Caritas e Migrantes: XXVI Rapporto Immigrazione 2016. Nuove generazioni a confronto

Descrizione breve: 
La XXVI edizione del Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes è stata dedicata al confronto tra giovani generazioni: gli italiani e i giovani di nazionalità non italiana, nati o meno in Italia, che però vivono nelle città italiane, frequentano le scuole del nostro Paese, lavorano, cercano un'occupazione o vivono la disoccupazione al pari dei loro coetanei di cittadinanza italiana.
Data: 
21 Giugno 2017
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1
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Caritas e Migrantes: XXV Rapporto immigrazione

Descrizione breve: 
Per leggere dentro la storia e la cronaca di 25 anni di immigrazione in Italia, Caritas e Migrantes hanno scelto nel Rapporto del 2016 di lasciarsi guidare da una bella espressione: la cultura dell’incontro.
Data: 
5 Luglio 2016
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1
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Dossier statistico Immigrazioni IDOS UNAR - 2015

Descrizione breve: 
I migranti forzati nel mondo sono passati in un anno da 52 a 60 milioni. Nei primi nove mesi del 2015 il numero dei rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa ha superato le 460mila unità, mentre l’anno scorso erano stati 219mila. Ma l’Italia non è sicuramente tra i paesi che hanno accolto più profughi.
Allegato: 
Data: 
29 Ottobre 2015
IDOS UNAR 2015/2015_CS_IDOS e il Dossier Immigrazione a Expo 2015_.pdf IDOS UNAR 2015/Comunicato Stampa presentazione Dossier 2015 a Roma.pdf COMUNICATO STAMPA Idos e Confronti Dossier Statistico Immigrazione 2015 29 ottobre 2015 Roma - Si è tenuta oggi alle 10.30 a Roma presso il Teatro Orione la presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2015, redatto dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con la rivista interreligiosa Confronti, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), col sostegno dei fondi dell’Otto per mille della Chiesa Valdese - Unione delle chiese metodiste e valdesi. Moderati da Franco Pittau, presidente onorario di IDOS, e Claudio Paravati, direttore di Confronti, sono intervenuti al tavolo dei relatori: Eugenio Bernardini, Ugo Melchionda, Paolo Gentiloni, Rando Devole, Stefania Congia e mons. Matteo Zuppi. «Con i suoi dati, il Dossier ci indica le criticità del fenomeno e ci invita alla riflessione: un bagno di realtà in mezzo a tante ideologie e comunicazioni provenienti dalla “pancia”», ha detto Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, e ha aggiunto: «Importanti i dati che abbiamo sull’appartenenza religiosa degli immigrati: per la comprensione reciproca non possiamo fare a meno di analizzare e comprendere anche il dato religioso». Ugo Melchionda, presidente del Centro studi e ricerche IDOS, ha messo in evidenza come «i migranti forzati nel mondo siano passati in un anno da 52 a 60 milioni. Nei primi nove mesi del 2015 il numero dei rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa – e non dimentichiamo le circa 3000 persone morte in questo tentativo nel 2015 – ha superato le 460mila unità, mentre l’anno scorso erano stati 219mila. Ma l’Italia non è sicuramente tra i paesi che hanno accolto più profughi». «Questo volume – ha detto Paolo Gentiloni, ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione – è uno strumento importante per affrontare la questione immigrazione: la conoscenza deve essere antidoto contro il pregiudizio e contro chi propaga odio e paura. La distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo ha certamente un fondamento giuridico, ma non può essere un alibi per le nostre coscienze per abbandonare gli immigrati economici. Occorre stabilizzare i paesi in guerra, Libia e Siria, aumentare la cooperazione internazionale e cambiare il regolamento europeo». «Nel discorso pubblico – ha detto il sociologo Rando Devole – prevale la “sindrome da invasione”. Servono ponti, non muri. L’approvazione della legge sulla cittadinanza da parte della Camera (che passa ora al Senato) è un fatto storico». Stefania Congia, dirigente della D.G. Immigrazione e Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha detto: «L’immigrazione ci costringe a fare i conti con noi stessi. Abbiamo molto da imparare dagli immigrati, anche – per esempio – in materia di rispetto e cura verso gli anziani. Gli immigrati contribuiscono al benessere dei paesi di accoglienza, anche dal punto di vista economico e demografico». Ha concluso monsignor Matteo Zuppi, vescovo ausiliare di Roma e delegato per l’immigrazione presso la Conferenza episcopale laziale, da poco nominato arcivescovo di Bologna da papa Francesco: «Non si può parlare del tema immigrazione senza conoscerlo e questo Dossier serve proprio a darci il quadro della realtà; i dati del Dossier servono anche a smontare gli stereotipi. Lo stesso discorso vale per i dati sui reati: la verità è che c’è un accanimento su quelli piccoli (nei quali la percentuale degli stranieri è più alta), ma non si considera che quelli più gravi sono compiuti in gran parte da italiani». IDOS UNAR 2015/Red Soc_Dossier Immigrazione_Idos_Nuar_2015.pdf 1 Redattore Sociale 29 ottobre 2015 I “nuovi italiani”: sono 800 mila gli stranieri nati nel nostro paese Dossier Idos/Unar. Nel solo 2014 sono nati in Italia 75.067 bambini stranieri, ovvero il 14,9% del totale. Primato alla Lombardia. Cittadinanza, quasi 130 mila quelli che l’hanno ottenuta lo scorso anno, per il 40 per cento minori ROMA – L’Italia è uno dei grandi paesi europei di immigrazione, con 5.014.000 stranieri residenti alla fine del 2014 (incremento di oltre 92.000 unità rispetto all’anno precedente), un valore che tradotto in termini percentuali attesta una crescita dell’1,9%. Siamo quindi davanti a livelli di aumento ben inferiori a quelli che si era soliti registrare prima dell’imporsi della fase di crisi, quando la popolazione straniera residente cresceva secondo ritmi decisamente più sostenuti. In generale, l’incidenza degli stranieri sulla popolazione residente (8,2%) continua a essere superiore al valore medio europeo. Se poi si includono anche i soggiornanti non comunitari in attesa di registrazione anagrafica, il dato sulla presenza straniera regolare complessiva arriva a quota 5.421.000. Sono questi alcuni dei dati inclusi nel Dossier statistico immigrazione Idos/Unar, che viene presentato questa mattina a Roma. Ma quanti sono i “nuovi italiani”? In base ai dati Istat, in Italia, su un totale di 502.596 bambini nati nel corso del 2014, quelli stranieri - che come tali sono nati da genitori non italiani che vivono nello Stivale - sono 75.067, ovvero il 14,9% del totale. Si tratta di un valore assoluto inferiore di 2.638 unità rispetto a quello del 2013 (per un decremento annuo del 3,4%), il quale a sua volta era diminuito di 2.189 unità (-2,7%) rispetto al valore del 2012, che, con 79.894 casi, era stata la punta massima di una costante ascesa numerica del dato almeno dal 2008. I nuovi nati stranieri del 2014 hanno visto i propri natali per circa i due terzi (65,6%) nell’Italia settentrionale (37,8% nel Nord-Ovest e 27,8% nel Nord- Est, dove vivono rispettivamente il 34,4% e il 25,0% di tutti gli stranieri residenti. In particolare, è la Lombardia che, con addirittura oltre un quarto dei nuovi nati stranieri in Italia (25,9%), pari a 19.415 casi, ne detiene il primato assoluto (si consideri che nessun’altra regione supera il tetto dei 9.000), seguita da Emilia Romagna (8.815 e 11,7%), Veneto (8.813 e 11,7%) e Lazio (7.702 e 10,3%), sebbene sia l’Emilia Romagna a vantare l’incidenza più consistente di stranieri tra i nuovi nati (24,0%). I dati dell’ultimo Censimento, anch’essi elaborati dall’Istat, attestano a fine 2011 la presenza di 608.623 stranieri nati in Italia e ivi residenti (quasi quattro volte più numerosi in confronto a 10 anni prima, visto che rispetto al Censimento del 2001 l’incremento è stato del 282,6%), di cui 314.104 (il 51,6%) di genere maschile. Si tratta 2 di una compagine costituita per oltre i due quinti (41,4%) da europei (con la sola Europa centro-orientale a incidere per circa un quarto, il 24,0%), per poco meno di un terzo (31,0%) da africani (con l’Africa settentrionale che da sola pesa per il 22,5%), per più di un quinto (22,0%) da asiatici (con l’Estremo Oriente che incide da solo per l’11,8%) e per poco più di un ventesimo (5,5%) da americani (quasi tutti rappresentati da latino- americani). In particolare, la cittadinanza più diffusa è quella marocchina con il 15,2% del totale, seguita dalla romena e albanese, ciascuna con il 13,9%, quindi dalla cinese con il 7,7%. Ora, aggiungendo per ciascuno degli anni seguenti, fino allo stesso 2014, le nuove nascite di bambini non italiani, si arriva a una presenza teorica di oltre 834.000 persone. Un cifra, questa, che va però decurtata di tutti quelli che, nel triennio 2012- 2014, hanno acquisito la cittadinanza italiana (i diciottenni che hanno risieduto legalmente e ininterrottamente in Italia sin dalla loro nascita e una parte di quanti sono diventati italiani per naturalizzazione o matrimonio). Trattandosi di una quota non determinabile con esattezza e ipotizzando tuttavia che si tratti di qualche decina di migliaia di casi, si può verosimilmente affermare che la cifra effettiva di stranieri di “seconda generazione” presenti in Italia a fine 2014 oscilli tra le 750.000 e le 800.000 unità: all’incirca, uno ogni 7 stranieri residenti, ad attestare - tra gli immigrati che vivono in Italia - un numero oltremodo significativo e in continua crescita di “italiani di fatto” (ovvero di persone che del paese di cui hanno la cittadinanza hanno solo una conoscenza indiretta, mediata dai racconti dei genitori, spesso senza avervi mai messo piede o avendolo fatto in maniera sporadica in rari viaggi di ritorno dei parenti; conoscono la lingua in maniera più o meno approssimativa, nella misura in cui i genitori la parlano nella ristretta cerchia familiare; non praticano, se non in misura episodica e limitata nello spazio e nel tempo, costumi sociali, abitudini culinarie, tradizioni civili e religiose ecc...) i quali aspettano solo di essere riconosciuti dalla società e dallo Stato in cui vivono da quando hanno visto la luce. Le acquisizioni della cittadinanza. Nel corso del 2014 le nuove acquisizioni della cittadinanza in Italia sono state quasi130 mila (precisamente 129.887), facendo registrare un ulteriore aumento rispetto al 2013(100.712).Allo stato attuale non sono disponibili dati disaggregati e, di conseguenza, non è possibileconoscere l’incidenza sul dato generale delle diverse modalità di acquisizione della cittadinanza italiana (lunga residenza o matrimonio). Per quanto riguarda il genere, nel 2014 la percentuale di donne che hanno ottenuto la cittadinanza (49,1%) risulta in linea, pur con una lieve diminuzione, con il valore registrato nel 2013 (51,4%). Questo dato conferma che, nel corso degli anni, si è verificato un progressivo bilanciamento tra la componente femminile e quella maschile. Per il resto, il Dossier sottolinea come, a riprova degli avanzati percorsi di stabilizzazione e radicamento che sempre più chiaramente si evidenziano tra i residenti stranieri, si tratta in 4 casi su 10 di minorenni (39,4%), che verosimilmente hanno acquisito la cittadinanza italiana per trasmissione automatica da almeno uno dei due genitori (un ulteriore elemento attestante il carattere familiare e stabile dell’insediamento). Inoltre, si rileva un picco nel tasso di acquisizione per cento stranieri residenti fra i diciottenni (8,3 contro un valore medio del 2,6), che riguarda nei tre quarti dei casi nati in Italia e rimanda alla possibilità loro riconosciuta di accedere alla cittadinanza italiana, facendone richiesta, al compimento della maggiore età: una possibilità sempre più agita dai ragazzi di seconda generazione, anche grazie alle capillari campagne informative condotte negli ultimi anni. 3 Stranieri in Italia, sono l’8,2 per cento della popolazione. Primi i romeni Dossier immigrazione Idos/Unar. Sono 5.014.000 gli stranieri residenti alla fine del 2014 (+ 92 mila), dato che arriva a 5.421.000 se si includono i soggiornanti non comunitari in attesa di registrazione. 129.887 gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza, 75.067 i nuovi nati 29 ottobre 2015 - 10:30 ROMA - Il 2015 sarà ricordato sicuramente per le dimensioni assunte dalle migrazioni, particolarmente dal grande movimento di profughi, di richiedenti asilo, a fronte di gravi crisi politiche e umanitarie troppo spesso con uno sfondo bellico. Un fenomeno, quello migratorio, annualmente analizzato dal Dossier Statistico Immigrazione 2015 di Idos e Unar, che viene presentato oggi a Roma. Una paziente raccolta di tutti i dati disponibili, che prende in esame per l’occasione l’anno 2014, non senza raffrontare numeri e analisi con gli anni precedenti e comparandoli con le tendenze emerse nei primi mesi dell’anno in corso. Migranti nel mondo. Nel 2015 i migranti nel mondo sono arrivati ad essere, secondo proiezioni, almeno 237 milioni, aumentando specialmente in Europa e in Nord America. “Continuano a influire su questi spostamenti le grandi disuguaglianze che segnano lo scenario mondiale – si legge nel rapporto -: il 48 per cento della ricchezza del pianeta è detenuto dall’1 per cento della popolazione mondiale, un altro 46,5 per cento da un quinto della popolazione e il residuale 5,5 per cento dai quattro quinti”. Alle disparità economiche si accompagnano crisi politiche, militari e ambientali. I migranti forzati hanno sfiorato nel 2014 la cifra record di 60 milioni (8 milioni in più in un anno), tra sfollati interni (i due terzi del totale), richiedenti asilo e rifugiati (rispettivamente 1,8 e 20 milioni). Soprattutto i richiedenti asilo trovano sul loro percorso molti ostacoli, anche in aperta violazione delle disposizioni internazionali, come attesta la costruzione o progettazione di almeno 65 muri in diversi paesi. La situazione europea e italiana. La situazione italiana e quella europea vanno lette in connessione con i dati globali. Nell’Ue, a gennaio 2014, i residenti stranieri sono risultati 33,9 milioni, pari al 6,7% della popolazione totale (20 milioni sono cittadini di paesi terzi e 14 milioni originari di altri Stati membri) e i richiedenti asilo 626.710. L’Italia è uno dei grandi paesi europei di immigrazione, con 5.014.000 stranieri residenti alla fine del 2014 (incremento di oltre 92.000 unità rispetto all’anno precedente), un valore che tradotto in termini percentuali attesta una crescita dell’1,9% e che interessa maggiormente le aree centro-meridionali (+3,6%) e meno il Settentrione (+0,7%), dove tuttavia la popolazione straniera continua a concentrarsi nella misura del 4 59,4% e dove si osserva una maggiore incidenza delle acquisizioni di cittadinanza, qui concentrate in quasi i tre quarti dei casi: 74,3%. Siamo quindi davanti a livelli di aumento ben inferiori a quelli che si era soliti registrare prima dell’imporsi della fase di crisi, quando la popolazione straniera residente cresceva secondo ritmi decisamente più sostenuti. Tutto questo mentre i cittadini italiani all’estero, aumentati di 150 mila unità, sono 4.637.000. In generale, l’incidenza degli stranieri sulla popolazione residente (8,2%) continua a essere superiore al valore medio europeo. Inoltre, il Dossier stima in 5.421.000 persone la presenza straniera regolare complessiva, includendovi anche i soggiornanti non comunitari in attesa di registrazione anagrafica. Gli stranieri residenti in Italia per oltre la metà sono cittadini di un paese europeo (oltre 2,6 milioni) e per poco meno del 30% provengono da un paese dell’Ue (1,5 milioni). La collettività più numerosa è quella romena (1.131.839), seguita dai cittadini dell’Albania (490.483), del Marocco (449.058), della Cina (265.820) e dell’Ucraina (226.060). Sempre secondo la stima del Dossier, i cristiani sono quasi 2 milioni e 700 mila e i musulmani più di 1 milione e 600 mila (meno numerose le altre comunità religiose). Quanto alla distribuzione territoriale, gli stranieri risiedono principalmente nord-ovest (34,4 per cento), seguito dal centro Italia (25,4 per cento) e dal nord-est (25 per cento). I minori sono il 21,6 per cento della popolazione residente straniera, pari a oltre 1,1 milioni. Nel 2014 le persone di cittadinanza straniera intercettate dalle forze dell’ordine in condizione irregolare sono state 30.906 (dati del Ministero dell’Interno) e di esse il 50,9% è stato effettivamente rimpatriato (15.726). Gli arrivi via mare di profughi e altri migranti sono stati oltre 170.000. Le richieste d’asilo sono state 64.625 nel 2014 e 30.535 nei primi sei mesi del 2015. Nel giugno 2015 i migranti accolti erano 78.484 di cui 19.716 nella rete Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e i restanti in strutture temporanee o di prima accoglienza. Cittadinanze e nuovi nati. Sono 129.887 i cittadini stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel 2014 (+29% sul 2013, che già registrava un fortissimo aumento rispetto all’anno precedente), mentre sono in leggera diminuzione i matrimoni misti (18.273, il 9,4% delle 194.097 nozze celebrate nel 2013), ai quali si aggiungono le unioni tra stranieri (7.807, il 3,8% del totale). Nel 2014 è rimasto quasi stabile il numero dei bambini nati in Italia da genitori entrambi stranieri (75.067 casi, il 14,9% del totale dei nati). Dei quasi 1 milione e 100 mila minori stranieri residenti in Italia, sono 814.187 gli iscritti a scuola nell’anno scolastico 2014/2015, cresciuti in un anno di 11.343 unità (l’incremento maggiore riguarda quelli nati in Italia: +8,4%), mentre continuano a diminuire gli studenti italiani (8.886.076, -0,6%). Gli alunni stranieri con disabilità sono 26.626, l’11,5% del totale degli scolari disabili. Lavoro e discriminazione. Gli occupati stranieri nel 2014 sono risultati 2.294.000 (1.238.000 uomini e 1.056.000 donne), più di un decimo degli occupati complessivi (10,3%), con un tasso di occupazione nuovamente in leggero aumento. Gli stranieri lavorano principalmente nel settore dei servizi (65,7 per cento), segue il settore dell’industria (29,2 per cento) e dell’agricoltura, silvicoltura e pesca (5 per cento). 