esportazioni dei distretti industriali è notevolmente rallentata (-0,9% in termini tendenziali), mentre nel secondo trimestre dell’anno si è finalmente registrato un incremento del 13,8%. Tutti i comparti distrettuali, dalla meccanica alla moda, dagli elettrodomestici ai prodotti per la casa e i prodotti in metallo, si sono riportati su terreno positivo. Un segnale incoraggiante, dopo un lungo periodo di arretramento sui mercati esteri. Se nei mercati di sbocco tradizionali, quali l’Europa e il Nord America, ancora agli inizi del 2010 si registra un sostanziale arretramento (nei primi tre mesi dell’anno le esportazioni distrettuali in Germania si sono ridotte del 2%, in Francia dell’1,7%, negli Stati Uniti dell’1,1%), in Cina le esportazioni sono aumentate di quasi il 22%, ad Hong Kong del 28,8%, in India del 51,8% e negli Emirati Arabi Uniti del 15,8%. La Cina è balzata al settimo posto come area di esportazione dei distretti industriali italiani. Logistica intermodale per far crescere il Paese L’Italia è uno dei Paesi europei in cui negli anni pre-crisi il trasporto di merci su rotaia è aumentato maggiormente, con una crescita media annua nel periodo 2004-2008 del 3,5%, inferiore soltanto a quella di Germania e Austria. I traffici intermodali raggiungono un’incidenza sul trasporto ferroviario complessivo pari al 45,1% (la più alta d’Europa), grazie a una rete di strutture interportuali e di terminal intermodali in espansione. Tuttavia, a causa dei mancati investimenti a favore dello sviluppo dei traffici intermodali nei porti italiani, l’Italia è anche il Paese europeo che è riuscito a intercettare di meno l’importante incremento del traffico di container verificatosi tra il 2004 e il 2008. Se la crescita nel nostro Paese fosse stata paragonabile a quella media dell’Europa occidentale (+36%), nel 2008 i porti italiani avrebbero movimentato 2,4 milioni di unità di carico in più rispetto a quante ne sono state effettivamente trasportate. Ciò ha portato a una perdita in termini di fatturato compresa tra 700 milioni di euro (nel caso in cui i container fossero soltanto in transito) e 5,5 miliardi di euro (nel caso in cui i container fossero anche «lavorati» in Italia), e a una mancata occupazione compresa tra 11.000 e 99.000 unità. Per una nuova politica di sostegno alle imprese e ai localismi Tra il 2000 e il 2008 le agevolazioni alle imprese concesse dallo Stato e dalle amministrazioni regionali hanno superato gli 88 miliardi di euro, con una spesa media annua di 11 miliardi di euro. Forti le difformità tra il Centro-Nord e il Sud in merito alla tipologia di agevolazioni concesse. Nelle regioni meridionali il 23% dei finanziamenti pubblici è destinato ad attività di innovazione, ricerca industriale e trasferimento tecnologico, mentre nel Centro-Nord si arriva al 57%, a cui si aggiunge il 12% di incentivi per l’export e l’internazionalizzazione. 8. Comunicazione e media Roma, 3 dicembre 2010 Il futuro della rete, tra sicurezza delle transazioni e gratuità dei contenuti Il futuro di Internet dipenderà dal modo in cui verranno sciolti due nodi rimasti irrisolti: i problemi di sicurezza delle transazioni on line e la questione riguardante la totale gratuità o meno dei contenuti reperibili in rete. Al momento solo il 43% degli italiani che utilizzano Internet si dice pienamente fiducioso in merito alla sicurezza delle transazioni (per il 5% sono del tutto sicure, abbastanza sicure per il 38%): un dato nettamente più basso del 58% medio rilevato a livello europeo. Molti gli utenti che hanno incontrato problemi legati alla navigazione in Internet. Il 64% lamenta di ricevere una quantità eccessiva di spam, al 58% è capitato di essere infettato da un virus informatico, l’8% si è imbattuto in incidenti relativi alla violazione della privacy, il 3% denuncia problemi legati alla sicurezza dei minori, il 2% è stato vittima di phishing. Tra le principali precauzioni adottate c’è quella di evitare le transazioni finanziarie on line (e-commerce, e-banking, ecc.), come dichiara il 55% degli utenti (un dato più alto di quello medio europeo, pari al 42%). Venendo al secondo nodo irrisolto, secondo una indagine del Censis per il 64,2% degli utilizzatori di Internet la forza della rete sta nella piena libertà dell’utente, che verrebbe compromessa dalla richiesta di pagamenti per l’accesso ad alcuni siti. L’11,8% sostiene che dovrebbero essere Google e gli altri aggregatori di notizie digitali a condividere i loro profitti con i produttori dei contenuti, dal momento che grazie alle inserzioni pubblicitarie monetizzano il traffico generato proprio da quei contenuti. Il 24% è invece favorevole al superamento dell’opzione «tutto gratis»: il 14,9% si dice disposto ad accettare il pagamento da parte dell’utente dei contenuti di informazione reperibili sul web attraverso il meccanismo dei micropagamenti, mentre il 9,1% si dimostra consapevole che la garanzia della libertà di informazione dipende anche da bilanci sani degli editori, che dovrebbero poter trarre qualche profitto dalle versioni digitali del loro lavoro. Fuga dalle notizie: la cattiva informazione smorza l’audience Tra settembre 2009 e giugno 2010 c’è stato un calo di spettatori dei telegiornali serali nazionali da 18.333.000 a 14.968.000, con una perdita di audience superiore a 3 milioni. A diminuire in misura maggiore è stato l’ascolto del Tg5 e del Tg1, con una perdita di circa un milione di telespettatori ciascuno. Il confronto settembre 2009-settembre 2010 è altrettanto inesorabile: il Tg1 perde il 3,3% di share e 441.000 telespettatori. Anche peggio va al Tg5, che registra una media del 21,1% di share e 4.601.000 telespettatori, arretrando di 5 punti di share e di 813.000 telespettatori. Nel mese di settembre 2010 il Tg1 e il Tg5 hanno concesso molti più minuti al Pdl (il Tg1 il 35,8% del tempo totale contro il 17,3% al Pd, con un’ora e mezza di differenza; il Tg5 il 30,7% contro il 23%, con una differenza di 37 minuti). Lo sbilanciamento nello spazio concesso alle notizie di una parte piuttosto che dell’altra può aver provocato il distacco di una porzione degli ascoltatori. Leggere nel futuro: il digitale sorpasserà il cartaceo? Si prevede che la quota di mercato dei libri digitali triplicherà quest’anno, passando dallo 0,03% allo 0,1%, per un valore di oltre 3,4 milioni di euro. Si registra anche una forte crescita delle vendite di libri on line: +94,4% tra il 2006 e il 2009, +11,9% tra il 2008 e il 2009, con ricavi superiori a 100 milioni di euro. Anche i primi mesi del 2010 sono positivi: rispetto al giugno del 2009, le librerie on line fanno registrare un incremento dell’attività del 24,5%. Nel 2009 i libri elettronici pubblicati sono stati 685, per un totale di 2.257 opere disponibili sul mercato. I dati al settembre 2010 mostrano una produzione pari a 945 titoli (+38%), raggiungendo così un totale di 3.202 titoli elettronici disponibili nel nostro Paese (+41,8%). D’altra parte, gli utenti Internet rappresentano per alcune testate giornalistiche una significativa percentuale del totale dei lettori: il 19,6% per la Repubblica, il 18,2% per Il Sole 24 Ore, il 15,1% per il Corriere della Sera. L’informazione medica corre sul web Dall’indagine del Censis in merito ai principali canali utilizzati dagli italiani per informarsi sui temi legati alla salute si evince che il medico gode sempre di un’ampia considerazione: ricorre al medico di famiglia il 20,3% del campione (dato che sale al 31,1% tra i soggetti meno istruiti), il 2,5% si rivolge al medico specialista e il 2,3% al farmacista. C’è poi il passaparola tra amici, colleghi e parenti, indicato come il mezzo principale per acquisire le informazioni dal 18,7% degli intervistati. Ma la prima fonte di informazione è la televisione, secondo il 42,9% delle opinioni raccolte, mentre il 25,8% degli italiani le cerca in giornali e riviste. Va sottolineato, però, che il 12,6% individua in Internet il primo strumento a cui ricorrere per informarsi su tematiche mediche (il web è la principale fonte di informazione sanitaria per il 17,8% dei laureati). Se però si valuta un uso più generico di Internet in relazione alla propria salute, il dato degli utilizzatori sale al 34% degli italiani (il dato oscilla tra il 5,4% dei soggetti con la sola licenza elementare fino a oltre il 45% di diplomati e laureati). Il 29,5% usa il web per cercare informazioni su patologie specifiche, il 18,4% per trovare informazioni su medici e strutture a cui rivolgersi, il 2,1% (e il dato arriva al 7,4% tra i soggetti laureati) frequenta forum on line, chat, blog e consulta altre communities di pazienti per scambiare informazioni e pareri. A questi comportamenti vanno sommati anche altri comportamenti funzionali, come l’abitudine a prenotare visite specialistiche e analisi mediche via Internet, che riguarda il 5,3% (il 9,5% dei laureati), o l’acquisto di farmaci on line, praticato dall’1,9%. Le responsabilità sociali dei media e l’opacità delle norme L’accelerazione tecnologica e l’evoluzione dei media rendono la triangolazione «famiglie, minori, media» sempre più complessa. Il 18,2% dei minori utilizza il Pc da solo in casa. Le differenze tra i bambini e i ragazzi di 3-17 anni dovute al titolo di studio dei genitori sono molto forti: ha usato il Pc negli ultimi 3 mesi il 64,9% dei bambini e dei ragazzi con almeno un genitore laureato rispetto al 34,6% di quelli con genitori con al massimo la licenza elementare. I bambini e i ragazzi con genitori con titoli di studio bassi sono svantaggiati sia nell’uso a casa sia nell’uso combinato casa-scuola, a dimostrazione del fatto che la scuola non riesce a colmare il profondo divario dovuto a uno svantaggio sociale. 9. Governo pubblico Roma, 3 dicembre 2010 L’apnea della finanza pubblica Il Pil potrebbe aumentare quest’anno dell’1,2%, riportando il rapporto debito pubblico/Pil intorno al 115% nel 2013 (dopo un picco, atteso per il 2011, del 119,2%), con un ammontare del debito che sfiorerebbe i 2.000 miliardi di euro. Non sarà soddisfatta l’attesa per una riduzione della pressione fiscale, la quale si manterrà costantemente al di sopra della soglia del 42%. I principali interventi del Governo dovranno portare: a una riduzione del costo della Pubblica Amministrazione per un valore di oltre 6 miliardi di euro; a una riduzione dei costi politici e amministrativi per 181 milioni di euro nel 2010 e 39 milioni nel 2013; al contrasto all’evasione fiscale e contributiva, dal quale ci si attende un forte recupero soprattutto a partire dal 2011, con un importo complessivo superiore ai 21 miliardi di euro. La Pubblica Amministrazione possibile volano per l’innovazione Il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione ha deciso di puntare su tre aree prioritarie: scuola, sanità e giustizia; nonché su tre obiettivi settoriali: sistema pubblico di connettività, rapporti tra Pa e cittadino e dematerializzazione. Su scuola e università il processo è avviato: al 31 luglio le scuole connesse in rete risultavano 4.000 (il 12,2% delle scuole presenti in Italia) e da un anno è attivo il portale «ScuolaMia» che offre servizi alle famiglie: dalla pagella digitale alla segnalazione delle assenze, fino al registro elettronico e ai certificati on line. Il Fascicolo sanitario elettronico si prospetta come una innovazione epocale. Secondo il piano, la storia clinica di ogni cittadino sarà disponibile in formato digitale e in rete con il Sistema sanitario nazionale. Sul versante della dematerializzazione, un ruolo centrale è svolto dalla casella di posta elettronica certificata (Pec). Più di 267.000 cittadini hanno richiesto una casella, ma non tutte le amministrazioni pubbliche ne sono provviste. A luglio di quest’anno le imprese dotate di Pec ammontavano a poco più di 400.000 (circa il 10% delle imprese italiane) e la possedevano circa un milione di professionisti, praticamente la metà degli iscritti agli Ordini. Nei rapporti tra cittadino- utente e Pa è stata avviata l’iniziativa «Mettiamoci la faccia», che dà la possibilità di esprimere un giudizio sulla qualità dei servizi ricevuti attraverso l’uso di interfacce emozionali (emoticons). A settembre 2010 si conta l’adesione di 230 amministrazioni tra centrali, locali ed enti di previdenza, con 1.429 sportelli sparsi sul territorio e più di 4 milioni di giudizi (lusinghieri in oltre il 90% dei casi) espressi dagli utenti in merito alla qualità dei servizi ricevuti. Le università spingono la R&S anche a favore delle imprese L’importo dei fondi per la ricerca delle università è in crescita costante (+69,6% negli anni 2004- 2008) e sempre meno dipendente dai fondi pubblici. L’incidenza dei contratti di ricerca e consulenza (R&C) e dei servizi tecnici finanziati da terzi è cresciuta progressivamente, fino a diventare la quota più rilevante (27,4%), dopo aver superato il peso dei fondi provenienti dal governo centrale (23,8%). Dal 2000 a oggi si è quintuplicato il numero delle imprese spin-off gemmate dalle università (806 nel 2009): circa l’80% è localizzato nelle regioni dell’Italia centro- settentrionale. L’europeismo fideistico degli italiani Nel 1999 l’appartenenza all’Unione europea era vista con favore dal 60% degli italiani, dieci anni dopo la percentuale è scesa al 49%. Siamo dunque passati da un euroentusiasmo a un euroscetticismo? Quello che alimenta il nostro europeismo è un’idea quasi messianica: solo l’Europa ci può salvare. Anche se confessiamo la nostra ignoranza (non sappiamo bene cosa sia e come funzioni l’Europa) e la nostra distanza dalle istituzioni europee, continuiamo a fidarci più di queste ultime che di quelle nazionali. 10. Sicurezza e cittadinanza Roma, 3 dicembre 2010 Aspettando il Piano carceri Ci sono voluti quattro anni dall’ultimo provvedimento di indulto per riportare gli istituti carcerari a vivere gli stessi problemi di allora, con quasi 70.000 detenuti (nel 2006 erano 60.000) e un tasso di sovraffollamento che supera il 150%, ma che in alcuni casi (in Puglia, Emilia Romagna e Calabria) oltrepassa il 170%. Andando avanti di questo passo, a fine 2012 si dovrebbe sfiorare la quota di 100.000 detenuti. Oltre al sovraffollamento ci sono altri fattori di disagio: il 36,9% dei detenuti è straniero, il 24,5% è tossicodipendente, il 2,3% è dipendente da alcol, l’1,8% è infetto da Hiv, le guardie penitenziarie sono 39.569 rispetto alle 45.121 previste per legge, il costo medio giornaliero per detenuto è sceso dai 131,9 euro del 2007 ai 113,4 euro stimati per il 2010. Circa 30.000 detenuti si trovano in carcere per avere contravvenuto alla legge sulla droga e circa 4.000 a quella sull’immigrazione. Circa 30.000 detenuti (pari al 44% del totale) sono in attesa di uno dei gradi del procedimento. Tra questi, la gran parte (15.111) è in attesa del giudizio di primo grado. La ripresa del contrabbando In Italia i fumatori di età superiore ai 15 anni sono circa 11 milioni, pari al 21,7% del totale della popolazione. L’età media in cui si inizia a fumare è 17 anni, con una media di 13 sigarette al giorno. Nel 2009 sono stati venduti 89,1 milioni di kg di sigarette, il 3,1% in meno rispetto ai 92 milioni del 2008. I dati relativi ai primi 9 mesi del 2010 confermano un calo nell’ordine dell’1,3%. Ma i dati sui sequestri negli ultimi quattro anni rivelano una ripresa del commercio illegale: si passa dalle 240.785 tonnellate di tabacchi esteri sequestrati nel 2006 alle 297.689 del 2009. I danni economici derivanti dalla contraffazione e dal contrabbando delle sigarette si stimano da un minimo del 3% a un massimo del 5% del fatturato del settore, per un importo che oscilla tra i 500 e i 700 milioni di euro annui. Pubblico e privato si integrano in nome della sicurezza Accanto alle forze dell’ordine, le guardie giurate collaborano in un sistema di sicurezza integrato. Si tratta di 924 aziende attive nel 2008, per un totale di 49.137 dipendenti e un fatturato di 2,4 miliardi di euro. Quanto all’identikit delle guardie giurate, si tratta per la grande maggioranza di uomini (le donne sono 4.146 e rappresentano l’8,4% del totale dei dipendenti), che in oltre la metà dei casi provengono da una regione del Sud d’Italia. Le province in cui è maggiore la richiesta di guardie giurate sono quelle dove sono presenti le città maggiori: a Roma si contano 7.008 dipendenti, a Milano 4.096, a Napoli 3.814. Un’Agenzia per restituire alla collettività i patrimoni mafiosi A settembre 2010 sono oltre 11.000 i beni immobili confiscati alle mafie dallo Stato in tutte le regioni italiane, con l’esclusione della sola Valle d’Aosta. Di essi, 6.423 risultano destinati. Più di mille sono le aziende. La maggioranza dei beni immobili si trova in Sicilia (44,7%), Campania (15,1%), Calabria (13,9%) e Puglia (8,3%), ma è elevato il numero di beni confiscati anche in Lombardia (913, pari all’8,3% del totale, di cui 184 aziende) e nel Lazio (482, il 4,4% del totale, di cui 105 aziende). La graduatoria provinciale vede in testa Palermo, dove si trova il 30% del totale dei beni sottratti (3.316 in valore assoluto), poi Reggio Calabria (9,2%), Napoli (8,3%) e Catania (5,4%), seguono ancora Milano, Caserta, Roma, Trapani, Bari e Catanzaro, per un totale di 8.195 beni confiscati in questi territori, pari al 74,2% del totale. Per superare le difficoltà nelle fasi di gestione, destinazione e consegna dei beni, quest’anno è stata istituita l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità: un organismo autonomo, dotato di proprie risorse finanziarie (3 milioni di euro per il 2010 e 4 milioni di euro per il prossimo anno), sotto la vigilanza del Ministro dell’Interno. La conoscenza della lingua italiana: un obbligo su cui investire di più A breve la conoscenza dell’italiano diventerà un requisito essenziale per poter soggiornare regolarmente sul territorio nazionale, come prevede la legge 94/2009. Una ricerca del Censis su un campione di 13.000 immigrati che lavorano in Italia ha messo in evidenza come l’8,9% degli immigrati ha un’ottima conoscenza della nostra lingua, il 33,1% ne ha una conoscenza buona, per la gran parte (circa il 43%) il livello è sufficiente, mentre la quota di chi non conosce a sufficienza l’italiano è pari al 15,1% del totale. I migranti che durante l’anno scolastico 2008/2009 hanno partecipato ai corsi di istruzione degli adulti presso i Centri territoriali permanenti (Ctp) sono 134.627, ovvero il 44,3%, dell’utenza complessiva. Gli immigrati come occasione per ripensare i servizi per l’impiego I lavoratori stranieri nel 2009 sono 1.898.000 (il 68,4% dei quali proviene da Paesi non Ue) e rappresentano l’8,2% del totale degli occupati, con un incremento dell’8,4% rispetto all’anno precedente. Il tasso di attività e il tasso di occupazione evidenziano una partecipazione al mercato del lavoro della popolazione straniera più elevata rispetto alla popolazione italiana: gli stranieri presentano un tasso di attività del 71,4% contro il 47,3% degli italiani, mentre il tasso di occupazione è del 63,4% per gli stranieri e del 43,7% per gli italiani. Maggiore di quello degli italiani, e in preoccupante crescita, è invece il tasso di disoccupazione, che è salito di ben 2,7 punti percentuali nell’ultimo anno, arrivando all’11,2% contro il 7,5% degli italiani. Secondo un’indagine del Censis, appena l’1,9% degli immigrati che lavorano ha trovato una occupazione attraverso l’intermediazione di un Centro per l’impiego: dato che può essere confrontato con il comunque basso 3,9% riferibile ai lavoratori italiani. CENSIS: 44° Rapporto sulla situazione sociale del paese 2010
Argomento: 

CENSIS: 43° Rapporto sulla situazione sociale del paese 2009

Descrizione breve: 
Rapporto sulla situazione sociale italiana.