5 Persistono, infine, i casi di discriminazione su base etnico-razziale: su un totale di 1.193 denunce raccolte dall’Unar durante il 2014, 990 sono state giudicate pertinenti. I massmedia rappresentano l’ambito di maggior frequenza relativa, con 291 evenienze, pari al 29,4% del totale. Un dato che porta a rilevare la necessità di un’informazione corretta e continuativa. Religioni. In sintesi: l’islam resta una componente del mosaico religioso italiano, importante ma non predominante. I cristiani – nelle loro varie componenti – si confermano come l’aggregato confessionale maggioritario ma nel quadro di “nuovo pluralismo” largamente determinato proprio dai flussi migratori. "L’analisi sociale 'in verticale' su queste comunità ci consegna una situazione molto articolata - afferma il Dossier -, che si esprime in diverse strategie di integrazione o di presenza nello spazio pubblico nazionale, ma in un contesto culturale e politico che non sembra capace di riconoscere e valorizzare il patrimonio sociale di cui ogni comunità è portatrice". Venendo ai numeri, va detto che secondo una stima, che fa riferimento all’intera popolazione straniera regolarmente residente in Italia alla fine del 2014 (5.014.000 persone), i cristiani sono quasi 2 milioni e 700 mila, i musulmani più di 1 milione e 600 mila, i fedeli di religioni orientali (induisti, buddhisti, sikh e altri) più di 330 mila, gli ebrei circa 7 mila, quelli provenienti da aree in cui sono diffuse le religioni tradizionali 55 mila, gli appartenenti ad altri gruppi religiosi più difficilmente classificabili 84 mila, mentre ammontano a 221 mila gli atei e gli agnostici. Rispetto al 2013, la consistenza dei diversi gruppi religiosi risulta incrementata numericamente, essendo calcolata su una popolazione straniera a sua volta aumentata. I cambiamenti strutturali si rilevano, però, solo dalla modifica della incidenza percentuale di ciascun gruppo religioso rispetto al 2013: cristiani 53,8% (6 punti decimali in più), musulmani 32,2% (9 punti decimali in meno), fedeli di religioni orientali 6,7% (3 punti decimali in più), mentre negli altri gruppi non si riscontrano variazioni percentuali. Pertanto, è chiaramente infondata la paventata “invasione religiosa”, considerato che gli immigrati sono per lo più cristiani, tra i quali comunque gli evangelici, pur meno numerosi degli ortodossi (che superano anche i cattolici), costituiscono una consistente e crescente realtà. Rifugiati e richiedenti asilo in Italia: il 2014 anno record. E il 2015 non è da meno Dossier Idos/Unar. Nel 2014 nel mondo sono state 615 mila le decisioni positive per il riconoscimento di una forma di protezione. Per 430.800 domande, invece, l’esito è stato negativo. Nei 6 mesi 2015 in Italia 30.535 richieste di asilo. Tasso di esiti positivi superiore alla media Ue 29 ottobre 2015 - 10:37 ROMA - Il Dossier statistico immigrazione Idos/Unar prende in esame anche la situazione di rifugiati e richiedenti asilo nel mondo, soffermandosi su quello che definisce “il caso italiano”. Nel rapporto si legge che nel 2014, per la prima volta, il numero mondiale di migranti forzati ha raggiunto i 60 milioni (59.965.888), di cui i due terzi costituiti da sfollati interni (stimati complessivamente dal Norwegian Refugee Council pari a 38 milioni) e il restante terzo da richiedenti asilo e rifugiati (rispettivamente 1,8 e 20 milioni); tra questi ultimi sono inclusi circa 5,5 milioni (5.589.488) di rifugiati e altre persone palestinesi bisognose di protezione che, dal 1949, sono assistiti dall’agenzia Unrwa delle Nazioni Unite in Giordania, Libano, Siria, Striscia di Gaza e Cisgiordania. L’incremento annuale di migranti forzati, pari a 8 milioni di persone (+16,2%), è “da record”, soprattutto per quanto riguarda i richiedenti asilo in attesa dell’esito dell’esame (+54,3%) e i rifugiati (+22,9%). 6 L’Unhcr nel 2014, riferisce il Global trends 2014, ha assistito 51.359.907 persone bisognose di protezione, ovvero la gran parte dei migranti forzati, a cui si devono aggiungere 1,8 milioni di sfollati e 126.900 rifugiati aiutati nel ritorno a casa, 3,5 milioni di apolidi riconosciuti (su un totale di almeno 10 milioni de facto) e circa un milione di altre persone o gruppi di sua competenza. Nonostante un aumento del 29,4% del numero di assistiti, va sottolineato come l’agenzia delle Nazioni Unite si trovi ad affrontare una congiuntura particolarmente negativa per il numero crescente di popolazioni coinvolte e per le difficoltà di assistenza al ritorno (nel 2014 si è toccato il livello più basso di ritorni di rifugiati dell’ultimo trentennio). Nel corso del 2014 sono state 615 mila le decisioni positive cui è corrisposto il riconoscimento finale di una forma di protezione (per 278 mila persone si è trattato dello status di rifugiato). Al contrario per 430.800 domande l’esito di primo grado o di appello è stato il diniego di qualsiasi protezione. Escludendo i palestinesi (5.094.886 rifugiati registrati sotto il mandato Unrwa e 100 mila tra rifugiati e richiedenti asilo sotto il mandato dell’Unhcr), nel 2014 la Siria è divenuta il principale paese di origine dei rifugiati (3,9 milioni, da aggiungere ai 7,6 milioni di sfollati interni), superando Afghanistan (2,6 milioni) e Somalia (1,1 milioni). Le dimensioni quantitative non solo sono aumentate per effetto del moltiplicarsi delle situazioni di crisi un po’ in tutte le aree del mondo, ma va anche sottolineato che, per mancanza di progressi nella risoluzione delle vecchie crisi, nella quasi metà dei casi si tratta di situazioni protratte da oltre 5 anni. Il 2015 non porta segnali di miglioramento: i dati provvisori confermano piuttosto l’impatto negativo dei nuovi conflitti esplosi in Africa e del peggioramento delle crisi già in corso. A livello continentale, tra gli assistiti dall’Unhcr, con 3,9 milioni tra rifugiati, richiedenti asilo, sfollati e apolidi, l’Europa si fa carico di una quota piuttosto esigua del fenomeno globale, pari al 6,5%, anche se globalmente la variazione tra 2013 e 2014 è risultata la più consistente (+46,4%). Ancora più esigua è la quota accolta in Nord America (621mila persone, pari all’1,0% globale). Diversa è la situazione in Africa (che accoglie 18 milioni di persone bisognose di protezione), America meridionale (6,7 milioni) e soprattutto Asia (31 milioni), a conferma di come 9 persone su 10 trovino protezione nel cosiddetto “Sud del mondo”. Mentre in termini assoluti è la Turchia ad accogliere il maggior numero di rifugiati (1,6 milioni), seguita da Pakistan (1,5 milioni) e Libano (1,2 milioni), in termini relativi il primato spetta a quest’ultimo paese, con 232 rifugiati ogni 1.000 abitanti, seguito da Giordania (87 ogni 1.000) e Nauru (39 ogni 1.000). L’Italia. Nel corso dell’ultimo decennio il flusso di richiedenti asilo in Italia ha registrato una certavariabilità, raggiungendo le 30 mila unità prima nel 2008 e poi nel 2011, per subito dimezzarsinell’anno successivo. Il 2014 è stato un anno record con 64.625 richieste, così comeun andamento record ha caratterizzato anche il primo semestre 2015 (30.535 richieste). Per quanto riguarda le provenienze, nelle prime tre posizioni della graduatoria del 2014si collocano paesi dell’Africa Subsahariana come Nigeria (10.135), Mali(9.790) e Gambia (8.575), seguiti da Pakistan (7.150), Senegal (4.675), Bangladesh (4.535), Afghanistan(3.120). Al 9° posto si colloca l’Ucraina (2.080). Nel primo semestre del 2015 la graduatoriacambia di poco, con la Nigeria sempre al 1° posto (4.830 richiedenti), seguita da Gambia(3.980), Senegal (3.105), Pakistan (2.800) e Mali (2.485). Al 6° posto si colloca l’Ucrainacon 2.400 richiedenti, unico paese di origine che nei primi 6 mesi del 2015 ha già superato il numero di richieste registrate nel 2014. Come in altri Stati membri, il numero di richiedentiasilo 7 siriani è molto contenuto, se non in calo, con 505 richiedenti nel 2014 e 155 neiprimi 6 mesi del 2015. Per quanto riguarda le decisioni, il tasso di esiti positivi nel 2014 è superiore alla media Ue (58,5% contro 44,7%), ma i tempi di attesa risultano particolarmente lunghi (circa 7 mesi, ha riferito il presidente della Commissione nazionale per il diritto d’asilo in un’audizione tenutasi a giugno 2015 al Comitato parlamentare Schengen), anche se l’aumento del numero di commissioni territoriali voluto dal Ministero dell’Interno dovrebbe garantire un più celere smaltimento delle pratiche. Anche il sistema dei ricorsi sembra attraversare una fase di saturazione a causa del forte aumento di richieste di asilo registrato a partire dal 2013. Infatti, se fino al 2012 la media di ricorsi era di circa 1.500 all’anno, a partire dal 2013 si è assistito ad un crollo, fino ai 55 ricorsi portati a termine nel 2014 (di cui 45 con esito positivo), per effetto dei frequenti rinvii delle udienze anche all’anno successivo. © Copyright Redattore Sociale Straniero oltre il 10% degli occupati. Pesa la crisi: più permessi non rinnovati Dossier Idos/Unar. Più di un terzo svolge professioni non qualificate, 466 mila sono disoccupati. Aumentano quelli in cerca di lavoro da un anno e più. Quasi 155 mila permessi di soggiorno giunti a scadenza non rinnovati. Cresce la partecipazione sindacale 29 ottobre 2015 - 10:36 ROMA - Hanno sofferto la crisi, sono maggiormente esposti a contratti brevi e a periodi di non lavoro o di lavoro irregolare e sono più presenti nei settori meno qualificati del mercato, dove le condizioni sono spesso peggiori di quelle dei lavoratori italiani. Tuttavia il Dossier immigrazione 2015 di Idos e Unar, presentato oggi a Roma, registra segnali di ripresa anche per gli stranieri. Secondo l’Istat gli occupati stranieri nel 2014 sono 2.294.000 (1.238.000 uomini e 1.056.000 donne), più di un decimo degli occupati complessivi (10,3%), con un tasso di occupazione in leggero aumento (+0,2% in un anno). Tuttavia in 6 anni, a partire dal 2008, i lavoratori stranieri sono stati quelli che hanno subito maggiormente la crisi e il loro tasso di occupazione ha perso nel complesso 8,5 punti percentuali, a fronte di un calo, tra gli italiani, di 2,7 punti percentuali. Inoltre, nel primo trimestre 2015, l’occupazione torna a scendere (-0,4%) rispetto a un anno prima, a fronte di una crescita seppur lieve per gli italiani. 8 Sono 466 mila gli stranieri disoccupati, il tasso di occupazione è del 58,5% (55,4% tra gli italiani) e il tasso di disoccupazione del 16,9% (12,2% tra gli italiani). Da segnalare che i migranti senza lavoro calano nel Nord e nel Mezzogiorno mentre crescono nelle regioni del Centro. E, se negli anni passati l’aumento della disoccupazione straniera ha riguardato soprattutto ex-occupati, nel 2014 il lieve incremento è dovuto esclusivamente a chi è alla ricerca di prima occupazione (+18mila unità), soprattutto giovani. Aumentano anche gli stranieri che cercano lavoro da un anno e più (dal 49,7% del 2013 al 56,3%), La crisi non tocca tutti nello stesso modo. Situazione migliore per le comunità moldava, filippina e peruviana, a prevalenza femminile, mentre polacchi, romeni e indiani stentano a uscire dalla crisi. Albanesi e marocchini sono quelli più colpiti, ma vedono arrestare la caduta del tasso di occupazione, che resta comunque molto al di sotto di quello italiano. La ripresa è dovuta soprattutto alle donne: il tasso di occupazione femminile cresce in tutte le principali comunità, fatta eccezione per la Polonia e la Romania, mentre quello di disoccupazione cresce soltanto per albanesi e romene. Crescono i permessi di soggiorno non rinnovati. Crisi e disoccupazione sono la causa dei 154.686 permessi di soggiorno, in prevalenza per motivi di lavoro e di famiglia, che, giunti a scadenza, non sono stati rinnovati: sono il 6,2% in più rispetto al 2013. La qualità del lavoro. Continua a crescere la quota di stranieri occupati nei servizi. Più di un terzo svolge professioni non qualificate e quasi altrettanto quelle operaie, mentre solo 7 immigrati su 10 esercitano una professione qualificata: la situazione non cambia con gli anni di permanenza in Italia e anzianità lavorativa. Nel 2014 sono 940mila gli stranieri sovraistruiti, il cui livello d’istruzione è cioè più elevato di quanto richiesto dal lavoro svolto: sono il 41% del totale dell’occupazione straniera. “I lavoratori immigrati, più che una minaccia per l’occupazione degli italiani, sono un ammortizzatore sociale a loro beneficio: - si legge nel rapporto - accettano anche lavori non qualificati, sono più disponibili a spostarsi territorialmente, perdono più facilmente il posto di lavoro”. In agricoltura, uno dei settori maggiormente esposti a sfruttamento, nel 2014 i lavoratori nati all’estero (tra cui è incluso un certo numero di italiani di ritorno) sono stati 327.495. 9 Crescono gli iscritti al sindacato. Nel 2014 sono poco più di un milione gli immigrati iscritti al sindacato, 50 mila in più rispetto all’anno precedente: rappresentano il 7,7% del totale e il 12,9% se si considerano solo i lavoratori attivi. L’organizzazione con il maggior numero di iscritti è la Cgil (408.344 tesserati), ma l’aumento registrato tra il 2013 e il 2014 sul totale degli iscritti alle quattro organizzazioni (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) è imputabile quasi esclusivamente alla Cisl. Più tesserati nell’area settentrionale, che raccoglie oltre la metà degli stranieri iscritti al sindacato; continua ad essere la Lombardia la regione con più iscritti, seguita dall’Emilia Romagna e Veneto. I patronati. Svolgono un ruolo sempre più rilevante nell’intercettare i bisogni dei lavoratori stranieri e delle loro famiglie e nel supportarli, sottolineano gli osservatori e non stupisce se si pensa che più della metà delle pratiche relative a cittadini immigrati che vengono indirizzate ogni anno alle Questure e alle Prefetture è svolta dai patronati. Dal 2006, inizio della collaborazione con il ministero dell’Interno per la semplificazione dei procedimenti amministrativi, il Raggruppamento CePa (Centro Patronati) ha inoltrato circa 2,8 milioni di rinnovi e rilasci di titoli di soggiorno su un totale di poco più di 3,5 milioni di pratiche. Migranti in viaggio: 65 muri e diritti violati. Frontex: oltre 283 mila fermati ai confini Dossier Idos/Unar. Oltre i tre quarti degli stranieri presenti in Ue vive nei 5 paesi più grandi: Germania (7 milioni), Regno Unito (5 milioni), Italia (5 milioni), Spagna (4,7 milioni) e Francia (4,2 milioni). In 15 anni spesi 13 miliardi di euro per controlli e rimpatri 29 ottobre 2015 - 10:35 ROMA - Le analisi condotte dal Dossier statistico immigrazione Idos/Unar di quest’anno, che viene presentato oggi a Roma, mostrano complessivamente come i modelli migratori siano in rapida evoluzione e come la migrazione, sia essa volontaria o forzata, abbia assunto un carattere globale. La maggior parte degli Stati del mondo sono oggi paesi di origine, transito o destinazione e, sempre più, tutti e tre contemporaneamente, come è il caso dell’Italia. “Al di là delle risposte umanitarie immediate, pur necessarie – si afferma -, questi nuovi modelli di migrazione e di spostamento forzato richiedono maggiori sforzi conoscitivi di indagine e di ricerca per monitorare i cambiamenti in corso, teorizzare le caratteristiche e quindi elaborare strategie globali efficaci e di lungo termine”. I dati su presenza straniera e nati all’estero. Le ultime statistiche ufficiali indicano che, al gennaio 2014, la presenzastraniera nell’Ue – ossia il numero complessivo di residenti in un paesediverso da quello di cittadinanza – ammontava a circa 33,9 milioni di persone: il 6,7% della popolazione totale. Tra costoro, circa 20 milioni eranocittadini di paesi terzi, mentre i restanti 14 milioni erano cittadini di unpaese dell’Unione diverso da quello di residenza. In valori assoluti, la maggioranzadegli stranieri vive nei 5 paesi più grandi: Germania (7 milioni),Regno Unito (5 milioni), Italia (5 milioni), Spagna (4,7 milioni) e Francia (4,2 milioni); nel complesso oltre i tre quarti del totale. Guardando però ai dati relativi alle popolazioni nazionali, sono piccoli paesi quali il Lussemburgo (45,3%) e Cipro (18,6%) a guidare la classifica, mentre nei paesi più popolosi dell’Europa occidentale si riscontrano percentuali tra il 6,0% e il 10,0%. Infine, nei paesi medio-grandi dell’Europa centro-orientale la presenza straniera rappresenta tuttora una componente assai marginale: appena lo 0,3% in Polonia e lo 0,4% in Romania. Quanto alle aree di provenienza, è difficile tracciare un quadro generale – al di là della distinzione tra Ue e non-Ue – dato che ogni paese di grande immigrazione è contraddistinto da componenti del tutto particolari: effetto di posizioni 10 geografiche e sistemi economici diversi e della storia passata e recente. In Germania le maggiori comunità straniere includono turchi (1,4 milioni, il 20,3% del totale), polacchi (560mila) e italiani (500mila); nel Regno Unito la recente comunità polacca (750mila, 14,8%), supera ormai ampiamente indiani (350mila) e irlandesi (340mila); mentre in Spagna romeni (730mila), marocchini (720mila) e britannici (300mila) rappresentano tre elementi profondamente differenti della storia migratoria europea: quella delle migrazioni post-coloniali, quella dei flussi post-allargamento e quella dei cosiddetti “espatriati” intraeuropei. Migrazioni irregolari e nuovi confini. Secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia europea Frontex, le persone fermate nel corsodel 2014 mentre cercavano di attraversare “illegalmente” i confini dell’Ue sono state283.532, di cui oltre 200 mila intercettate nel tentativo di raggiungere Italia, Grecia eMalta. Si tratta di una cifra quasi tre volte maggiore di quella del 2013 (107.365): un effettodiretto delle drammatiche crisi internazionali in corso. La maggior parte dei fermati provengonoinfatti da zone di conflitto e hanno poi presentato una richiesta di riconoscimentodello status di rifugiato. In particolare, Frontex ha registrato 80mila persone di nazionalitàsiriana, 35mila eritrei e 22mila afghani. “A fronte di questo, la presa di responsabilitàdelle istituzioni europee appare del tutto inadeguata”, si afferma nel Dossier. Sempre più muri. Nonostante la conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo del 1994 abbia generalmente riconosciuto il contributo positivo dei migranti allo sviluppo umano e sostenibile dei paesi di origine e di insediamento, così come delle loro famiglie, sono 65 i muri completati o progettati per chiudere le frontiere e arrestare i flussi, per di più in completa violazione delle disposizioni internazionali sull’accesso al diritto d’asilo. “La lotta per contenere l’immigrazione sembra essere il leit-motiv delle politiche dei paesi più ricchi, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, con costi enormi per le casse pubbliche e con il rischio costante di incentivare piuttosto il business della tratta degli esseri umani e di privare di senso la Convenzione di Ginevra sul diritto d’asilo”. Il progetto “Migrants files” (www.themigrantsfiles.com), indagando tra le pieghe dei bilanci della Commissione Europea e dei singoli Stati membri, ha stimato che navi, droni, muri, software, controlli alla frontiera e rimpatri sono costati tra il 2000 e il 2014 almeno 13 miliardi di euro (escluse le spese destinate all’accoglienza), mentre nello stesso periodo trafficanti, scafisti, trasportatori e intermediari hanno guadagnato circa 15,7 miliardi di euro. Il risultato tangibile di questa situazione lo fotografa l’International Organization for Migration, secondo cui a partire dal 2000 circa 40 mila migranti hanno perso la vita, di cui 3.840 solo tra il 1° di gennaio e il 15 settembre 2015 (http://missingmigrants.iom.int). Il Mediterraneo, con oltre 30 mila persone scomparse dal 2000 a oggi, di cui 2.812 tra gennaio e 15 settembre 2015, rappresenta uno dei più pericolosi canali migratori, anche se non l’unico. © Copyright Redattore Sociale Gli stranieri si sposano meno e si separano più facilmente. Il sogno infranto della casa Dossier Idos/Unar. Nel 2013 registrato un calo di quasi il 12 per cento di matrimoni misti. Fra il 2000 e il 2005 le separazioni sono aumentate del 76,7%. Gli italiani sposano soprattutto romene, le italiane i maghrebini. Meno del 20% delle famiglie immigrate ha una casa di proprietà 29 ottobre 2015 - 11:10 ROMA – Anche gli stranieri si sposano meno. Ma parallelamente cresce il fenomeno dell’instabilità coniugale. Ad evidenziarlo è il Dossier statistico immigrazione Idos/Unar, presentato questa mattina a Roma. 11 Basta “matrimoni di comodo”. Dopo il picco raggiunto nel 2008, con 24.548 celebrazioni che hanno coinvolto coppie miste, il calo registrato nel 2009-2010 è da attribuire in gran parte alle variazioni normative apportate con l’introduzione dell’art. 1, comma 15, della legge n. 94 del 2009, con il quale, modificando l’art. 116 del Codice Civile, è stato imposto allo straniero che avesse voluto contrarre matrimonio in Italia l’obbligo di produrre un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano. Tale variazione normativa, la cui ratio è stata chiaramente quella di ostacolare i cosiddetti “matrimoni di comodo” (finalizzati all’ottenimento della cittadinanza italiana per il coniuge straniero), è stata in seguito “rettificata” da una sentenza della Corte Costituzionale (n. 245 del 20 luglio 2011), la quale ha stabilito che quello di formare una famiglia attraverso la celebrazione delle nozze costituisce un diritto fondamentale della persona, non soggetto a limitazioni. La sentenza della Consulta ha prodotto sotto il profilo statistico degli effetti ‘correttivi’ sul trend naturale delle celebrazioni matrimoniali con almeno un coniuge straniero. Se nel 2010 il numero delle celebrazioni di matrimoni misti è stato pari a 17.169 (una cifra simile a quella registrata nel 2001), un anno dopo la sentenza della Consulta si è registrato un sostanziale “recupero” (20.764 celebrazioni). Unioni in calo. Nel 2013, invece, conformemente alla tendenza alla diminuzione delle celebrazioni nel loro complesso, anche i matrimoni misti hanno registrato una flessione: 18.273 (-11,9% rispetto al 2012). Si tratta di una quota che copre il 9,4% di tutte le 194.057 nozze celebrate durante l’anno e che, come in passato, vede prevalere al proprio interno (con 14.383 casi, pari al 78,7% del totale) la tipologia sposo italiano con sposa straniera. Sono soprattutto le donne dell’Est Europa a sposare gli uomini italiani, in particolare le romene (2.758 matrimoni, pari al 19,2% delle unioni italiano-straniera), le ucraine (1.580), le russe (874), le polacche (778) e le moldave (744): rispettivamente al primo, secondo, quarto, quinto e sesto posto della graduatoria per numero di celebrazioni. Quando gli uomini italiani sposano una donna sudamericana prediligono per lo più le brasiliane (al terzo posto assoluto con 893 matrimoni). Le donne italiane, invece, nel 2013 hanno sposato soprattutto uomini provenienti dal Maghreb; in particolare dal Marocco (533 matrimoni, pari al 13,7% delle unioni italiana-straniero) e dalla Tunisia (247). Rilevante anche la quota degli sposi provenienti da Albania (357), Regno Unito (192), Germania (174), Romania (161) e Francia (144). “È evidente che la maggiore presenza in Italia di alcune collettività straniere rende molto più frequenti le celebrazioni di particolari tipologie di matrimoni misti”, afferma il Dossier. Analoga ragione sta alla base dei matrimoni celebrati fra stranieri, che comprendono i cosiddetti “matrimoni misti-misti” (in cui i coniugi stranieri provengono ciascuno da un paese diverso). Le nozze celebrate nel 2013 fra sposi entrambi stranieri sono state 7.807, continuando a costituire una minoranza sul totale dei matrimoni (3,8%), e per un quinto (20,8%) ha riguardato cittadini romeni (952 celebrazioni); seguono i nigeriani (442) e i cinesi (376). Al contrario, albanesi e marocchini si sposano meno frequentemente fra propri connazionali. Separazioni e divorzi. Col crescere dei matrimoni fra italiani e stranieri è cresciuto nel tempo anche il fenomeno dell’instabilità coniugale delle coppie miste. Una tendenza, questa, che può essere rilevata osservando i dati relativi alle separazioni e ai divorzi riguardanti questa tipologia di unioni. Mettendo a confronto i valori relativi, grosso modo, all’ultimo decennio (2000-2012) si rileva come sia le separazioni che i divorzi di coppie miste siano cresciuti sensibilmente. Nel 2012 le prime sono state 8.176 (4.266 nel 2000), costituendo il 9,3% di tutte le separazioni, mentre i secondi sono stati 4.584 (1.940 nel 2000). In particolare, fra il 2000 e il 2005 le separazioni sono aumentate del 12 76,7%. Delle separazioni di coppie miste pronunciate dai tribunali italiani nel 2012, circa 7 casi su dieci (68,9%) hanno riguardato mariti italiani sposati a mogli straniere (o divenute italiane in seguito al matrimonio). Un dato che appare coerente con la maggiore frequenza dei matrimoni caratterizzati dalla tipologia marito italiano e moglie straniera (in particolare romena). Anche i divorzi relativi a coppie miste appaiono in crescita, seppure l’entità del fenomeno sia più contenuta. Nel 2012 i tribunali italiani hanno emesso 4.584 provvedimenti di divorzio riguardanti coppie miste: una cifra corrispondente all’8,9% del totale. Il sogno infranto della casa in proprietà. Le difficoltà di accesso al mercato degli affitti e all’edilizia residenziale pubblica, ma anche la possibilità di una maggiore integrazione (agevolando il ricongiungimento familiare),oltre che di un vero e proprio investimento (a parità di spesa con il canone), hanno spinto in anni passati molti immigrati, soprattutto lungo-residenti, all’acquisto della casa. Questo fenomeno, segnala il Dossier, è stato crescente dal 2004 al 2007 in termini sia assoluti che relativi, anche grazie alla facilità di accesso al credito bancario, mantenendo quote, sul mercato residenziale nazionale, tra il 12,6% del 2004 e il 17% del 2007, anno in cui si è toccato il massimo storico (135 mila unità abitative acquistate, a fronte delle 806.225 comprate dagli italiani) e la percentuale di stranieri aventi una casa di proprietà ha toccato il 12,3%. Dal 2008 la crisi globale e immobiliare ha pesantemente invertito la tendenza, come dimostrano i 32 mila acquisti in meno rispetto all’anno precedente. In tre anni, poi, gli acquisti di immobili da parte di stranieri in Italia si è più che dimezzata rispetto al 2007, mentre la crescita annua dell’8,9% registrata nel 2011 va considerata nell’ambito di un calo complessivo del 6,5% del mercato nazionale: su 570 mila compravendite di abitazioni, 61 mila acquisti sono stati conclusi da stranieri, circa 5 mila in più rispetto all’anno precedente, nonostante il bilancio complessivo si sia chiuso con un passivo di circa 40 mila scambi. Al 2012 poco meno del 20% delle famiglie immigrate (per un totale di circa 800 mila lavoratori) risulta vivere in una casa di proprietà, acquistata per lo più nel Nord Italia, in periferia per il 34%, in provincia per il 46% e generalmente in una fascia di mercato meno quotata (appartamenti in condominio in contesti residenziali di tipo economico) con uno stato di conservazione discreto. Nello stesso anno gli italiani in possesso di almeno un’abitazione erano stimati a circa l’80%. Con la crisi anche per gli stranieri la tendenza all’acquisto ha subito duri contraccolpi e in parte si è indirizzata, come per gli italiani, o ad abitazioni di taglio sempre più piccolo, soprattutto nei capoluoghi, o più grandi ma in convivenza tra più nuclei. Al 2011, secondo l’Istituto Scenari Immobiliari, il 51% degli acquirenti stranieri erano est-europei (soprattutto romeni e albanesi), in aumento rispetto agli anni precedenti, mentre i nord-africani (marocchini e tunisini) erano in calo (6,8% contro il 16% del 2006). Seguivano cinesi, sudamericani e filippini. Inoltre il mercato delle compravendite degli stranieri interessava per il 70% il Nord (Lombardia in testa, con quasi un quinto), per il 26% il Centro e per il 4% il Meridione (dove risiedeva il 13,5% degli stranieri). © Copyright Redattore Sociale L'economia dei migranti: rimesse in aumento, più conti correnti aperti Dossier Idos/Unar. Dall’Italia nel 2014 rimesse per 5,3 miliardi di euro (+8,5% in 2 anni); 436 miliardi di dollari quelle nel mondo. Nel 2013 migranti titolari di oltre 2,4 milioni di conti correnti presso banche e BancoPosta. 123 mila miliardi il contributo al Pil 13 29 ottobre 2015 - 10:34 ROMA - Dall’Italia nel 2014 sono stati avviate nei paesi di origine rimesse per 5,3 miliardi di euro. Un flusso di denaro in costante crescita che ogni anno raggiunge i paesi di origine: l’aumento negli ultimi due anni è stato dell’8,5%. E' quanto emerge dal Dossier statistico immigrazione 2015 di Idos e Unar, presentato oggi. Nel 2011, il “periodo d’oro” , le rimesse hanno toccato quota 7,4 miliardi di euro, per frenare nel 2012, e, con maggiore forza, nel biennio successivo. calo dovuto in poarte alla crisi ma soprattutto secondo gli osservatori a una "specifica anomalia” delle transazioni effettuate dai migranti cinesi, che non separavano le rimesse inviate come pagamento di scambi di natura commerciale da quelle personali. “Se dal dato complessivo scorporiamo le rimesse inviate verso la Cina, - spiegano - la fotografia del fenomeno appare assai diversa: il flusso di denaro verso l’estero fa registrare una crescita del 5,9% nel 2013 e del 2,5% nel 2014". Non si tratta di un esercizio di stile, sottolineao, ma di una lettura più aderente alla realtà”. La Cina, dunque, diminuisce e segnano il passo anche le rimesse verso l’India, aumentano invrece quelle da altri paesi dell’Asia meridionale come Pakistan, Sri Lanka e Bangladesh, che nell’ultimo biennio ha fatto registrare un incremento di oltre il 55%. Nell’Est Europa aumentano quelle verso la Moldavia e l’Albania, mentre diminuiscono quelle verso l’Ucraina . “Persistente” il declino dei flussi di denaro verso le Filippine (nell’ultimo biennio si sono quasi dimezzate), Brasile e Ecuador; forte incremento delle transazioni monetarie verso la Russia (+32,3%). Un quinto delle rimesse proviene dalla Lombardia, regione che detiene il primato con oltre 1,1 miliardi di euro inviati all’estero. Tre soli territori regionali, Lombardia, Lazio e Toscana, raggruppano più della metà del volume totale di rimesse in uscita dal nostro paese. Le rimesse nel mondo nel 2014, secondo le stime di Banca Mondiale, hanno raggiunto i 436 miliardi di dollari, +4,4% rispetto al 2013 (grazie soprattutto alla forte ripresa dell’economia statunitense). Nel 2015 rallenta la crescita ma nel 2017, secondo le stime, il valore dovrebbe arrivare a 479 miliardi di dollari. Crescono i titolari di conti correnti. Nel 2010 solo il 61% degli immigrati adulti residenti era titolare di un conto corrente, nel 2013 la quota sale al 75%, con oltre 2,4 milioni di conti correnti presso le banche italiane e BancoPosta (oltre ai quasi 110 mila conti correnti small business), senza contare le carte con Iban (quasi 1,2 milioni), che “rappresentano un punto di ingresso importante al sistema finanziario, pur se non danno pieno accesso a tutti gli strumenti finanziari come il conto corrente”. A favorire il contatto con le banche nella maggior parte dei casi sono amici e parenti già residenti in Italia, oppure associazioni di connazionali, lo stesso datore di lavoro o amici italiani. Tra i titolari di conto corrente, coloro che appartengono ad un “profilo evoluto” (persone che hanno un’elevata familiarità con il sistema bancario e utilizzano almeno sei prodotti bancari) sono passati dal 16% del 2009 al 34% del 2014. Il contributo dei migranti al Pil. Le entrate fiscali e previdenziali ricollegabili ai lavoratori immigrati sono state nel 2013 pari a 16,6 miliardi di euro, mentre il totale delle uscite sostenute nei loro