Data: 
4 Dicembre 2009
Il Rapporto Annuale 2009 43° Rapporto sulla situazione sociale del paese Giunto alla quarantatreesima edizione, il Rapporto Censis affronta l'analisi e l'interpretazione dei più significativi fenomeni socioeconomici del Paese. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto sottolineando come quella italiana sia una società replicante, che di fronte alla crisi ha riproposto il tradizionale modello adattativo-reattivo. Al tempo stesso, si segnalano quattro grandi processi di trasformazione: la complessa ristrutturazione del terziario, il protagonismo del mondo delle imprese, il ritorno agli interessi agiti rispetto al primato delle opinioni, il silenzioso sfarinamento del lungo ciclo dell'individualismo "fai da te". Nella seconda parte, La società italiana al 2009, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell'anno: i soggetti privati sul filo della crisi, l'impoverimento della dimensione pubblica, la centralità della variabile tempo. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza. Schede: 1. Considerazioni generali 2. Le famiglie resistono alla crisi, rischi per il lavoro, dura ristrutturazione del terziario 3. Processi formativi 4. Lavoro, professionalità, rappresentanze 5. Il sistema di welfare 6. Territorio e reti 7. I soggetti economici dello sviluppo 8. Comunicazione e media 9. Governo pubblico 10. Sicurezza e cittadinanza Dicembre 2009 1. Considerazioni generali Siamo una società replicante Viviamo in apnea, ma siamo sempre gli stessi. Roma, 4 dicembre 2009 La società italiana è una società testardamente replicante Quel «non saremo più come prima» che un anno fa dominava la psicologia collettiva è mutato in un «siamo sempre gli stessi». Abbiamo resistito alla crisi riproponendo il tradizionale modello adattativo-reattivo: non abbiamo esasperato il primato della finanza sull’economia reale, le banche hanno mantenuto un forte aggancio al territorio, il sistema economico è caratterizzato da una diffusissima e molecolare presenza di piccole aziende, il mercato del lavoro è elastico (si pensi al sommerso) e protetto (si pensi al lavoro fisso e agli ammortizzatori sociali), le famiglie sono patrimonializzate. La crisi ha finito per rallentare il processo di uscita dal puro adattamento intravisto lo scorso anno, quando all’orizzonte si presentava quasi una «seconda metamorfosi», dopo quella degli anni fra il ’45 e il ’75. Sono però in corso alcuni processi di trasformazione. La dura ristrutturazione del settore terziario È la prima nella storia dell’Italia moderna. Lungo i tanti rivoli del confuso mondo terziario sono confluiti nel tempo servizi alle imprese sovradimensionati rispetto alle esigenze, «qualcosisti» del terziario avanzato, precari della Pubblica Amministrazione alla ricerca del posto fisso, assunzioni nella scuola per risolvere la troppo drammatizzata disoccupazione intellettuale. Il rallentamento dello sviluppo, dei consumi, delle disponibilità di spesa ha oggi ridotto quelle «cavalcate espansive». Nel terziario si affermano meccanismi di selezione e razionalizzazione, con «una concentrazione qualitativa della domanda che mette fuori gioco una parte consistente di una offerta da sempre abituata ad una falsa facilità del mercato». E nel pulviscolo di piccole e piccolissime imprese operanti nel commercio, nel turismo, nell’artigianato di servizio già si conta un rilevante numero di «vittime». Il protagonismo del mondo delle imprese È poi in atto un ulteriore passo in avanti nel riconoscere al sistema d’impresa un ruolo di traino e leadership complessiva della società. Il segmento più dinamico dell’imprenditoria italiana ha saputo combinare le strategie di presenza sui mercati mondiali (delocalizzazione, logistica, concentrazione sul momento distributivo, catene commerciali monobrand, privilegio del mercato del lusso e di alta qualità) con strategie innovative (velocizzazione dei tempi, capacità di giocare «fra le linee», cioè cercando spazi e varchi non usuali, attitudine ad operare anche in termini di scambi reali, talvolta assimilabili al baratto). Si rafforzano molti big player, molte medie imprese e anche una quota di piccoli imprenditori. Il ritorno agli interessi agiti «in presa diretta» rispetto al primato dell’opinione Gli interessi si coagulano sempre meno nella loro rappresentazione all’interno del mondo dell’opinione, cercano piuttosto una agibilità diretta nella dinamica socioeconomica. Il mondo della rappresentanza ha perso la sua carica identitaria (di classe, di gruppo sociale, di movimento) e «ritorna in piena nudità e senza pudori la seconda gamba, quella degli interessi reali». Non solo tra i big player, ma anche nelle grandi filiere (si pensi alle vicende energetiche e nucleari), nelle intese internazionali, nei territori (non a caso la cultura leghista fa «sindacato del territorio»). E irrompono anche interessi «privatistici» nel pericoloso mix fra politica e affari in delicati settori pubblici, dalle infrastrutture alla sanità. «Viviamo in un mare tumultuoso di opinioni» Tuttavia, le componenti sociopolitiche, partitiche o giornalistiche, anche quando non cedono al degradarsi verso il gossip, restano prigioniere nell’esasperazione di un diffuso antagonismo (talvolta a forte tasso di personalizzazione) che non permette loro di uscire dal recinto dell’opinionismo. Nell’«antagonismo vissuto colpo su colpo», i soggetti politici perdono il ruolo di ricerca, sintesi interpretativa e proposta che solo può legittimarne laleadership. Non abbiamo nessuno spazio di autorità condivisa, e non bastano a restituire allo Stato autorità e fiducia isolati episodi di un buon governo del fare. «La corrosione esercitata dal primato dell’opinione ha comportato un grande deficit di interpretazione sistemica, di capacità e volontà di definire una direzione di marcia su cui orientare gli interessi in gioco». Tre cicli al tramonto Le tre grandi culture cui si è abbeverato lo sviluppo italiano degli ultimi centocinquanta anni sono sempre meno spendibili come fattori di mobilitazione sociale e politica. La prima è la cultura risorgimentale, quella che ha fatto storicamente l’Italia e gli italiani, per cui il futuro del Paese era legato alla centralità dello Stato come grande soggetto facitore di regole omogenee sottoposte a costante controllo e rispetto. La seconda è la cultura riformista nata nel secondo dopoguerra, per cui le classi dirigenti modificano le strutture pubbliche in risposta ai bisogni sociali. «Ma oggi chi ha bisogno di garanzie per la sua vita anziana non crede che il suo problema verrà risolto dalla riforma pensionistica, chi ambisce a dare ai figli livelli formativi competitivi non crede che servirà la riforma della scuola e dell’università, chi avverte la drammaticità della propria posizione occupazionale non crede nella riforma del mercato del lavoro, chi avverte la inefficienza degli apparati burocratici non crede che sarà una riforma della Pubblica Amministrazione a ridare agevolezza al rapporto fra cittadini e Stato». Infine, dagli anni ’70 in poi si è affermato il terzo ciclo, quello del protagonismo individuale, con la crescita esponenziale del lavoro autonomo e della piccola e piccolissima impresa, del soggettivismo nei comportamenti, della personalizzazione del potere politico, della ideologia della competizione e del mercato. Ma anche il primato della soggettività è destinato a sfarinarsi silenziosamente. «L’individualismo vitale è sempre meno capace di risolvere i problemi della complessità che lo trascende, il soggettivismo etico mostra la corda rispetto all’esigenza di valori condivisi, la spietatezza competitiva e la carica di egoismo che derivano dal primato della soggettività hanno creato squilibri e disuguaglianze sociali che pesano sulla coesione collettiva». Cosa verrà dopo? «Nella psicologia collettiva c’è nel profondo un dolente mix di stanchezza e vergogna per i tanti fenomeni di degrado valoriale, o almeno comportamentale, che caratterizzano la vita del Paese. E c’è di conseguenza la speranza di uscirne, con una propensione a pensare al dopo, a una società capace di migliorarsi». Ma le discussioni in corso «guardano indietro», sono cioè condizionate dalla inerziale permanenza dei tre cicli precedenti, oppure «fuggono in avanti, rincorrendo una fantasmatica ipotesi di nuova ontologia», individuata talvolta nel fondamentalismo dei valori e della loro radice religiosa, talvolta nel fondamentalismo della scienza. 2. Le famiglie resistono alla crisi, rischi per il lavoro, dura ristrutturazione del terziario Occupazione persa nel Mezzogiorno e nel «paralavoro». 162 mila imprese chiuse nel commercio e nel terziario. Stringere la cinta non basta più: per la ripresa del 2010 gli italiani chiedono sostegno a famiglie, giovani e piccole imprese. Roma, 4 dicembre 2009 La stressata resistenza delle famiglie Nel mezzo della crisi, per il 71,5% delle famiglie italiane il reddito mensile è sufficiente a coprire le spese. Il dato sale al 78,9% al Nord-Est, al 76,7% al Nord-Ovest, al 71% al Centro, al Sud scende al 63,5%. Il 28,5% delle famiglie che hanno avuto difficoltà a coprire le spese mensili con il proprio reddito ha fatto ricorso a una pluralità di fonti alternative, con una miscela che si è dimostrata efficace. Il 41% ha toccato i risparmi accumulati, in oltre un quarto delle famiglie uno o più membri hanno svolto qualche lavoretto saltuario per integrare il reddito, più del 22% ha utilizzato la carta di credito per rinviare i pagamenti al mese successivo, il 10,5% si è fatto prestare soldi da familiari, parenti o amici, l’8,9% ha fatto ricorso ai prestiti di istituti finanziari e il 5,1% ha acquistato presso commercianti che fanno credito. Negli ultimi 18 mesi più dell’83% delle famiglie ha però modificato le proprie abitudini alimentari. Quali cambiamenti sono stati introdotti? Il 40% ha contenuto gli sprechi, il 39,7% ha cercato prezzi più convenienti, il 34,8% ha eliminato dal paniere i prodotti che costano troppo. Dal punto di vista psicologico, il 36% degli italiani ha subito in questi mesi maggiore stress (insonnia, litigiosità, ecc.) per motivi legati alla crisi (difficoltà lavorative, di reddito, ecc.) e il dato sale a quasi il 53% tra le persone con reddito più basso. Riguardo al futuro, da un’indagine su un campione di famiglie del ceto medio realizzata dal Censis nel novembre 2009 emergono indicazioni su quali siano i soggetti che devono essere aiutati per favorire la ripresa. Le famiglie con figli (49,7%) e i giovani (48,8%), piuttosto che gli anziani (21,8%), dovrebbero essere nel sociale i destinatari della quota più alta di risorse, visto che sono stati i più penalizzati dalla crisi. Nell’economia, oltre il 33% del campione ritiene importante aiutare la piccola impresa, meno del 5% richiama la necessità di supportare le grandi aziende. Il 57,7% delle famiglie del ceto medio ritiene poi indispensabile ridurre le tasse sui lavoratori dipendenti, il 42,3% è convinto invece che solo la riduzione di imposte e oneri gravanti sulle imprese (ad esempio, la progressiva abolizione dell’Irap) favorirà la ripresa. Le zone critiche nella flessione occupazionale Fino a oggi il mercato del lavoro in Italia ha retto. A metà del 2009 risultavano persi, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, 378 mila posti di lavoro (-1,6%), meglio di Spagna (1 milione 480 mila occupati in meno, -7,2%) e Gran Bretagna (600 mila, -2%), ma peggio di Francia (-0,3%) e Germania (+0,5%). Gli effetti negativi hanno riguardato solo i soggetti meno tutelati: il lavoro autonomo (a giugno 277 mila occupati in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, - 5,8%) e l’ampio bacino del «paralavoro» (162 mila posti in meno, -4,3%). Ad essere colpite maggiormente sono state le diverse forme di lavoro a termine (-229 mila lavoratori, -9,4%), le collaborazioni a progetto (-12,1%) e quelle occasionali (-19,9%), mentre il popolo delle partite Iva è aumentato, a causa della sostituzione dei contratti flessibili con formule ancora più esternalizzate e a basso costo, raggiungendo quasi quota un milione (+132 mila, +16,3%). Il lavoro tradizionale, dipendente e a tempo indeterminato, ha invece continuato a crescere, registrando nel periodo 2008- 2009 un +0,4% (oltre 60 mila posti in più). Ma la tenuta non c’è stata in tutto il Paese, né in tutti i settori. Al Sud sono stati bruciati 271 mila posti di lavoro (-4,1%), l’industria e il turismo hanno subito una riduzione del 4% e il commercio del 3,5%. Il 45,4% di chi ha perso il lavoro nell’ultimo anno ha meno di 34 anni. Il 47,3% dei nuovi inoccupati è uscito definitivamente dal mercato del lavoro (il 64,1% tra i lavoratori indipendenti). L’onda ristrutturatrice delle imprese, inseguendo la ripresa Quella del 2009 è una crisi fortemente differenziata. Alla preoccupante flessione delle esportazioni del manifatturiero (-24% nei primi 8 mesi dell’anno) corrispondono saldi positivi della bilancia commerciale per la meccanica (23,7 miliardi di euro), il tessile-abbigliamento (7,4 miliardi), le produzioni in gomma e plastica (5,8 miliardi), i prodotti in metallo (5,6 miliardi), l’elettronica (4,3 miliardi) e i mobili (3,6 miliardi). Segno negativo invece per l’alimentare (-1,8 miliardi di euro), il farmaceutico (-2,7 miliardi), la produzione di mezzi di trasporto (-3 miliardi), i prodotti chimici (- 4,8 miliardi) e l’elettronica (-7,7 miliardi). Tra gennaio e settembre si registra la riduzione di quasi l’1% delle imprese manifatturiere (oltre 30.000), ma è il commercio al dettaglio il settore più colpito, con più di 50.000 aziende cessate. L’intero settore terziario è entrato in una fase di profonda riorganizzazione, con un saldo fortemente negativo tra iscrizioni e cancellazioni di imprese: -10,1 imprese per 1.000 imprese attive nei primi 9 mesi dell’anno (162.000 imprese cessate). I comparti più in difficoltà sono: trasporti e magazzinaggio (-29,1 per 1.000 imprese attive), immobiliare (- 16,9), attività finanziarie e assicurative (-12,5), servizi di informazione e comunicazione (-8,5), servizi legati al turismo (-6,5). Il ciclo calante dell’individualismo fai da te Si sta compiendo un processo di lento svuotamento di alcune linee evolutive su cui era cresciuto il nostro Paese nel corso degli ultimi cinquant’anni: il ciclo dello Stato-nazione, il ciclo del riformismo e quello della centralità del privato rispetto all’impegno collettivo. Si fa strada una modalità nuova di intervento comune fra soggetti pubblici, privati e singoli individui, che rimanda a un modello comunitario in cui abbiano più spazio soluzioni personalizzate e il più possibile immediate. Emblematica è la reazione dei Comuni di fronte alla crisi, che hanno messo in campo uno sforzo di coordinamento con altri soggetti e istituzioni locali: il 58,3% con le Province, il 54,2% con i sindacati, il 50% con le Camere di commercio, il 41,7% con le Regioni, il 41,7% con le associazioni datoriali, il 29,2% con altri Comuni. La ricchezza occulta da evasione fiscale L’Italia è al sesto posto in Europa per peso dell’imposizione fiscale sul Pil, con una incidenza del 42,8% a fronte di una media europea del 39,8%. Però solo il 2,2% dei contribuenti (893.706 in valore assoluto) dichiara un reddito che supera i 70.000 euro annui, circa il 50% degli italiani presenta redditi che non vanno oltre i 15.000 euro e il 31% dichiara tra 15.000 e 26.000 euro. Il reddito medio dichiarato è di 18.373 euro pro-capite: si va da un massimo di 20.851 euro nel Nord- Ovest a un minimo di 14.440 euro al Sud. La provincia con il valore più alto è Milano, con una dichiarazione media di 24.365 euro, l’ultima è Vibo Valentia, con 12.199 euro per contribuente. Secondo le stime del Censis, l’economia sommersa si aggira intorno al 19% del Pil. Con la crisi tale quota potrebbe essere aumentata, raggiungendo un valore di 275 miliardi di euro. Fragilità del territorio e declino delle opere pubbliche Nel nostro Paese i beni pubblici attraversano un ciclo di progressivo indebolimento. Dal dopoguerra a oggi gli eventi disastrosi hanno determinato la perdita di 1.446 vite umane e un costo per la collettività di 16,6 miliardi di euro (al netto delle tragedie del Vajont del ’63 e della Val di Stava del 1985, che hanno causato rispettivamente 1.909 e 265 morti). Il livello di esposizione è elevatissimo: le aree a rischio di frana e a rischio alluvionale coprono rispettivamente il 5,7% e il 4,4% del territorio nazionale. Sono 5.708 i comuni interessati da fenomeni franosi, con 992.400 persone a rischio (circa l’1,7% degli italiani). E quasi 3 milioni sono gli italiani esposti a rischio sismico «elevatissimo», circa 24 milioni se si considerano le aree a rischio «elevato». La forza perduta dell’istruzione Circa l’80% dei giovani tra 15 e 18 anni si chiede che senso abbia stare a scuola o frequentare corsi di formazione professionale. Dominano il disincanto e lo scetticismo: il 92,6% dei giovani in uscita dalla scuola secondaria di II grado ritiene che anche per chi ha un titolo di studio elevato il lavoro sia oggi sottopagato, il 91,6% pensa che sia agevolato chi può avvalersi delle conoscenze. Anche il 63,9% degli occupati giudica inutili le cose studiate a scuola per il proprio lavoro.La visione pessimistica travalica i confini dell’universo educativo: il 75% dei laureati e l’85% dei non laureati di 16-35 anni pensano che in Italia vi siano scarse possibilità di trovare lavoro grazie alla propria preparazione. Effettivamente i laureati italiani in economia e in ingegneria hanno attese di remunerazione minori rispetto ai loro colleghi europei: nel 2009 il primo stipendio annuo atteso è inferiore rispettivamente del 20,2% e del 21,4% di quello medio europeo. E ancora il 19,3% dei giovani italiani di 18-24 anni non è in possesso di un diploma e non è più in formazione, contro il 12,7% di Francia e Germania, il 13% del Regno Unito, il 14,8% medio europeo. Le mani legate della spesa pubblica Le previsioni di spesa contenute nei documenti di programmazione economica e finanziaria per il periodo 2008-2013 mostrano la rigidità della dinamica della spesa e l’assenza di risorse da mettere in campo per gli investimenti. Le spese finali della Pubblica Amministrazione, ormai sopra la soglia degli 800 miliardi di euro (quasi 900 miliardi a fine periodo), oscillano intorno al 50% del Pil a prezzi correnti e impongono una pressione fiscale che non scende mai sotto i 42 punti. Cresce la spesa pensionistica e sanitaria (intorno rispettivamente a 250 miliardi e a 120 miliardi di euro) e gli interessi sul debito (poco meno di 100 miliardi di euro nel 2013), mentre diminuiscono le spese in conto capitale (non supereranno i 60 miliardi di euro). Italiani campioni nella risposta al breve Le incentivazioni straordinarie introdotte per risollevare la domanda depressa e rimettere in moto il circuito economico giocano sempre più sul fattore tempo, con scadenze a breve: dall’acquisto di nuovi beni durevoli alla possibilità di ampliare gli immobili in deroga agli strumenti urbanistici (il «Piano casa»), allo «scudo fiscale». Nella stessa direzione va la moratoria sui prestiti alle Pmi e quella sui mutui casa per le famiglie colpite dalla crisi promossa dall’Abi, così come la Cassa integrazione: nei primi 9 mesi dell’anno le ore autorizzate (ordinaria, straordinaria e in deroga) hanno superato i 622 milioni, con un aumento a settembre del 437% sullo stesso mese del 2008. L’ordinaria normalità dell’emergenza Sempre più gli italiani si concentrano sulle soluzioni di breve respiro, piuttosto che sulla programmazione a lungo termine. Un esempio sono i ricorsi al Pronto soccorso, aumentati da 61,4 per mille abitanti nel 2001 a 67,3 per mille nel 2007 (poco meno di 16 milioni di persone). Ma anche i ricoveri ospedalieri nei casi sospetti di influenza A/H1N1: 1.494 a ottobre rispetto ai 492 irlandesi, 447 francesi, 335 olandesi, 54 greci. O gli interventi d’emergenza della Protezione civile per calamità naturali, incendi, rifiuti, gestione dei grandi eventi, traffico, patrimonio artistico, nomadi, aumentati dai 290 del 2002 ai 310 del 2009. L’eccitazione comunicativa nella permanente esposizione ai media Tra il 1992 e il 2008, a fronte di un incremento medio dei consumi delle famiglie del 20%, la spesa per telefoni e servizi telefonici ha registrato un aumento del 214% (poco meno di 22,7 miliardi di euro nel 2008), segnando una flessione solo nell’ultimo anno; la spesa per prodotti audiovisivi e computer è aumentata del 63%, sebbene sia in rallentamento dal 2007; i consumi di libri e giornali hanno segnato un +38%. Il 47,6% degli italiani usa un numero di media superiore a quattro, muovendosi con facilità ogni giorno attraverso una fitta trama di messaggi veicolati dai più diversi vettori: non solo la Tv, il cellulare, la radio e i quotidiani, ma anche Internet, web Tv, palmari, lettori mp3, e-reader. Il 4,2% ne usa dieci o più, percentuale che raddoppia tra i soggetti più giovani e più istruiti. Si finisce così per dedicare massicce dosi di tempo ai mezzi di comunicazione. Se si sommano i quantitativi medi di tempo trascorso quotidianamente utilizzando i principali media, risulta un ammontare cumulativo «virtuale» di 13 ore e 54 minuti al giorno. La violenza di prossimità nel vissuto quotidiano Il conflitto sociale si è trasferito dalle piazze ai cortili. In un decennio si sono dimezzate le ore di sciopero, si riduce il numero di cause civili presso gli uffici del Giudice di pace e i tribunali (-9% tra il 2004 e il 2007) e le tensioni sociali non si incanalano in forme organizzate, ma prendono la via del conflitto privato nella dimensione domestica o condominiale. La microconflittualità nei condomini è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, soprattutto per motivi futili, con ai primi posti l’utilizzo di parti comuni e i rumori molesti. Così come aumentano le violenze familiari (dai 97 omicidi in famiglia del 1992 si passa ai 192 del 2006, +98%). 3. Processi formativi Roma, 4 dicembre 2009 L’alternanza scuola-lavoro I dirigenti scolastici delle scuole secondarie di II grado guardano con favore all’alternanza scuola- lavoro. Il 71,2% ritiene che il ricorso all’alternanza scuola-lavoro permetta agli studenti di avere una migliore conoscenza del mondo del lavoro, il 55,9% pensa che consenta alla scuola di offrire un curriculum di studio più adeguato alle esigenze lavorative, il 53,2% ritiene che aumenti le opportunità occupazionali dei diplomati in quanto hanno l’occasione di farsi conoscere dalle aziende. Positiva è anche la ricaduta dell’alternanza scuola-lavoro sull’ambiente e sul vissuto scolastico: il 52,9% dei dirigenti ritiene che l’introduzione dell’alternanza influenzi i livelli motivazionali, contrastando i fenomeni di dispersione, e il 51% che funga da stimolo per una innovazione continua della didattica. Sul versante delle criticità, la più segnalata (55,1%) riguarda le risorse finanziarie, cui si correla la difficoltà ad offrire percorsi di alternanza a tutti gli studenti interessati (53,6%). Il 46,1% dei dirigenti scolastici sottolinea la problematicità di coinvolgere le aziende e gli altri soggetti economici. Non sussistono invece preoccupazioni in merito alla comprensione e applicazione della normativa (solo il 7,4% dei dirigenti), anche in virtù delle esperienze pregresse, che portano ad escludere uno scarso interesse delle famiglie (11,1%). In effetti si evidenzia una crescita negli ultimi tre anni dei soggetti coinvolti in queste attività. Nel 2008-2009 i corsi di professionalizzazione sono stati 8.023 per 140.409 studenti (+10% rispetto al 2006-2007). La crescita più significativa è quella delle imprese coinvolte, che passano da 27.720 a 48.081 (+41,5%). Nel 2008-2009 più di 1.000 istituti hanno attivato percorsi di alternanza scuola-lavoro, coinvolgendo 69.375 studenti (+51,2% rispetto al 2006-2007). L’Italia e la learning mobility Il processo di costruzione di uno spazio europeo dell’apprendimento trova nella learning mobility uno dei suoi pilastri. Dal 2001 al 2007 162.759 persone hanno usufruito di borse di studio, formazione e tirocinio all’estero nell’ambito dei programmi europei Socrates e Leonardo da Vinci (integrati dal 2007 nel Programma per l’apprendimento permanente). Nel segmento della formazione iniziale, gioca un ruolo preponderante la mobilità del programma Erasmus per gli studenti universitari, che ha promosso l’outgoing di oltre 15.000 persone all’anno (oscillando tra le 13.236 del 2001 e le 18.364 del 2007), seguito da Leonardo da Vinci, che ha promosso l’uscita dal Paese per tirocini formativi di oltre 4.000 giovani all’anno, raggiungendo la quota massima nel 2006 con 6.090 borsisti. Gli scenari della competitività dei saperi Oggi coesistono in Italia università molto competitive nel contesto internazionale e altre che stentano a consolidarsi. La capacità di attrazione degli studenti stranieri migliora: 51.279 iscritti nel 2007-2008 (escluse le università per stranieri di Siena e Perugia) rispetto ai 41.167 del 2005-2006 (+24,6%). Gli atenei con maggiori capacità attrattive sono quelli di Lazio (9.715 studenti), Lombardia (8.898) ed Emilia Romagna (7.064), che assorbono più della metà di tutti gli stranieri iscritti. Più dinamici gli atenei piemontesi (+101,4% tra il 2005-2006 e il 2007-2008), abruzzesi (+109,8%) e calabresi (+88,1%). In controtendenza gli atenei campani (-16,6%), siciliani (-14,6%) e pugliesi (-6,6%). Si consolida il flusso di studenti provenienti dall’Albania, seguono greci e rumeni. Al quarto posto si posizionano i cinesi, con un aumento rispetto al 2006-2007 del 231,5%. Le facoltà più richieste sono quelle afferenti all’area economica, all’area medica e all’ingegneria, che nel complesso sono frequentate da quasi il 44% degli stranieri. L’alta formazione come bene rifugio I giovani italiani, in crescente difficoltà nel mercato del lavoro, sembrano sempre più orientati verso l’unico bene rifugio oggi a loro disposizione: ottenere una formazione qualificata. Si assiste infatti a un aumento delle preiscrizioni negli atenei più qualificati e verso le facoltà considerate più «difficili» come ingegneria e medicina. Rispetto al 2007 si registrano incrementi delle preiscrizioni per l’accesso ai test di ammissione ai due politecnici più prestigiosi d’Italia (Milano e Torino) rispettivamente del 19% e del 27%. In entrambi i casi, la maggioranza delle richieste riguarda il corso di ingegneria, che ha sempre offerto in Italia le migliori chance occupazionali. Il rendimento degli investimenti nell’educazione universitaria (comparando i costi dell’istruzione e l’assenza di guadagno durante il corso di studi con le prospettive salariali) è quantificabile, per un italiano maschio, in 322 mila dollari lordi in più durante il percorso lavorativo. Un incremento secondo solamente a quello registrato negli Stati Uniti, con la differenza che nel nostro Paese la laurea, in termini di resa salariale, è un affare riservato agli uomini. I vantaggi per le donne sono più limitati: il beneficio si ferma a 136 mila dollari, facendo registrare la maggiore disparità di genere tra i Paesi industrializzati. La disparità di rendimento è ancora più evidente se si considera la stima al netto di tasse, contributi sociali ed effetti della disoccupazione: se un laureato può sperare di arrivare a guadagnare nell’arco della vita lavorativa 173.889 dollari in più di un diplomato, per una donna laureata il ritorno economico si ferma a 25.806 dollari, con una differenza quindi di oltre 148 mila dollari. Verso una società basata sulla conoscenza: il caso Toscana Il 2010 è ormai prossimo, ma non i risultati relativi agli obiettivi fissati a Lisbona per far diventare quella europea l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo. Fra gli adulti occupati si osserva una maggiore propensione delle donne a partecipare a iniziative formative (il 7,9% contro il 5,5% degli uomini). In relazione all’apprendimento permanente da parte degli adulti, se l’obiettivo di Lisbona per il 2010 è fissato al 12,5%, l’Italia è ancora ferma al 6,3%. E nel caso dell’abbandono prematuro degli studi, la componente maschile sfiora il 23% dei giovani con età compresa fra 18 e 24 anni. Fra le regioni italiane la Toscana ha voluto intensificare, nel ciclo di programmazione del Fondo sociale europeo appena concluso e in quello avviato, i propri sforzi sulle componenti femminili e giovanili, ottenendo dati sulla partecipazione all’apprendimento permanente (6,8%) e sull’abbandono prematuro degli studi (16,6%) migliori rispetto al resto d’Italia e anche rispetto al Centro-Nord. La qualità dell’offerta universitaria e la forte attrattività degli atenei toscani confermano l'efficacia degli impegni sull'alta formazione, con il raddoppio (dall’8,8 al 16,4 per mille) delle persone laureate nelle discipline scientifiche. La quota di donne laureate in queste facoltà è pari in Toscana a 13,2 per mille, contro il 9,1 per mille a livello nazionale e il 12,6 per mille riferito alle regioni del Centro-Nord nel complesso. 