confronti è stato di 13,5 miliardi (saldo positivo di 3,1 miliardi di euro). Peraltro, nel 2013 il contributo al Pil nazionale assicurato dagli occupati stranieri è stato di 123.072 miliardi di euro (l’8,8% del totale). In particolare, essi versano in media tra i 7-8 miliardi di contributi l’anno ma, non riuscendo tutti a maturare il diritto alla pensione, l’Inps ha stimato che abbiano lasciato nelle casse previdenziali oltre 3 miliardi di euro improduttivi di prestazioni. Attualmente, i cittadini non comunitari beneficiari di pensioni previdenziali per invalidità, vecchiaia e superstiti 14 sono 35.740 (lo 0,2% di tutti i beneficiari), mentre i titolari di pensioni assistenziali sono 51.361 (l’1,4% del totale). © Copyright Redattore Sociale IDOS UNAR 2015/Rep_Idos_Immigrazioni cresce il popolo dei nuovi italiani il boom dei romeni.pdf 1 La Repubblica 29 ottobre 2015 Immigrazioni, cresce il popolo dei nuovi italiani, il boom dei romeni Il "Dossier statistico immigrazione 2015", del' Idos per l'Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali). Positivo il bilancio spesa pubblica-introiti dovuti alla loro presenza. Versano tra i 7-8 miliardi di contributi l'anno ma, non riuscendo tutti a maturare la pensione, lasciano nelle casse previdenziali oltre 3 miliardi di euro di VLADIMIRO POLCHI ROMA - C'è un esercito che ogni anno ingrossa le sue fila. È quello dei "nuovi italiani", popolato oggi da 5 milioni e 421mila persone. Nel nostro Paese infatti quasi un abitante su dieci è nato fuori dai confini nazionali o è figlio di immigrati. È l'Italia multietnica. Aumentano le nuove cittadinanze, gli alunni e i lavoratori immigrati. Resta positivo il bilancio tra spesa pubblica e introiti dovuti alla loro presenza. Non manca certo il lato oscuro, anche se frenano i reati degli stranieri. È quanto fotografa il "Dossier statistico immigrazione 2015", realizzato da Idos per conto dell'Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali). L'esercito di "nuovi italiani". L'Italia resta uno dei grandi Paesi europei di immigrazione, con 5.014.000 stranieri residenti alla fine del 2014 (incremento di 92.000 persone rispetto all'anno precedente), mentre i cittadini italiani all'estero, aumentati di 150.000, sono oggi 4.637.000. L'incidenza degli stranieri sulla popolazione residente (8,2%) continua a essere superiore al valore medio europeo. Inoltre, il Dossier stima in 5.421.000 persone la presenza straniera regolare complessiva, includendovi anche i soggiornanti non comunitari in attesa di registrazione anagrafica. Record di romeni. Gli stranieri residenti in Italia per oltre la metà sono cittadini di un Paese europeo (oltre 2,6 milioni) e per poco meno del 30% provengono da un Paese dell'Ue (1,5 milioni). La collettività più numerosa è quella romena (1.131.839), seguita dai cittadini dell'Albania (490.483), del Marocco (449.058), della Cina (265.820) e dell'Ucraina (226.060). Le religioni dei migranti. Secondo la stima del Dossier, i cristiani sono quasi 2 milioni e 700mila e i musulmani più di 1 milione e 600mila (meno numerose le altre comunità religiose). Sbarchi ed espulsioni. Nel 2014 gli stranieri intercettati dalle forze dell'ordine in condizione irregolare sono stati 30.906 e di questi il 50,9% è stato effettivamente rimpatriato (15.726). Gli arrivi via mare di profughi e altri migranti sono stati oltre 170.000. Le richieste d'asilo sono state 64.625 nel 2014 e 30.535 nei primi sei mesi del 2015. Nel giugno 2015 i migranti accolti erano 78.484 di cui 19.716 nella rete Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e i restanti in strutture temporanee o di prima accoglienza. Studenti e cittadini. Sono 129.887 gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel 2014 (+29% sul 2013, che già registrava un fortissimo aumento rispetto all'anno precedente), mentre sono in leggera diminuzione i matrimoni misti (18.273, il 2 9,4% delle 194.097 nozze celebrate nel 2013), ai quali si aggiungono le unioni tra stranieri (7.807, il 3,8% del totale). Nel 2014 è rimasto quasi stabile il numero dei bambini nati in Italia da genitori entrambi stranieri (75.067 casi, il 14,9% del totale dei nati). Dei quasi 1 milione e 100mila minori stranieri residenti in Italia, sono 814.187 gli iscritti a scuola nel 2014/2015, cresciuti in un anno di 11.343 (l'incremento maggiore riguarda quelli nati in Italia: +8,4%), mentre continuano a diminuire gli studenti italiani (8.886.076, -0,6%). Il lavoro degli immigrati. Gli occupati stranieri nel 2014 sono risultati 2.294.000 (1.238.000 uomini e 1.056.000 donne), più di un decimo degli occupati complessivi (10,3%), con un tasso di occupazione nuovamente in leggero aumento. La crisi non ha mancato però di far sentire i suoi effetti sugli immigrati: sono stati 154.686 (+6,2% rispetto al 2013) i permessi di soggiorno, in prevalenza rilasciati per motivi di lavoro e di famiglia, che giunti a scadenza non sono stati rinnovati, con il conseguente obbligo per gli interessati di lasciare l'Italia. Tasse e contributi. I cittadini non comunitari beneficiari di pensioni previdenziali per invalidità, vecchiaia e superstiti sono 35.740 (pari allo 0,2% di tutti i beneficiari), mentre i titolari di pensioni assistenziali sono 51.361 (1,4% del totale). Le entrate fiscali e previdenziali ricollegabili ai lavoratori immigrati sono ammontate nel 2013 a 16,6 miliardi di euro, mentre il totale delle uscite sostenute nei loro confronti è stato di 13,5 miliardi (saldo positivo di 3,1 miliardi di euro). In particolare, versano tra i 7-8 miliardi di contributi l'anno ma, non riuscendo tutti a maturare il diritto alla pensione, l'Inps ha stimato che abbiano lasciato nelle casse previdenziali oltre 3 miliardi di euro improduttivi di prestazioni. Nel 2013 il contributo al Pil nazionale prodotto dagli occupati stranieri è stato di 123.072 miliardi di euro (pari all'8,8% del Pil del Paese). I reati degli stranieri. Nel periodo 2004-2013 le denunce penali con autori noti sono passate da 692.000 a circa 897.000, ma quelle verso italiani, a fronte di una popolazione in leggera diminuzione, sono aumentate da 513.618 a 657.443 (+28,0%). Quelle a carico di stranieri, a fronte di una popolazione più che raddoppiata, sono diminuite da 255.304 a 239.701 (-6,2%). Le discriminazioni. "Persistono i casi di discriminazione su base etnico-razziale - si legge nel Dossier - su un totale di 1.193 denunce raccolte dall'Unar durante il 2014, 990 sono state giudicate pertinenti. I massmedia rappresentano l'ambito di maggior frequenza, con 291 casi, pari al 29,4% del totale. Un dato che porta a rilevare la necessità di un'informazione corretta e continuativa. Non solo. Anche nella stagione calcistica 2014/2015 non sono mancati gli atti di discriminazione razziale: 58 in tutto, sebbene in calo rispetto alla precedente stagione (26 in meno), grazie principalmente al maggiore impegno di alcune società". IDOS UNAR 2015/Scheda Dossier 2015(4).pdf Crescita progressiva, seppure rallentata, della popolazione immigrata; forte aumento dei processi di inserimento (acquisizio- ni di cittadinanza, iscrizioni a scuola, incidenza sugli occupati e sulle nascite); persistenza del bilancio positivo tra spesa pubblica ed entrate statali assicurate dagli stranieri; miglioramento delle statistiche penali; crescenti difficoltà nel superare le discriminazio- ni e nell’orientare le politiche di immigrazione e di integrazione: questi in breve i principali elementi emersi nel Dossier Statistico Immigrazione 2015. Per quanto riguarda l’afflusso eccezionale di migranti forzati, persiste, seppure diminuita, la difficoltà a garanti- re un sistema di accoglienza adeguato. IL CONTESTO MONDIALE Nel 2014 i migranti nel mondo (232 milioni nel 2013 secon- do l’Onu) sono giunti probabilmente a sfiorare i 240 milioni, con una incidenza superiore al 3% sulla popolazione mondiale. Movimenti migratori di una tale entità obbligano a riflettere sulle disuguaglianze che attraversano il pianeta: sono 1,2 miliardi le persone che sopravvivono con un reddito al di sotto di un dol- laro giornaliero (Rapporto Undp). Del resto, ancora nel 2014 il 48,0% della ricchezza globale è concentrato nelle mani dell’1,0% più ricco della popolazione mondiale, il 46,5% è detenuto da un quinto di essa, mentre il restante 80,0% della popolazione deve vivere con il 5,5% della ricchezza globale (Rapporto Oxfam). Inoltre, risultano accresciute le crisi politiche, militari e ambientali. I paesi del Nord del mondo, anziché farsi maggior- mente carico dei flussi migratori, si preoccupano di chiudere le frontiere per bloccarli, spesso in aperta violazione delle tutele internazionali sull’accesso al diritto d’asilo, e a tal fine molti hanno persino costruito o progettato muri e recinzioni (almeno 65 nel mondo). Indirettamente i migranti rimediano, almeno in parte, alle disparità economiche tra i diversi paesi con le loro rimesse: 436 miliardi di dollari inviati verso i paesi in via di sviluppo nel 2014 a livello mondiale (con un aumento annuale del 4,4%), di cui 5,3 miliardi di euro dall’Italia (rispettivamente, dati Banca Mondiale e Banca d’Italia). Nel 2014, per la prima volta, il numero mondiale di migranti forzati ha sfiorato i 60 milioni (59.965.888), con un aumento annuo di 8 milioni. Di essi, i due terzi sono costituiti da sfollati interni (38 milioni secondo il Norwegian Refugee Council) e il restante terzo da richiedenti asilo e rifugiati (rispettivamente 1,8 e 20 milioni), includendo tra questi ultimi anche 5,6 milioni circa di palestinesi (dal 1949 sotto il mandato dell’Unrwa). Il maggiore aumento ha riguardato i richiedenti asilo (+54,3%) e i rifugiati (+22,9%). Nel 2015 la Siria è divenuta il principale paese di origi- ne di questi ultimi (3,9 milioni, da aggiungere ai 7,6 milioni di sfollati interni), superando l’Afghanistan (2,6 milioni) e la Somalia (1,1 milioni). Inoltre, in prospettiva l’Africa, dove 21 Stati sono alle prese con guerre e conflitti interni, raddoppierà a metà secolo la sua popolazione e, con 2,5 miliardi di abitanti, sarà quasi cinque volte più popolosa dell’Unione europea, che però già ora gode di una ricchezza più di tre volte superiore. IL CONTESTO DELL’UNIONE EUROPEA Dal 2011 l’Unione Europea sta conoscendo, sul versante della mobilità, una fase di transizione di dimensioni inusuali rispetto al passato e che non sembra destinata ad esaurirsi in tempi brevi. Nel 2014, tra i 627.790 richiedenti asilo (archivio Eurostat) si segnalano: come paesi di origine, Siria (122.115), Afghanistan (41.370), Kosovo (37.895), Eritrea (36.925) e Serbia (30.840); come paesi di accoglienza, Germania (202.815), Svezia (81.325), Italia (64.625), Francia (64.310) e Ungheria (42.775); per inci- denza delle persone accolte sulla popolazione residente, Svezia (2,1%), Malta (1,5%), Austria (0,9%) e Cipro (0,9%), a fronte di una media europea più bassa (0,3%; in Italia 0,2%). Nei primi 6 mesi del 2015 sono state 422.860 le domande di asilo presentate, di cui 172mila in Germania, 67mila in Ungheria e, rispettivamente, circa 30mila in Francia, Italia e Svezia. Tra i richiedenti asilo la quota di minori non accompagnati è raddoppiata tra il 2013 e il 2014 (da 12.739 a 23.075, di cui 2.505 in Italia), mentre il numero totale dei minori è passato da 117.090 a 160.395, confermando l’accentuato carattere familiare assunto dai flussi di richiedenti asilo. Il primo paese di origine di questi minori è la Siria (30.650), seguita da Afghanistan (14.995), Serbia (13.945), Kosovo (13.675) e Russia (9.380). Al 1° gennaio 2014, le persone con una cittadinanza diversa da quella del paese di residenza ammontano a 33,9 milioni (aumento di 2,2 milioni rispetto al 2009), con una incidenza del 6,7% sulla popolazione totale e una ripartizione disuguale quanto alle provenienze (20 milioni i cittadini di paesi terzi e 14 milioni i cittadini Ue) e ai paesi di insediamento, con la Germania (7 milio- ni), il Regno Unito e l’Italia (5 milioni ciascuno), la Spagna (4,7 milioni) e la Francia (4,2 milioni) che ospitano oltre i tre quarti del totale. I casi di acquisizione di cittadinanza sono stati circa 1 milione. Nei grandi Stati Ue centro-orientali l’incidenza degli stra- nieri continua, invece, a essere marginale (0,3% in Polonia e 0,4% in Romania). A cura di IDOS, in partenariato con Confronti e in collaborazione con l’UNAR 2015 Dossier Statistico IMMIGRAZIONE 2015 DOSSIER STA TISTICO IMMIGRAZIO NE in partenar iato con in partenariato con in collaborazione con con il sostegno dei fondi Nel 2014 si è arrestato il calo occupazionale, iniziato a seguito della grande crisi, e la ripresa europea (+1,1%) ha comportato un aumento dell’occupazione dello 0,9% per la componente nazio- nale e del 4,0% per quella straniera, andamento che ha influito anche sulla riduzione complessiva dei disoccupati (-5,8%, rispetti- vamente -7,1% tra gli stranieri e -5,6% tra gli autoctoni). A fronte del timore che la libera circolazione potesse causare un aggravamento della criminalità a livello europeo, questa inve- ce, secondo i dati Eurostat, è complessivamente diminuita del 31,1% (da 34.266.433 denunce nel 2004 a 23.626.028 nel 2012). Né è giustificato equiparare gli spostamenti dei richiedenti asilo a una invasione, tanto meno islamica. Infatti gli stranieri ori- ginari di paesi a tradizione musulmana, nonostante siano in aumento, a metà secolo incideranno per il 10% sulla popolazione europea (previsione del Pew Research Center). Le autorità comunitarie appaiono decisamente deboli nel far fronte all’attuale esodo di massa con politiche che non siano di mero contrasto ma che, da una parte, sostengano concretamen- te gli Stati membri ai confini esterni (terrestri, come l’Ungheria, e marittimi, come la Grecia e l’Italia) e, dall’altra, mirino alla pacifi- cazione dei paesi di origine, a sostenerne lo sviluppo, a utilizzarne al meglio le risorse e anche ad assistere gli immigrati in caso di rientro, quando necessario. IL CONTESTO ITALIANO Nel 2014 sono sbarcate in Italia oltre 170mila persone, tra richiedenti asilo e migranti economici (con la previsione di un andamento simile nel 2015), ma diverse altre sono arrivate per ricongiungimento familiare e per altri motivi (religiosi, sanitari, di studio, ecc.) attraverso i canali regolamentari. Le richieste di asilo registrate nell’anno sono state 64.625 (l’andamento è stato sostenuto anche nel 2015) e hanno coinvol- to persone provenienti in prevalenza dall’Africa subsahariana (Nigeria 10.135, Mali 9.790, Gambia 8.575 e Senegal 4.675), ma in buona misura anche dall’Asia (Pakistan 7.150, Bangladesh 4.535 e Afghanistan 3.120) e, per quanto riguarda l’Europa, dal- l’Ucraina (2.800). Nel 2014 gli stranieri intercettati dalle forze dell’ordine in con- dizione irregolare sono stati 30.906 (dati del Ministero dell’Inter- no) e di essi il 50,9% è stato effettivamente rimpatriato (15.726). Il sistema di accoglienza italiano per i richiedenti e i titolari di protezione internazionale continua ad essere frammentato e comprende alla fine di luglio 2015: 4 Centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa); 10 di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e di accoglienza (Cda); la rete Sprar (Sistema di protezione per rifugiati e richiedenti asilo) e le strutture di accoglienza tempora- nea (Cas). In particolare, le persone accolte dalla rete Sprar sono passate da 7.823 nel 2012 a 22.961 nel 2014. Tuttavia a giugno 2015 si trovava nelle strutture di tale rete solo il 25% dei 78mila richie- denti asilo e titolari di protezione internazionale accolti, mentre il 62% alloggiava in strutture di accoglienza temporanea. In generale, a inizio 2015 l’Italia risulta essere un paese con un consistente numero sia di residenti stranieri (5.014.000) sia di ita- liani residenti all’estero (4.637.000), tanto più che, secondo le stime di IDOS, la presenza straniera regolare ammonta comples- sivamente a 5.421.000 persone e anche quella degli italiani all’e- stero, secondo le anagrafi consolari, supera di poco i 5 milioni. Peraltro il 2014 è stato un anno particolare in cui gli italiani resi- denti all’estero sono aumentati più degli stranieri residenti in Italia (+155.000 nel primo caso, secondo l’Aire, e +92.000 nell’altro, secon- do l’Istat). Questi ultimi incidono sulla popolazione complessiva per un valore superiore alla media europea (8,2% rispetto al 6,2%). Tra gli stranieri residenti in Italia, i non comunitari sono i più numerosi (3,5 milioni), sebbene sia rilevante la provenienza euro- pea: 2,6 milioni, dei quali quasi il 60% cittadino Ue (1,5 milioni). La collettività più numerosa è quella romena (1.131.839), seguita dai cittadini dell’Albania (490.483), del Marocco (449.058), della Cina (265.820) e dell’Ucraina (226.060). Questi immigrati mostrano una forte tendenza all’insedia- mento stabile, soprattutto i non comunitari, i quali per oltre la metà hanno ottenuto un permesso CE come lungo-soggiornanti, e quindi a tempo indeterminato. Inoltre nel 2014 sono stati 129.887 gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana (+29,0% rispetto al 2013, un anno che già aveva registrato un fortissimo aumento rispetto all’anno precedente), mentre risultano in leggera diminuzione i matrimoni misti (18.273 nel 2013, il 9,4% delle 194.097 nozze celebrate in totale nell’anno), ai quali si aggiungono quelli tra partner entrambi stranieri (7.807, il 3,8% del totale). Su un totale di 502.596 bambini nati nel corso del 2014, quelli con genitori entrambi stranieri sono stati 75.067, il 14,9% del totale. D’altra parte, dei quasi 1,1 milioni di minori stranieri, sono stati 814.187 gli iscritti a scuola nell’anno scolastico 2014/2015, il 9,2% di tutti gli iscritti: un’incidenza decisamente superata nel Nord e nel Centro (rispettivamente, 13,6% e 11,1%) e più bassa nel Sud (3,0%) e nelle Isole (2,9%). I più numerosi in assoluto sono gli studenti di cittadinanza romena (157.497, il 19,3% del totale), cui seguono gli albanesi (109.769, 13,5%), i marocchini (102.515, 12,6%) e, con numeri meno alti, i cinesi (41.882, 5,1%), i filippini (26.147, 3,2%), i moldavi (25.057, 3,1%) e gli indiani (24.772, 3,0%). Anche tra gli alunni stranieri vi sono quelli con disabilità: in tutto 26.626, l’11,5% di tutti gli studenti disabili registrati dal Miur. Nelle università italiane, invece, gli iscritti stranieri (69.176 su un totale di 1.640.956 nell’anno accademico 2013/2014) incido- no per il 4,2%, un valore che scende al 3,3% tra i laureati (9.913 stranieri su un totale di 302.231 nel 2013). I paesi più rappresen- tati sono l’Albania (10.782 iscritti, pari al 15,6% degli universitari stranieri), la Cina (7.028: 10,2%), la Romania (6.615: 9,6%), l’I- ran (2.815: 4,1%), il Camerun (2.685: 3,9%), la Grecia (2.253: 3,3%) e la Repubblica di Moldova (2.056: 3,0%). LE DINAMICHE DI INSERIMENTO IN ITALIA Secondo l’Istat gli occupati stranieri nel 2014 sono risultati 2.294.000 (1.238.000 uomini e 1.056.000 donne), più di un decimo degli occupati complessivi (10,3%), con un tasso di occupazione nuovamente in leggero aumento. Tuttavia in 6 anni, a partire dal 2008, i lavoratori stranieri sono stati quelli che hanno subito maggiormente la crisi e il loro tasso di occupazione ha perso nel complesso 8,5 punti percentuali, a fronte di un calo, tra gli italiani, di 2,7 punti percentuali. Nel 2014 tra gli stranieri i disoccupati ammontano a 466.000, il tasso di occupazione è del 58,5% (55,4% tra gli italiani) e il tasso di disoccupazione del 16,9% (12,2% tra gli italiani). Vanno anche segnalati 13.108 cittadini non comunitari con disabilità iscritti agli elenchi provinciali del collocamento obbliga- torio, l’1,9% degli iscritti complessivi (dato al 31 dicembre 2013). Per effetto della crisi, e della conseguente disoccupazione, sono stati 154.686 i permessi di soggiorno, in prevalenza per motivi di lavoro e di famiglia, che, giunti a scadenza, non sono stati rinnovati, con il conseguente obbligo, per gli interessati, di lasciare l’Italia (+6,2% rispetto al 2013). 2 In agricoltura, uno dei settori maggiormente esposti a sfrutta- mento, nel 2014 i lavoratori nati all’estero (tra cui è incluso un certo numero di italiani di ritorno) sono stati 327.495. Di questi e degli altri lavoratori si occupano sempre più anche i sindacati, con un numero di iscritti stranieri pari a 1.092.615 tra Cgil, Cisl, Uil e Sei-Ugl. Si tratta del 7,7% degli iscritti complessivi, ma l’inci- denza sale al 12,9% se si guarda ai soli lavoratori attivi. Secondo una stima riportata nel Dossier, le entrate fiscali e previdenziali ricollegabili ai lavoratori immigrati sono state nel 2013 pari a 16,6 miliardi di euro, mentre il totale delle uscite sostenute nei loro confronti è stato di 13,5 miliardi (saldo positivo di 3,1 miliardi di euro). Peraltro, nel 2013 il contributo al Pil nazionale assicurato dagli occupati stranieri è stato di 123.072 milioni di euro (l’8,8% del totale). In particolare, essi versano in media tra i 7-8 miliardi di contributi l’anno ma, non riuscendo tutti a maturare il diritto alla pensione, l’Inps ha stimato che abbiano lasciato nelle casse previdenziali oltre 3 miliardi di euro improduttivi di prestazioni. Attualmente, i cittadini non comuni- tari beneficiari di pensioni previdenziali per invalidità, vecchiaia e superstiti sono 35.740 (lo 0,2% di tutti i beneficiari), mentre i titolari di pensioni assistenziali sono 51.361 (l’1,4% del totale). A livello abitativo, la morosità incolpevole ha motivato nel 2014 circa il 90% delle richieste di sfratto in Italia, coinvolgendo molte famiglie immigrate. I costi d’affitto nelle aree metropolita- ne, dove gli immigrati sono più numerosi, risultano decisamente più alti e superano il livello considerato “oneroso” (la soglia del 30% del reddito). Molti capifamiglia stranieri hanno trovato un rimedio alle peggiorate condizioni di vita nel rimandare tempora- neamente la moglie e i figli nel paese di origine. D’altra parte, complici la crisi occupazionale e le restrizioni nella concessione dei mutui, l’affitto resta la scelta maggioritaria da parte delle fami- glie di immigrati (62,8%), seguito dall’acquisto dell’abitazione (19,1%), a cui si aggiunge un 9,8% di persone in coabitazione con parenti o altri connazionali e un 8,3% dimorante presso il luogo di lavoro (Osservatorio nazionale Immigrati e casa - IX Rap- porto). È comprensibile che gli immigrati partecipino numerosi ai bandi per l’assegnazione di alloggi pubblici (arrivando spesso a rappresentare il 50% delle domande), ma la percentuale di allog- gi effettivamente assegnati loro è, quasi sempre, inferiore alla loro incidenza sulla popolazione. Sul versante della multireligiosità, secondo la stima elaborata dal Dossier che fa riferimento agli stranieri residenti in Italia a fine 2014, i cristiani sono quasi 2 milioni e 700mila (il 53,8% del totale, con prevalenza degli ortodossi), i musulmani più di 1 milione e 600mila (32,2%), i fedeli di religioni orientali (induisti, buddhisti, sikh e altri) più di 330mila, gli ebrei circa 7.000, i seguaci di religio- ni tradizionali 55mila, gli appartenenti a gruppi religiosi più difficil- mente classificabili 84mila, mentre ammontano a 221mila gli atei e gli agnostici. Un panorama multireligioso estremamente articola- to, ma che non trova ancora un adeguato riconoscimento in un contesto giuridico di cui da tempo si auspica un perfezionamento. Degna di rilievo è anche la constatazione che nel periodo 2004-2013 le denunce penali con autori noti sono passate da 692.000 a circa 897.000; ma mentre quelle verso italiani, a fronte di una popolazione in leggera diminuzione, sono aumentate da 513.618 a 657.443 (+28,0%), quelle a carico di stranieri, a fronte di una popolazione più che raddoppiata, sono diminuite da 255.304 a 239.701 (-6,2%). Al 30 giugno 2015 i detenuti nelle 198 carceri italiane sono stati 52.754, di cui 17.207 stranieri, ovvero il 32,6% del totale, quattro punti percentuali in meno rispetto a cinque anni fa: nel contesto di una decrescita della popolazione detenuta, gli stranieri sono diminuiti in misura mag- giore rispetto agli italiani. UNA CONVIVENZA INTERCULTURALE ANCORA DEFICITARIA In tutte le regioni ogni anno si organizzano rassegne, festival e iniziative all’insegna dell’intercultura, che spesso trovano negli Enti locali una convinta adesione e un sostegno finanziario nei limiti delle loro ridotte disponibilità. Tuttavia, a ostacolare l’integrazione intervengono sia tutte quelle persone che operano nel settore dell’immigrazione per interessi speculativi, come si è visto a Roma nel caso di “mafia capitale”, sia i numerosi casi di discriminazione su base etnico- razziale: su un totale di 1.193 denunce raccolte dall’Unar durante il 2014, sono 990 quelle giudicate pertinenti. Per il quinto anno consecutivo i mass-media rappresentano l’ambito di maggior frequenza relativa, con 291 evenienze, pari al 29,4% del totale annuo. Un dato che porta a rilevare la neces- sità di un’informazione corretta, anche da parte della classe politica. Le segnalazioni fatte all’Unar nel 2014 attestano la persi- stenza, e talvolta la recrudescenza, di espressioni, atteggiamen- ti e comportamenti xenofobi e discriminanti, non solo per le disparità di trattamento che ne derivano, ma anche per i soprusi e le lesioni di diritti fondamentali che hanno alla loro origine la diversa appartenenza “etnica”, linguistica, nazionale, culturale, religiosa: aumentano le tensioni sociali e si verificano gravi episodi di vera e propria violenza xenofoba ai danni di immigrati, richiedenti asilo e rifugiati, minoranze rom e sinti, persino con la contestazione dei centri dedicati alla loro acco- glienza. La libertà di pensiero e di espressione rischia di sfociare nella xenofobia e nel razzismo, in netto contrasto con il diritto italia- no e con la normativa europea. Internet, per esempio, può dare la stura a una campagna, difficilmente controllabile, di rafforzamento dei pregiudizi nei confronti degli immigrati e addirittura di diffusione dell’odio razziale. Nel 2014, l’Unar ha registrato 347 casi di espressioni razziste sui social network, di cui 185 su Facebook e le altre su Twitter e Youtube. Questi episo- di, a loro volta, sono stati linkati su almeno altri 326 siti, produ- cendo quasi 700 eventi di intolleranza informatica. Anche nella stagione calcistica 2014/2015 non sono mancati gli atti di discriminazione razziale: 58 in tutto, sebbene in calo rispetto alla precedente stagione (26 in meno), grazie principalmente alle politiche adottate e al maggiore impegno di alcune società. Un cambiamento di approccio deve essere effettuato anche nei confronti della popolazione rom (6 milioni di persone nel- l’Ue e tra 120.000 e 180.000 in Italia, per il 60% minorenni secondo il Rapporto annuale 2014 dell’Associazione 21 luglio). Di questi, quelli che vivono nei campi si concentrano nel Lazio (nella misura di un quarto), in Lombardia, in Calabria e in Cam- pania, cui seguono Piemonte, Abruzzo e Veneto. Seppure si stimi che i minori rom in età di obbligo scolastico siano in Italia circa 70mila, quelli iscritti a scuola nell’anno scolastico 2014/2015 sono soltanto 12.437. Va anche superato il pregiudizio che gli immigrati pesino eccessivamente sulla spesa sanitaria. In dieci anni (2003-2012) i ricoveri ospedalieri ordinari, pur aumentando gli immigrati del 161,5%, sono cresciuti solo del 52,6% e hanno determinato un aumento complessivo dei ricoveri del 2,5% (Ministero della Salute). Anche la frequenza di patologie infettive, di cui molto si parla, ha numeri contenuti e un’incidenza generalmente in diminuzione in rapporto alla popolazione di riferimento, risulta- to da ascrivere alla scelta di favorire l’accesso ai servizi sanitari senza esclusioni. 3 LA FUNZIONE DEL DOSSIER: UNA BASE CONOSCITIVA PER INTERVENTI PIÙ EFFICACI “Il punto focale del Dossier Statistico Immigrazione 2015 sono i richiedenti asilo, senza per questo trascurare i cinque milioni di immigrati stabilitisi nel nostro paese e un numero quasi altrettanto grande di italiani all’estero. Le recenti parole del Papa, ‘non muri, ma ponti’, possono costituire il filo rosso che è d’aiuto nel leggere i fenomeni a cui stiamo assistendo da oramai quasi due anni. La fase attuale ci mette dunque a con- fronto con gli immigrati, i profughi e i nostri emigrati: una poli- tica migratoria può definirsi adeguata solo quando riesce ad occuparsi in maniera soddisfacente di questi tre aspetti”. Così scrivono nella loro introduzione i coordinatori del Dos- sier Statistico Immigrazione 2015, Ugo Melchionda (presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS) e Claudio Paravati (direttore della rivista interreligiosa Confronti). Da molti anni siamo alle prese con gli effetti della crisi eco- nomica più lunga dal dopoguerra ad oggi, ma l’immigrazione può costituire un sostegno non solo per lo sviluppo dei paesi di origine (basti pensare alla funzione delle rimesse o degli immi- grati imprenditori) ma anche per l’Italia, sostenendone l’equili- brio demografico e, soprattutto in questa fase, la ripresa econo- mica e occupazionale. La società civile, in questo, può ricoprire un ruolo fonda- mentale, a partire dai processi di integrazione quotidiana, che costituiscono la base per arrivare a soluzioni normative più sod- disfacenti, come di recente è avvenuto riguardo alla riforma della cittadinanza ispirata a uno ius soli temperato. Pur nelle difficoltà, e spesso anche nelle incomprensioni, diversi sono stati, finora, i miglioramenti realizzati, anche grazie all’associazionismo degli e per gli immigrati. Ma molto resta ancora da fare per costruire una società più aperta e coesa. Centro Studi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico Tel. +39 06.66514345 - idos@dossierimmigrazione.it - www.dossierimmigrazione.it Rivista CONFRONTI - Tel. +39.06.4820503 info@confronti.net - www.confronti.net " " Dossier Statistico Immigrazione 2015 - Dati di Sintesi Mondo (2014) Italia (2014) Migranti: 231.522.000 (2013) 240.000.000 (stima 2015) Cittadini stranieri regolarmente presenti: 5.421.000 (stima) Soggiornanti non comunitari *: 3.979.208 di cui soggionanti di lungo periodo: 2.147.000 Visti rilasciati per lavoro subordinato: 23.588 Soggiornanti per studio*: 53.000 Reddito pro capite: Mondo: 14.928 USD Sud del Mondo: 9.854 USD Nord del Mondo: 37.490 USD Cittadini stranieri residenti: 5.014.437 Permessi soggiorno scaduti e non rinnovati: 154.686 Visti rilasciati per famiglia: 57.899 Stranieri iscritti all’università: 69.176 Reddito pro capite Ue 28: 36.254 USD Incidenza sulla popolazione residente: 8,2% Occupati: 2.294.000 agricoltura: 5,0%; industria: 29,2%; servizi: 65,7% Richieste di protezione internazionale: 64.625 Acquisizioni cittadinanza: 129.887 Sfollati, rifugiati, richiedenti asilo: 59.965.888 Distribuzione territoriale residenti: Nord 59,4%, Centro 25,4%, Meridione 15,2% Incidenza sul totale occupati: 10,3% Richieste di protezione internazionale accolte: 58,5% su 35.190 esaminate Matrimoni misti: 18.273 (2013) Unione Europea (2014) Continenti di origine: Europa 52,4%, Africa 20,5%, Asia 19,3%, America 7,7%, Oceania 0,0% Disoccupati: 466.000 Nuovi nati nell’anno: 75.067 Cristiani: 53,8% (stima) Residenti stranieri: 33.893.410 (2013) di cui non Ue: 57,7% Incid. sulla popolazione totale: 6,7% (2013) Prime collettività di comunitari residenti: Romania: 1.131.839 Polonia: 98.694 Bulgaria: 56.576 Tasso di disoccupazione: stranieri 16,9%; italiani 12,2% Minori residenti: 1.085.274 Musulmani: 32,2% (stima) Residenti nati all’estero: 51.501.311 (2013) Aziende con titolare o la maggioranza dei soci nati all’estero: 524.674 Iscritti a scuola a.s. 2014/15: 814.187 di cui nati in Italia: 450.362 Tradizioni religiose orientali: 7,9% (stima) Incid. sulla popolazione totale: 10,2% (2013) Richieste di protezione internazionale: 627.780 Prime collettività di non comunitari residenti: Albania: 490.483 Marocco: 449.058 Cina: 265.820 Ucraina: 226.060 Filippine: 168.238 Incidenza su totale vittime di infortuni sul lavoro: 14,4% Atei/agnostici: 4,4% (stima) Richiedenti asilo e rifugiati: 1.634.043 Bilancio costi/benefici per le casse statali: +2,9 miliardi di euro (+3,1 miliardi includendo i contributi previdenziali) Incidenza sul totale iscritti a scuola: 9,2% Altri gruppi religiosi: 1,7% (stima)" Incid. sulla popolazione totale: 0,3% * I dati sui soggiornanti sono stati forniti direttamente dal Ministero dell’Interno FONTE: Centro Studi e Ricerche IDOS. Elaborazioni su fonti varie Dossier statistico Immigrazioni IDOS UNAR - 2015
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Dossier Statistico Immigrazione 2014 - Rapporto UNAR - Dalle discriminazioni ai diritti

Descrizione breve: 
Il Rapporto presenta i dati più aggiornati su flussi di immigrazione, soggiornanti, inserimento nel mondo del lavoro e nella società, nuovo panorama interreligioso e, soprattutto, sullo stato delle pari opportunità per gli immigrati, in Italia e nei singoli contesti regionali.
Allegato: 
Data: 
29 Ottobre 2014
Dossier Statistico Immigrazione 2014 - Rapporto UNAR - Dalle discriminazioni ai diritti
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CARITAS / MIGRANTES: XXII Rapporto sull'immigrazione

Descrizione breve: 
Dossier statistico del 2012 sull'immigrazione, sono analizzate le seguenti tematiche: aree di origine, flussi, inserimento, lavoro, territorio. Il messaggio che il Dossier Statistico Immigrazione ha scelto per il 2012 è: “Non sono numeri”.