4. Lavoro, professionalità, rappresentanze Roma, 4 dicembre 2009 Le strategie a medio termine del mercato del lavoro in affanno Nei primi due trimestri dell’anno diminuisce il numero degli occupati (-1,6% rispetto allo stesso periodo del 2008) e aumenta contemporaneamente il tasso di disoccupazione (dal 6,7% al 7,4%). Cresce anche il numero delle persone in cerca di occupazione (+8,1%). La crisi occupazionale ha fatto sentire i suoi effetti con un’ulteriore contrazione del lavoro femminile (-0,7%). Nel Mezzogiorno si rileva un tasso di disoccupazione più alto che nel resto del Paese (12%). E si conferma la debolezza dell’Italia all’interno dell’Unione europea (tasso di occupazione al 58,7% contro il 65,9% medio dell’Ue27). La crescita del tempo di non lavoro Gli effetti del rallentamento dell’economia sul mondo del lavoro hanno riguardato anche la dimensione del tempo complessivamente dedicato alle prestazioni lavorative. Le ore di Cassa integrazione guadagni ordinaria passano dai 77 milioni del 2005 a 369 milioni. La Cassa integrazione straordinaria aumenta, nello stesso arco di tempo, del 162%, quella dell’edilizia del 129%.Sia nei servizi che nell’industria le ore effettivamente lavorate nelle grandi imprese diminuiscono rispettivamente del 2,4% e dell’1% tra luglio 2008 e luglio 2009. Analogamente, calano dello 0,4% sia le ore di sciopero, sia quelle dedicate al lavoro straordinario. Il valore della risorsa umana nei processi di internazionalizzazione Le imprese che rafforzano le strategie di internazionalizzazione investono non solo su reti logistiche e distributive nella prospettiva di conoscere meglio il cliente, ma anche sulle risorse umane utilizzate. Le imprese che hanno una significativa attività all’estero sono anche quelle che adottano più delle altre i contratti standard (il 96,6% contro il 92,5%) e meno i contratti flessibili (il 3,4% contro il 7,5%). In esse il significato stesso del salario si lega in proporzioni maggiori al concetto di valorizzazione del merito. Il personale all’estero, a parità di qualifica, viene pagato di più di quello in Italia: un dirigente che lavora in Italia guadagna poco meno di 87 mila euro annui, un dirigente di un’impresa italiana all’estero ne guadagna quasi 140 mila. Verso una nuova previdenza per i professionisti Anche le Casse di previdenza dei professionisti italiani, privatizzate da più di dieci anni, si stanno ponendo l’obiettivo di ripensare il loro welfare interno. Tra il 1997 e il 2009 il numero di professionisti iscritti agli Ordini e ai Collegi professionali ha conosciuto un incremento del 35,9%, passando da 1,476 milioni a 2,006 milioni (circa 530 mila nuovi iscritti), mentre nello stesso periodo l’occupazione nel nostro Paese è cresciuta solo del 14,8%. Resta auspicabile raggiungere anche le professioni senza regolamentazione che si collocano ai margini del mondo professionale ordinistico e che hanno bisogni di tutela ancora scoperti. Le imprenditrici terziarie, fattore strategico per l’economia Le donne imprenditrici del settore terziario costituiscono il vero elemento innovativo nel contesto dell’occupazione femminile degli ultimi decenni. Costituiscono il 67,1% del totale delle aziende gestite da donne, occupano sempre meno spazi di mercato legati al commercio e sono sempre più proiettate su settori un tempo monopolizzati dagli uomini, come la logistica (il 17% delle donne imprenditrici), i servizi professionali intellettuali (12,1%) o il turismo (12%). Dal secondo trimestre del 2004 allo stesso periodo del 2009 gli imprenditori nel complesso sono diminuiti del 4,1% e quelli del terziario del 3,2%, mentre le imprenditrici terziarie sono scese solo dell’1,3%, mostrando una capacità di contrasto alla crisi più alta. Fra le imprenditrici terziarie si registra un aumento significativo di formule societarie diverse dall’impresa individuale, ad esempio la società di persone (41,5%), mentre le società di capitali costituiscono lo 0,5% delle imprese femminili terziarie, aumentate del 126% dal secondo trimestre del 2004 allo stesso periodo del 2009. 5. Il sistema di welfare Roma, 4 dicembre 2009 La sanità nell’anno della crisi Nell’anno della crisi si segnala una crescita delle spese per la salute degli italiani (molto per l’11,5%, abbastanza per il 27,5%, poco per l’8,3%), in misura maggiore tra i soggetti nelle fasce di reddito più basso. Poco meno di un terzo degli italiani spende di più anche per le prestazioni a carico del Ssn per le quali è previsto il ticket, mentre il 27,8% indica un aumento di spesa per analisi e radiografie a pagamento intero, il 29,4% per il dentista, il 31% per i farmaci senza ricetta, il 35,6% per le visite specialistiche a pagamento intero. L’impatto della crisi sembra dunque concretizzarsi in un peggioramento delle possibilità di accesso ai servizi sanitari, anche pubblici, che pesa di più proprio sui meno abbienti. Quasi il 40% dei soggetti di livello socio-economico basso è stato costretto a rinunciare per motivi economici a prestazioni sanitarie e il 37,8% ha ridotto l’acquisto di farmaci a pagamento. Le cure primarie per ripartire dal territorio L’ospedale mantiene il ruolo di catalizzatore della risposta sanitaria. Sono circa 55.000 al giorno gli accessi al Pronto soccorso. Solo nel Lazio nel 2008 gli accessi al Pronto soccorso hanno toccato quota 2.125.823, in gran parte ascrivibili a codici verdi (72,9%) e bianchi (9,7%). La strutturazione della primary care risulta invece in difficoltà, ancora troppo caratterizzata da accessibilità limitata e da isolamento professionale. Ma i medici di medicina generale godono di un ampio favore tra gli italiani: il 75,9% esprime soddisfazione circa l’adeguatezza del servizio. Conviene fare figli in Italia? Il tasso di fecondità italiano rimane tra i più bassi d’Europa: il numero di nati per 1.000 donne in età fertile nel 2007 è pari a 40,3 contro 41,9 per 1.000 in Grecia, 43,1 in Spagna e 54,8 in Francia. Dopo il primo figlio, mediamente partorito in età relativamente avanzata, molte madri italiane non ne hanno altri pur desiderandoli: il 20,6% per motivi economici, il 9,5% a causa del lavoro. Il sistema di tutele della maternità appare inadeguato e troppo legato al vincolo della condizione professionale. Dai dati disponibili (al 2005) emerge che il 55,2% delle madri che avevano avuto un figlio era costituito da donne occupate: a loro è spettato l’84% delle prestazioni economiche per la maternità, pari mediamente a poco meno di 5.000 euro. Ma alle disoccupate (il 5,2% delle madri) è spettato il 2,1% dell’importo e a quelle in condizione non professionale (il 39,6% delle madri) il 13,9% delle prestazioni, pari a circa 1.137 euro (assegni di maternità erogati per le donne disoccupate e in condizione non professionale). Politiche per l’inclusione sociale: le difficoltà delle comunità territoriali Il disagio sociale è fortemente territorializzato, come emerge dalla graduatoria provinciale ottenuta in base a un indice sintetico costruito a partire da 14 indicatori semplici. Il gap tra le province del Centro-Nord e quelle del Sud è marcato e relativo a tutte le dimensioni del disagio considerate, da quelle private (reddito e consumi) a quelle di natura collettiva come le infrastrutture. I contesti provinciali più problematici sono: Palermo, Agrigento, Matera, Lecce, Caserta, Crotone, Vibo Valentia e Caltanissetta, mentre Trieste, Aosta, Belluno e Siena sono le province con livello di disagio sociale più basso. In Italia 1 milione 50 mila famiglie (pari al 4,4% del totale) vivono in condizione di «povertà alimentare», con un divario territoriale enorme tra regioni come Veneto (2,3%), Toscana (2,4%), Lazio (2,7%), Trentino Alto Adige (2,9%) e altre come Calabria (6,2%), Basilicata (9,1%), Sicilia (9,2%) e Sardegna (10,8%). Meno risorse e più conflitti nella distribuzione della spesa sociale La crisi avrà sicuramente l’effetto di rendere più acuta la competizione sociale e territoriale per le risorse destinate alla protezione sociale. La dinamica degli ultimi 6 anni ha visto una crescita ridotta delle voci «anzianità e superstiti» e «sanità» (rispettivamente aumentate a un tasso medio annuo dell’1,6% e del 3,5%, contro l’1,9% e il 3,6% della Ue15) e incrementi più consistenti per le funzioni «disabilità» (+1,9% in Italia, +1,7% medio europeo), «famiglia e minori» (+5,2%, +2%), «housing ed esclusione sociale» (+9,3%, +4,2%) e soprattutto «disoccupazione» (+5,3%, +0,9%). Per stabilizzare il rapporto pensioni/Pil occorrerebbe un tasso di crescita medio annuo per il triennio 2008-2010 pari all’1,8%, lontano dagli andamenti previsti per i prossimi anni. Gli italiani sono tra i meno convinti della capacità del sistema di protezione sociale di assicurare una copertura adeguata (il 37% contro un valore medio dell’Europa a 27 pari al 48%). D’altra parte, l’impatto della crisi sulla previdenza complementare ha determinato un rallentamento delle adesioni nei primi 9 mesi del 2009 (appena +3% rispetto al mese di dicembre 2008) e diffusi problemi nei pagamenti: circa 520 mila iscritti non hanno versato o hanno versato in ritardo i contributi previsti. 6. Territorio e reti Roma, 4 dicembre 2009 Aumenta la frammentazione normativa: le declinazioni regionali del Piano casa L’assenza di un forte indirizzo comune ha contribuito ad alimentare la disomogeneità normativa del Piano casa. Dal quadro comparativo emergono approcci differenziati tra le Regioni che hanno improntato la loro azione essenzialmente ad una forte deregulation, non ponendo particolari restrizioni agli interventi, e quelle che hanno puntato a fare della legge uno strumento per la riqualificazione del patrimonio edilizio, introducendo una serie articolata di condizioni virtuose per poter effettuare gli ampliamenti (bioedilizia, risparmio energetico, qualità architettonica, dotazione di verde).Alcune leggi regionali estendono la possibilità di intervento anche agli immobili ad uso industriale, artigianale, ricettivo. Con il risultato che lungo la penisola uno stesso intervento edilizio a volte è ammesso, altre no. L’Aquila dopo il 6 aprile: problemi e prospettive La fase dell’emergenza dopo il sisma ha riguardato la sistemazione di un numero altissimo di sfollati. La popolazione direttamente assistita dalla Protezione civile nei 6 mesi si è quasi ridotta ad un terzo, passando dalle 67 mila unità di fine aprile alle 24 mila unità di ottobre. Le tende hanno ospitato nel momento di massimo disagio circa 35 mila persone, scese a poco più di 2 mila a fine ottobre. Ma in tutti questi mesi migliaia di aquilani (erano 33 mila a maggio, sono diventati circa 22 mila ad ottobre) sono stati ospitati, al costo di circa 50 euro al giorno per persona, in alberghi e case private soprattutto della costa abruzzese. Gli alloggi stabili realizzati successivamente, da destinare alle famiglie con una casa distrutta o inagibile, sono circa 6.900 tra Map (Moduli abitativi provvisori, ovvero prefabbricati in legno destinati ai Comuni minori e alle frazioni del capoluogo) e insediamenti del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili) destinati alla città dell’Aquila. Ora gli interrogativi riguardano la fase di ricostruzione. Gli alloggi parzialmente o temporaneamente inagibili sono il 15%, ma gli edifici distrutti o gravemente inagibili nel centro storico dell’Aquila sono il 74% del totale. Il ruolo delle città e delle Province nel contrasto alla crisi economica Quasi la totalità dei Comuni (94,1%) è intervenuta per fronteggiare la crisi con misure straordinarie. Tali misure si risolvono in un potenziamento generalizzato del welfare per le fasce deboli (il 76,5% dei Comuni), molte amministrazioni locali hanno individuato specifici target di cittadini particolarmente colpiti (38,2%) o hanno costituito tavoli di concertazione con soggetti locali o altri livelli istituzionali (41,2%). La gran parte dei Comuni (65,4%) si è mossa intervenendo volta per volta sulle singole emergenze, circa un terzo (34,6%) ha varato pacchetti anticrisi per il 2009 molto articolati e rivolti a lavoratori in mobilità, cassaintegrati, commercianti, artigiani e famiglie in difficoltà. La manutenzione dei beni comuni come contributo alla sicurezza e come investimento anticiclico È ormai urgente un forte ritorno di attenzione sul tema della manutenzione. Il campanello d’allarme per lo stato manutentivo di molte attrezzature pubbliche e reti tecnologiche è già suonato e fa coincidere il tema della manutenzione con quello della sicurezza. Lo stock di edilizia scolastica pubblica è composto da 42 mila strutture, di cui quasi la metà non dispone di un certificato di agibilità. Stimando un costo medio per la messa a norma di 300-350 mila euro per ogni struttura, con un investimento di un miliardo di euro si otterrebbe la messa a norma di circa 3 mila scuole (pari al 7% dello stock). Lo stock di edilizia ospedaliera pubblica è composto da 654 strutture. Stimando un costo medio per la messa a norma pari a circa 9-10 milioni di euro per ospedale, con un investimento di un miliardo di euro si otterrebbe la messa a norma di circa 100 ospedali (pari al 15% dello stock). Si può stimare inoltre la presenza sul territorio nazionale di circa 149 mila impianti sportivi (dei quali il 53% di proprietà pubblica), per cui con un investimento di un miliardo di euro si potrebbero mettere a norma circa 20 mila impianti sportivi di dimensione medio-piccola (palestre, piscine). Anche la rete degli acquedotti (poco meno di 300 mila km) è vecchia (l’età media delle infrastrutture è di circa trent’anni) e scarsamente mantenuta. Più del 40% del volume d’acqua erogata viene disperso (più del 50% nelle regioni meridionali). Con un investimento di un miliardo di euro da destinare ad azioni di ricerca e sistemazione delle perdite si possano recuperare alla piena funzionalità circa 100 mila km di condotte, equivalenti a un terzo della rete nazionale. Condizioni e opportunità per un nuovo protagonismo delle istituzioni provinciali Secondo l’indagine realizzata dal Censis nei mesi di settembre-ottobre su incarico dell’Upi (Unione Province d’Italia), i presidenti di Provincia constatano che il progressivo trasferimento di ruoli, funzioni e competenze dal centro alla periferia ha finora privilegiato soprattutto le Regioni sotto il profilo dei poteri reali (l’88,1% delle risposte), le Regioni e i Comuni sotto il profilo della visibilità mediatica (76,4%). Rispetto a questi due ambiti, le istituzioni provinciali vengono segnalate da quote residuali di intervistati (dal 3,4% in merito all’aumento di poteri reali e dal 9,1% con riferimento alla visibilità). Tuttavia, nella percezione dei presidenti esiste una forte domanda di sostegno allo sviluppo che proviene dai soggetti economici locali, che va dall’impegno nello svolgimento delle funzioni provinciali fondamentali (manutenzione stradale, scuole secondarie, ecc.) (98,3%) allo snellimento della burocrazia (71,2%), alla promozione di nuove iniziative imprenditoriali (67,8%). 7. I soggetti economici dello sviluppo Roma, 4 dicembre 2009 L’industria alla prova della crisi Nel corso del 2009 il sistema manifatturiero italiano ha registrato una flessione di più del 10% della produzione, del 24% delle esportazioni, dell’1% del numero di imprese. Il processo di ristrutturazione colpisce larga parte delmade in Italy (4.000 imprese in meno a metà anno), con effetti più marcati sul comparto del tessile (-3,9% di imprese), del legno (-2,8%) e della meccanica (flessioni superiori al 2%). Tengono i comparti della produzione di mezzi di trasporto (il numero di aziende è cresciuto del 3,9%, anche se leperformance in termini di fatturato sono molto negative), del recupero e riciclaggio di materiali (+3,1%), l’editoria e la stampa (+2,4%), l’alimentare (+2,2%). Ma si vedono segnali di riposizionamento di molte imprese esportatrici su mercati relativamente nuovi: nella prima parte del 2009 si è registrata una flessione dei valori medi unitari dei prodotti italiani esportati nei Paesi dell’Ue (-1,6%) e un parallelo incremento dei prezzi delle esportazioni verso l’India (+11,5%), la Cina (+10,7%), il Brasile (+9,6%) e il Medio Oriente (+5,2%). Per una partnership nuova tra imprese e sistema bancario Si segnala una contrazione del credito concesso al tessuto produttivo a tassi superiori al 2% rispetto all’anno precedente, pur in presenza di un immutato fabbisogno di risorse finanziarie da parte delle aziende (nel primo semestre dell’anno il 32,6% delle imprese ha aumentato la propria esposizione, mentre soltanto il 16,8% l’ha ridotta). Nel primo semestre del 2009 il 39,1% delle imprese si è avvalso dello scoperto bancario e il 36,8% ha avuto accesso a prestiti a breve o a lungo termine. Soltanto il 40,5% delle realtà produttive nazionali (l’11% in meno rispetto alla media comunitaria) ha usato invece risorse proprie per finanziare l’attività.Nonostante le restrizioni dell’offerta di credito, il 71,2% delle domande di finanziamento presentate ha ottenuto esito positivo, il 20,3% è stato accolto soltanto parzialmente, l’8,5% è stato respinto: una quota comunque inferiore rispetto a quella che si registra in ambito comunitario (10,3%). Nel biennio precedente alla crisi, però, le domande accolte integralmente erano state l’86,5% del totale, quelle accettate parzialmente il 12% e quelle respinte soltanto l’1,5%. Se il 39,2% delle imprese europee ritiene di non incontrare ostacoli per ottenere un finanziamento bancario, in l’Italia la quota si riduce al 16,1%, mentre il 37% delle nostre imprese (contro il 26,1% di quelle europee) teme di non disporre di garanzie adeguate e il 36,9% (a fronte del 20,2%) ha il timore che i costi o i tassi d’interesse saranno troppo elevati. Green economy italiana tra mito e realtà Le stime sul fatturato della green economy italiana si aggirano attorno ai 10 miliardi di euro, con un impatto sul mercato del lavoro da qui a dieci anni variabile tra 100 mila e un milione di nuovi addetti. Nel 2008 l’energia prodotta da fonti rinnovabili ha coperto il 16,5% dei consumi nazionali, e la produzione è aumentata del 24,5% in soli cinque anni. Il fatturato dei principali comparti delle rinnovabili è aumentato del 191% in cinque anni e nel 2008 supera i 5 miliardi di euro, mentre l’occupazione diretta e dell’indotto è cresciuta del 220%, con più di 20 mila posti di lavoro creati. L’energia verde rappresenta un’occasione da non perdere, soprattutto per un Paese come l’Italia naturalmente dotato di fonti rinnovabili come il vento e il sole. Ma la capacità della green economy di trasformare la sfida climatica in crescita economica e occupazionale dipenderà dalle politiche messe in atto per accompagnarne lo sviluppo. Innovazione e metamorfosi della distribuzione commerciale La quota delle imprese del commercio cessate sul totale delle attive è passata da livelli inferiori al 7% nella prima metà del decennio a quasi il 9% nel 2008. Se negli anni che vanno dal 2000 al 2004 le imprese commerciali che si cancellavano dai registri del sistema camerale erano poco più di 50 mila, nell’ultimo biennio hanno superato quota 70 mila: un trend che sembra confermarsi anche per il 2009. Aumentano però le grandi superfici specializzate, dalle 909 del 2002 alle 1.465 del dicembre 2008, con un incremento della superficie di vendita del 66,9% e dell’occupazione del 119,5%, arrivando a una superficie media unitaria di circa 3 mila mq e 30 addetti. Per la distribuzione al dettaglio, i centri commerciali rappresentano uno dei modelli di maggiore successo: in Italia se ne contano 659 (151 nella sola Lombardia) e le nuove aperture previste per il triennio 2009-2011 sono 232. Nella pluralità del Mezzogiorno, per trasformare i vincoli in opportunità Permane la sensazione che l’Italia sia condannata a procedere a due velocità. Secondo l’opinione di un campione di esperti contattati dal Censis (rappresentanti del mondo produttivo, istituzionale e accademico meridionale), nei territori del Sud l’attuale congiuntura potrebbe avere un impatto ancora più negativo che nel resto del Paese (48,5%), mentre solo il 24,8% è convinto che gli elementi di vitalità del territorio lascino prevedere una pronta ripresa. Il Sud d’Italia è in realtà un’area molto differenziata al proprio interno, che vede coesistere zone attive e relativamente dinamiche con altre in declino. Le due province con i maggiori livelli di produttività e ricchezza rispetto alla media del Mezzogiorno sono quelle più industrializzate: la provincia di Napoli (con 7 sistemi locali del lavoro) e di Bari (5), dotate di un sistema produttivo complesso e diversificato. Consumi e stili di vita degli italiani in un anno tutto in salita Lievi segnali di ripresa dei consumi sono emersi nel secondo trimestre dell’anno rispetto al primo (+0,3%), ma l’inversione del ciclo appare ancora lontana. Nei primi mesi del 2009 il 43% delle famiglie italiane ha affrontato la crisi risparmiando di più. Tale percentuale è salita a metà anno al 46,2% e il 25% ha dichiarato di aver tagliato le spese non necessarie. Tra gennaio e giugno le persone che guardano al futuro con ottimismo sono passate dal 52,4% al 57%: un buon segnale, che tuttavia va letto insieme all’incremento dei pessimisti, passati dal 30,2% al 32,7% (mentre si riduce la quota di chi si dichiara incerto sul futuro). Gli italiani e il gioco delle scommesse Il settore delle scommesse pubbliche sembra non risentire della fase di crisi, crescendo a ritmi sostenuti e coinvolgendo ormai circa 30 milioni di italiani di ogni appartenenza sociale. La raccolta nei primi 9 mesi del 2009 (oltre 39,3 miliardi di euro) è aumentata del 14,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2008 il gettito fiscale derivante dal settore ha comportato entrate per lo Stato pari a 7,7 miliardi di euro. Nei primi 9 mesi dell’anno le entrate dal gioco raggiungono già i 6,7 miliardi di euro e si stima che a fine anno l’apporto fiscale supererà gli 8 miliardi di euro. Grazie all’uso combinato di tecnologie e servizi innovativi, come il gioco on line, aumentano gli addetti della filiera del gioco (+27,5% tra il 2005 e il 2007) e i ricavi (+77,2%). Nel 2008 su 100 scommesse sportive, poco meno di 30 sono state giocate in modalità remota: le scommesse sportive hanno inciso per oltre il 72% sul totale della raccolta on line. Con l’introduzione degli skill games (soprattutto il poker) le scommesse sportive hanno perso la leadership della raccolta on line, che ad aprile 2009 valeva il 37% del totale. Nel 2008 il primato (a livello assoluto e pro-capite) delle somme giocate al Superenalotto spetta alle province delle maggiori aree metropolitane del Paese: al primo posto Milano con un giocato pro-capite di 77,8 euro, poi Roma con 69,1 euro. 8. Comunicazione e media Come cambiano i consumi mediatici nell’anno della crisi In pochi anni si è compiuta una vera e propria rivoluzione nel sistema dei media, e la crisi attuale ha ulteriormente accelerato il processo di trasformazione già in corso. La televisione, che nel 2001 raggiungeva già il 95,8% degli italiani, oggi si attesta al 97,8%. La Tv satellitare passa dal 27,3% del 2007 al 35,4% di utenti nel 2009 e il peso delle altre forme di Tv, che pochi anni fa non esistevano, non è affatto trascurabile: il digitale terrestre ha il 28% di utenza (benché lo switch off del segnale analogico abbia riguardato finora solo alcune porzioni del territorio nazionale) e la web Tv il 15,2% (ma la Tv su Internet è seguita dal 41,3% dei giovani tra 14 e 29 anni). Il trionfo della televisione non ha messo in crisi la radio, che ha visto