Data: 
30 Ottobre 2012
GLI IMMIGRATI “NON SONO NUMERI” Il messaggio che il Dossier Statistico Immigrazione ha scelto per il 2012 è: “Non sono numeri”. Si è voluto così ridare centralità alla dignità degli immigrati in quanto persone, ispirandosi a una riflessione di Papa Benedetto XVI, fatta in occasione dell’Angelus nella domenica della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifu- giato (15 gennaio 2012): “Milioni di persone sono coinvolte nel fenomeno delle migrazioni, ma esse non sono numeri! Sono uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace”. Seppure la dimensione quantitativa sia indispensabile a una conoscenza reale del fenomeno migrato- rio, questa attitudine non deve mettere in secondo piano la tute- la della dignità umana. Le migrazioni sono un fenomeno inevitabile (e una risposta strategica) in un mondo attraversato da crisi politiche ed econo- miche e segnato dalla diseguale distribuzione della ricchezza; senz’altro, dopo una certa flessione dei flussi in entrata riscontra- ta a partire dal 2009 nei paesi industrializzati, sono destinate ad aumentare ancora. Gli organismi internazionali accreditano circa 214 milioni tra migranti e rifugiati nel mondo nel 2010. Nell’Unione Europea, nello stesso anno, il saldo migratorio con l’estero è stato positivo per 950mila unità e le acquisizioni di cittadinanza sono state 803mila. Gli stranieri residenti, inclusi i comunitari che costitui- scono la maggioranza (60%), sono 33,3 milioni (800mila in più rispetto all’anno precedente), per i tre quarti concentrati in Fran- cia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna. In quest’ultimo paese, però, come anche in Portogallo e in Irlanda, il loro nume- ro è ultimamente diminuito. L’incidenza media degli immigrati sui residenti europei è del 6,6%; tuttavia, se si considera il grup- po dei nati all’estero che hanno acquisito la cittadinanza del paese di residenza, si arriva a 48,9 milioni di persone che fanno dell’UE il principale polo immigratorio al mondo insieme al Nord America. Alcuni Stati membri si accingono ad attuare, o hanno già attuato, modifiche alle rispettive politiche migratorie: la Dani- marca è indirizzata ad abolire il sistema a punti attualmente in vigore per ottenere il soggiorno a tempo indeterminato; la Polo- nia, a fronte di un esodo in continua diminuzione, sta conoscen- do un maggiore afflusso di immigrati, specialmente dai paesi vicini; in Spagna i cittadini stranieri irregolari (circa 150mila secondo stime) sono stati privati – non senza polemiche – della copertura del servizio sanitario nazionale. Nel mese di giugno 2012 il Consiglio dei Ministri dell’Interno dell’area Schengen, preoccupato per i flussi dell’ultimo periodo (Nord Africa), ha deciso di modificare il Trattato e di reintrodurre i controlli alle frontiere in caso di pressioni straordinarie (scelta tuttavia criticata dal Parlamento Europeo e dalla Corte Europea dei diritti umani). Anche in Italia, terra d’asilo e paese d’immigrazione, sono in corso mutamenti che il Dossier ha ampiamente analizzato. ITALIA, TERRA D’ASILO: MEZZO MILIONE DI DOMANDE DAL DOPOGUERRA Nel 2011 sono state 42,5 milioni le persone costrette alla fuga in altri paesi, di cui 15,2 milioni i rifugiati e 26,4 gli sfollati interni. Nello stesso anno sono state presentate 895mila domande di asilo (primo paese gli Stati Uniti con 76mila casi): di esse, 277mila sono state presentate nell’UE, con 51mila casi in Francia (primo paese) e 37.350 in Italia.Scheda di sintesi Caritas e Migrantes Dossier Statistico Immigrazione 2 2 ° R a p p o r t o Dossier Sta tistico Imm igrazione 2 012 22° Rappor to Caritas e Migrantes 2012 22° Rappor to 2012 “Non sono numeri” Sono tanti i focolai di guerra, alcuni conosciuti e altri dimentica- ti, e 1,2 miliardi di persone vivono in regimi dispotici (34) o in “Stati fragili” (43) alle prese con degrado, povertà ed emergenze. In Italia, dal 1950 al 1989 sono state 188mila le domande d’asi- lo e dal 1990 (anno di abolizione della riserva geografica) fino al 2011 se ne sono aggiunte circa 326mila (archivio del Ministero dell’Interno) per un totale, dal dopoguerra ad oggi, di oltre mezzo milione. La media annuale è stata di circa 8mila domande, superata di quasi quattro volte nel 2011 (ma anche nel 2008 e nel 1999, quando le domande furono più di 30mila). Nel 2011 le domande sono state presentate in prevalenza da persone prove- nienti dall’Europa dell’Est e dal martoriato continente africano; quasi un terzo (30%) delle domande prese in esame (24.150) è stato definito positivamente (una su tre ha riguardato il riconosci- mento dell’asilo e le altre la protezione sussidiaria o umanitaria, per un totale di 7.155). Gli sbarchi dal Nord Africa, confluiti per lo più nell’isola di Lam- pedusa, hanno coinvolto circa 60mila persone, in partenza prima dalla Tunisia e poi dalla Libia (28mila). In Italia, per far fronte alle esigenze di accoglienza, si dispone di 3mila posti che fanno capo al Servizio per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), in collaborazione con gli Enti locali, le Regioni e il mondo sociale, e di 2mila posti assicurati dai Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), mentre è di altri 3mila posti la capienza dei Centri di accoglienza per immigrati. Da ultimo, oltre a questa rete di servizi già esisten- te, le Regioni – con il coordinamento della Protezione Civile – hanno dichiarato la disponibilità di altri 50mila posti, di cui la metà è stata effettivamente utilizzata per accogliere le persone in fuga dal Nord Africa. L’Italia da una parte ha auspicato una maggiore vicinanza delle istituzioni comunitarie e, dall’altra, ha dovuto prendere atto, ancora una volta, della necessità di predisporre per l’accoglienza un sistema unificato e stabile, basato sul coordinamento tra tutte le strutture coinvolte, anche per riuscire a garantire una maggiore attenzione alle categorie più vulnerabili, a partire dai minori. A confermare la fragilità dell’attuale sistema di accoglienza è intervenuta la sentenza del Tribunale di Stoccarda del 12 luglio 2012, che ha ritenuto illegittimo rimandare in Italia un richieden- te asilo, registrato inizialmente nel nostro paese, adducendo come motivazione il rischio per l’interessato di ricevere un “tratta- mento disumano e degradante”, se non addirittura di “restare senza un tetto”. Valutazioni problematiche sulle condizioni di accoglienza sono state espresse anche dal Commissario per i dirit- ti umani del Consiglio d’Europa e, inoltre, è stata anche pronun- ciata una sentenza di condanna per la mancata attuazione del principio di non respingimento (sentenza della Corte europea dei diritti umani del 23.02.2012 sul cosiddetto caso Hirsi risalente al maggio 2009). Al di là delle considerazioni che si possono fare sul coordina- mento tra il piano italiano e quello europeo, è doveroso prendere in considerazione l’immagine che dell’Italia si può generare all’e- stero e porvi rimedio. In effetti, nel 2011, ben 7.431 persone (un numero, peraltro, sottostimato) sono rimaste in lista d’attesa per accedere allo Sprar e poter fruire così di un percorso di seconda accoglienza. ITALIA, PAESE DI IMMIGRAZIONE: LA PRESENZA E LE AREE DI ORIGINE Il Dossier ha stimato che il numero complessivo degli immigrati regolari, inclusi i comunitari e quelli non ancora iscritti in anagra- fe, abbia di poco superato i 5 milioni di persone alla fine del 2011, un numero appena più alto di quello stimato lo scorso anno (5.011.000 rispetto a 4.968.000). Nel 2011 il Ministero degli Affari Esteri ha rilasciato 231.750 visti per inserimento stabile, in prevalenza per motivi di lavoro e di famiglia, mentre sono stati circa 263mila i permessi di soggiorno validi alla fine del 2010 che, dopo essere scaduti, non sono risulta- ti rinnovati alla fine del 2011. I permessi di soggiorno in vigore alla fine dell’anno, inclusi i minori iscritti sul titolo dei genitori e al netto dei casi di doppia registrazione (archivio del Ministero dell’Interno revisionato dall’Istat), sono stati 3.637.724, in leggero aumento rispetto ai 3.536.062 del 2010 (+2,9%). Da questa base si è partiti per elaborare la stima del Dossier e quantificare, anche con il supporto di altri archivi, la consistenza degli immigrati comunitari che, come è noto, non sono più inclu- si nell’archivio dei permessi di soggiorno. Il numero stimato dei comunitari (1.373.000, per l’87% provenienti dai nuovi 12 Stati membri) è stato ottenuto applicando ai residenti a fine 2010 lo stesso tasso d’aumento riscontrato tra i soggiornanti non comuni- tari nel 2011. Le principali collettività sono risultate: Romania 997.000, Polonia 112.000, Bulgaria 53.000, Germania 44.000, Francia 34.000, Gran Bretagna 30.000, Spagna 20.000 e Paesi Bassi 9.000. La ripartizione della stima totale per aree continentali vede pre- valere l’Europa, tra comunitari (27,4%) e non comunitari (23,4%), seguita dall’Africa (22,1%), dall’Asia (18,8%) e dall’A- merica (8,3%), mentre le poche migliaia di persone provenienti dall’Oceania e gli apolidi non raggiungono neppure lo 0,1%. Tra i soggiornanti europei non comunitari (1.171.163), gli alba- nesi sono i più numerosi (491.495). Seguono 223.782 ucraini; 147.519 moldavi; 101.554 serbi e montenegrini; 82.209 mace- doni; 37.090 russi; tra i 20mila e i 30mila ciascuno, i bosniaci, i croati e i turchi. L’Albania è anche il primo paese per numero di studenti universitari (oltre 11mila, nell’anno accademico 2011/2012, su un totale di 65.437, mentre secondo un recente studio dell’European Migration Network nell’UE gli studenti inter- nazionali sono 1 milione e 200mila). Per quanto riguarda il continente africano, alla fine del 2011 i marocchini risultano essere la prima collettività, con 506.369 sog- giornanti (i più numerosi anche tra tutti i non comunitari). Le altre grandi collettività africane provengono da Tunisia (122.595), Egit- to (117.145), Senegal (87.311), Nigeria (57.011), Ghana (51.924); seguono Algeria (28.081) e Costa d’Avorio (24.235); quindi, con circa 15mila soggiornanti, Burkina Faso e, con 10mila soggiornanti o poco meno, Camerun, Eritrea, Etiopia, Mauritius e Somalia. In totale, i soggiornanti africani sono 1.105.826. Un ampio approfondimento su diverse collettività asiatiche è contenuto nel volume Asia-Italia. Scenari migratori, che nel 2012 Idos ha curato per il Fondo Europeo per l’Integrazione in collabo- razione con la Caritas e la Fondazione Migrantes. Gli immigrati dall’Asia, che alla fine del 2010 hanno inciso per il 12,7% sull’insie- me dei residenti stranieri nell’Unione Europea, nell’anno successivo sono arrivati a incidere in Italia per 6 punti percentuali in più, per un totale di 924.443 soggiornanti. In particolare, l’Italia è lo Stato membro che nell’UE accoglie le collettività più numerose di cinesi (277.570 soggiornanti nel 2011), filippini (152.382), bangladesi (106.671) e srilankesi (94.577), mentre è il secondo Stato per quanto riguarda la presenza di indiani (145.164) e pakistani (90.185). 2 La componente americana totalizza nel suo complesso 415.241 soggiornanti. Le principali collettività provengono dal Perù con 107.847, dall’Ecuador con 89.626, dal Brasile con 48.230 e dagli Stati Uniti con 36.318, seguite – con circa 20mila soggiornanti cia- scuna – dai cittadini della Colombia, di Cuba e della Repubblica Dominicana e quindi – con circa 10mila – di Argentina, Bolivia ed El Salvador. Ad attestare i solidi legami che queste collettività hanno con l’I- talia sono innanzi tutto l’elevata incidenza dei minori (tra i non comunitari 23,9% e 897.890 unità) e il fatto che la maggior parte di essi è nata nel nostro paese. IMMIGRAZIONE E MONDO DEL LAVORO In Italia la grave crisi ancora in corso, attestata anche dalla con- tinua delocalizzazione all’estero di diverse attività produttive, tra il 2007 e il 2011 ha provocato la perdita di un milione di posti di lavoro, in parte compensati da 750mila assunzioni di stranieri in settori e mansioni non ambiti dagli italiani. Anche nel 2011, men- tre gli occupati nati in Italia sono diminuiti di 75mila unità, gli occupati nati all’estero sono aumentati di 170mila. Attualmente gli occupati stranieri, incluse anche le categorie non monitorate dall’indagine campionaria dell’Istat, sono circa 2,5 milioni e rap- presentano un decimo dell’occupazione totale. Nello stesso tempo tra gli stranieri è aumentato il numero dei disoccupati (310mila, di cui 99mila comunitari) e il tasso di disoccupazione (12,1%, quattro punti più in più rispetto alla media degli italiani), mentre il tasso di attività è sceso al 70,9% (9,5 punti più elevato che tra gli italiani). I neocomunitari, che tra i residenti incidono per un quarto, nell’archivio Inail raggiungono quasi un terzo tra i lavoratori nati all’estero occupati come dipendenti e il 40% tra i nuovi assunti del 2011. Nell’attuale congiuntura la forza lavoro immigrata continua a svolgere un’utile funzione di supporto al sistema economico-pro- duttivo nazionale per la giovane età, la disponibilità e la flessibilità (caratteristiche che, purtroppo, spesso si traducono in forme più o meno gravi di sfruttamento). Gli immigrati sono concentrati nelle fasce più basse del mercato del lavoro e, ad esempio, mentre tra gli italiani gli operai sono il 40%, la quota sale all’83% tra gli immigrati comunitari e al 90% tra quelli non comunitari. Motivati dal bisogno di tutela, sono oltre 1 milione gli immigra- ti iscritti ai sindacati, con una incidenza dell’8% sul totale dei sin- dacalizzati e del 14,8% sulla sola componente attiva. Del resto, gli archivi dell’Inail attestano che essi sono maggiormente soggetti al rischio infortunistico: tra i lavoratori nati all’estero, in controten- denza con l’andamento generale, gli infortuni sono infatti cresciu- ti, raggiungendo un’incidenza media del 15,9% sugli infortuni complessivi a fronte del 15% dell’anno precedente. Le ispezioni condotte nel 2011 hanno riscontrato in situazione irregolare il 61% delle aziende sottoposte a verifica, in circa la metà dei casi per lavoro nero, condizione che accresce l’esposizione dei lavora- tori al rischio di infortunio sul lavoro. Il Rapporto 2012 sul mercato del lavoro degli immigrati, curato dal Ministero del Lavoro, attesta che il peso dei lavoratori non comu- nitari (per i comunitari non sono stati riportati i dati) sulle presta- zioni previdenziali e assistenziali dell’Inps non è eccessivamente elevato: 10,2% per la cassa integrazione ordinaria e 6,9% per quella straordinaria; 5,1% per l’indennità di mobilità; 11,8% per l’indennità di disoccupazione ordinaria non agricola, 7,7% per quella con requisiti ridotti e 8,8% per quella agricola; 0,2% per le pensioni di invalidità, vecchiaia e ai superstiti; 0,9% per le pensio- ni assistenziali; 8,1% per le indennità di maternità; 5,1% per i congedi parentali e 10,8% per gli assegni per il nucleo familiare. I collaboratori familiari (poco più di 750mila quelli nati all’estero assicurati presso l’Inps) rappresentano la categoria più numerosa tra gli immigrati e costituiscono una risorsa preziosa per un paese in cui ogni anno 90mila persone in più diventano non autosuffi- cienti, dove il bisogno di assistenza aumenterà con il crescente invecchiamento della popolazione autoctona (aumento degli ultra65enni dall’attuale 20,6% della popolazione al 33% previsto a metà secolo). A loro volta, gli infermieri stranieri (un decimo del totale) assicurano un apporto indispensabile al servizio sanitario nazionale e a molte strutture private. Anche il settore agricolo, scarsamente attrattivo nei confronti degli italiani, per molti immigrati costituisce una prospettiva di inserimento stabile (allevamenti e serre) o un’opportunità limitata a determinati periodi dell’anno (lavoro stagionale) o quanto meno al momento dell’ingresso, al punto che l’agricoltura è stato il solo settore ad aver registrato, per gli immigrati, un saldo occu- pazionale positivo. Altri settori per i quali il contributo degli immigrati continua a risultare fondamentale sono l’edilizia, i trasporti e, in generale, i lavori a forte manovalanza: dai dati messi a disposizione dalle organizzazioni delle cooperative, risulta che gli immigrati incido- no per oltre un sesto nelle cooperative di pulizie e per oltre un terzo in quelle che si occupano della movimentazione merci. L’attenzione alle percentuali permette anche di segnalare la rile- vanza assunta dagli immigrati in altre categorie, seppure quantita- tivamente non rilevanti. I marittimi in Italia, la cui flotta per ton- nellate di portata è al 14° posto nel mondo e tra i primi nel com- parto crocieristico (dati di Confitarma), sono 60mila (su un totale mondiale di 1.372.000) e sul personale operante a bordo gli stra- nieri incidono per il 40%, in provenienza soprattutto dalla Roma- nia, dall’India e dalle Filippine (dove a Manila, dal 2007, opera una sede distaccata dell’Accademia della Marina Mercantile Italia- na per formare lavoratori del posto che suppliscano alla nostra mancanza di maestranze). Tra i calciatori delle squadre di serie A, gli stranieri sono 271 su un totale di 554, pressoché la metà del totale (48,9%) e addirittu- ra oltre nell’Udinese e nell’Inter, una squadra al cui interno si par- lano 13 lingue e i calciatori stranieri incidono per il 67,9%. Un terzo dei calciatori immigrati è costituito da latino-americani. Nel settore imprenditoriale i nati all’estero incidono per il 9,1%, se si considerano tutte le cariche imprenditoriali, e per il 7,4% se si restringe l’attenzione ai soli titolari d’impresa, aumentati di 21mila unità nel 2011 (Unioncamere), mentre i titolari con effetti- va cittadinanza straniera (249.464) incidono per il 4,1% (Cna). Il lavoro autonomo degli immigrati, imprenditoriale o in altre forme, può conoscere un ulteriore sviluppo, perché attualmente riguarda l’11% dei comunitari e il 14% dei non comunitari rispet- to al 26% degli italiani. Se le migrazioni sono di per se stesse una risposta alla crisi, le rimesse sono un indicatore del ritorno positivo per i paesi di origi- ne. Le rimesse partite dall’Italia (un quinto rispetto al totale euro- peo), erano leggermente diminuite nel 2010 (6,6 miliardi di euro) ma sono tornate a crescere nel 2011 (7,4 miliardi di euro), in aumento verso la Cina e in diminuzione verso le Filippine (anche a seguito della maggiore integrazione delle famiglie filippine in Italia e del calo delle retribuzioni). Meritano attenzione particolare i 3 cosiddetti “diaspora bond”, buoni destinati a sostenere progetti per le infrastrutture e per finalità economiche, sociali ed educati- ve, con una formula che riesce a tenere insieme le finalità dei sin- goli migranti e i progetti pubblici dei paesi di partenza. L’Italia si è segnalata per il monitoraggio avviato sui costi dei servizi di invio delle rimesse e la loro riduzione (www.mandaisoldiacasa.it), come anche per il varo dell’Osservatorio nazionale sull’inclusione finanziaria degli immigrati, nel cui ambito rientra anche l’utilizzo dei risparmi attraverso le banche. PROSPETTIVE OPERATIVE DI CONVIVENZA IN PERIODO DI CRISI Un’indagine Istat (luglio 2012) ha posto in evidenza l’esistenza di un atteggiamento ambivalente degli italiani verso gli immi- grati: da una parte ritengono che siano troppi, dall’altra ricono- scono che sono trattati peggio degli autoctoni, nonostante la loro presenza sia arricchente. In ogni caso, è certo che l’immigrazione continuerà a crescere. Secondo le previsioni sul futuro demografico del paese (scenario medio), nel 2065 la popolazione complessiva (61,3 milioni di residenti) sarà l’esito di una diminuzione degli italiani di 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite e 40 milioni di decessi) e di un saldo positivo di 12 milioni delle migrazioni con l’estero (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite): in questo nuovo scenario demografico gli stranieri supereranno i 14 milioni. Caritas e Migrantes, nell’introduzione al Dossier, pongono in evidenza che il quadro socio-statistico sollecita l’adozione di misure in grado di raggiungere obiettivi quali il recupero dal sommerso, la qualificazione dei nuovi cittadini, la stabilizzazione del loro soggiorno (nel 2011 sono stati soggetti a rinnovo 850mila permessi di soggiorno), la semplificazione della buro- crazia e il potenziamento delle misure di inserimento (le famiglie immigrate sono maggiormente soggette al rischio di povertà), senza trascurare l’accoglienza delle persone che si spostano per esigenze di carattere umanitario e abbisognano di protezione. Sono funzionali a queste prospettive iniziative quali la regola- rizzazione di chi è già inserito nel mercato occupazionale, la semplificazione delle procedure riguardanti i documenti di sog- giorno e la riduzione del loro costo, la stabilizzazione della per- manenza (evitando un’eccessiva rotazione), la facilitazione nel- l’accesso alla cittadinanza almeno per i minori nati in Italia, la possibilità di accedere ai servizi senza dover aspettare la carta di soggiorno, lo sviluppo di spazi di partecipazione e il superamen- to delle discriminazioni in tutti gli ambiti (incluso quello pubbli- co, come ha dimostrato il mancato accesso al servizio civile). Caritas e Migrantes prendono atto che il Governo tecnico non solo ha affidato il nuovo incarico ministeriale della Cooperazione Internazionale e dell’Integrazione a un esponente del mondo del volontariato, ma ha anche varato diverse misure orientate in senso positivo e si è impegnato ad assumerne altre: l’auspicio è che si pervenga a un’accresciuta sensibilità dei partiti e al suppor- to del Parlamento per favorire una ulteriore evoluzione positiva. Il Dossier vuole essere un sussidio per conoscere la realtà del- l’immigrazione, ma vuole anche sollecitare, nell’Anno della fede indetto da Benedetto XVI a partire dall’11 ottobre 2012, l’impe- gno per la promozione umana, una dimensione strutturalmente insita nella testimonianza cristiana, indispensabile per promuo- vere una convivenza fruttuosa con gli immigrati sia a livello sociale che religioso. È una questione di valori ma anche un dovere di coerenza con la nostra lunga storia di emigrazione (sono ancora 4.208.997 gli italiani registrati come residenti all’e- stero, come ha ricordato il Rapporto Italiani nel Mondo 2012 della Fondazione Migrantes), che ci ha fatto sperimentare la dif- ficile condizione dell’essere stranieri in un altro paese. Il motto scelto per il Dossier 2012 ricorda che, anche se il feno- meno migratorio assume proporzioni sempre più estese, non bisogna mai dimenticare che le persone che vi sono coinvolte “non sono numeri”. Mondo 2011  Numero migranti: 214 milioni (2010)  Reddito pro capite Pvs: 6.572 Usd  Reddito pro capite Ue-27: 32.943 Usd Unione Europea (2010)  Residenti stranieri: 33.306.100  Incidenza sulla popolazione: 6,6%  Cittadini naturalizzati: 15.562.500 Italia 2011  Cittadini stranieri regolarmente presen- ti: 5.011.000 (s)  Incidenza sulla popolazione residente: 8,2% (s)  Distrib. terr.: Nord 63,4%, Centro: 23,8%, Sud: 12,8% (p)  Aree di origine: Europa 50,8%, Africa 22,1, Asia 18,8%, America 8,3%, Ocea- nia 0,0% (s)  Soggiorn. non comunitari: 3.637.724 di cui soggiornanti di lungo periodo: 52,1%  Prime collettività non comunitarie: Marocco 506.309, Albania 491.495, Cina 277.570, Ucraina 223.782  Permessi soggiorno scaduti nel corso dell’anno e non rinnovati: 262.688  Occupati: 2.500.000 (s)  Incidenza occupati: 10% (s)  Disoccupati: 310.000 (Istat)  Tasso di disoccupazione: immigrati 12,1% - italiani 8,0%  Titolari imprese: 249.464  Incidenza sul totale degli infortuni: 15,9%  Bilancio costi/benefici per le casse stata- li: +1,7 miliardi di euro  Visti per inserimento stabile: 231.750 di cui 87.271 per lavoro e 83.492 per famiglia  Richieste di asilo presentate: 37.350  Richieste di asilo accolte: 7.155  Nuovi nati: 79.587 (p)  Minori non comunitari: 867.890  Iscritti a scuola a.s. 2011/12: 755.939, 8,4% del tot. di cui nati in Italia: 44,2%  Studenti universitari a.a. 2011/12: 65.437  Acquisizioni cittadinanza: 56.001 (p)  Matrimoni misti: 17.169 (2010)  Cristiani: 53,9% (s) di cui ortodossi: 29,6% (s) di cui cattolici: 19,2% (s) di cui protestanti: 4,4% (s)  Musulmani: 32,9% (s)  Ebrei 0,1% (s)  Tradizioni relig. orientali: 5,9% (s)  Altri 7,2% (s) DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE 2012 - DATI DI SINTESI Centro Studi e Ricerche IDOS - Via Aurelia 796, 00165 Roma - Tel. 0039.06.66514345 - Fax. 0039.06.66540087 Redazione Dossier Statistico Immigrazione  e-mail: idos@dossierimmigrazione.it  Internet: www.dossierimmigrazione.it (p) dato provvisorio - (s) dato di stima - FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas e Migrantes CARITAS / MIGRANTES: XXII Rapporto sull'immigrazione
Argomento: 

CARITAS / MIGRANTES: XXI Rapporto sull’immigrazione

Descrizione breve: 
Dossier statistico del 2011 sull'immigrazione, sono analizzate le seguenti tematiche: gli scenari di mutamento dell'immigrazione, gli aspetti demografici, gli aspetti occupazionali ed economici, gli indicatori sociali e le prospettive di integrazione.