crescere il suo pubblico (dal 68,8% del 2001 all’81,2% nel 2009), che ora l’ascolta spesso anche dai lettori mp3 (18,6%), da Internet (8,3%) o dal telefonino (8,1%). In sofferenza la carta stampata: quotidiani a pagamento al 54,8%, free press al 35,7%, settimanali al 26,1%, mensili al 18,6%. L’uso del cellulare si attesta all’85%, ma va legata all’effetto della crisi la contrazione dell’uso dismartphone (-15,8%) e videofonini (-7,2%) registrata negli ultimi due anni, per risparmiare sui costosissimi servizi wap, compensata però dall’incremento dei consumi basic del cellulare (+21,7%). Il tasso di penetrazione di Internet è del 47%, ma il web rimane ancora uno strumento a cui hanno accesso prevalentemente i giovani (80,7%) e le persone con titolo di studio più alto (67,2%). Il pluralismo dei mezzi avanza, dunque, ma il digital divide continua a spezzare in due l’Italia. In bilico tra digital divide e press divide Gli italiani che nel 2009 hanno superato la soglia del digital divide sono il 48,7% del totale, comprendendo anche quanti hanno un rapporto occasionale con la rete: molto meglio del 29% del 2006, ma sempre meno della metà della popolazione complessiva. Il secondo campanello d’allarme riguarda il ruolo sempre più marginale dei media a stampa, fenomeno che si può indicare come press divide. Le persone estranee all’uso dei mezzi a stampa sono aumentate dal 33,9% del 2006 al 39,3% nel 2009 (+5,4%). Quindi, più della metà della popolazione italiana si colloca al di sotto della soglia del digital divide, più di un terzo al di sotto della soglia del press divide, più di un quarto non conosce alternative alla televisione. Il pluralismo delle fonti: un processo ancora incompiuto Il dominio della televisione tradizionale appare netto e incontrastato quando si valuta l’efficacia attribuita ai media in relazione al bisogno di informarsi sull’attualità politica. Non solo perché il 59,1% degli italiani preferisce affidarsi alla Tv, con punte che raggiungono il 63,1% tra i soggetti meno istruiti e il 67,7% tra gli anziani, quanto per il distacco rispetto agli altri media. Specialmente i quotidiani acquistati in edicola, che si attestano al 30,5% e conquistano la fiducia solo del 39,5% anche delle persone più acculturate. Le emittenti Tv all news si collocano al 10,2%, la radio si accredita appena con il 9,3% (il 12,5% tra i più istruiti), i portali Internet non superano il 7% (solo tra i giovani raggiungono il 16,5%). Se si passa nel campo della cronaca, il pluralismo delle fonti appare ancora più ristretto. Alle emittenti televisive tradizionali si rivolge il 72,4% degli italiani (addirittura l’81,4% degli anziani), i quotidiani si attestano al 33% e le Tv all news, i portali Internet e le radio oscillano tra il 10% e l’11%, battuti dal televideo, di cui viene riconosciuta l’efficacia dal 15,3% del pubblico. Cosa rimane oltre la Tv nella comunicazione politica? Quando si tratta di scegliere per chi votare, gli italiani si informano principalmente attraverso i telegiornali (69,3%), come è emerso in occasione delle elezioni del giugno scorso. Al secondo posto si collocano i programmi giornalistici televisivi di approfondimento (come «Porta a porta» di RaiUno o «Matrix» di Canale 5) con il 30,6% delle preferenze. Si tratta soprattutto delle persone più istruite (il dato sale, in questo caso, al 37%), mentre i giovani risultano meno coinvolti da questo format televisivo (il 22,3% nella classe d’età 18-29 anni). Ai quotidiani si rivolge il 25,4% degli italiani prossimi al voto, quota che arriva al 34% tra i soggetti più scolarizzati e raggiunge il 35% tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti. I canali Tv all newscontano per il 6,6% degli italiani maggiorenni, soprattutto maschi (9,3%) e più istruiti (10,2%); i programmi radiofonici hanno importanza nel 5,5% dei casi; i siti Internet dei partiti nel 2,3%; i blog, i forum di discussione o i gruppi su Facebook non incidono per più del 2,1% dei casi (tra i giovani il web assume appena un po’ più di rilevanza, visto che i siti dei partiti arrivano al 6% e i blog al 4,7%). In particolare, i Tg sono la principale fonte di informazione in base alla quale scegliere per chi votare per il 76% dei soggetti meno istruiti, il 74,1% delle casalinghe, il 78,7% dei pensionati e l’81,8% degli anziani. Questi dati assumono maggiore importanza se si considera che solo il 27% dei cittadini dichiarava di sapere esattamente per chi votare prima delle elezioni. Il 40,4% non aveva ancora scelto definitivamente il partito (le informazioni servivano, in questo caso, per prendere una decisione finale), mentre il 32,6% era indeciso sulla partecipazione stessa al voto. Le chiavi del successo dei social network Sono 19,8 milioni gli italiani che hanno confidenza con almeno uno dei tanti social network esistenti.La conoscenza di Facebook e YouTube è massima tra i giovani di 14-29 anni (il 90,3% e l’89,2% rispettivamente), risulta elevata tra gli adulti (il 64,2% e il 64%) e scende notevolmente solo tra gli anziani (il 24,6% e il 22,9%), tra i quali è l’uso ad essere praticamente nullo (intorno all’1,5%). Più della metà dei giovani, invece, utilizza Facebook (56,8%) e più di due terzi YouTube (67,8%), e non è trascurabile l’impiego di YouTube anche tra gli adulti (23,5%). 9. Governo pubblico Roma, 4 dicembre 2009 La semplificazione che non arriva Sembra ancora un lontano miraggio la semplificazione normativa che il Paese attende da anni. I costi sostenuti dalle imprese per conformarsi agli obblighi normativi corrispondono al 4,6% del Pil. Dopo la Grecia, siamo il Paese dell’area Ocse dove è più costoso avviare un’impresa: occorrono in media 5.681 dollari contro i 1.960 della Germania, i 347 della Francia, i 318 degli Stati Uniti, i 285 della Gran Bretagna. Ogni impresa italiana è costretta ad effettuare in un anno almeno 15 pagamenti al fisco, cui vengono dedicate mediamente 334 giornate lavorative: parecchie, se confrontate con quelle necessarie in Spagna (234), Germania (196), Francia (132) e Regno Unito (105). Per ottenere una licenza per la costruzione di un magazzino occorrono in media 257 giorni in Italia, 144 in Gran Bretagna, 137 in Francia, 100 in Germania e 40 negli Stati Uniti.In caso di controversie, l’Italia detiene anche il triste primato della durata delle azioni di tutela dei contratti commerciali: 1.210 giorni (circa 4 anni), contro 404 giorni in Gran Bretagna, 394 in Germania, 331 in Francia, 300 negli Stati Uniti. La giustizia italiana alla ricerca di nuovi «fori» L’Italia è il primo Paese europeo per numero di cause pendenti (3 milioni 688 mila), seguita a distanza da Francia (1 milione 165 mila) e Spagna (781 mila). Le disfunzionalità del sistema giustizia continuano a penalizzare i processi di sviluppo e modernizzazione del Paese. Emerge così una domanda di giustizia disposta a rivolgersi al di fuori del sistema «ordinario» pur di avere risposte certe in tempi brevi. Tra il 2005 e il 2007 le domande di conciliazione presso le Camere di commercio aventi per oggetto controversie tra imprese sono più che raddoppiate e gli arbitrati sono aumentati del 7,1%. Il ricorso ai sistemi extragiudiziali consente non solo di ridurre i tempi di risoluzione delle controversie, ma anche di contenerne i costi, di cui il Censis stima una incidenza media sul fatturato aziendale dello 0,8% con un esborso medio annuo di 3.832 euro per azienda (ovvero una spesa complessiva per il sistema delle imprese pari a 22,9 miliardi di euro). La digitalizzazione incompiuta della Pa Il percorso di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, cui sono legate le aspettative di ammodernamento della macchina pubblica, è arrivato a un bivio. Malgrado i recenti progressi, l’Italia continua a scontare un netto ritardo in Europa. Rispetto alla media europea del 28%, gli italiani che ricorrono a Internet per relazionarsi con le autorità pubbliche sono solo il 15%: percentuali inferiori si registrano solamente in Bulgaria (8%), Romania (9%), Grecia (10%) e Repubblica Ceca (14%), mentre si collocano molto sopra la media Olanda (54%) e Finlandia (83%). Al momento risultano disponibili on line i servizi di autocertificazione anagrafica (nel 66,6% dei Comuni), il pagamento dell’Ici (52,6%), la denuncia di inizio attività edilizia (48,5%), la dichiarazione della tassa di smaltimento dei rifiuti solidi urbani (42,1%), l’autorizzazione unica Suap (40,5%), l’iscrizione all’asilo nido (24,4%), la concessione dell’occupazione permanente di suolo pubblico (22,6%), l’assegno per il nucleo familiare (20,7%), il contrassegno di invalidità (20,1%), la dichiarazione di inizio attività produttiva (19,5%), la concessione del passo carrabile (19%), l’iscrizione al servizio di mensa scolastica (18,1%) e il pagamento della Tarsu (14%). 10. Sicurezza e cittadinanza Roma, 4 dicembre 2009 Il difficile equilibrio tra contrasto dell’irregolarità e diritto d’asilo Secondo l’Unhcr 42 milioni di persone sono costrette alla fuga da guerre e persecuzioni: si tratta di 16 milioni di rifugiati o richiedenti asilo e di 26 milioni di sfollati all’interno del proprio Paese. Il «peso» dell’asilo grava sull’Europa in maniera contenuta rispetto alle zone più prossime ai Paesi che non garantiscono i diritti fondamentali: sono più di 3 milioni le persone sotto mandato dell’Alto Commissariato nel continente europeo (l’8,9% del totale), mentre superano i 10 milioni (30,3%) in Africa e sfiorano i 17 milioni in Asia (49,1%). Il 75% degli italiani auspica una maggiore forza decisionale dell’Europa nelle politiche dell’immigrazione e dell’asilo (la media europea si ferma al 63%), e percentuali simili emergono in altri Paesi dell’Europa mediterranea interessati da cospicui flussi irregolari, come Spagna, Grecia e Portogallo. Le questioni sulle quali gli italiani ritengono che l’impegno delle istituzioni europee dovrebbe crescere nei prossimi anni sono, dopo quelle economiche (prioritarie per il 43%), proprio quelle relative all’immigrazione (se lo augura il 34% della popolazione, rispetto al 23% medio dell’Ue). Viaggio attraverso le regolarizzazioni Quella recentemente conclusasi è stata la sesta regolarizzazione di stranieri in Italia dal 1986 ad oggi: 294.744 domande (180.408 per le colf e 114.336 per le badanti) concentrate soprattutto nelle grandi città di Milano (il 14,7% delle domande), Roma (10,9%) e Napoli (8,2%), e presentate prevalentemente da persone di nazionalità ucraina (12,6%), marocchina (12,2%) e moldava (8,7%). Crescono le presenze di cittadini dell’Europa dell’Est e si registra un processo di femminilizzazione dei flussi migratori: le donne passano da un quinto del totale dei regolarizzati nel 1986 a quasi la metà di quelli del 2002 e del 2009. Immigrazione in tempi di crisi Nell’Unione europea il tasso di disoccupazione tra i lavoratori immigrati è aumentato nel periodo 2007-2009 del 3,1%, a fronte di un incremento dello 0,7% tra gli autoctoni. Anche in Italia è evidente la situazione di difficoltà nella quale si trovano gli immigrati, e non deve trarre in inganno la crescita degli occupati stranieri rilevata nel secondo trimestre del 2009 rispetto allo stesso periodo del 2008 (+184 mila), legata semplicemente alla crescita della popolazione straniera, perché contestualmente è diminuito il tasso di occupazione dello 0,7%. Negativi anche i dati sugli stranieri disoccupati o in cerca di lavoro, cresciuti nell’ultimo anno rispettivamente del 2,2% e del 40,8%. Nel biennio 2007-2008 le compravendite di abitazioni concluse da immigrati sono diminuite del 23,7% e si stima un’ulteriore contrazione del 12,6% nel 2009 (la prima parte dell’anno ha fatto registrare una diminuzione del 40%). Anche la quota di mutui immobiliari accesi dagli immigrati è in costante calo dal 2006, quando corrispondeva al 10,1% del totale, poi scesa al 7,6% a fine 2008 e al 6,6% all’inizio del 2009. È in crescita, invece, il flusso di rimesse in uscita dall’Italia, ma solo in ragione dell’aumento del numero degli immigrati: gli importi complessivi sono aumentati del 5,6%, ma è netta la diminuzione delle rimesse pro-capite (-9,6%). L’unico dato in controtendenza riguarda gli imprenditori stranieri, aumentati del 2,4% tra la fine del 2008 e la prima metà del 2009 (ormai rappresentano il 6% della classe imprenditoriale in Italia). L’integrazione parte dalla salute I servizi sanitari pubblici sono molto conosciuti dagli stranieri residenti in Italia: l’89,4% conosce/utilizza il medico di base, l’84% la Asl e l’81,1% il Pronto soccorso. Servizi apprezzati dall’utenza straniera: il 48,4% è soddisfatto e il 33,1% mediamente soddisfatto del Servizio sanitario nazionale, il medico di base raccoglie giudizi positivi nel 70,1% dei casi, la Asl nel 69,8% e il Pronto soccorso nel 64,5%. La salute degli stranieri sembra comunque migliore di quella degli italiani: l’85% degli stranieri di sesso maschile e il 75,1% delle femme affermano di sentirsi «bene/molto bene», a fronte di dati che tra gli italiani si fermano rispettivamente al 75,5% e al 68,1%.Nelle quattro settimane precedenti l’intervista, il 22,8% degli stranieri residenti in Italia ha sofferto di una malattia acuta, mentre tra gli italiani la percentuale sale al 27,4%. Resta da sfatare il pregiudizio che vede negli immigrati i responsabili di una possibile recrudescenza delle malattie infettive in Italia: negli ultimi dieci anni i nuovi casi di tubercolosi diagnosticati sono diminuiti del 16,5% a fronte di una crescita della popolazione straniera residente del 232,2%. La crescita della contraffazione alimentare Il fatturato della falsificazione di generi alimentariviene stimato dal Censis in 1.153 milioni di euro, con un impatto in termini di mancata occupazione di circa 24.300 unità. Nel 2008 le dogane europee hanno sequestrato 2.434.959 prodotti alimentari contraffatti, corrispondenti all’1,4% del totale dei prodotti sequestrati, con un aumento del 26% rispetto al 2007.All’interno del territorio nazionale i Nas hanno sequestrato nel 2008 generi alimentari per un valore complessivo di oltre 159 milioni di euro, in crescita rispetto ai 121 milioni di euro del 2007. E l’Ispettorato centrale per il controllo della qualità, istituito presso il Ministero delle Politiche agricole, ha svolto nel 2008 più di 37 mila ispezioni, controllando quasi 90 mila prodotti e individuando un 5,5% di prodotti irregolari, con 543 notizie di reato, 4.547 contestazioni amministrative e un totale di 539 sequestri per un valore di oltre 181 milioni di euro. Particolarmente lesivo per l’export italiano è il fenomeno imitativo: il mercato dell’italian sounding vale nel mondo circa 60 miliardi di euro. Pubblica Amministrazione in terra criminale Dal 2004 al 2008 sono pervenute alle Forze dell’ordine 19.019 denunce per reati legati alla corruzione della Pa: il 42,2% concentrato nelle quattro regioni del Sud più interessate da fenomeni di criminalità organizzata. Negli anni 2007-2009 nelle quattro regioni patria delle organizzazioni criminali sono stati eseguiti 1.192 interventi della Guardia di Finanza per contrastare le frodi comunitarie, pari al 42,9% del totale, con il risultato di 1.019 soggetti denunciati (il 64,6% del totale), 56 arrestati (su 59) e 850,8 milioni di euro di finanziamenti illeciti individuati (il 72,2% del totale). Di questi, il 41,4% è relativo a fondi agricoli e il restante 58,2% a fondi strutturali. Le truffe comunitarie sono infatti uno dei settori illeciti emergenti: 5.321 casi di irregolarità segnalati all’Unione europea nel 2007, per un importo totale stimato di 1.048 milioni di euro. Il nostro Paese si trova al quinto posto per numero di segnalazioni notificate (1.170), ma al primo posto per ammontare degli importi irregolari (232,5 milioni di euro). Nel 2008 sono stati recuperati 77 milioni di euro, ma restano da restituire all’Unione europea 409 milioni di euro accumulati negli anni precedenti. CENSIS: 43° Rapporto sulla situazione sociale del paese 2009
Argomento: 

CENSIS: 42° Rapporto sulla situazione sociale del paese 2008

Descrizione breve: 
Viene studiata e analizzata la situazione sociale italiana.
Data: 
5 Dicembre 2008
Il Rapporto Annuale 2008 42° Rapporto sulla situazione sociale del paese Giunto alla quarantaduesima edizione, il Rapporto Censis prosegue l’analisi e l’interpretazione dei più significativi fenomeni socioeconomici del Paese. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto ribadendo la fragilità della nostra struttura socioculturale e il moltiplicarsi di piccole e grandi paure. Al tempo stesso, i caratteri originari del nostro sistema di convivenza ci aiutano a fronteggiare la crisi in corso, mentre si intravedono i tratti di una seconda metamorfosi silenziosamente in marcia. Nella seconda parte, La società italiana al 2008, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: le reazioni e difese dal grande crack, il cammino verso la seconda metamorfosi della società italiana, le persistenti vulnerabilità interne del sistema. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, le politiche pubbliche, la sicurezza e la cittadinanza. Schede:  Considerazioni generali  La società italiana al 2008  Processi formativi  Lavoro, professionalità, rappresentanze  Il sistema di welfare  Territorio e reti  I soggetti economici dello sviluppo  Comunicazione e media  Governo pubblico  Sicurezza e cittadinanza Dicembre 2008 2 Considerazioni generali L'Italia in marcia verso la seconda metamorfosi La «segnatura» della crisi c'è stata, ma apre a un adattamento innovativo della società Roma, 5 dicembre 2008 Alla crisi ci crediamo e non ci crediamo. Per alcuni si sfiammerà presto, per altri il tracollo durerà a lungo. Questa diversa percezione riflette l'assenza di una consapevolezza collettiva, a conferma del fatto che restiamo una società «mucillagine». Come affermato lo scorso anno, il contesto sociale è condizionato da una soggettività spinta dei singoli, senza connessioni fra loro e senza tensione a obiettivi e impegni comuni. Questa regressione antropologica, con i suoi pericolosi effetti di fragilità sociale, è visibile nel primato delle emozioni, nella tendenza a ricercarne sempre di nuove e più forti, al punto che «la violenza o lo stravolgimento psichico si illudono di avere un bagliore irripetibile di eternità, mentre nei fatti sono solo passi nel nulla». È stato l'anno delle paure. Su questa base si sono moltiplicate piccole e grandi paure (i rom, le rapine, la microcriminalità di strada, gli incidenti provocati da giovani alla guida ubriachi o drogati, il bullismo, il lavoro che manca o è precario, la perdita del potere d'acquisto, la riduzione dei consumi, le rate del mutuo). In un anno elettorale, la politica ha trovato vantaggioso enfatizzare le paure collettive e le promesse di securizzazione (dai militari per le strade alla social card per i meno abbienti), con ciò finendo per generare una più profonda insicurezza, una ulteriore sensazione di fragilità. La crisi finanziaria internazionale: la «segnatura» c'è stata. La crisi ci ha segnato, ed è verosimile attendersi per il prossimo anno ulteriori fasi di flessione. Ma ha determinato un salutare allarme collettivo. Si tratta ora di vedere se il corpo sociale coglierà la sfida, se si produrrà una reazione vitale per recuperare la spinta in avanti, sebbene siano in agguato le «italiche tentazioni alla rimozione dei fenomeni, alla derubricazione degli eventi, all'indulgente e rassicurante conferma della solidità di fondo del sistema». Non basta una reazione puramente adattiva. Rispetto a una crisi che ci segna in profondità, sarebbe deleterio adagiarsi sulla speranza che tutto si risolverà nella dinamica della lunga durata, grazie alle furbizie adattive che ci contraddistinguono da decenni e secoli. Rischieremmo che «la lunga durata diventi luogo del rattrappimento e della rinuncia ad un ulteriore sviluppo». Rischieremmo: l'appiattimento su parole d'ordine non più universalmente condivise (il mercato, l'occidentalizzazione, la globalizzazione, l'Europa allargata); di continuare a vivere individualisticamente; l'acutizzarsi di un disagio sociale legato all'esaurimento delle sicurezze di base garantite da un welfare oggi in crisi e dalle attuali prospettive o paure di impoverimento; gli effetti ulteriori degli squilibri antichi della nostra società (il sottosviluppo meridionale, l'inefficienza dell'amministrazione pubblica, il drammatico potere della criminalità organizzata). Rischieremmo forse un collasso per implosione su noi stessi, per cui non possiamo lasciar cadere la sfida, l'allarme, la paura che la contingenza attuale ci propone. Verso una seconda metamorfosi. Le difficoltà che abbiamo di fronte possono avviare processi di complesso cambiamento. Attraverso un adattamento innovativo (exaptation, per usare un termine mutuato dalla biologia), cioè non automatico ma reso vitale e incisivo da fattori esogeni e leve di trasformazione, possiamo spingerci verso una seconda metamorfosi (dopo quella degli anni fra il '45 e il '75) che forse è già silenziosamente in marcia. La nostra seconda metamorfosi sarà il risultato della combinazione dei «caratteri antichi della società» con i processi che fanno da induttori di cambiamento. Tra questi vi sono: la presenza e il ruolo degli immigrati, con la loro vitalità demografica e la moltiplicazione emulativa di spiriti imprenditoriali; l'azione delle minoranze vitali già indicate lo scorso anno, specialmente dei player nell'economia internazionale; la crescita ulteriore della componente competitiva del territorio (dopo e oltre i distretti e i borghi, con le nuove mega conurbazioni urbane); la propensione a una temperata 3 gestione dei consumi e dei comportamenti; il passaggio dall'economia mista pubblico-privata a un insieme oligarchico di soggetti economici (fondazioni, gruppi bancari, utilities); l'innovazione degli orientamenti geopolitici, con la minore dominanza occidentale e la crescente attenzione verso le direttrici orientali e meridionali. Mercato largo, economia aperta, policentrismo decisionale. Le classi dirigenti (non solo quella politica) tendono invece ad automatismi di segno opposto: accorciano i raggi delle decisioni, le riservano a sfere di responsabilità molto ristrette, le rattrappiscono al breve termine, se non addirittura al presente. «In poche stanze si possono prendere provvedimenti e iniziative planetarie, ma poi la realtà segue opzioni, comportamenti, paure di tipo diffuso, su cui sarebbe deleterio avviare una rincorsa punto per punto (una Cig qua, una rottamazione là) che non riuscirà mai a far recuperare una dinamica fatta da tanti soggetti, l'unica dimensione di cui abbiamo bisogno per uscire collettivamente dalla crisi». Per la società italiana resta l'imperativo: «mercato largo, economia aperta, policentrismo decisionale». 4 La società italiana al 2008 Aciclicità dell'economia e temperanza nei consumi sono la risposta italiana alla crisi Internazionalizzazione permanente, nuovi italiani, mega cities, donne e cultura digitale i fattori trainanti della metamorfosi Roma, 5 dicembre 2008 – Le strategie cautelative delle famiglie. Ben il 71,7% degli italiani pensa che il terremoto dei mercati finanziari potrà avere ripercussioni dirette sulla propria vita, solo il 28,3% dichiara che ne uscirà indenne. Nonostante le preoccupazioni, il 37% degli italiani pensa che la crisi potrebbe migliorarci, costringendoci a rivedere i nostri difetti; il 30,3% dichiara più cinicamente che, come sempre, ci scivolerà tutto addosso; e il 32,8% crede, più pessimisticamente, che la crisi farà emergere egoismi e interessi personali esasperati. Ciò che preoccupa di più tra i possibili effetti del credit crunch è il rischio di dover rinunciare in futuro al tenore di vita raggiunto (il 71,1% degli italiani). Se dalle aspettative, in gran parte condizionate dal quotidiano cannoneggiamento di notizie e prese di posizione ufficiali sulla recessione, si passa a valutare il numero di famiglie effettivamente interessate da fattori critici, lo scenario diventa più realistico. L’11,8% delle famiglie italiane (circa 2,9 milioni) possiede azioni e/o quote di Fondi comuni, soggette quindi all’alta volatilità del mercato borsistico; l’8,2% (circa 2 milioni) ha un mutuo per l’abitazione, ma solo 56.000 hanno saltato qualche pagamento e 193.000 hanno molta difficoltà a pagare le rate (250.000 famiglie nel complesso); il 12,8% (circa 3,1 milioni) usufruisce del credito al consumo. Tra le strategie per affrontare il difficile momento, il 33,9% degli italiani dichiara che intende risparmiare di più, cautelandosi rispetto agli imprevisti; il 25,2% sembrerebbe non avere altra strada che un significativo taglio dei consumi; in pochi si dichiarano confusi e incerti sul da farsi (9,6%), oppure orientati a lavorare di più (7,4%) o a barcamenarsi cercando di spendere di meno (8,6%); solo il 3,8% dichiara che sarà costretto a intaccare i risparmi messi da parte e lo 0,5% che si indebiterà. La temperanza nei consumi garantisce il buon vivere. Sempre più orientati alla liquidità, in fuga dal risparmio gestito, gli italiani ritengono che in questa fase i soldi vadano tenuti in contanti (29,3%), in depositi bancari e/o postali (23,4%) o, al limite, vadano usati per cogliere una buona occasione sul mercato immobiliare in rallentamento (22,2%). Se proprio si deve investire, è meglio ricorrere agli inossidabili titoli di Stato (16,4%). La propensione alla cautela, spesso tacciata di arretratezza o chiusura all’innovazione, si sta dimostrando una polizza contro l’erosione delle risorse familiari. Infatti, per quanto riguarda i consumi, stime del Censis fissano in oltre 5,5 milioni gli «indenni», vale a dire gli italiani che spenderanno allo stesso modo usufruendo di un ampio paniere di beni e servizi (8 su 13 tipologie di consumo); all’estremo opposto, sono poco più di 880 mila i «penalizzati», che dovranno tagliare radicalmente i consumi rinunciando a gran parte delle spese. Mentre sono decisamente elevate le quote di italiani che definiscono irrinunciabili (mantenendo la spesa almeno agli attuali livelli) singoli settori di consumo: il cellulare (quasi il 59% degli attuali utilizzatori, oltre il 69% tra i più giovani, in totale 26,8 milioni di persone), una vacanza l’anno di almeno una settimana (53,7%, 21,1 milioni), l’automobile (50%, oltre 17,8 milioni), gli alimenti della propria dieta quotidiana (quasi il 48%, 23,2 milioni), le spese per le attività sportive e per il fitness (47,8%, 10,1 milioni), il parrucchiere e l’estetista (41%, quasi 18 milioni). Le spese per il dentista e le visite mediche specialistiche sono giudicate irrinunciabili dall’85,8% degli italiani. Quote inferiori, ma comunque significative, difenderanno l’abitudine di cenare al ristorante almeno una volta al mese (33,6%, 11,9 milioni di persone), le spese legate a hobby personali (35,9%, 9,3 milioni), l’acquisto di almeno alcuni capi di abbigliamento di qualità e/o firmati (25,1%, 8,4 milioni). L’aciclicità del nostro sistema economico ci difende dal grande crack. In Italia quasi il 21% del valore aggiunto prodotto deriva dal settore manifatturiero, più del Regno Unito (16,6%) e della Francia (14,1%). Il 27,6% proviene dal sistema finanziario (banche, assicurazioni e altri soggetti di intermediazione), meno che nel Regno Unito (33,8%), in Francia (33,3%) e Germania (29,2%). Nei primi sette mesi dell’anno, inoltre, hanno 5 continuato a crescere le esportazioni dei principali comparti manifatturieri: +31% i prodotti petroliferi raffinati, +11% quelli alimentari, +5,5% la meccanica. La struttura finanziaria delle imprese e il loro rapporto con il sistema bancario restano solidi. La dotazione in strumenti liquidi (biglietti, depositi e titoli di Stato prontamente liquidabili) è consistente, 252 miliardi di euro nella prima parte del 2008, oltre 1 miliardo in più rispetto alla fine del 2007. L’indebitamento delle imprese, cresciuto negli ultimi trimestri, a metà del 2008 resta al 75% del Pil (era il 68% a fine 2006), molto più basso che in Francia, Regno Unito e Spagna, dove si supera da tempo il 100%. Sempre più player globali. L’industria italiana ha seguito un doppio binario di riposizionamento a livello globale: ha progressivamente accentuato la direzione orientale e mediterranea delle esportazioni, e ha esteso oltre il made in Italy la capacità di intercettare la domanda mondiale di beni. Nel periodo 2005-2007 il valore esportato dal made in Italy verso i Paesi dell’Unione europea è cresciuto dell’8,4%, ma spiccano i dati relativi ai Paesi di recente adesione, come la Polonia (+41,1%) e la Repubblica Ceca (+19,4%), e poi India (+61,6%), Egitto (+60,1%), Russia (+48,2%), Cina (+27,5%), Brasile (+25,9%). L’export dell’intero manifatturiero mostra livelli di crescita in valore anche superiori a quelli del made in Italy (+15,4% contro +12,2% a livello mondiale). Da immigrati a nuovi italiani. Uno dei tratti principali della «seconda metamorfosi» italiana è costituito dalla presenza numerosa e attiva di nuovi cittadini che, pur nella diversità di provenienze, culture e linguaggi, hanno assunto ruoli, comportamenti e percorsi di vita non dissimili da quelli degli italiani. Solo vent’anni fa gli stranieri residenti erano appena lo 0,8% della popolazione, nel 1998 erano 1 milione di persone, mentre oggi sono ben 3,4 milioni. Ci avviamo a raggiungere la soglia del 6% della popolazione complessiva, ma nel Centro-Nord siamo già oltre: a Milano, ad esempio, a più del 13%, a Torino e Firenze al 9%. Si affermano modalità di integrazione tipiche del nostro modello di sviluppo: nella dimensione familiare e in quella micro-imprenditoriale. Oggi sono 1.367.000 le famiglie con capofamiglia straniero (il 5,6% del totale); aumentano i matrimoni con almeno uno sposo straniero (oltre 34.000, pari al 14% del totale); cresce il numero delle nascite di figli di stranieri (64.000, l’11,4% del totale dei nati in Italia, erano 33.000 nel 2003); la fecondità delle donne straniere (2,50 figli per donna) è doppia di quella delle italiane (1,26) e si attesta su valori simili a quelli dell’Italia del baby boom. Il numero di alunni stranieri presenti nelle scuole cresce al ritmo di 60/70.000 l’anno; appena dieci anni fa erano circa 60.000 (lo 0,7% del totale), oggi sono più di 500.000 (il 5,6% del totale, che sale al 6,8% nella scuola primaria). Nel 2007 le micro-imprese gestite da immigrati hanno raggiunto le 225.408 unità, con 37.531 imprese di extra-comunitari avviate nel corso dell’anno (+8% rispetto all’anno prima). Convivere nelle mega cities. L’Italia delle «cento città» si sta trasformando nell’Italia delle mega conurbazioni urbane. Se ne possono distinguere 14: due «mega regioni», quella lombarda e quella veneta, composte da diverse province; sei aree metropolitane (Torino, Roma, Verona, Napoli, Palermo e Cagliari); quattro sistemi lineari costieri (ligure, alto-adriatico, basso-adriatico, della Sicilia orientale); due «aste territoriali» (quella emiliana e quella toscana). Le grandi aree metropolitane e le mega conurbazioni urbane rappresentano il 17% della superficie del Paese, vi risiedono 36,4 milioni di abitanti (il 61% della popolazione), vi sono insediate il 63% delle attività industriali e terziarie e il 71% delle imprese del terziario avanzato. Se nei comuni con più di 250.000 abitanti le imprese attive nell’industria e nei servizi sono cresciute del 14,1% negli ultimi sette anni, nel territorio circostante ormai inglobato (i comuni di prima e seconda cintura) la crescita è stata rispettivamente del 17,4% e del 19,1%. Mezzogiorno: due territori, una nazione. Due Italie sempre più lontane, a causa delle marcate differenze fra Nord e Sud, compongono una nazione con deprimenti valori medi dei principali indicatori rispetto agli altri grandi Paesi europei. È questa la principale vulnerabilità del sistema che procede verso una silenziosa metamorfosi. L’Italia del Centro-Nord ha un Pil pro-capite (29.445 euro) più elevato di Regno 6 Unito (29.140 euro), Germania (28.068 euro), Francia (27.593 euro) e Spagna (26.519 euro). La nazione Italia, invece, ha il valore più basso per lo scarso apporto meridionale, dove il Pil pro-capite scende a 17.046 euro. Nell’export di beni, sempre pro-capite, siamo già secondi solo alla Germania, ma l’Italia del Centro-Nord supererebbe la media dell’Europa a 27 con 7.835 euro per abitante. Nel Mezzogiorno i diplomati sono il 44,3% della popolazione di 25-64 anni, 39 punti in meno della Germania (83,2%) e 23 punti in meno della Francia (67,4%). I rischi del lavoro all’ingrosso. Si conferma l’aumento degli impieghi atipici, che oggi si attestano all’11,9% dell’intera occupazione. Ma il lavoro a tempo indeterminato rimane la modalità contrattuale privilegiata come garanzia di lavoro (è l’opinione del 42,5% degli italiani) e quella che dà maggiore soddisfazione (66,1%). Il lavoro a tempo determinato, le prestazioni occasionali e le collaborazioni sono ritenute utili per offrire occupazione dal 41,9% degli italiani, ma se si parla di soddisfazione del lavoratore la percentuale crolla al 12,9%. Dal 2004 al 2007 le persone che non cercano lavoro perché temono di non trovarlo sono aumentate del 22,8%; coloro che non hanno un lavoro e che sono disponibili a lavorare sono diminuiti del 23,5%. Cresce cioè una sorta di scoraggiamento nei confronti della possibilità di occuparsi che coinvolge quasi 1 milione 400 mila persone. 7 Processi formativi Roma, 5 dicembre 2008 – Università: scenari e strategie per un malato cronico. Nonostante i diversi interventi di riforma dell’università, tarda ad essere attuato un sistema di ripartizione dei finanziamenti che prescinda dal criterio della spesa storica, per premiare invece i risultati conseguiti dai singoli atenei; non sono state introdotte modalità di reclutamento dei docenti scevre da influenze clientelari o localistiche; gli auspicati processi di semplificazione dell’offerta corsuale e di razionalizzazione delle sedi periferiche procedono in modo stentato. Tra il 1999 e il 2007 il numero di comuni sede di strutture e corsi universitari è aumentato del 26,5%; i corsi di laurea triennali sono passati dai 3.565 del 2004-2005 ai 3.922 del 2007-2008 (+10%); nell’a.a. 2006-2007 la quota di docenti a contratto titolari di insegnamenti ufficiali ha sfiorato il 60% (era il 38% nell’a.a. 2001-2002); le iscrizioni alle lauree specialistiche sono in crescita esponenziale (+31,8% nel triennio 2005-2007). Resta difficile declinare il tema dell’autonomia se non si correla con l’autofinanziamento: il finanziamento del fondo ordinario pesa per il 58,2% delle entrate degli atenei statali, le tasse universitarie incidono per il 12,1%. Scuola secondaria di II grado: come e dove intervenire. Tra i dirigenti scolastici delle scuole secondarie di II grado sembra diffuso un atteggiamento di cauto ottimismo sulla capacità di tenuta del sistema scolastico pubblico: il 39,8% dei presidi dichiara di essere ottimista, contro il 26,1% di «disorientati», il 14,1% di «sfiduciati», l’11,5% di pessimisti e appena il 2,4% di demotivati. Il 62,2% dei dirigenti scolastici ritiene che gli studenti arrivino impreparati dalle medie (il ciclo che avrebbe più bisogno di un ripensamento complessivo); il 48,4% lamenta l’assenza di un serio sistema di valutazione degli insegnanti; il 45,9% indica nell’individualismo professionale dei docenti uno degli ostacoli al miglioramento delle performance della scuola. Tra le soluzioni auspicate dai presidi: un modello organizzativo che permetta alle scuole di gestire autonomamente il budget (61,6%), l’adozione di meccanismi meritocratici nella gestione delle risorse umane (45,8%), l’ampliamento delle ore di servizio degli insegnanti e una maggiore flessibilità (41%). L’orientamento passa per Internet e attraverso le relazioni informali. Sono quasi 26.000 le strutture che erogano servizi di informazione e orientamento alla formazione e/o al lavoro in Italia: un arcipelago composito di soggetti afferenti al sistema scolastico (58,8%), ai servizi pubblici e privati per il lavoro (16,9%), alla formazione professionale (14,9%), al terzo settore (4,1%), al sistema dell’alta formazione (3,1%) e ai servizi socio-sanitari (2,3%). Ma tale offerta si rivela scarsamente capace di soddisfare le aspettative delle diverse tipologie di destinatari: per il 57,7% degli studenti di 14-19 anni l’orientamento fornito dalla scuola media è generico; il 38,9% dei giovani in uscita dalla scuola secondaria di II grado dichiara di aver acquisito informazioni su opportunità di studio e lavoro dopo il diploma soprattutto attraverso la ricerca personale, tramite la consultazione di riviste e giornali (88,4%) e di Internet (77,4%). Tra gli adulti di 25-70 anni il 56% non sa indicare organizzazioni pubbliche o private nel proprio territorio che offrono attività di formazione, il 73% ha deciso per proprio conto di partecipare ai corsi di formazione frequentati, il 22,2% non è in grado di indicare enti a cui potrebbe rivolgersi per avere informazioni, il 26,8% si limita ai soli centri pubblici presenti sul proprio territorio. Internet (53%) e la rete delle relazioni informali (familiari, amici, colleghi di lavoro: 41,1%) svolgono un ruolo determinante per i cittadini con 18 anni e oltre alla ricerca di informazioni sui corsi di formazione di loro interesse. Tira anche l’export della conoscenza. La bilancia dei pagamenti tecnologica italiana (che rappresenta il trasferimento internazionale di tecnologia non incorporata in beni fisici) ha realizzato anche nel 2007 un risultato positivo, portando a 817 milioni di euro il saldo fra incassi e pagamenti, rispetto ai 780 milioni del 2006. La componente che contribuisce in maniera più rilevante a questo traguardo è data dai servizi a contenuto tecnologico, tra cui principalmente gli studi tecnici e le attività di engineering. Altra voce che contribuisce alla performance positiva è l’attività di ricerca e sviluppo finanziata 8 dall’estero, con un saldo di 347 milioni di euro. Dal lato degli incassi, fatto 100 il volume complessivo, si ricava una distribuzione fra Unione europea e Paesi non comunitari che assegna alla prima il 55,3% degli oltre 4 miliardi di euro esportati (pari quindi a 2,3 miliardi) e ai secondi poco meno del 45% (circa 1,9 miliardi). Dal lato dei pagamenti, la quota relativa all'Unione europea sale al 67,9%, mentre la componente extra-Ue si ferma al 32,1%. 9 Lavoro, professionalità, rappresentanze Roma, 5 dicembre 2008 – I fattori in bilico nel mercato del lavoro. Nei primi due trimestri del 2008 si registra un aumento delle persone in cerca di occupazione pari al 20,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La mancanza di lavoro colpisce soprattutto soggetti precedentemente occupati (+27,9%) e persone in cerca di prima occupazione (+5,8%). Dal 2004 al 2007 il tasso di attività femminile è passato dal 50,6% al 50,7%, il tasso di occupazione dal 45,2% al 46,6%, il tasso di disoccupazione dal 10,5% al 7,9%. Siamo ancora lontani dai livelli del Nord Europa, e le donne rischiano di essere le più colpite dalla possibile crisi occupazionale. Inoltre, nel 2007 si è registrato un aumento della frequenza dei conflitti di lavoro (passati da 545 casi a 654) e del coinvolgimento dei lavoratori (416.249 nel 2006, 882.097 nel 2007, con 6 milioni 322 mila ore di lavoro perse rispetto a 3 milioni 144 mila dell’anno precedente). La flessibilità come male minore. Il lavoro di per sé non garantisce più livelli assoluti di sicurezza, se è vero che anche chi occupa posizioni elevate nella stratificazione professionale e reddituale teme per la propria stabilità. Per l’84,7% delle persone in età attiva l’impoverimento individuale non è gonfiato dal ceto politico, ma è una situazione reale. È di questo parere soprattutto chi appartiene alle fasce di reddito medio-basso (87,3%), ma anche chi occupa livelli di qualifica alti o svolge un lavoro autonomo. L’aspetto su cui c’è maggiore consenso è la difficoltà di crescita dei redditi da lavoro (94,4%), che si lega a doppio filo alla possibilità di mantenere lo stesso tenore di vita di soli tre anni fa (94,4%). La flessibilità continua a crescere: +3,6% dal 2004 al 2007, arrivando a interessare l’11,9% degli occupati. L’identikit dell’occupato atipico: giovane (ma non solo, visto che il 9% delle persone con contratto flessibile hanno 34-44 anni) e donna (il 52,2% del totale). L’arcipelago del lavoro pubblico. I lavoratori a tempo indeterminato nelle amministrazioni pubbliche sono 3.366.467, in calo di circa 26 mila unità rispetto al 2006. La scuola, il Servizio sanitario nazionale, le Regioni e le autonomie locali occupano nell’insieme quasi 7 dipendenti pubblici su 10 (2.343.850 unità). Il personale pubblico si concentra principalmente in Lombardia (12,5%), Lazio (11,9%) e Campania (10%). A causa del blocco delle assunzioni, dal 2004 il ricorso al lavoro flessibile nelle amministrazioni pubbliche è aumentato del 7,4%. Soprattutto in alcuni comparti: il Servizio sanitario nazionale (+35%) e le Regioni a statuto speciale e le Province autonome (+28,8%). L’aumento non ha interessato invece le Università (-13,8%), i Ministeri (-14,2%) e soprattutto la Presidenza del Consiglio (-81%). La socialità a basso regime delle donne imprenditrici. L’imprenditoria femminile (il 25% delle imprese italiane) cresce a ritmi più sostenuti di quella maschile. 7 donne su 10 hanno creato l’impresa da sole, non solo per necessità di lavorare o per non far chiudere l’attività di famiglia, ma anche per seguire una propria vocazione. Ma l’interazione fra le imprenditrici e il livello comunitario più prossimo, ossia il sistema di sviluppo locale, è molto bassa: solo il 6,3% comprende gli altri imprenditori nei propri circuiti relazionali, solo il 4,7% entra in contatto con le organizzazioni di categoria. La ritrovata fiducia per le professioni intellettuali. Il mercato è già una dimensione integrante della professione di avvocato. Al cliente interessa che il professionista sia competente, affidabile e che possa risolvere il suo problema. La chiarezza sulle tariffe praticate è ritenuta medio-alta nella maggioranza dei casi, e solo il 17,9% la considera scarsa; solo il 6,3% di chi ha cambiato avvocato lo ha fatto perché la parcella era troppo cara; il 58,1% ritiene che la giustizia non costa tanto per colpa degli avvocati, smentendo un radicato luogo comune; per l’87,3% dei clienti non è vero che se un avvocato pratica tariffe troppo basse vuol dire che non è bravo. 10 Il sistema di welfare Roma, 5 dicembre 2008 – Poca tutela per le famiglie con figli. Sono oltre 11,4 milioni le famiglie con figli in Italia, con una riduzione di quasi il 2% dal 2001, mentre un calo più brusco riguarda quelle con 2 figli (-4,9%) e quelle con 3 o più figli (-5,3%). Spicca invece il balzo della tipologia più vulnerabile, le famiglie monogenitoriali (+11,3%). Le famiglie con figli fino a 3 anni sono 1,6 milioni, il 14% circa del totale di quelle con figli. La capacità ricettiva dei servizi per la prima infanzia (pubblici e convenzionati) può essere stimata intorno all’11% della domanda (oltre il 9% negli asili, il 2% negli altri servizi) con oscillazioni regionali molto ampie. Considerando gli asili nido comunali, la spesa media sostenuta dai comuni per ciascun bambino è poco meno di 600 euro al mese (valore che oscilla tra 890 euro in Valle d’Aosta e 283 euro in Basilicata). La quota a carico delle famiglie è pari mediamente al 40% (con un massimo del 56% in Basilicata e un minimo del 17% in Campania). La spesa media mensile sostenuta dalle famiglie è di 285 euro al mese (406 euro in Trentino Alto Adige, 118 euro in Calabria). Il 23% delle domande presentate finisce però in lista di attesa. Considerando l’affido non inferiore a tre ore quotidiane, le madri lavoratrici con figli fino a 3 anni ricorrono nel 52,3% dei casi ai nonni, nel 27,8% agli asili pubblici o privati, nel 9,2% alle baby sitter, nel 7,3% all’altro genitore, nel 3,4% a parenti e amici. Quindi le soluzioni familiari coprono il 63% delle esigenze. Il 28% delle madri lavoratrici rinuncia all’idea di mandare i figli all’asilo: il 19,5% afferma che non ci sono posti disponibili, il 17,4% che non ci sono asili nel comune di residenza, per il 7,1% gli orari sono scomodi, per il 4,8% l’asilo è troppo distante. Donazione e trapianto: quando funziona la rete dei servizi. Sul diritto di scegliere l’interruzione delle cure dei malati terminali si dichiara favorevole il 49,9% degli italiani. La donazione e il trapianto di organi in Italia rappresentano un caso di eccellenza a livello internazionale. Il tasso di donatori effettivi ci colloca al terzo posto tra i grandi Paesi europei. I trapianti sono passati da 2.162 nel 1999 a 3.043 nel 2007 (+40,7%). Il 70% dei donatori segnalati (le persone in condizione di morte encefalica in terapia intensiva) è diventato donatore effettivo. Ma le regioni meridionali sono ancora un nodo critico: nel 2007 hanno fatto registrare 27,5 donatori per milione di abitanti contro i 37,3 della media nazionale. Italiani maturi nel rapporto con i farmaci. Il rapporto tra italiani e farmaci sembra avviato verso una nuova maturità in termini di consapevolezza e capacità di fruizione, come esito della rinegoziazione dell’intera gamma delle strategie di tutela della salute, nelle quali il farmaco conquista sempre maggiore centralità. L’80% degli italiani ritiene che i farmaci aiutino a convivere con le patologie croniche (+26% rispetto al 2002), il 76% li considera strumenti per il miglioramento della qualità della vita (+15,7%), il 54% ne sottolinea il contributo nella sconfitta delle malattie mortali (+14%). Rispetto ai propri genitori, il 54% degli italiani si sente più informato sulle corrette modalità di assunzione, oltre il 52% ritiene di avere più dimestichezza su quando e come utilizzarli, più del 51% conosce meglio i rischi di un eccessivo consumo e degli effetti collaterali. Inoltre, il 56,6% è favorevole a un allargamento dei soggetti preposti alla vendita dei farmaci, ma ritiene essenziale la presenza di un esperto, mentre il 30,4% pensa che i farmaci vadano venduti esclusivamente in farmacia. Trent’anni di Servizio sanitario nazionale: come è cambiata l’Italia e la salute degli italiani. Tra il 1978 e il 2008 la spesa sanitaria è aumentata del 138,3% in termini reali, un incremento doppio rispetto alla crescita del Pil. Le dinamiche demografiche e i progressi delle tecnologie hanno accompagnato le trasformazioni delle esigenze di salute dei cittadini, parallelamente agli interventi nella gestione organizzativa e finanziaria dell’offerta (su tutti, l’aziendalizzazione e la regionalizzazione). All’avvio nel 1978 del Servizio sanitario nazionale, universale e pubblico, è seguita negli anni ’80 la mutazione culturale della domanda, legata al netto miglioramento della salute degli italiani, alla quale risponde però un sistema di offerta con nodi critici sempre più evidenti. Nel decennio successivo prosegue il diffondersi della cultura della salute e si consolida la consapevolezza nei cittadini dei nessi tra benessere, stili di vita e comportamenti 11 preventivi. Gli anni ’90 hanno visto forti mutamenti dell’offerta, con la razionalizzazione e il taglio della spesa, in particolare di quella farmaceutica pubblica. Con la devolution si apre una sfida durissima per le implicazioni finanziarie e le nette differenziazioni regionali. Il fragile pilastro della previdenza complementare. Dopo il +43% del 2007, nei primi sei mesi del 2008 il numero di iscritti alla previdenza complementare è tornato a un risicato +3,8%. Quali motivazioni spingono ad aderire ai Fondi pensione? Per il 34,2% conta la fiducia nel soggetto di offerta, per poco meno del 29% il contributo da parte dell’azienda, per il 28% il buon rendimento, per il 19,2% i costi di gestione bassi rispetto ad altre forme di investimento. Oltre il 64% degli intervistati si aspetta rendimenti certi anche se bassi. Tra chi invece decide di non aderire ai Fondi pensione emerge che il 23,6% non ha fiducia negli strumenti della previdenza complementare, il 16,6% non vuole impegnarsi in scelte che considera irreversibili per il futuro. Contano poi la percezione di essere poco informati (38,5%), la scarsa trasparenza sugli esiti dei versamenti (22,8%) e l’insicurezza sulla restituzione di quanto versato (21,4%). 12 Territorio e reti Roma, 5 dicembre 2008 – Gli italiani e la città: nella dimensione urbana lo spirito della modernità. Le città sono universalmente riconosciute come i luoghi dove si esprime al massimo livello la modernità di un Paese. Il primo elemento di modernità è la capacità di offrire buone e diversificate opportunità di studio e lavoro (40%); poi viene la dimensione culturale, con le grandi attrezzature come musei, gallerie, auditorium, biblioteche (33%); al terzo posto i servizi di trasporto (26,4%); seguono le opportunità commerciali e di intrattenimento (23,4%), spazi verdi e impianti sportivi (19%). Al crescere del livello di istruzione dei cittadini aumenta la convinzione che la dimensione urbana è connessa ai processi di sviluppo socioeconomici più che alla riproduzione di criticità sociali: lo pensa il 70% dei cittadini laureati e il 55% di chi ha un basso titolo di studio. Il 45,2% degli italiani considera la bellezza del centro storico come la qualità principale della propria città, segue il «carattere» degli abitanti (20,4%), poi la solidità economica e la propensione imprenditoriale (10,8%), in pochi invece individuano nella buona amministrazione il punto di forza della città (8,3%). La questione abitativa e il ruolo delle aziende territoriali per la casa. Le 108 aziende territoriali per la casa (ex Iacp) gestiscono un patrimonio immobiliare di circa 940.000 alloggi, di cui soli 768.000 in locazione. Si tratta di uno stock ridotto se confrontato con quello di altri Paesi europei: in Francia l’edilizia sociale riguarda circa 3,9 milioni di alloggi, nel Regno Unito 2,7 milioni di alloggi sono gestiti dalle amministrazioni comunali e 2,2 milioni dalle Housing Associations. Un fenomeno meno diffuso di quel che si crede è l’abusivismo, a livelli fisiologici in gran parte del Paese (0,1-0,3%). In qualche città del Nord raggiunge l’1%, come nel caso di Brescia o Trento, mentre in una realtà complessa come Milano sale al 5%. La morosità è un problema critico nelle grandi città: il rapporto tra mancati introiti per morosità e ricavi da canoni in città come Bergamo, Brescia, Parma, Venezia, Firenze e Bologna si attesta su valori intorno al 5%, mentre a Cagliari ha raggiunto il 44%, a Palermo il 35%, a Torino e Genova il 32%, a Roma e Napoli il 30%, a Bari il 23%, a Milano il 19%. Torino-Lione: dagli scontri di piazza alla concertazione sulle strategie di sviluppo. Nel corso del 2008 si è registrato un forte progresso nella definizione degli interventi relativi alla linea ferroviaria Torino-Lione. L’obiettivo è di aprire i cantieri entro il 2013 per non perdere i 671,8 milioni di euro del cofinanziamento europeo. L’esito cui è approdato l’Osservatorio tecnico, che risponde a un tavolo istituzionale presso Palazzo Chigi, fa riferimento alla necessità di investire contestualmente sul trasporto locale e la riqualificazione territoriale, con il coinvolgimento degli enti territoriali nel processo decisionale, nel controllo dell’attuazione e nel monitoraggio degli effetti degli interventi. Parallelamente la Provincia di Torino ha promosso l’elaborazione di un Piano strategico del territorio interessato (ben 70 comuni) orientato sulle comuni prospettive di sviluppo, promuovendo una concertazione con i diversi comuni, le Comunità montane e i rappresentanti delle forze economiche e sociali, secondo una logica policentrica, una visione sovralocale e in termini di priorità strategiche. Il sistema portuale come impresa e come leva dello sviluppo territoriale. Il settore portuale in senso stretto, ovvero l’insieme delle attività di logistica portuale e i servizi ausiliari dei trasporti marittimi, unitamente alle attività dei soggetti istituzionali di governance dei porti (Autorità portuali e Capitanerie di porto), ed escludendo gli altri comparti economici che pure gravitano sull’area portuale, genera un contributo al Pil superiore a 6,8 miliardi di euro, con una occupazione diretta di circa 40.000 addetti e una occupazione complessiva, tra unità di lavoro dirette e indirette, di 71.000 posti di lavoro. La produttività del lavoro nel settore logistico portuale (72.000 euro circa di valore aggiunto per addetto) risulta elevata e in crescita rispetto al passato. Considerando anche la produzione delle imprese cantieristiche insediate nell’area portuale, si arriva rispettivamente a 105.000 posti di lavoro e quasi 21 miliardi di euro di contributo al Pil nazionale. La rassicurazione alimentare: i «frutti del territorio» rimuovono paure e incertezze. 