Data: 
27 Ottobre 2011
CARITAS / MIGRANTES: XXI Rapporto sull’immigrazione
Argomento: 

ISMU: XVI Rapporto sulle migrazioni 2010

Descrizione breve: 
L’ISMU, l’Osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità, in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano, studia il tema centrale dell'immigrazione.
Allegato: 
Data: 
13 Dicembre 2010
Ismu 2010/00_Comunicato_Stampa.pdf COMUNICATO STAMPA ISMU XVI RAPPORTO SULLE MIGRAZIONI 2010 Consegna targhe Ismu 13 dicembre 2010 – ore 9.00-12.30 Centro Congressi Fondazione Cariplo – Via Romagnosi 8 – Milano Nel 2010 Ismu registra un notevole rallentamento dei flussi netti di immigrati in arrivo in Italia: il saldo dei nuovi iscritti in anagrafe nel primo semestre del 2010 è di 100mila unità in meno (-40%) rispetto a quanto osservato nello stresso periodo del 2007 (epoca precrisi). La contrazione di nuovi ingressi, dovuta all'azione frenante innescata dalla difficile congiuntura economica, non toglie comunque vivacità al fenomeno: al 1° gennaio 2010 gli immigrati in Italia sono 5,3 milioni di unità (regolari e non), di cui 5,1 milioni provenienti dai così detti Paesi a forte pressione migratoria, circa 500mila in più rispetto al 2009. La nazionalità più numerosa è quella rumena con un milione e 112mila unità (il 22% del totale), seguita dall'albanese e dalla marocchina (586mila e 575mila). Parallelamente c'è un vero e proprio boom di minori residenti in Italia: in base alla stime Ismu al 31 dicembre 2010 sono quasi 1 milione 24 mila (triplicati da inizio 2003, anno in cui erano “solo” 353mila). Tra i minori residenti al primo gennaio 2010, più della metà risulta nata in Italia. Diminuiscono gli irregolari che sono 544mila, 16mila in meno rispetto a quanto stimato da Ismu al primo agosto 2009. Sul lavoro, nonostante la crisi economica, si registra un aumento dell’occupazione immigrata pari a 183mila unità (+10% rispetto al 2009). Ma al contempo cresce il tasso di disoccupazione che è passato dal 10,5% del primo trimestre 2009 al 13% del primo trimestre 2010. Diminuiscono i tassi di criminalità degli immigrati: elaborazioni Ismu dimostrano che il numero dei denunciati stranieri è diminuito del 13,9% passando dai 302.955 del 2008 ai 260.883 del 2009. Sono questi alcuni dei principali dati del XVI Rapporto nazionale sulle migrazioni 2010, elaborato dalla Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) e presentato il 13 dicembre. Al convegno moderato dalla giornalista Francesca Padula de Il Sole 24 ore, hanno partecipato Mariella Enoc e Vincenzo Cesareo, rispettivamente Presidente e Segretario Generale della Fondazione Ismu; Giuseppe Guzzetti, Presidente Fondazione Cariplo; Giulio Boscagli, Assessore alla Famiglia, conciliazione, integrazione e solidarietà sociale della Regione Lombardia; Gian Carlo Blangiardo, Università Bicocca di Milano; Stefano Manservisi, Direttore Generale, DG Home Affairs, Commissione Europea; Natale Forlani, Direttore Generale DG Immigrazione, Ministero del lavoro e delle politi che sociali; Angela Pria, Capo Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione, Ministero dell'Interno. Nel corso del convegno sono state assegnate due targhe Ismu, una all’imprenditrice filippina Noemi Manalo che ha fondato il settimanale Kabayan Times International, l’altra all’associazione Rete G2 Seconde Generazioni per il suo impegno nella lotta per i diritti delle seconde generazioni. 1) IMMIGRATI IN ITALIA Flussi in diminuzione. Al primo gennaio del 2010 la popolazione straniera presente in Italia è stimata da Ismu in 5,3 milioni di unità (regolari e non), di cui 5,1 milioni provenienti dai così detti Paesi a forte pressione migratoria, circa 500mila in più rispetto al 2009. I regolarmente iscritti in anagrafe sono 4 milioni e 235mila1 (+344mila rispetto al 2009). Nonostante la persistente vivacità del fenomeno, si sono rilevati alcuni segnali di un suo rallentamento, verosimilmente causato dalla difficile congiuntura economica. Nei dati anagrafici si può infatti cogliere una riduzione dei flussi netti proprio a partire dalla primavera del 2008, riduzione che ha riscontro in un saldo migratorio con l’estero per l’anno 2009 che è inferiore del 12% rispetto a quello del 2008 e del 36% rispetto a quello del 2007. Ciò 1 Alcuni dati riportati nel comunicato stampa possono differire da quelli del volume XVI Rapporto sulle migrazioni 2010. I dati del comunicato sono infatti stati riaggiornati in base ai dati Istat diffusi a ottobre 2010 (mentre quelli del XVI Rapporto Ismu fanno riferimento al rapporto Istat Indicatori Sociali 2009, pubblicato nel febbraio 2010). 1 trova ulteriore conferma nel 2010, con un valore del saldo relativo al primo semestre, che è circa il 40% inferiore (oltre 100mila unità in meno) a quanto osservato nello stesso periodo del 2007 in epoca precrisi. Meno irregolari. Al 1 gennaio 2010 non hanno un valido titolo di soggiorno 544mila stranieri, 16mila in meno rispetto ai 560mila stimati da Ismu al primo agosto 2009. La contrazione può interpretarsi come un primo effetto dell’ultima sanatoria finalizzata all’emersione dell’irregolarità nell’ambito del lavoro domestico. Nel complesso si può comunque ritenere che in termini relativi il fenomeno dell’irregolarità abbia raggiunto in questi ultimi due anni uno dei livelli più bassi nella storia delle migrazioni verso il nostro paese. Più famiglie. La quota degli immigrati che vivono in famiglia (in coppia e/o con figli) è aumentata nel quadriennio dal 2005 al 2009 di 5 punti percentuali per i casi di presenza del coniuge/convivente (dal 39,1% del 2005 al 44,4% del 2009) e di 2,5 punti (dal 2,1% al 4,6%) per i nuclei monogenitoriali. In aumento anche i soggetti soli, che nello stesso arco di tempo passano dal 13,9% al 19,7%. Si è dimezzata invece la quota di coloro che vivono in coabitazione, con amici e conoscenti (dal 27,5% al 12,6%). I dati mostrano una progressiva trasformazione dell’immigrazione straniera da mera “forza lavoro” a “famiglie di lavoratori”. Minori triplicati dal 2003. In base alle stime Ismu i minori residenti in Italia al 31 dicembre 2010 saranno quasi 1 milione e 24 mila (quasi triplicati da inizio 2003, anno in cui erano 353mila). Tra i minori residenti al primo gennaio 2010, più della metà risulta nata in Italia (di cui 74mila nati solo nel 2009). Si tratta certamente di un contributo importante per dare vitalità alla demografia del nostro paese, anche se va sottolineato come esso non risolva, anche in prospettiva, il problema del calo della natalità in Italia. Infatti i dati dimostrano che le donne immigrate si adattano abbastanza rapidamente al modello riproduttivo della società ospite: nel 2006 il valore medio della fecondità delle straniere era stimato in 2,50 figli per donna ed è sceso progressivamente sino a 2,05 nel 2009. I valori si abbassano ancor di più nelle grandi città come Milano e Palermo (1,5), Roma (1,3), Napoli (1,2), dove il numero medio di figli per donna non raggiunge neppure tra le straniere il livello di ricambio generazionale. I rumeni sono più di milione e centomila. Al vertice della graduatoria dei presenti in Italia, provenienti dai Paesi a forte pressione migratoria, si conferma la Romania, con un milione e 112mila unità (il 22% del totale). Seguono l’Albania e il Marocco con, rispettivamente, 586mila e 575mila presenze (pari all’11,5% e al 11,3%). Nel 2030 possibile boom di immigrati dall’Africa. Guardando al futuro gli scenari possibili, alla luce delle dinamiche in atto, sembrano poter essere due. Il primo prevede un rallentamento dei flussi, se le aree di origine dell’immigrazione verso l’Italia rimarranno quelle di adesso (ovvero se più del 50 per cento degli immigrati stranieri proverrà dall’Est Europa): in tal caso nei prossimi 20 anni i residenti stranieri aumenterebbero a una media di 187mila unità annue (ben diversa delle 431mila mediamente registrate negli ultimi 7 anni). Il secondo scenario introduce l’eventualità che la caduta dei flussi est europei sia interamente compensata dalla componente proveniente dall’Africa Sub-sahariana. D’altra parte le premesse per un boom di immigrati da tale area non mancano, se si considera che gli scenari demografici più accreditati (United Nations, 2008) calcolano che l’Africa Sub-sahariana tra il 2010 e il 2030 avrà un surplus annuo di 15-20 milioni di potenziali lavoratori. Se, come è lecito presumere, essi non verranno pienamente assorbiti dai mercati locali potranno farsi tentare dalla scelta migratoria ed emigrare, almeno in parte, tanto in Italia quanto nel resto d’Europa. Si segnala in particolare il caso della Nigeria: il paese più popoloso dell’Africa, con 150 milioni di abitanti, e anche quello con uno dei tassi di crescita della popolazione più alti al mondo (circa il 4% l’anno). Banca centrale nigeriana, Iom e analisti concordano nel ritenere che nel giro di 25 anni la popolazione nigeriana sia destinata a raddoppiare. Se il mercato del lavoro, attualmente con una disoccupazione del 10%, non dovesse assorbire il surplus di forza lavoro, la disoccupazione aumenterebbe e con questa la spinta a emigrare. 2) LAVORO Più occupati nonostante la crisi. Anche nel 2010, come già segnalato nel 2009, l’occupazione degli stranieri ha conosciuto un andamento opposto a quello complessivo del nostro Paese. Mentre l'occupazione degli italiani ha fatto segnare un’ulteriore contrazione rispetto allo stesso periodo del 2009 (passando da 22 milioni e 966mila a 22 milioni e 758mila), gli occupati stranieri sono saliti da 1 milione e 741mila a 1 milione e 924mila, con un aumento di oltre il 10% (e addirittura del 14% per quanto riguarda la componente femminile). L’occupazione maschile infatti è passata da 1 milione e 29mila del I trimestre 2009 a 1 milione e 109mila del I trimestre 2010, quella femminile da 712mila a 815mila. Gli stranieri rappresentano ormai l’8% degli occupati totali, e quasi il 9% delle occupate. Circa il 79% degli occupati (e il 93% degli uomini stranieri) ha un impiego a tempo pieno, ma ben 4 donne immigrate su 10 hanno un impiego part-time. I lavoratori stranieri con uno status da dipendenti sono 1 milione e 662mila. Disoccupazione in aumento. Contestualmente, a fronte di una crescita dell’offerta, di un afflusso di nuova manodopera dall'estero sovradimensionata rispetto alle opportunità di assorbimento del mercato italiano e di una situazione economica complessivamente deteriorata, nei primi tre mesi del 2010 è cresciuto il tasso di disoccupazione degli stranieri. I disoccupati stranieri hanno raggiunto le 287mila unità, con un aumento addirittura del 40% rispetto a dodici mesi prima e con una leggera prevalenza della componente maschile (52,6% sul totale). Il tasso di disoccupazione è passato dal 10,5% del I trimestre 2009 al 13% del I trimestre 2010. Il peggioramento coinvolge 2 soprattutto gli uomini, per i quali tra il I trimestre 2009 e il I trimestre 2010 l’incidenza della disoccupazione è passata dal 9,1% al 12%, oltre ad essere praticamente raddoppiata rispetto al 2007 quando era a quota 6,2%. Anche le donne, nello stesso arco di tempo, hanno visto salire il tasso di disoccupazione dal 12,4 al 14,3%. Parallelamente, è continuato a crescere il divario tra i tassi riferiti agli immigrati e quelli complessivi, che sfiora i quattro punti percentuali sia per gli uomini sia per le donne. E’ il Nord a offrire più lavoro. Il Nord assorbe oltre il 60% dei lavoratori stranieri (ma con una flessione negativa di ben tre punti percentuali rispetto al I trimestre 2009), il Centro il 27% e il Mezzogiorno poco più del 12%. 3) GLI ALUNNI STRANIERI In crescita i nati in Italia e in diminuzione i neo arrivati. Dagli ultimi relativi all’anno scolastico 2009/10, emerge che sono 673.592 gli allievi stranieri nelle scuole italiane (il 7,5% della popolazione scolastica). Non vi sono novità significative riguardo alle provenienze (tra le prime nazionalità si confermano Romania, Albania, Marocco, Cina, Ecuador), alla distribuzione degli studenti nei diversi ordini di scuola (con una maggiore concentrazione alle primarie) e alle differenze territoriali (si conferma una presenza significativa al nord e al centro). Va però sottolineato che, al trend generale degli ultimi anni, caratterizzato dal rallentamento nell’incremento degli alunni con cittadinanza italiana, corrisponde una progressiva trasformazione nella composizione della popolazione scolastica straniera. Infatti, da un lato, cresce significativamente la presenza dei nati in Italia da genitori stranieri (233.033 unità nel 2008/09: il 5% degli iscritti alle scuole dell’infanzia), dall’altro, si riduce il numero di alunni neo arrivati (41.421), ovvero coloro che hanno iniziato il processo di scolarizzazione nel paese d’origine e che poi hanno dovuto interrompere il loro percorso per ricongiungersi ai genitori già in precedenza emigrati in Italia. La concentrazione degli allievi stranieri: un fenomeno rilevante in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte. Per ciò che riguarda la concentrazione degli alunni stranieri, si rileva come la percentuale di istituti scolastici non interessata dalla presenza di stranieri sia del 26,1%. Sono, invece, 1.620 le scuole italiane (pari al 2,8% del totale) che hanno una presenza di alunni stranieri superiore al 30%. In un recente documento del Miur (2010), si sottolinea che nell’a.s. 2009/2010, tra le primarie che superano la soglia del 30% di allievi stranieri, un quarto di esse si trova in Lombardia e il 65,5% in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte; rispetto alle secondarie di I grado, ben il 38% si colloca nel contesto lombardo e il 65,5% in sole tre regioni (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto). Al sud e nelle isole, solo 21 scuole superano la soglia del 30%. Soglia del 30%: la maggior parte delle scuole si adegua. Gli approfondimenti statistici del Miur (e i dati sull’applicazione della circolare n 2/2010) mettono in luce che molte sono state le scuole che si sono adeguate alla soglia del 30% di presenza nelle singole classi di studenti stranieri con una limitata competenza linguistica in italiano, ma elevata è anche stata la concessione di deroghe. In Lombardia, ad esempio, l’84% delle scuole ha rispettato il provvedimento, alle restanti istituzioni scolastiche sono state concesse deroghe. Va sottolineato, infine, che una ricerca recente svolta da Ismu sugli indici di integrazione nel nostro paese ha verificato empiricamente il legame inverso tra grado di integrazione e densità della presenza immigrata, mostrando come al crescere della densità della popolazione immigrata decresca il livello di integrazione, mentre nei contesti in cui gli immigrati sono meno numerosi la loro integrazione appare facilitata. Tale risultato richiama la necessità di riflettere sulla sostenibilità dei flussi migratori nei contesti territoriali nonché negli ambiti scolastici e formativi. 