13 Da alcuni decenni, mentre aumentano le spese familiari per la casa, i trasporti, le comunicazioni, i servizi in genere, l’incidenza della spesa alimentare si riduce (18,8% e 15% se si escludono le bevande alcoliche). Mentre il 22% dei consumatori europei (con punte del 30- 40% nel Nord Europa) dichiara di aver cambiato recentemente il proprio stile alimentare, gli italiani si collocano all’ultimo posto con il 15%. Aumenta dell’11,7% nel periodo 1995-2005 l’abitudine degli italiani di fare una colazione adeguata, in cui si beve latte e/o si mangia qualcosa (il 78,5% degli italiani); si diffondono i «fuori pasto» (il 40% degli italiani fa abitualmente uno spuntino a metà mattina o a metà pomeriggio); si «ricalibra» sulla cena il soddisfacimento della dimensione conviviale, utilizzando sempre più spesso la pausa pranzo per la cura degli interessi della persona (shopping, fitness, Internet, ecc.); diviene sempre più gettonato il cibo pronto (piatti preparati, verdure in busta, surgelati, ecc. rappresentano il 24% del fatturato dell’industria alimentare). 14 I soggetti economici dello sviluppo Roma, 5 dicembre 2008 – Consumi, mutui e indebitamento: dentro e oltre la crisi delle famiglie. Nel 2008 i consumi hanno subito una flessione in termini reali, diminuendo dello 0,2% e dello 0,6% rispettivamente nel primo e nel secondo trimestre. Non sorprende che il 44,7% delle famiglie (era il 27% nel 2007) sia pessimista per l’immediato futuro, mentre il 17,4% è incerto e disorientato. Il 76% dei consumatori ha acquistato prodotti di marca commerciale, il 54,3% ne ha intensificato l’acquisto negli ultimi tempi, il 72% ricorre a prodotti in offerta speciale. Altri comportamenti sono espressione di un adattamento rapido ai tempi di crisi: il 53% si reca presso i mercati rionali per l’acquisto di prodotti alimentari, il 48,8% va all’hard discount. Il livello di indebitamento delle famiglie è aumentato negli ultimi tre anni, attestandosi attualmente al 48,5% del reddito disponibile (nel 2004 si era poco al di sotto del 40%), rimanendo comunque a livelli più bassi della media dei Paesi dell’area dell’euro (in Francia, Spagna e Regno Unito le passività finanziarie delle famiglie superano il valore del reddito disponibile). Quasi il 60% delle famiglie con mutuo (oltre 2,8 milioni) non ha difficoltà nel pagamento delle rate, il 29,1% (circa 838.000) ha qualche difficoltà ma senza rischi di insolvenza, il 9,7% (circa 279.000) ha notevoli difficoltà, mentre il 2,8% (circa 81.000 famiglie) non riesce a rispettare le scadenze. Le nuove forme dell’internazionalizzazione. L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di Pmi esportatrici. Sono circa 200.000 (5.800 quelle che hanno avviato direttamente attività economiche all’estero) e nel 2007 hanno esportato beni e servizi per 448 miliardi di euro, pari a più del 21% dell’export totale e al 29,2% del Pil. Si tratta soprattutto di prodotti manifatturieri (l’80%, 359 miliardi di euro). Le macchine industriali e gli apparecchi meccanici valgono da soli un quinto dell’intero commercio nazionale di beni oltre confine. Nei settori del made in Italy l’Italia detiene ancora una quota significativa del commercio mondiale: il 13,6% nelle calzature e prodotti in cuoio, il 12% nei prodotti in pelle, l’11,1% nei mobili, il 7,1% nei prodotti tessili, il 6,1% nell’abbigliamento, il 5,4% nella gioielleria e nell’oreficeria, il 38% nelle piastrelle in ceramica, il 19% nelle pietre da taglio e da costruzione. L’innovazione multiforme per affrontare le crisi del mercato. Tra il 2000 e il 2007 sono state concesse agevolazioni alle imprese con risorse nazionali e regionali per 70,7 miliardi di euro, dei quali 17,4 miliardi (il 24,7% degli incentivi) per attività di ricerca e sviluppo tecnologico e 38,7 miliardi (54,9%) per il rinnovo di macchinari, attrezzature e immobili. Gli investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle imprese mostrano però un cronico ritardo dell’Italia rispetto agli altri Paesi industrializzati: lo 0,5% del Pil, meno che in Germania (1,8%), Francia (1,3%), Regno Unito (1,1%), mentre in Svezia e Finlandia si è ben al di sopra del 2%. Tuttavia una minoranza vitale di aziende ha attivato un percorso di innovazione basato sul miglioramento della struttura organizzativa e delle prassi gestionali, in particolare di quelle commerciali e distributive. Una indagine Censis su un campione di aziende manifatturiere con meno di 20 addetti rileva l’orientamento del 28,7% delle imprese a innovare attraverso l’ampliamento della gamma dei prodotti e del 24,7% attraverso il miglioramento della funzione logistica. Un’altra indagine Censis su un campione di aziende manifatturiere e di logistica con più di 20 addetti rivela che il 56,2% delle imprese investirà nel potenziamento della funzione commerciale, il 48,3% nell’ampliamento della gamma dei prodotti, il 43% nel miglioramento della funzione finanziaria. I sentieri dell’innovazione nel sistema agricolo italiano. In Italia esistono circa 1,7 milioni di aziende agricole, di cui soltanto il 32,5% supera la soglia dei 10.000 euro di fatturato. Si tratta di 550.000 imprese che da sole realizzano il 91,5% della produzione e il 92,7% del fatturato del comparto. Secondo una indagine Censis su un campione di imprese agricole, il 66% sperimenta nuove tecniche colturali, il 23% punta alla diversificazione delle varietà, l’11% incrementa le superfici coltivabili. Le aziende gestiscono queste operazioni autonomamente (41%) o attraverso consorzi e cooperative (25%), il 21% cede il prodotto a industrie di trasformazione. Ad esportare è il 40,7%. Il 73% opera 15 attraverso un marchio proprio, aziendale o consortile. Le aziende della filiera dei prodotti di qualità Dop e Igp sono 75.448, aumentate di 12.909 unità tra il 2006 e il 2007 (+20,6%). L’imprenditorialità emergente dei migranti. Gli stranieri titolari d’impresa sono 290 mila, pari al 19,2% degli occupati di nazionalità estera (in pratica, un lavoratore migrante ogni 5 svolge un’attività autonoma) e all’8,4% di tutte le imprese attive. I comparti prevalenti sono commercio (38,4%) e costruzioni (31%, con un incremento del 128% tra il 2003 e il 2007). Tra il 2006 e il 2007 il numero di imprese con titolare straniero è cresciuto del 10,2% e l’incremento complessivo nel periodo 2003-2007 è stato del 65,5%. Ma permangono alcuni ostacoli allo sviluppo di élite imprenditoriali straniere capaci di collocarsi su segmenti di alto livello, come la scarsa dimestichezza con gli strumenti finanziari e creditizi italiani. Circa il 30% degli imprenditori stranieri non ha rapporti con le banche (il 52% nel commercio), soltanto il 15% investe con continuità, il 27% lo fa solo occasionalmente, solo il 6% ha rapporti con due o più banche. Ma sono meno dell’8% gli imprenditori stranieri (5% tra quelli italiani) che incorrono in situazioni di sofferenza, con 6 o più rate scadute e non pagate. La rete degli interporti per una logistica efficiente. Dei 29 interporti previsti, 18 sono attivi, 6 sono in fase di completamento e 5 rimangono ancora ad uno stadio di progettazione. La rete nazionale degli interporti attiva 1,6 miliardi di euro di valore aggiunto, con 1.021 aziende insediate (soprattutto operatori della logistica), più di 19.500 addetti e un indotto stimato in oltre 20.000 posti di lavoro. Tra il 2005 e il 2007 le tonnellate di merci trattate hanno avuto in ogni struttura incrementi a due cifre percentuali, superando in molti casi il 20%. Nel 2006, con un sistema interportuale solo parzialmente operativo, è stato possibile trasferire da strada a rotaia un totale di 22 milioni di tonnellate di merci. Si stima, pertanto, che il sistema interportuale consenta un risparmio per la collettività superiore a 100 milioni di euro all’anno. 16 Comunicazione e media Roma, 5 dicembre 2008 – La rivoluzione digitale verso la moltiplicazione e integrazione dei media. La televisione tradizionale generalista può dirsi ancora una solida realtà in Italia, dove è seguita abitualmente (frequenza settimanale di almeno tre volte) dall’85,6% dei cittadini, e in Francia, dove l’utenza si attesta al 91% (in Gran Bretagna scende al 79,3% e in Germania al 49,7%). Tuttavia, il 20,6% degli italiani guarda abitualmente la Tv satellitare e il 7,7% usa il digitale terrestre. Il 41,6% degli italiani usa il telefonino nelle sue funzioni di base, contro un 29,4% che utilizza abitualmente apparecchi che permettono le funzioni più sofisticate. Cresce l’uso dello smartphone tra gli uomini (il 31,7% contro il 27,3% delle donne) e soprattutto tra i soggetti più istruiti (il 37,7% rispetto al 20,2% dei meno istruiti). Poco più della metà degli italiani legge abitualmente quotidiani acquistati in edicola, e la quota dei lettori della free press si attesta a circa il 18%. La medialità dei giovani europei oltre l’omologazione. Il balzo in avanti nell’uso di Internet da parte dei giovani italiani tra 14 e 29 anni è stato enorme: tra il 2003 e il 2007 l’utenza complessiva (uno o due contatti la settimana) è passata dal 61% all’83%, e l’uso abituale (almeno tre volte la settimana) dal 39,8% al 73,8%. Il cellulare è usato praticamente da tutti i giovani (il 97,2%), il 74,1% legge almeno un libro l’anno (esclusi ovviamente i testi scolastici) e il 62,1% più di tre libri. Il 77,7% dei giovani legge un quotidiano (a pagamento o free press) una o due volte la settimana (il 59,9% nel 2003), mentre il 57,8% legge almeno tre giornali la settimana. La flessione che si registra nell’uso della televisione tradizionale rispetto al 2003 (dal 94,9% all’87,9%) è ampiamente compensata dall’incremento conosciuto in questi anni dalla Tv satellitare (dal 25,2% al 36,9% dei giovani). Vizi e virtù della Tv generalista. Solo il 37,4% degli spagnoli ritiene che la Tv generalista sia vecchia e inutile, percentuale che scende al 31,6% in Francia, al 31% in Gran Bretagna, al 28,8% in Italia e al 18,9% in Germania. Sono altri i problemi con cui devono confrontarsi i canali generalisti. Il loro difetto peggiore per spagnoli (86,8%) e italiani (73,1%) è la volgarità. Inoltre, per l’82,6% degli spagnoli e l’82% degli italiani i Tg messi in onda dai canali televisivi generalisti sono troppo legati al potere politico, mentre in Francia il valore scende al 69,9%, per diminuire ancora al 49,5% in Gran Bretagna e al 40,1% in Germania. Solo il 30,7% degli spettatori italiani ritiene che i Tg siano effettivamente rispettosi del pluralismo, in Spagna il 44,5%, in Francia il 55,3%, in Gran Bretagna il 61,2% e in Germania il 64,2%. La forza del localismo della comunicazione. Ci si informa usando un menù assortito che va dalle Tv ai quotidiani, dai periodici ai portali Internet, alle emittenti locali. Si contano a livello locale 538 Tv, 1.244 radio, 133 quotidiani regionali e provinciali (quasi 2,6 milioni di copie medie giornaliere, considerando solo le testate rilevate dall’Ads). Per il 35% dei cittadini il Tg regionale della Rai è la principale fonte informativa sulla propria città e il territorio, al secondo posto si collocano i quotidiani locali (25%), seguono le televisioni e le radio locali (15,4%), poi la cronaca locale presente nelle pagine dei quotidiani nazionali (11,9%). L’ambigua deriva della comunicazione nella dialettica politica. La televisione è il principale strumento utilizzato per formarsi un’opinione sull’offerta politica in campagna elettorale (il 78,3% degli elettori, in crescita rispetto alla precedente tornata elettorale del 2006). Segue la carta stampata (20,8%). I rapporti non mediati, come il confronto con familiari e parenti (16,7%), la partecipazione diretta a incontri politici, comizi e assemblee (9,8%), o anche le discussioni con amici e colleghi (9,2%), sono canali preferenziali per quote via via decrescenti di elettori. Internet è la fonte informativa per una fetta ancora minoritaria del corpo elettorale (7,6%, in crescita rispetto alla precedente rilevazione), con un livello di importanza assimilabile ai tradizionali volantini e materiali di propaganda dei partiti, e maggiore di quella attribuita a un altro mezzo tradizionale come la radio (6,3%, in netta 17 flessione rispetto al 13% registrato alle elezioni del 2006). Nel complesso rapporto tra potere politico e media, si nota anche che nell’ultima legislatura si contano 64 deputati giornalisti (la quarta professione rappresentata alla Camera, dopo avvocati, dirigenti e imprenditori, prima dei funzionari di partito) e 28 giornalisti senatori (la sesta professione attualmente rappresentata al Senato): praticamente c’è un giornalista ogni dieci parlamentari. Ma si registra anche un pericoloso crollo della fiducia nei media (senza eccezioni per nessun mezzo), più bassa in Italia che negli altri Paesi europei. La stampa gode della fiducia del 36% dei cittadini (il valore medio in Europa è pari al 44%); la televisione è il mezzo di cui gli italiani si fidano di meno (solo il 35% la ritiene affidabile, valore che sale al 53% nella media europea); si fida della radio il 42% degli italiani (è il mezzo di comunicazione considerato più attendibile, ma con un consenso comunque inferiore al 61% medio europeo); infine, Internet è pienamente apprezzata dal 35%. I media come «fabbrica della paura». Secondo una indagine realizzata dal Censis in dieci metropoli del mondo, solo un quarto del campione (25,8%) sostiene che la propria paura deriva dall’individuazione di un rischio effettivo che si possano verificare eventi indesiderati. Il 25,6% dichiara che la paura deriva dal fatto che giornali e televisioni non parlano d’altro. Interrogati su quali sono i soggetti responsabili dell’aumento dell’insicurezza, il 20,4% afferma che il circuito informativo- mediatico cavalca le paure, attraverso la presentazione selettiva delle notizie, per catturare l’audience. Prima, però, vengono i politici, ritenuti tra coloro che più fomentano le paure per distogliere l’attenzione dai problemi reali, favorire il consenso, legittimare il proprio ruolo (la pensa così il 29,6%). In particolare, quasi un romano su due (47,8%) imputa ai media la responsabilità di creare allarme sociale, più di un quarto (28,6%) alla politica, mentre i gruppi terroristici vengono indicati solo dal 7%. Il ruolo dei media viene sottolineato da quote rilevanti di intervistati anche a Parigi (27%) e New York (22,2%), mentre chiamano in causa soprattutto la politica gli abitanti di Parigi (il 31,9% indica al primo posto proprio i politici), San Paolo (49,4%), Tokyo (37,3%) e Mosca (23,8%). 18 Governo pubblico Roma, 5 dicembre 2008 – Politiche 2008: vincono le intese territoriali, ma cresce la voglia di Stato. Le elezioni 2008 hanno dato voce alla voglia di governo degli italiani. Il fattore che più ha inciso sulla scelta elettorale è stata la volontà di ridurre la litigiosità della politica e le divisioni che impediscono a chi vince di governare e di decidere (per il 27,4% degli elettori), segue l’onestà dei candidati (23,5%), la loro capacità di tutelare gli interessi dell’elettore (18,7%), l’identificazione con valori e ideali (17,5%), l’avversione alla concentrazione del potere in un unico partito o leader (14,6%), l’avversione per uno o più personaggi politici (13,9%). Malgrado la competizione elettorale si sia fortemente giocata sulla dimensione locale, con il prevalere di temi territoriali (i rifiuti, l’immigrazione, la sicurezza), emerge la domanda di un ruolo forte dello Stato. Passa infatti dal 33,3% del 2001 al 46,1% del 2006, fino al 47,5% del 2008 la quota di elettori che ritengono occorra dare più potere allo Stato centrale (le Regioni passano dal 39% del 2001 al 28,4% del 2008, Comuni e Province si fermano al 24,1%). Cresce dal 56,2% delle precedenti elezioni al 63% la percentuale di elettori che esprimono una valutazione positiva sulla riduzione delle tasse. L’approccio inverso all’incolumità personale. Mentre il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, tutte le attenzioni si concentrano sulla criminalità. Nel 2007, a fronte dei 627 omicidi commessi nel nostro Paese, si sono verificati 1.170 morti sul lavoro e 5.131 decessi per incidenti stradali: il rischio di mortalità su strada è 8 volte superiore a quello dipendente da comportamenti criminosi. Tra i principali Paesi europei, l’Italia registra la più bassa incidenza di omicidi rispetto alla popolazione (1,12 ogni 100 mila abitanti, contro 1,48 nel Regno Unito e 1,39 in Francia) e negli ultimi anni (tra 2000 e 2006) ha avuto, dopo la Germania (-24,3%), la contrazione più significativa del fenomeno (-18,9% contro -16,4% in Francia, -14,1% in Spagna e -10,1% nel Regno Unito). Al contrario, in Italia si contano 2,6 morti sul lavoro ogni 100 mila occupati (al netto dei morti in itinere, ovvero deceduti nel tragitto casa-lavoro o in strada durante l’esercizio dell’attività lavorativa) contro i 2 in Francia, 1,8 in Germania, 1,4 nel Regno Unito. Nel 2007 i decessi sulle strade italiane (5.131) sono stati più numerosi che in Paesi anche più popolosi del nostro, come Regno Unito (3.058), Francia (4.620) e Germania (4.949). Siamo il Paese con la più alta incidenza di morti su strada ogni 100 mila abitanti (8,61 contro 8,44 in Spagna, 7,25 in Francia, 6,02 in Germania, 5 nel Regno Unito). Tutti i grandi Paesi, inoltre, hanno visto ridurre sensibilmente il numero delle vittime della strada tra 2000 e 2007 (-42,8% in Francia, -34% in Germania, -33,8% in Spagna) mentre l’Italia ha registrato il miglioramento meno marcato (-27,3%). Ripensare le strategie di rappresentanza a Bruxelles. Gli italiani che considerano che l’appartenenza all’Europa porta un vantaggio al nostro Paese hanno toccato il minimo storico, passando dal 51% del 2000 al 37% della primavera 2008. Gli euroentusiasti sono invece aumentati nella media dell’Ue dal 47% al 54%. L’Italia non ha saputo approfittare appieno delle opportunità offerte dall’unificazione. Nell’ambito del 6° Programma quadro di ricerca e sviluppo, ad esempio, malgrado l’elevato numero di progetti presentati con almeno un partecipante italiano (12.060), solo 2.314 sono stati ammessi a finanziamento, con un tasso di successo tra i più bassi d’Europa (19%). Dopo il Belgio, il nostro è il Paese con la più alta rappresentanza di funzionari in sede europea (2.578 pari al 10,5% del totale), senza però un’adeguata capacità di incidere sul processo decisionale: sono solo 152 i funzionari italiani che occupano posizioni apicali, come direttori generali o capi unità (il 5,9% del totale dei funzionari italiani presenti a Bruxelles), un numero di gran lunga inferiore a quello di Francia (223), Belgio (181) e Germania (173). Le politiche del turismo al giro di boa. La difficile congiuntura economica rischia di vanificare i deboli segnali di ripresa che il mercato turistico italiano aveva mostrato in quest’ultimo biennio. Il 2008 sembrerebbe chiudersi all’insegna della staticità, e anche le prospettive per il 2009 appaiono incerte. Secondo un’indagine Censis condotta ad ottobre 2008, il 25,6% delle famiglie pensa che nel 2009 dovrà 19 rinunciare ad andare in vacanza, mentre il 20,6% ha previsto di ridurre le spese destinate a questa voce del bilancio familiare. Dal 1990 al 2007 i flussi turistici internazionali sono più che raddoppiati a livello mondiale, ma in Italia l’aumento è stato più debole (+63,6%), con una quota del mercato mondiale diminuita dal 6,1% al 4,8%. Politiche per lo sport: il passaggio di logica che serve. Tra società sportive e organizzazioni territoriali (del Coni, delle Federazioni sportive, delle discipline associate, ecc.) si arriva a una rete di quasi 95.000 punti di offerta dislocati capillarmente su tutto il territorio italiano (un centro ogni 631 abitanti). Quello sportivo è il sistema d’offerta più ampio e ramificato in Italia, più delle tabaccherie (73 mila), dei bar (62 mila), delle scuole o delle banche. Per la stragrande maggioranza degli italiani, sport è sinonimo di benessere fisico (81,4%), divertimento (38,6%), competitività (16,5%), socialità e rapporto con gli altri (15,9%). In pochi associano la parola a un disvalore, come i guadagni troppo elevati (11,9%) o il doping (8,7%). I due nuovi fenomeni sono: la femminilizzazione dello sport (nel 1995 la pratica sportiva interessava il 18,6% delle donne, nel 2008 il 25,1%) e l’accesso allo sport delle generazioni più adulte (passa dal 12,6% al 21,7% la quota di sportivi di 55-59 anni, dal 9% al 17,9% quella di 60-64 anni). 20 Sicurezza e cittadinanza Roma, 5 dicembre 2008 – Contraffazione: pochi rischi e tanti soldi. Si stima che la «fattura» della contraffazione a livello mondiale valga 200 miliardi di dollari. Ma la cifra aumenta di centinaia di miliardi se si includono i prodotti distribuiti entro i confini nazionali, la merce contraffatta non riconosciuta dalle autorità doganali e i prodotti digitali distribuiti illegalmente via Internet. Nel 2007 in Italia sono stati sequestrati 87 milioni di beni contraffatti. I prodotti di abbigliamento sono quelli maggiormente colpiti (il 21% dei prodotti sequestrati dalle forze dell’ordine e il 33,6% di quelli trattenuti dalla dogane), seguiti da giocattoli, prodotti elettrici ed elettronici, pelletteria, pezzi di ricambio, orologi. A fronte di 61.365 operazioni condotte, 39.066 hanno avuto come esito un sequestro; i soggetti denunciati sono stati 14.318, gli arrestati 1.522. Da quando l’Agenzia delle dogane ha adottato sistemi automatizzati di sdoganamento e di presentazione di istanza di tutela da parte delle imprese, l’efficacia dei controlli è passata dal 20,4% di positività del 2000 al 36,1% del 2006. Il sistema di tracciabilità del farmaco, poi, partito nel 2003, ha azzerato i furti e le vendite di prodotti contraffatti. L’aggravarsi delle incombenze delle polizie locali. Le polizie locali hanno assunto il ruolo di regolatore della vita di tutti i giorni integrando la funzione di tutela dell'ordine pubblico svolta dalle forze di polizia, ponendo però tre questioni: il coordinamento, le dotazioni e la formazione necessaria. Secondo un’indagine del Censis svolta in Campania, in 186 comuni della regione (il 36,5% del totale, e la quota sale al 53% tra quelli che hanno meno di 5.000 abitanti) la polizia municipale rappresenta l’unico presidio di pubblica sicurezza, il 71% dei comandi di polizia locale dispone di armi e di questi il 69,9% svolge regolarmente esercitazioni. La corruzione, problema sommerso e mai sopito. In Italia il livello di corruzione percepita, non solo è molto elevato e in crescita di anno in anno, ma è più vicino a quello dei Paesi in via di sviluppo che a quello dei Paesi avanzati. Siamo al 55° posto su 180 nella graduatoria del livello di corruzione percepita, lontanissimi da Germania (7° posto), Regno Unito (9°) e Francia (11°). Il bullismo visto dai genitori. Secondo un’indagine del Censis, il 22,3% delle famiglie denuncia frequenti atti di bullismo nelle classi frequentate dai figli, il 27,6% episodi isolati, mentre il 50,1% non rileva il problema. Nel 28,7% dei casi i genitori segnalano offese ripetute ai danni dell’alunno, nel 25,9% scherzi pesanti e umiliazioni, nel 24,6% episodi di isolamento, nel 21,7% botte, calci e pugni. I furti di oggetti personali si verificano nel 21,4% delle classi. Le famiglie non imputano alla scuola e agli insegnanti la responsabilità degli atti di intimidazione e violenza che si verificano, perché sono consapevoli dell’insufficienza degli strumenti a disposizione della scuola per contrastare il fenomeno, tant’è che richiedono la presenza di figure professionali specifiche e il ricorso a sanzioni disciplinari più severe. Il rischio di disperdere l’integrazione degli immigrati nella scuola. Circa un terzo dei docenti della scuola dell’obbligo dichiara di operare in realtà scolastiche in cui esistono specifiche modalità di rapporto con le famiglie degli alunni di origine immigrata: per il 36,2% la scuola si adopera per un coinvolgimento dei genitori nella scelta della classe in cui inserire il minore, per il 33,6% c’è la predisposizione da parte della scuola di fogli informativi plurilingue, per il 31,6% ci sono attività didattico-culturali dedicate alle famiglie straniere, per il 27,1% la scuola si attiva per coinvolgere le famiglie di immigrati già iscritti come tutor per agevolare i rapporti con i nuovi arrivati e le loro famiglie. Quasi la metà delle scuole (49,8%) si avvale della figura del mediatore linguistico-culturale nella fase di accoglienza del bambino e della famiglia straniera. Di fronte alle carenze dell'istituzione scolastica, in alcuni casi è il singolo docente a sopperire con la propria iniziativa personale: il 52,9% dei docenti dichiara di attivarsi autonomamente per coinvolgere la famiglia nel percorso formativo del minore. 21 Matrimoni misti: luci e ombre di un fenomeno emergente. Nell’arco di un decennio i matrimoni con almeno un coniuge straniero sono triplicati, passando dagli 11.993 del 1996 agli attuali 34.439, pari al 14% del totale dei matrimoni celebrati in Italia. I matrimoni misti, ovvero tra un cittadino italiano e uno con cittadinanza estera, sono 24.020 (19.029 con sposo italiano, 4.991 con sposa italiana), cioè il 9,8% del totale dei matrimoni registrati. Ma le coppie miste vanno incontro alla separazione più precocemente delle altre (la durata media della convivenza coniugale è di 9 anni contro i 14 degli italiani). Inoltre, tra il 2001 e il 2006 si registra una crescita del 42% nel numero delle separazioni delle coppie miste, mentre per le coppie con stessa cittadinanza l’aumento è del 3,2%. CENSIS: 42° Rapporto sulla situazione sociale del paese 2008
Argomento: 

CENSIS: Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2007

Descrizione breve: 
"La progressione negli studi, a prescindere dal come essa si realizzi (scuola o formazione professionale), costituisce ormai un valore introiettato da giovani e famiglie. E’ necessario rafforzare l’azione dei servizi di orientamento con particolare attenzione al sottosistema della formazione professionale…" , dalla scheda del rapporto sui “Processi formativi”.
Data: 
7 Dicembre 2007
1 Il Rapporto Annuale 2007 2007 - XLI Rapporto sulla situazione sociale del paese 7 Dicembre 2007 Comunicato stampa Le considerazioni generali Per uscire dall’attuale stato di “poltiglia” sociale dobbiamo puntare sulle tante minoranze attive nell’economia, nella società e nelle scienze In continuità con gli ultimi anni il CENSIS conferma una sequenza positiva di lungo periodo (dal rifiuto dell‟ipotesi del declino, alla patrimonializzazione, dall‟individuazione di schegge di vitalità economica fino al piccolo silenzioso boom descritto lo scorso anno). Oggi si può confermare una visione positiva: sia perché cresce nelle imprese la qualità delle strategie competitive (di nicchia, di offerta sul mercato del lusso, di lavoro su commessa, ecc.); sia perché si va allargando la base territoriale dello sviluppo; sia perché abbiamo finalmente anche noi dopo decenni alcuni importanti big-players. Ed è una visione positiva che sembra poter superare anche le turbolenze finanziarie addensatesi negli ultimi mesi. Tuttavia, le dinamiche di sviluppo in atto restano dinamiche di minoranza, che non filtrano verso gli strati più ampi della società. Lo sviluppo non filtra sia perché non diventa processo sociale, sia perché la società sembra adagiarsi in un‟inerzia diffusa, una specie di antropologia senza storia, senza chiamata al futuro. Una realtà sociale che diventa ogni giorno una poltiglia di massa; impastata di pulsioni, emozioni, esperienze e, di conseguenza, particolarmente indifferente a fini e obiettivi di futuro, quindi ripiegata su se stessa. Una realtà sociale che inclina pericolosamente verso una progressiva esperienza del peggio. Settore per settore nulla quest‟anno ci è stato risparmiato: nella politica come nella violenza intrafamiliare, nella micro-criminalità urbana come in quella organizzata, nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione delle burocrazie come nello smaltimento dei rifiuti, nella ronda dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità dei programmi televisivi. Viviamo insomma una disarmante esperienza del peggio. Tanto che, quasi quasi al termine poltiglia di massa si potrebbe (con eleganza minore) sostituire il termine più impressivo di “mucillagine”, quasi un insieme inconcludente di “elementi individuali e di ritagli personali” tenuti insieme da un sociale di bassa lega. Pertanto in una società così inconcludente appare difficile attendersi l‟emergere di una qualsivoglia capacità o ripresa di sviluppo di massa, di “sviluppo di popolo” come si diceva una volta; e le offerte innovative possono venire solo dalle nuove minoranze attive, ovvero: - la minoranza che fa ricerca scientifica e innovazione tecnica è orientata all‟avventura dell‟uomo e alla sua potenzialità biologica; - la minoranza che, nella scia della minoranza industriale oggi rampante, fa avventura personale e sviluppo delle relazioni internazionali (si pensi ai giovani che studiano o lavorano all‟estero, ai professionisti orientati ad esplorare nuovi mercati, agli operatori turistici di ogni tipo, ecc.); - la minoranza che ha compiuto un‟opzione comunitaria, cioè ha scelto di vivere in realtà locali ad alta qualità della vita; - la minoranza che vive il rapporto con l‟immigrazione come un rapporto capace di evolvere in termini di integrazione e coesione sociale; - la minoranza che si ostina a credere in una esperienza religiosa insieme attenta alla persona e alla complessità dello sviluppo ai vari livelli; 2 - e le tante minoranze che hanno scelto l‟appartenenza a strutture collettive (gruppi, movimenti, associazioni, sindacati, ecc.) come forma di nuova coesione sociale e di ricerca di senso della vita. Si tratta senz‟altro di una sfida faticosa, che le citate diverse minoranze dovranno verosimilmente gestire da sole. Ma sfida desiderabile, per continuare a crescere forse anche con un po‟ di divertimento; sfida realistica, perché non si tratta di inventare nulla di nuovo ma di mettersi nel solco di modernità che pervade tutti i Paesi avanzati. La società italiana al 2007 Di meno, ma meglio: la revisione strategica dei consumi familiari. Budget risicati, consumi in lieve crescita, rialzo delle spese per la casa e, allo stesso tempo, boom di prodotti e modalità di acquisto innovative: è questa l‟essenza della revisione strategica dei budget familiari che fa convivere tutela del tenore di vita e accesso a nuovi beni, auto-percezione della propria vulnerabilità socioeconomica e persistente caccia a beni e servizi di qualità. I redditi reali familiari crescono in misura ridotta (+0,5% tasso annuo) e per il prossimo biennio saranno di poco superiori all‟1%. Cresce l‟incidenza sui consumi delle spese per l‟abitazione passate, nel periodo 1996-2006, dal 20,6% al 26%, attestandosi al 31% se vi si includono le spese per energia e combustibile. 2,4 milioni di famiglie hanno un mutuo a carico che comporta un esborso medio annuo di 5,5 mila euro pari a circa il 14% della propria spesa. Per oltre 622 mila famiglie con una spesa media mensile fino a 2 mila euro il peso del mutuo sale a quasi il 27% della propria spesa totale e per i single giovani al 19,2%. Il ricorso al credito al consumo è passato da 48 miliardi circa di euro del 2002 a oltre 85,6 miliardi di euro del 2006, con un incremento del +78%. Tuttavia le famiglie insolventi sono solo l‟1,7%, e quelle che hanno dichiarato difficoltà nel far fronte alle rate il 6,3%. Il 58% delle famiglie effettua regolarmente acquisti nei mercati rionali, il 60% presso gli hard-discount che hanno aumentato il loro fatturato globale del 45%. E‟ il 66% delle famiglie con figli a cambiare punto vendita cercando di massimizzare le offerte. Il 37% degli italiani associa il low cost a tutte le fasce di popolazione, mentre è il 21% a ritenerlo appannaggio delle sole famiglie a basso reddito; il 60% degli italiani ha dichiarato che ha utilizzato o utilizzerebbe il low cost. La flessibilità fa crescere il lavoro, ma dopo? Dei quasi 1 milione 900 mila lavoratori che hanno trovato un‟occupazione, il 38,2% ha un contratto a termine, l‟8,7% un contratto di lavoro a progetto o occasionale e il 36,1% un contratto a tempo indeterminato. Tra gli under 35 si registre la più elevata incidenza di contratti atipici. I giovani infatti rappresentano la parte decisamente maggioritaria - il 58,2% - del lavoro atipico in Italia. Ma nel 2006, su 902 mila lavoratori che si sono ritrovati senza occupazione, perché l‟hanno persa, o perché si sono ritirati dal lavoro, più di 346 mila erano persone con meno di 34 anni (il 38,4%) e il 22,2% persone dai 35 ai 44 anni. Riorganizzarsi anche all‟estero. 38.690 studenti italiani si sono iscritti in facoltà universitarie straniere, in prevalenza tedesche (il 19,9%), austriache (16,1%), inglesi (13,7%), svizzere (11,6%), francesi (10,4%) e statunitensi (8,8%); e sono stati più di 11 mila e 700 (vale a dire il 3,9% del totale) i laureati che ad un anno dal conseguimento del diploma hanno trovato lavoro all‟estero; il numero delle imprese estere partecipate da aziende italiane è arrivato a quota 17.200, per un volume di addetti pari a oltre 1milione 120 mila lavoratori. Sono stati circa 13.368 gli italiani ad elevata qualificazione che si sono spostati, temporaneamente, dall‟Italia agli Stati Uniti: di questi, 6.179 (+51,6% tra 1998 e 2006) sono lavoratori altamente specializzati, 5.692 (+51,7%) sono quadri o dirigenti di imprese internazionali, e infine 1.497 (+166,8%) sono in possesso del visto O1, concesso esclusivamente a lavoratori con “straordinarie capacità o risultati”. Il ruolo crescente dei global player. Le quote italiane del PIL e dell‟export mondiali appaiono in flessione, ridotte rispettivamente al 2,7% e al 3,4% nel 2006. Ma non si può tralasciare che si tratta 3 di fette più piccole di una torta (la produzione mondiale, l‟export globale di prodotti e servizi) che nel frattempo si è allargata enormemente. Se oggi il rapporto dell‟Italia con la prima potenza economica (gli Stati Uniti) è di 1 a 7, nel 2050 il rapporto con la maggiore potenza mondiale (la Cina) sarà prevedibilmente di 1 a 21. Il downgrading riguarda naturalmente tutte le economie occidentali. Ma, le proiezioni al 2050 assegnano alla nostra economia, dall‟attuale settimo posto, ancora la decima posizione nel mondo, mentre Spagna e Canada escono dalla top 10. L‟ascesa delle imprese competitive. Le imprese dell‟industria in senso stretto con più di 20 addetti sono appena il 7,1% del totale, dunque, una netta minoranza numerica, ma nei fatti capace di sviluppare una forza propulsiva determinante poiché tale numero ridotto di aziende (non più di 37.000 unità) genera quasi l‟80% del fatturato industriale ed il 75% del valore aggiunto. La potenza delle concentrazioni finanziarie. Tra le prime 10 operazioni di fusione e acquisizione realizzate nel 2007, 5 riguardano le banche ed una in particolare, quella della incorporazione di Capitalia in Unicredit, raggiunge un valore estremamente elevato, superiore a 21 miliardi di euro. La quota di attività realizzate dai primi cinque gruppi bancari italiani è passata dal 45% dello scorso anno all‟attuale 53,5%. La quota di mercato del 37% che nel 2006 era distribuita fra quattro differenti gruppi oggi è realizzata da due soli operatori. La forza pervasiva della criminalità organizzata. I comuni del Sud in cui sono presenti sodalizi criminali sono 406 su 1.608. Complessivamente 610 comuni in Italia hanno un indicatore manifesto della presenza di criminalità organizzata (clan mafioso o bene confiscato o scioglimento negli ultimi tre anni). Si tratta di 13 milioni circa di individui su di un totale di 16.874.969, vale a dire il 77,2% del totale della popolazione residente nelle quattro regioni a rischio e circa il 22% della popolazione italiana. In queste stesse aree viene prodotto il 15,1% del PIL nazionale e si registra il 13,2% dei depositi bancari e il 7,1% degli impieghi. I processi formativi I giovani, in accordo con le famiglie, per oltre il 90% dei casi scelgono dopo la terza media un percorso di istruzione secondaria di II grado. La progressione negli studi, a prescindere dal come essa si realizzi (scuola o formazione professionale), costituisce oramai un valore introiettato da giovani e famiglie. È necessario rafforzare l‟azione dei servizi di orientamento con particolare riferimento al sottosistema della formazione professionale. Sono gli stessi giovani che nel 57,7% dei casi ritengono troppo generiche, se non inesistenti (15,4%), le attività di orientamento erogate in uscita dalle scuole medie, a cui fanno eco i genitori che per il 51,4% reputano insufficienti le informazioni sui corsi dell‟istruzione-formazione professionale. La mancanza di consapevolezza può provocare disagio ed insofferenza verso lo studio. Ad un elevato accordo sulla complessiva funzione educativa della scuola si contrappongono opinioni altrettanto condivise dagli stessi giovani sulla scarsa attrattività dei percorsi scolastici perché noiosi e poco attraenti (6,2) o di cui viene sottolineata la sostanziale obbligatorietà (6,3). In soli cinque anni, la presenza di alunni con cittadinanza non italiana nelle aule del nostro sistema scolastico è più che raddoppiata: erano 239.808 nell‟anno scolastico 2002-03 e nel 2006-07 hanno superato le 500.000 unità. Gli insegnanti da parte loro segnalano, con frequenza analoga per le scuole elementari e per le scuole medie, soprattutto l‟esigenza di poter contare su un maggiore supporto da parte di soggetti esterni alla scuola, nell‟ordine: esperti e mediatori culturali (83,5%) e istituzioni locali e nazionali (80%). Il 78,4% dei docenti, e soprattutto quelli della scuola primaria, ritiene molto o abbastanza problematiche le difficoltà di comunicazione e di comprensione della lingua italiana da parte degli alunni di origine immigrata; il 77,9% degli stessi segnala la difficoltà 4 di conciliare l‟età anagrafica dei ragazzi giunti in età scolare e le conoscenze da loro effettivamente possedute. Tale problema è particolarmente incidente a livello di scuola secondaria di I grado. In ambito europeo l‟Italia registra il più basso grado di accordo (34%) circa l‟eventualità che i laureati triennali possano trovare un lavoro in linea con il titolo posseduto (valore medio UE 27: 49%) ed il più alto consenso (61%) circa l‟opportunità che gli stessi laureati frequentino un master programme a completamento del primo ciclo di studi universitari (media UE 27: 46%). Non stupisce allora che studenti e famiglie siano proiettati verso gli studi universitari post-triennali. In Italia l‟offerta dei master è ancora relativamente recente e presenta un elevato tasso di turnover dei corsi offerti (oltre il 30% è rappresentato da new entries). L‟analisi dei servizi offerti dai master sembra indicare una sostanziale soddisfazione delle aspettative in termini di qualità/prezzo. Sussiste un rapporto di proporzionalità diretta tra i costi di iscrizione e la gamma di servizi offerti. Il 66,1% dei master con prezzo compreso tra i 5.400 e i 10.000 euro e il 65,6% di quelli che costano oltre 10.000 euro si caratterizzano per un‟elevata offerta di servizi di supporto alla didattica. Il 63% di chi ha partecipato ad un master ritiene di averne tratto vantaggio (di questi il 71% ha trovato lavoro dopo ed il restante 29%, già occupato, ha migliorato livello di retribuzione, posizioni contrattuale e professionale). Oggi, in Italia, gli studenti universitari fuori sede sono oltre 350.000. Questo fenomeno ha una rilevanza economica di non poco conto. La distribuzione degli studenti fuori sede disegna un‟Italia nella quale i flussi “del sapere” sono tutti orientati nella direttrice Sud verso Nord. Per alcune regioni il saldo entrati meno usciti è fortemente positivo (Emilia, Lazio, Toscana, Lombardia) per altre in profondo rosso (Puglia, Calabria, Campania, Basilicata). Se la spesa media mensile di un fuori sede - tasse, alloggi, vitto, tempo libero, mobilità - è stimabile in circa 1.100 euro al mese, ciò si traduce per una regione come l‟Emilia Romagna, in entrate annue di circa 800 milioni di euro, per il Lazio di circa 730 milioni e, al contrario, in uscite di circa 500 milioni di euro per la Puglia e circa 400 per la Calabria. La somma complessivamente spesa dalle famiglie italiane ogni anno per lo studio fuori regione è quantificabile in 3,5-3,7 miliardi di euro, ovvero nel complesso doppia rispetto a quanto speso per il pagamento delle tasse universitarie per l‟intera popolazione studentesca universitaria. Per i giovani europei, e gli italiani in particolare, l‟Unione Europea rappresenta soprattutto uno spazio dove è ampia la possibilità di viaggiare, lavorare e studiare. Si esprime in tal senso l‟89,9% dei cittadini europei di età compresa tra i 15 ed i 30 anni e la stessa percentuale sale al 92,4% tra i coetanei italiani. Per la quasi totalità dei giovani italiani (96,6%), “essere cittadino dell‟Unione europea” significa in primo luogo essere nelle condizioni di poter di studiare in uno qualunque degli Stati membri. Le previsioni per il futuro sono rosee: i giovani europei (91,6%) e ancora di più gli italiani (92,3%) sono convinti che da qui a 10 anni sarà più facile seguire traiettorie di mobilità sul territorio comunitario e che saranno maggiori le opportunità di lavoro rispetto a quelle attuali nei rispettivi paesi di residenza (77,2% e 72,8%, rispettivamente). Dei 347 miliardi di euro che l‟Unione Europea mette a disposizione per le politiche di coesione, l‟Italia si è “assicurata”, un finanziamento comunitario per la programmazione regionale pari a 28,8 miliardi di euro, di cui 22,1 miliardi finanziati con il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e 6,7 miliardi con il Fondo sociale europeo (FSE) e pari al 27% del totale delle risorse comunitarie. Lavoro, professionalità, rappresentanze Il bilancio dell‟anno è caratterizzato da un rallentamento nella capacità del mercato di produrre posti di lavoro, con un protagonismo meno evidente del lavoro a termine e probabilmente con un rallentamento, più evidente, dell‟accesso di stranieri nel gioco degli scambi economici. Di conseguenza, l‟occupazione mantiene un andamento positivo con valori che tendono a ridursi: la 5 variazione degli occupati nel II trimestre 2006 su quello del 2005 era pari al 2,4%; la stessa variazione relativa al secondo trimestre 2007 sullo stesso periodo del 2005 è stata dello 0,5%. In presenza di un problematico ritmo di crescita dell‟occupazione si è osservata, al tempo stesso, la riscoperta delle competenze qualificate, soprattutto di tipo tecnico. Tra il 2004 e il 2006, dei 584 mila nuovi posti creati, il 90% hanno interessato profili tecnici intermedi, il cui incremento è stato quattro volte superiore a quello registrato per l‟occupazione nel suo complesso. Nell‟altalena dei profili professionali richiesti sono saliti i tecnici dell‟amministrazione e dell‟organizzazione (+12,3%), i tecnici dei servizi sociali (+22,3%) e i tecnici del settore ingegneristico (+11,9%). Si conferma anche per quest‟anno la riduzione del lavoro autonomo, che tende ad essere assorbito nell‟occupazione dipendente, producendo, in particolare, un effetto di perdita di autonomia a carico di quella quota di lavoro indipendente che coincide con il lavoro intellettuale. Ciò che invece non cambia è la condizione delle donne nel mercato del lavoro, rispetto alla quale si potrebbe dire che c‟è ancora molto da fare. Nonostante tra il 2000 e il 2006 si siano creati più di un milione di nuovi posti di lavoro per le donne, pari un incremento del 12,5% complessivo, il tasso di attività femminile non è cresciuto come ci si poteva attendere, passando dal 48,5% del 2000 al 50,8% del 2006. Sul piano delle relazioni di lavoro, l‟anno è stato segnato dall‟accordo sul welfare, stipulato nel luglio 2007 e trasferito sul piano normativo nel mese di novembre. L‟esito complessivo del processo di approvazione dell‟accordo ha dato ragione all‟investimento che i sindacati hanno fatto sul piano della concertazione politica, che aveva bisogno di portare a casa anche un successo concreto; serviva, infatti, codificare in qualche modo la sua mobilitazione per il rafforzamento della democrazia rappresentativa, che da queste circostanze esce sicuramente più forte. Nel futuro a breve, non sarà possibile, almeno a parità di equilibrio politico formale, che i sindacati siano collocati solo all‟interno di uno schema di “dialogo” sociale: e questo fa bene al paese e può far bene al lavoro, specialmente se acquisito come metodo e allargato alle tante componenti associative – anche legate al lavoro indipendente - che operano nel sistema produttivo. Il sistema di welfare La salute diseguale. Nel mutevole assetto dell‟offerta sanitaria è importante capire quali siano i livelli di performance e di benessere garantiti alla popolazione, nella loro diversa articolazione territoriale. Il quadro che emerge evidenzia un gradiente negativo Nord-Sud con un tendenziale peggioramento della situazione della salute dei cittadini residenti man mano che si procede verso le regioni meridionali, nonostante la struttura per età della popolazione, che determina un peggioramento degli indici di morbosità e mortalità all‟aumentare del tasso di invecchiamento, tendenzialmente più elevato al Nord e al Centro. Si tratta di un peggioramento ampiamente legato al diverso contesto socioeconomico, mentre il quadro dell‟offerta, storicamente più deficitario al Sud, non riesce a mitigare gli effetti penalizzanti di tali differenze di partenza. I progressi nella governance condivisa della Sanità regionalizzata. Nel processo di evoluzione del SSN, la fase attuale si caratterizza in modo netto come un momento di riformulazione e di rilancio delle funzioni del livello centrale, che prevedono però una costante concertazione con i livelli locali, in una rinnovata vocazione alla trasversalità e alla condivisione delle responsabilità. Tra gli interventi maggiormente significativi che si collocano appieno in questa direttrice di lavoro emergono il Patto per la Salute, che rinnova il modello di gestione economica e finanziaria dei servizi sanitari, e il SIVeAS, strumento del Ministero per la verifica che ai finanziamenti erogati 6 corrispondano i servizi per i cittadini, e che questi ultimi rispondano a criteri di efficienza e appropriatezza. La relazione medico paziente: un‟area di trasformazione e di crisi. Gli italiani, in virtù di una più elevata scolarizzazione e della sempre maggiore diffusione di conoscenze sanitarie mettono sempre più frequentemente in discussione la secolare asimmetria di rapporto con il loro medico. La ridefinizione dei termini del rapporto ha prodotto un clima di incertezza e crisi: è il 97% degli italiani, primi in Europa, a ritenere che gli errori medici rappresentino un problema molto o abbastanza importante nel Paese, sintomatico di un disagio fondamentalmente culturale laddove si osserva che l‟esperienza, diretta o indiretta, di malpractice non risulta più alta in Italia che nel resto dell‟Europa a 25 (è il 18% dei rispondenti italiani, pari alla media europea, a sottolineare di aver subito in famiglia un grave errore medico durante un ricovero ospedaliero), mentre si registra in Italia l‟aumento vertiginoso del numero di sinistri denunciati riconducibili alla responsabilità professionale dei medici che l‟ANIA stima passati dai 3.154 del 1994 ai 11.932 del 2004 (+278%). La lezione dell‟Alzheimer: una rete integrata di servizi. I malati di Alzheimer oggi in Italia sono oltre 500.000, i nuovi casi sono stimabili in circa 80.000 all‟anno, e si tratta di un dato destinato ad aumentare (nel 2020 i nuovi casi di demenza attribuibili all‟Alzheimer saranno circa 113.000). La condizione dei malati e dei loro familiari è emblematica delle difficoltà del nostro sistema sanitario e socio-assistenziale nell‟approntare risposte e soluzioni adeguate per la presa in carico delle patologie croniche e invalidanti. La delega alla famiglia dei compiti di cura e assistenza del malato di Alzheimer ha un ingente costo sociale (Costo Medio Annuo per Paziente - CMAP) che viene stimato in circa 60.900 euro all‟anno. Questo costo pesantissimo può essere mitigato solo attraverso una vera e profonda revisione del modello delle cure: ecco perché in merito al modello auspicabile di assistenza l‟opzione prevalente tra i caregiver (53,3%) è per la rete di servizi, articolata e gratuita su cui poter contare, una sorta di intervento modulare che mitighi senza sostituire la delega alla famiglia, rendendola più tollerabile e proficua. Il rischio di una solidarietà selettiva. Quasi il 69% degli italiani ritiene che in caso di bisogno si può contare sull‟aiuto degli altri, mentre l‟idea che la cooperazione tra persone sia un portato della natura umana trova l‟accordo di oltre il 75% degli italiani. Tuttavia, solo il 17,9% dei cittadini si organizza spesso o molto spesso con gli altri per risolvere un problema comune, ed è il 50% degli italiani a ritenere che l‟immigrazione aumenti l‟insicurezza, mentre è il 35% a pensare che gli altri gruppi etnici arricchiscano la vita culturale del nostro Paese (54% è il dato medio europeo). Il costo previdenziale di un mercato del lavoro ostile alla longevità. Oltre il 31% dei pensionati, alla luce dell‟attuale esperienza, ritarderebbero il proprio pensionamento; di 6,3 anni i maschi e di 5,8 anni le femmine, in media. E‟ il 2,4% dei pensionati a lavorare; però, mentre sono i laureati a trovare più facilmente lavoro, sono quelli a basso titolo di studio ad avere una maggiore propensione a lavorare (62,3% con licenza elementare, 26,2% con laurea). È questo il paradosso del mercato del lavoro per gli anziani che impatta negativamente sulla previdenza. Territorio e Reti Il 2007 è stato caratterizzato da un rinnovato dibattito su come far ripartire in Italia una politica della casa in grado di creare un‟offerta adeguata di alloggi in affitto a canoni accessibili. Negli ultimi tempi la produzione annua di alloggi sociali su tutto il territorio nazionale è scesa sotto le 2.000 unità (su un totale di circa 300.000 abitazioni costruite), e alcuni dati evidenziano in modo esplicito l‟incapacità di fare incontrare domanda e offerta in modo efficace; infatti: i prezzi di mercato degli affitti (quelli della nuova offerta) sono cresciuti di oltre il 112% dal 1999 (anno delle riforma del mercato) al 2006 nelle città con più di 250 mila persone e di oltre il 103% in quelle di 7 dimensioni inferiori; è progressivamente aumentato il numero degli sfratti per morosità (sono stati 33.000 nel 2006 i provvedimenti e messi per tale ragione, erano 21.000 nel 1990). Il “sistema montagna”, dal punto di vista economico, è in crescita. Nelle stime attuali il valore aggiunto dei territori montani viene calcolato in circa 203 miliardi di euro, ossia il 16,7% del totale nazionale (era circa 165 miliardi di euro su base dati 1999). In quattro anni (dal ‟99 al „03) la montagna è cresciuta più della media del Paese (10,5% contro il 6,5% della media nazionale). Ciò significa che quando il sistema Italia, nel suo complesso, cresce in maniera robusta in termini di nuovi beni e servizi messi a disposizione della comunità per impieghi finali, il sottosistema montagna fatica a tenere il passo. Quando tuttavia il sistema rallenta drasticamente, come è accaduto tra il 1999 e il 2003, la montagna rallenta di meno e, per così dire, ne approfitta per ridurre lo svantaggio. D‟altra parte esiste anche una “montagna industriale”. In Italia i 156 distretti industriali rilevati dall‟ISTAT interessano complessivamente 2.215 comuni. Si tratta di territori produttivi che ospitano circa 13 milioni di persone e che danno lavoro a quasi 5 milioni di addetti (il 25% del totale, ma quasi il 40% se si restringe l‟ambito al settore manifatturiero). Ebbene, una quota non secondaria dei comuni italiani sul cui territorio si localizza un distretto industriale, sono comuni classificati come montani. Si tratta, nel complesso, di 870 enti locali, corrispondenti al 20,7% dei comuni montani italiani. Nel 2007 i pendolari si sono attestati su oltre 13 milioni, con una incidenza pari al 22,2% della popolazione. Erano 9,6 milioni del 2001 (17%). Nell‟intervallo 2001-2007 si è registrato, quindi, un incremento di pendolari studenti e lavoratori (soprattutto impiegati, operai e insegnanti) del 35,8%, corrispondente a 3,5 milioni di persone in più. Il riparto modale degli spostamenti conferma il ruolo predominante dell‟auto privata, utilizzata complessivamente da poco più del 70% dei pendolari. Il 5,9% dei pendolari ricorre invece ai mezzi motorizzati a due ruote. E si conferma la funzione fondamentale dei servizi pubblici. Innanzitutto il treno, utilizzato giornalmente dal 14,8% dei pendolari (ovvero più di 1,9 milioni di persone) per effettuare gli spostamenti in ambito locale e metropolitano come unico mezzo di trasporto o in combinazione con altre modalità di spostamento. Gli enti locali e i soggetti di rappresentanza economica che operano all‟interno dei diversi territori provinciali segnalano l‟esigenza di un presidio forte dell‟area vasta in grado di innescare processi di coinvolgimento delle diverse soggettualità presenti nei territori e di concertazione in merito alle azioni da sviluppare. Più di due terzi del campione intervistato concordano sul fatto che questo tipo di funzione possa essere svolta dalle istituzioni provinciali. Le province dovranno dunque sempre più caratterizzarsi come centri di condensazione delle istanze territoriali. Il 23,1% degli intervistati pensa che le Province siano già adesso nelle condizioni di farlo, mentre il 45,4% ritiene che ciò possa concretizzarsi solo in corrispondenza di un incremento dei loro poteri reali. Il ciclo di programmazione dei fondi strutturali europei 2007-2013 sarà caratterizzato dallo spostamento a est del focus delle politiche regionali. I dieci paesi dell‟Europa Orientale entrati con le ultime due tornate del processo di allargamento (2004 e 2007), pur rappresentando in termini di popolazione poco più di un quinto del totale dell‟Unione a 27, assorbiranno circa il 51% delle risorse stanziate nell‟ambito della politica di coesione. Ciò ha comportato un sostanziale dimezzamento delle risorse sia per i paesi dell‟Europa centro-settentrionale, destinatari nel 2000- 2006 del 34,5% dei fondi e oggi passati al 16,8%, che per l‟area del Sud Europa, alla quale nella passata stagione andava ben il 63,1% dei fondi strutturali e oggi solo il 30,6%. Per l‟Italia si tratta comunque (forse per l‟ultima volta) di importi ancora molto consistenti: il nostro paese riceverà infatti 28,8 miliardi di euro (dei quali 21,6 destinati alle regioni del Sud), posizionandosi al terzo posto tra i paesi beneficiari dopo la Polonia (67,3 miliardi) e la Spagna (35,2 miliardi). Si tratta di un‟occasione che non può essere sprecata. 8 I soggetti economici dello sviluppo La crescita per minoranze attive. Il maggiore contributo alla crescita è stato dato dal sistema delle imprese, in particolare dall‟industria, che ha registrato una accentuata espansione all‟estero. Nel 2006 l‟incremento dell‟indice del fatturato industriale derivante da vendite in Italia è aumentato del 7%, quello delle vendite all‟estero è aumentato dell‟11%. Il 2007 si chiuderà forse con un‟ulteriore accelerazione del fatturato proveniente dall‟export. Ci si chiede tuttavia quanto a lungo possa reggere un modello di crescita fondato su nuclei sempre più ristretti di imprese innovative. L‟inarrestabile concentrazione del potere economico. Il 2007 ha visto la realizzazione di alcuni tra i più grandi interventi di concentrazione e di fusione tra aziende, specie nel settore bancario. Il muro dei 90 miliardi di euro di valore delle operazioni di fusione portate a compimento nel 2006 è destinato a essere superato quest‟anno se si tiene conto che la sola incorporazione di Capitalia da parte di Unicredit vale più di 21 miliardi di euro e conteggiando la recente operazione di Monte dei Paschi di Siena su Antonveneta. Aumenta il livello di concentrazione di potere lì dove operano i pochi big players italiani: nel solo sistema bancario la quota di mercato detenuta dai primi cinque gruppi è passata tra il 2006 e oggi dal 45% al 53%, così come il fenomeno è evidente nel sistema assicurativo. Nessun miglioramento di efficienza è però rinvenibile nelle imprese protagoniste di tali operazioni di concentrazione (non diminuisce né la bolletta energetica né i costi bancari e assicurativi) né è in atto un processo redistributivo, presso le famiglie, dell‟incremento di ricchezza registrato da numerose imprese. Ricambio generazionale ed impresa giovanile per un nuovo ciclo di crescita. È possibile cogliere una diffusa e crescente volontà di fare impresa da parte dei giovani, che lascia intravedere i primi segnali di un più consistente ricambio generazionale. Secondo le analisi di Infocamere, attualmente il 42% dei titolari d‟azienda ha più di 50 anni, l‟8% ne ha più di 70, mentre soltanto il 6,6% ne ha meno di 30. Su un totale di poco più di 200 mila, sono circa 154 mila le nuove realtà aziendali costituite nel 2002 ancora attive a tre anni di distanza come rilevato in una specifica indagine dell‟ISTAT. Di queste, nel 30% dei casi alla nascita dell‟impresa il titolare aveva meno di trent‟anni e nel 40% aveva un‟età compresa tra i 30 e i 39 anni. È interessante analizzare l‟elevato livello di dinamismo di tali imprese e gli investimenti programmati per il rafforzamento del posizionamento sul mercato. L‟espansione controllata dell‟indebitamento delle famiglie italiane. La crisi dei mutui subprime a metà del 2007 ha riportato prepotentemente l‟attenzione, anche in Italia, sulla questione dell‟indebitamento delle famiglie e su possibili rischi di default nel nostro Paese. Che sussistano situazioni limite di sovraindebitamento è certo, ma ad oggi il fenomeno sembra riguardare una quota assai ridotta di famiglie per le quali è necessario approntare strumenti ad hoc. Il Paese sembra reinterpretare, almeno per ora, la crisi dei mutui e dell‟indebitamento in generale con spirito adattativo, cercando anche in questo caso una sorta di medietà tra la domanda di credito e il limite oltre il quale è bene non spingersi. La percentuale di prestiti bancari in sofferenza sul totale concesso alle famiglie è ormai su livelli stabili dal 2003, intorno allo 0,7%, molto più basso rispetto a quanto si rilevava alla fine degli anni ‟90 quando esso si attestava all‟1,5% e l‟ammontare dei prestiti era molto più contenuto. Comunicazione e media La rivoluzione digitale continua. Oggi abbiamo già a disposizione 8 diversi media e ben 20 modalità alternative di accedervi. Vecchi e nuovi media convivono perfettamente nelle scelte delle persone, amplificando ulteriormente gli accessi individuali al mondo dei media. 9 Fotogrammi della rivoluzione digitale in atto. La televisione tradizionale risulta sempre il mezzo più usato, con il 92,1% di utenti complessivi, ma la tv satellitare raggiunge il 27,3% e la digitale terrestre il 13,4% degli italiani sopra i quattordici anni. Per la radio, al 56% di utenti da autoradio e al 53,7% di ascoltatori da apparecchi tradizionali vanno aggiunti il 13,6% di utenti da lettore Mp3 e il 7,6% da internet; per i quotidiani oltre al 67% di utenti che leggono un giornale tradizionale acquistato in edicola si deve considerare anche 34,7% di lettori di quotidiani gratuiti e il 21,1% di frequentatori delle pagine on line dei giornali via internet. L‟integrazione tra i media ne incrementa l‟uso, coinvolgendo in questo aumento d‟attenzione anche quelli tradizionali. Mai la lettura di libri e giornali in Italia aveva raggiunto punte così elevate. Il 59,4% di italiani che hanno letto almeno un libro nel corso dell‟anno è un risultato confortante, ma il 52,9% ne ha letti almeno tre. La stessa tenuta di settimanali (40,3%) e mensili (26,7%) conferma che la società digitale non solo non segna la fine della circolazione della carta stampata, ma che anzi la sostiene. Smottamenti televisivi. Nel 2007 gli utenti della televisione in generale sono passati dal 94,4% al 96,4% della popolazione, rafforzandone ancora di più la natura di medium universale. La tv satellitare, in un anno, è passata ad attirare dal 17,7% al 28,3% degli utenti di tv, il digitale terrestre dal 7% al 13,9% e anche tutte le altre forme di tv fanno notevoli passi in avanti. Più netto risulta il progressivo passaggio dalla televisione tradizionale a tutte le forme di tv digitale tra i giovani. Il 99,1% di spettatori giovani di tv tradizionale del 2007 si ridimensiona nel 2007 al 93,5%, con la tv satellitare che arriva al 41%, la tv via cavo al 9,4% e la tv via internet all‟8,6%. Tra i diplomati e i laureati c‟è sempre un buon 94% che segue la tv tradizionale, però anche un 34,5% di pubblico di tv satellitare e un 16,2% del digitale terrestre, a cui si aggiunge anche un 7,1% di utenti di tv via internet e un 6,3% di tv via cavo. Informazione quotidiana multi-mediale. Il pubblico dei lettori dei giornali cresce, visto che nel 2007 è entrato in contatto con la stampa d‟informazione quotidiana il 79,1% degli italiani: fra quotidiani tradizionali acquistati in edicola, giornali che vengono distribuiti gratuitamente (free press) e siti internet aggiornati continuamente dai quotidiani (on line). Circa il 30% legge solo quotidiani a pagamento, a cui si aggiunge un altro 30% che legge sia quelli a pagamento che quelli free, un altro 11% circa quelli a pagamento e on line, quasi il 13% tutti e tre. Calcolando che a leggere solo la stampa free sono meno del 10% dei lettori, si può constatare che ad accostarsi ad un solo modello di informazione a stampa sono sempre il 45% circa di italiani che da decenni costituiscono la tradizionale platea dei lettori dei giornali. Radio ovunque. La sua flessibilità tecnologica l‟ha resa uno degli strumenti di punta della rivoluzione digitale, che ha ridato una nuova, ennesima giovinezza alla radio, che nel 2007 è arrivata a raggiungere il 77,7% della popolazione italiana con punte dell‟80,6% tra gli uomini, del 94,4% tra i giovani e dell‟86,2% tra i più istruiti. Internet di massa. Nel 2007 gli utenti in generale di internet hanno raggiunto una quota pari al 45,3% della popolazione. Prendendo in considerazione solo gli utenti abituali, quelli cioè che si connettono almeno tre volte alla settimana alla rete, si è passati dal 28,5% del 2006 al 38,3% del 2007, con un indice di penetrazione che ha raggiunto tra i giovani il 68,3% e tra i più istruiti il 54,5%. Cresce l‟abitudine alla lettura. La lettura dei libri negli ultimi anni si è attestata su livelli finalmente interessanti, raggiungendo nel 2007 il 59,4% rispetto al totale della popolazione. Rispetto al 55,3% del 2006 il progresso non appare eccezionale, ma è notevole il passo in avanti dei lettori abituali, cioè di quanti hanno letto almeno tre libri nel corso dell‟anno, che sono passati dal 39,4% al 52,9%. I meno istruiti rimangono al 42,3% complessivo, con un passaggio dal 27,9% al 36% dei lettori 10 abituali. I più istruiti, invece, accrescono ancora il loro già elevato indice dei lettori in generale (dal 72,6% al 74,8%), ma portano i lettori abituali dal 54,7% al 68%. Cellulari, media basic. Nel 2007 il cellulare ha raggiunto un indice di penetrazione complessiva pari all‟86,4% della popolazione, ormai a un passo da quel 92,1% che costituisce il consumo complessivo della tv generalista. Il cellulare è considerato uno strumento d‟uso praticamente quotidiano dal 76,9% degli uomini, dal 92,6% dei giovani e dall‟81,4% degli utenti con il maggior livello di istruzione. Il 55,9% dei suoi utenti lo impiega solo per le sue funzioni “basic”. Ai vari tipi di modelli smartphone si accosta il 34,9% degli italiani, mentre il videofonino è appannaggio del 9,3% utenti. Processi innovativi Non tutti gli investimenti in R&s generano innovazione, non tutta l‟innovazione nasce dalla ricerca. 145 mila piccoli imprenditori, pari a un quarto di tutte le aziende manifatturiere e informatiche con meno di 20 addetti, investono il 13% del monte ore lavorate e ben 1,8 miliardi l'anno per la competitività del made in Italy, valore questo che rappresenta il 19% delle spese aziendali. Fra le imprese considerate, con un numero di addetti inferiore a 20, che dichiarano di svolgere attività di innovazione, il 42,6% realizza attività di ricerca anche in modo informale, mentre oltre il 73% utilizza processi e tecniche di produzione innovativa, il 63,5% si dedica all'innovazione di prodotto e il 61,5% introduce nuovi materiali nei propri cicli produttivi. Il “cambio di passo” del Mezzogiorno: produzione di conoscenza e attrazione di risorse. La nuova programmazione dei Fondi strutturali riaccende le speranze per vedere finalmente avviata una fase di aggancio delle regioni meridionali ai flussi di crescita nazionali ed europei. Il “cambio di passo” deciso per questo nuovo ciclo, risulta in linea con le strategie messe in atto da Bruxelles per rendere l'Unione europea l'area più avanzata sul piano della conoscenza a livello mondiale nei prossimi anni. Il Quadro strategico nazionale, comprensivo di cofinanziamento nazionale e risorse del Fondo aree sottoutilizzate prevede per l'insieme delle regioni meridionali un volume di poco superiore ai 100 miliardi di euro. La discontinuità necessaria del nuovo periodo di programmazione 2007-2013 trova conferma anche nell'adozione del programma “Ricerca e competitività” in cui il Ministero dell'università e della ricerca e il Ministero dello sviluppo economico ne condividono il coordinamento. Gli interventi possono contare su 6,2 miliardi di euro da spendere nel settennio in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia (le regioni dell'obiettivo Convergenza) e sono orientati all'integrazione delle dinamiche di sviluppo che provengono dalla ricerca e dall'innovazione e che guardano prioritariamente alla capacità di attrazione di risorse e investimenti. Memorie digitali: l'innovazione che guarda al passato. Solo da pochi anni in Italia gli audiovisivi sono oggetto di progetti di recupero e valorizzazione secondo un‟ottica per lo più aziendale, orientata alla salvaguardia dei propri materiali d‟archivio per fini commerciali. Una salvaguardia con una forte e indiscutibile valenza culturale che ha spinto anche le istituzioni ad occuparsi direttamente del fenomeno. La regione Lazio è leader per l‟audiovisivo italiano con circa il 40% degli occupati dell‟intero comparto. Il 42% delle imprese del settore rilevate afferma di possedere un archivio organizzato di materiale audiovisivo. Il dato è particolarmente significativo se si riflette sulla parcellizzazione a cui è stato sottoposto il comparto che oggi conta un 20% di imprese individuali ed un ulteriore 28% costituito da imprese con un numero di addetti inferiore a 5. La pubblica amministrazione on line. Nell'erogazione on line di servizi pubblici di base, disponibili per i cittadini, l‟Italia si colloca poco al di sotto della media europea (rispettivamente il 36,4% e il 36,8 %), ed è in dodicesima posizione nella graduatoria dell'Unione europea a 25 Stati. L‟Isola di 11 Malta detiene il valore più elevato nella realizzazione dei servizi on line per i cittadini con una percentuale dell‟83,3%, seguita dal Regno Unito (80%), dall‟Austria (70%) e dalla Svezia (63,6%). Sull‟utilizzo di servizi di e-government da parte dei cittadini, l‟Italia con il 16,1% si colloca al diciannovesimo posto nella graduatoria; il valore medio europeo è pari al 23,8%. Per contro si verificano livelli interessanti di utilizzo di servizi pubblici disponibili on line per le imprese, in tal caso l‟Italia occupa il terzo posto della graduatoria europea con l‟87,5%, ben al di sopra della media europea (67,8%); è preceduta dall‟Austria (100%) ed è a pari livello con Belgio, Danimarca, Spagna, e Svezia. Quanto all‟utilizzo di servizi di e-government da parte delle imprese l‟Italia raggiunge il terzo posto della graduatoria con l'86,5%, preceduta dalla Danimarca (87,3%) e dalla Finlandia (92,8%). Sicurezza e cittadinanza Il nuovo ruolo degli enti locali nelle politiche della sicurezza urbana. I Patti per la sicurezza siglati nelle maggiori città metropolitane e la formulazione da parte del Disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza urbana ”riconoscono la necessità di dar voce e potere agli enti locali quali diretti protagonisti della sicurezza urbana, ma presentano una serie di criticità in quanto le risorse economiche destinate dagli enti locali a finanziare le politiche di contrasto della criminalità non saranno più disponibili per le azioni dirette alla coesione sociale e alla prevenzione, inoltre c‟è il rischio di confusione sia con riferimento alle competenze dei vari livelli istituzionali, che relativamente alle attribuzioni della Polizia municipale se non sostenute da adeguate forme di riqualificazione e da una moderna normativa. Le organizzazioni criminali sempre più dentro alle imprese. Un imprenditore meridionale su tre dichiara che il racket nella propria zona di attività è molto o abbastanza diffuso (33,1%); alta anche la percezione della presenza di usura (il 39,2% degli imprenditori ritiene che nella zona dove esercita la propria attività il reato sia molto o abbastanza diffuso). Assumono importanza fenomeni di distorsione della concorrenza per cui il 48,9% vede un aumento della nascita improvvisa di imprese concorrenti; il 15,1% percepisce una crescita dell‟imposizione nell‟utilizzo di manodopera ;il 13,2% crede che sia in crescita l‟imposizione di forniture; il 45,3% degli imprenditori giudica poco o niente affatto trasparenti gli appalti pubblici. Il bullismo nelle scuole cresce davvero? Gli atti di bullismo più frequenti di cui sono stati testimoni diretti gli studenti del Lazio sono gli scherzi pesanti (26,8%), le offese e le minacce (25,0%) e le prese in giro moleste (25,4%), mentre il 19,1% ha assistito a piccoli furti e il 15,2% ad aggressioni fisiche. Rispetto all‟acutizzarsi del fenomeno, il Ministero dell‟Istruzione ha deciso di costituire un‟apposita Commissione che ha dato vita, tra l‟altro, agli Osservatori regionali sul bullismo presso gli Uffici Scolastici Regionali, ad un numero verde di ascolto, consulenza e prevenzione e ad un sito internet. Inoltre la Commissione ha segnalato la necessità di disporre di dati statistici condivisi a livello nazionale e territoriale, che consentano di effettuare una mappatura del fenomeno e delle sue emergenze. Il rischio di un‟eccessiva frammentazione delle competenze sull‟immigrazione. Se si considera il numero di amministrazioni da cui dipendono le principali decisioni in merito all‟immigrazione e che sono incaricate di svolgere i compiti essenziali per la gestione della materia ma, soprattutto, se si guarda agli ambiti di possibile sovrapposizione potrebbe legittimamente sorgere il dubbio se un fenomeno così complesso possa essere gestito con la dovuta efficienza e tempestività da una tale pluralità di soggetti. 12 Le prime crepe nell‟integrazione sociale degli stranieri. Negli ultimi cinque anni a fronte di una crescita media degli stranieri residenti in Italia dell‟89,7%, i rumeni sono aumentati del 260,1%, passando dai 95.039 del 2002 ai 342.200 del 2006 e diventando la terza comunità in Italia. La stima Caritas dei soggiornanti fa salire il numero dei rumeni a 555.997, facendone la prima nazionalità straniera presente in Italia. Di pari passo vi è stato un aumento dei rumeni sulla scena del crimine. Nel periodo 2004-2006 i cittadini romeni compaiono al primo posto tra gli stranieri denunciati per i furti con destrezza (37% degli stranieri denunciati, e 24,8% del complesso dei denunciati), i furti di autovetture (29,8% degli stranieri e 11,2% del totale dei denunciati), le rapine in esercizi commerciali (26,9% e 8,7%) e le rapine in abitazione; e per alcuni reati violenti, come gli omicidi volontari consumati (15,4% degli stranieri denunciati e 5,3% del totale) e le violenze sessuali (16,2%) All‟aumento dei cittadini rumeni denunciati corrisponde una crescita dei detenuti rumeni che nel mese di giugno erano 2.267, vale a dire il 5,2% del totale dei detenuti (che a quella data erano 43.957) e il 14,5% dei detenuti stranieri (che erano 15.658). Conoscere più a fondo il fenomeno della tratta. Le vittime di tratta che tra il 2000 ed il 2006 hanno potuto beneficiare dei progetti di assistenza ex art. 18 sono 11.226, di cui 619 minori. In realtà non è possibile verificare se questo numero corrisponda a singole persone, ovvero se vi siano state duplicazioni. Tra il 2000 e il 2006 i permessi di soggiorno concessi risultano essere 5.653. Analoghe difficoltà si riscontrano se si intende descrivere l‟universo dei cosiddetti sfruttatori. Il maggior numero di denunciati riguarda il reato di sfruttamento della prostituzione: 2.874 nel 2006; 129 sono stati i denunciati per il reato di tratta di persone; crescono negli ultimi tre anni del 21,2% i denunciati per riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù (dai 340 del 2004 ai 412 del 2006); aumentano del 17,2% i denunciati per sfruttamento della prostituzione minorile, che sono 340 nel 2006; diminuiscono, rispettivamente del 28,1% e del 9,2%, i denunciati per i reati di acquisto ed alienazione di schiavi e di favoreggiamento dell‟immigrazione clandestina.
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