4) CRIMINALITÀ E DEVIANZA DEGLI IMMIGRATI Meno stranieri denunciati. Nel 2009 (ultimi dati disponibili del Ministero degli Interni) il numero dei denunciati stranieri dalle forze di polizia è diminuito del 13,9% rispetto al 2008. Nel 2009 i denunciati stranieri sono 260.883 (su un totale di 823.406) e corrispondono a circa un terzo del totale dei denunciati (31,7%). Per tutti i reati considerati, a eccezione dei furti in esercizi commerciali, dal 2008 al 2009 si nota una diminuzione dei denunciati stranieri in numero assoluto: alta per i furti in abitazione (-31,9%) e le rapine in banca (-24,4%), media per le rapine in abitazione (-18,9%), i delitti contro la persone (-14,5%) e il totale delle rapine (-13,9%), più contenuta, ma sempre rilevante, per le altre categorie. Più di un terzo dei detenuti è straniero. Al 31 luglio 2010 gli stranieri nei penitenziari italiani sono il 36,2% dei presenti, 24.675 su 68.121. Le nazionalità più numerose sono: la marocchina (21,2% dei detenuti stranieri), la rumena (13,4%), e la tunisina (12,8%). Le categorie di reato più rappresentate in valore assoluto sono: i reati contro il patrimonio (31.893 detenuti stranieri, il 25,5% del totale dei detenuti per questo reato), la violazione della legge sugli stupefacenti (28.154, 45,1%), i reati contro la persona (22.610, 29,9%). Gli irregolari presentano tassi di delittuosità molto superiori a quelli dei regolari e degli italiani. Nel 2008 e nel 2009 gli stranieri regolari hanno registrato tassi di delittuosità totale superiori, ma prossimi, a quelli degli italiani. Gli irregolari invece hanno avuto tassi di delittuosità decine di volte superiori. Il problema della delinquenza straniera continua a riguardare principalmente l’immigrazione irregolare (nel 2009 il il 25,3% dei denunciati è irregolare, contro il 6,3% che è regolare). Mentre i tassi di delittuosità dei regolari sono superiori, anche se prossimi, a quelli degli italiani (il quoziente di sovraesposizione, cioè il rapporto tra il loro tasso e quello degli italiani, oscilla infatti tra 3 l’1,3 per il totale dei reati nel 2009 e un massimo di 2,7 per i furti), i tassi di delittuosità stimati degli irregolari sono superiori: nel 2008 per il furto per omicidio superano di 11,7 quelli degli italiani e nel 2009 per furto arrivano ad essere di 45,6 volte maggiori. L’affermazione che gli irregolari sono criminali è falsa. I dati su esposti non avallano l'affermazione, falsa, che gli irregolari siano criminali. I dati indicano che l'irregolarità in Italia aumenta la probabilità del verificarsi di un evento criminale. Il che non significa che tutti gli irregolari siano delinquenti o che tra essi non ci siano in maggioranza persone oneste e tanti sfruttati nel lavoro nero. Più immigrati non vuol dire più delinquenza. Non è vero che più immigrati vogliono dire tout court più delinquenza. Non c’è una relazione diretta tra aumento dei permessi di soggiorno e delinquenza degli stranieri. Nel 2005 le province italiane con tassi più alti di soggiornanti regolari non sono quelle che hanno tassi di stranieri denunciati più alti. All’aumentare del tasso di permessi, diminuisce quello di stranieri denunciati. Perché delinquono. Tra le cause principali di delinquenza totale degli stranieri nelle province italiane troviamo: condizioni economiche di disagio (bassi salari), presenza di criminalità organizzata straniera, e irregolarità lavorativa di basso livello. Non è quindi l'immigrazione di per sé che reca criminalità, ma sono le caratteristiche di certa immigrazione che, in determinati casi, possono farlo con riferimento ad alcune tipologie di criminalità. Rispetto alla criminalità in Italia gli stranieri hanno molti fattori di rischio e pochi di protezione. Sono le condizioni in cui spesso vivono gli stranieri che aumentano la probabilità che alcuni commettano atti criminali o altri diventino vittime di criminalità. 5) QUANTO PESA L'IMMIGRAZIONE SUL WELFARE Benefici fiscali. Un dato di sintesi si ottiene calcolando il beneficio fiscale netto, cioè la differenza fra i trasferimenti ricevuti dal settore pubblico e quanto pagato al settore pubblico stesso. L’analisi individuale evidenzia un beneficio fiscale netto per gli immigrati extra-EU inferiore di circa 3.000 euro annui a quello degli italiani, per lo più giustificabile per la minore incidenza dei costi sanitari e previdenziali dovuti all’invecchiamento. Il risultato viene confermato dall’analisi a livello familiare, che indica un beneficio fiscale netto superiore per le famiglie italiane rispetto a quelle extra-EU, per oltre 3.800 euro. Gli immigrati pagano meno imposte. Passando al prelievo fiscale, in media le imposte personali, i contributi sociali e Ici ammontano a 6.407 euro per gli italiani, 5.921 euro per gli immigrati Ue e 5.735 euro per gli immigrati extra-Ue. Il maggior importo di imposte personali pagate dagli italiani (più 950 euro rispetto agli immigrati extra-Ue) è spiegato dal reddito medio più elevato. Inoltre se si restringe il campione ai soli attivi, l’importo medio dei contributi sociali versato dagli italiani risulta superiore (di 1.699 euro) a quello degli immigrati extra-Ue. Per informazioni: Ufficio stampa Ismu Via Copernico, 1 – 20125 Milano 02.6787791 – 335.5395695 ufficio.stampa@ismu.org www.ismu.org 4 Ismu 2010/01_Presentazione.pdf Quadro generale sull'immigrazione La popolazione straniera presente in Italia al primo gennaio del 2010 è stimata da ISMU in 5,3 milioni di unità, di cui 5,1 milioni provenienti dai così detti Paesi a forte pressione migratoria, con una crescita di circa 500mila unità rispetto al 2009. I regolarmente iscritti in anagrafe sono 4 milioni e 279mila (+ 388mila rispetto al 2009). Con riferimento a questo anno, sottolineo qui di seguito alcuni aspetti particolarmente significativi. 1) Nonostante la persistente vivacità del fenomeno, si sono rilevati alcuni segnali di un suo rallentamento, verosimilmente causato dalla difficile congiuntura economica. I dati anagrafici evidenziano una riduzione dei flussi netti proprio a partire dalla primavera del 2008, riduzione che ha riscontro in un saldo migratorio con l’estero per l’anno 2009 che è inferiore del 12% rispetto a quello del 2008 e del 36% rispetto a quello del 2007. Ciò trova ulteriore conferma nel 2010, con un valore del saldo relativo al primo semestre che è circa il 40% inferiore a quanto osservato nello stesso periodo del 2007 in epoca precrisi. 2) Irregolarità Nel rapporto di quest’anno si è ritenuto dedicare largo spazio all’irregolarità colta in chiave comparativa internazionale. L’irregolarità è infatti un fenomeno rilevante in molti paesi e in ciascuno di essi è vissuta in maniera differente: l’irregolarità per le Americhe si misura soprattutto con la paura del terrorismo, per l’Asia riguarda prioritariamente lo sfruttamento organizzato della manodopera, per l’Africa cancella ogni rispetto della persona che diventa vittima del ricatto e della paura. Le stime sulla presenza immigrata in Europa, per l’anno 2009, mettono in evidenza che i primi cinque paesi per numero complessivo di immigrati sprovvisti del titolo di soggiorno sono Regno Unito, Italia, Germania, Francia e Spagna. Aggregando queste stime nazionali a livello di UE-27, si ottiene una stima della popolazione irregolare complessiva compresa tra 1,9 e 3,8 milioni di 1 Presentazione XVI Rapporto ISMU 13 dicembre 2010 Vincenzo Cesareo, Segretario Generale Fondazione Ismu persone. Questi valori corrispondono a circa lo 0,4–0,8% della popolazione totale e al 7–13% della popolazione immigrata regolare (dal sito www.neodemos.it) Le stesse stime del 2008 avevano individuato una presenza irregolare tra i 2 e 4 milioni circa, con una netta concentrazione nell’area dei 15 membri iniziali, così come avviene per le presenze regolari (dal capitolo di Livia Ortensi per il Rapporto) 3) Minori A partire dai valori rilevati dall’ISTAT negli ultimi anni, ISMU ha calcolato al 31 dicembre 2010 la presenza di oltre 1 milione di minori stranieri, triplicati nel corso di 7 anni. Di questi circa il 60% risulta essere nato in Italia. Si tratta certamente di un contributo importante per dare vitalità alla demografia del nostro paese, sebbene vada nuovamente ribadito come esso non risolva, anche in prospettiva, il problema del calo della natalità in Italia che richiede di essere affrontato con maggiore sostegno alle famiglie. 4) Lavoro: Come già segnalato nel 2009, nel 2010, l’occupazione degli stranieri ha conosciuto un andamento opposto a quello complessivo del Paese. Mentre l’occupazione degli italiani ha registrato un’ulteriore contrazione rispetto al 2009, gli occupati stranieri sono aumentati di oltre il 10% e addirittura del 14% per quanto riguarda la componente femminile. Gli stranieri rappresentano ormai oltre l’8% degli occupati totali e quasi il 9% delle occupate. Questi andamenti sembrerebbero corroborare l’ipotesi dell’esistenza di mercati del lavoro separati e, in particolare, confermare i caratteri del tutto specifici dell’offerta immigrata femminile, che s’indirizza a sbocchi non solo “di genere”, ma altrettanto etnicizzati. Alla luce di ciò, si può affermare che il contestuale aumento del tasso di disoccupazione degli stranieri sia da attribuire alla crescita dell’offerta di lavoro e a un afflusso di nuova manodopera dall’estero sovradimensionato rispetto alle opportunità di assorbimento che pure non sono mancate. In altre parole in Italia l’immigrazione non è certo passata indenne attraverso la crisi, ma ne ha subito le conseguenze in misura non così drammatica com’è avvenuto in altri paesi. Quali sono stati gli elementi che hanno consentito ciò? a) In primo luogo, l’elevata femminilizzazione e la sostenuta partecipazione delle donne immigrate al mercato del lavoro. b) In secondo luogo, paradossalmente, la forte concentrazione degli stranieri nei cosiddetto “lavori da immigrati”, la cui etnicizzazione ha eretto barriere simboliche all’ingresso degli italiani, solo virtualmente intaccate in tempi di crisi. c) In terzo luogo, la rilevante consistenza dell’economia sommersa. 5) Salute: 2 Emerge una mappa dell’Italia che offre standard di accoglienza e di assistenza estremamente diversificati in termini di efficacia. Tra gli aspetti che maggiormente diversificano l’offerta a livello territoriale si rileva: la formazione specifica degli operatori, la presenza di enti o istituzioni, che monitorino costantemente le dinamiche del fenomeno migratorio, l’utilizzo dei mediatori linguistico culturali. 6) Scuola Dagli ultimi dati relativi all’a.s. 2009/10, emerge che sono 673.592 gli allievi stranieri nelle scuole italiane (il 7,5% della popolazione scolastica). Non vi sono novità significative riguardo alle provenienze (tra le prime nazionalità si confermano Romania, Albania, Marocco, Cina, Ecuador). Si evidenzia inoltre che, a parità di status e di capacità, nella scelta della scuola superiore pesa l’essere straniero: è aumentato infatti il numero di stranieri negli istituti professionali. 7) Devianza Nel 2009 gli stranieri denunciati dalle forze di polizia sono il 31,7% dei denunciati totali, ma la loro incidenza è in diminuzione dagli anni precedenti. Infatti nel 2009, secondo gli ultimi dati disponibili del Ministero degli Interni, il numero dei denunciati stranieri dalle forze di polizia è diminuito del 13,9% rispetto al 2008. Nel 2009 i denunciati stranieri sono 260.883 (su un totale di 823.406). Dal 2008 al 2009 gli stranieri denunciati si sono ridotti anche in numero assoluto. Sempre negli stessi anni (2008-2009) gli stranieri regolari hanno registrato tassi di delittuosità totale superiori, ma prossimi, a quelli degli italiani. Gli irregolari invece presentano tassi di delittuosità decisamente superiori. Va però respinta l’equazione irregolarità=criminalità, sebbene dagli inizi degli anni Novanta le denunce contro stranieri irregolari abbiano subito un forte aumento percentuale, superiore a quello dei permessi di soggiorno. 8) Welfare I dati ottenuti calcolando il beneficio fiscale netto, cioè la differenza fra i trasferimenti ricevuti dal settore pubblico e quanto pagato al settore pubblico stesso, hanno messo in evidenza un beneficio fiscale netto per gli immigrati extra-EU inferiore di circa 3.000 euro annui a quello degli italiani, per lo più giustificabile per la minore incidenza dei costi sanitari e previdenziali dovuti alla struttura per età più giovane. Il risultato viene confermato dall’analisi a livello familiare, che indica un beneficio fiscale netto superiore per le famiglie italiane rispetto a quelle extra-EU, per 3.800 euro. Con riferimento al prelievo fiscale, in media pro-capite le imposte personali, i contributi sociali e l’Ici ammontano a 6.407 euro per gli italiani, 5.921 euro per gli immigrati Ue e 5.735 euro per gli immigrati extra-Ue. Il maggior importo di imposte personali pagate dagli italiani (più 950 euro rispetto agli immigrati extra-Ue) è spiegato dal reddito medio più elevato. 9) Rimesse 3 Nonostante la crisi, le rimesse hanno registrato un lieve incremento annuo dal 2008 al 2009 di circa il 6%. Si constata un’indubbia supremazia della Cina, quale paese di destinazione, con quasi 2 miliardi di euro di rimesse (+28%) seguita dalla Romania (+ 26%) e, al terzo posto, dalle Filippine. 10) Atteggiamenti Secondo un’indagine del giugno 2010, per il 18% degli italiani l’immigrazione costituisce un pericolo per il Paese, subito dopo la disoccupazione e la corruzione. Il sondaggio ha permesso anche di tracciare un identikit dell’italiano maggiormente preoccupato per la presenza degli immigrati: è anziano, single e vive soprattutto nel Nord Est, in un comune con meno di 30mila abitanti. Se allarghiamo lo sguardo all’Europa, possiamo rilevare che la preoccupazione per gli effetti dell’immigrazione è particolarmente elevata nel nostro Paese in quanto si colloca al secondo posto subito dopo la Gran Bretagna, che presenta la più alta percentuale di “cittadini preoccupati” tra gli europei. Per quanto riguarda il legame tra immigrazione e criminalità, il 77% degli italiani teme che i clandestini la incrementino, contro il 31% dei francesi e una media europea del 61%. Il capillare radicamento della criminalità organizzata in alcune aree del Paese sembrerebbe costituire la causa che rende più acuta che altrove la preoccupazione che gli immigrati irregolari possano essere reclutati dai malavitosi. Da una recente indagine, promossa dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni e delle Province Autonome, nell’ambito delle iniziative del neo Osservatorio della Camera dei Deputati sui fenomeni di xenofobia a razzismo e svolta dall’Istituto SWG di Trieste in collaborazione con IARD RPS di Milano, su un campione rappresentativo di 2.085 giovani tra i 18 e i 29 anni, emerge in maniera preoccupante la presenza, fra quasi la metà dei giovani italiani intervistati, di forme di intolleranza e di ostilità fino alla xenofobia esplicita. Europa Sempre nel 2010 vanno evidenziati i cambiamenti concernenti le migrazioni, introdotti in Europa a seguito dell’adozione del trattato di Lisbona. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore dal dicembre del 2009, sancisce l’avvio di una nuova fase dell’impegno delle istituzioni europee rispetto alle questioni migratorie. Come esplicitato negli articoli 79 e 80 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione, quest’ultima è chiamata a sviluppare una politica comune dell’immigrazione finalizzata ad assicurare un efficiente governo dei flussi migratori e un giusto trattamento dei cittadini dei paesi terzi residenti legalmente negli Stati membri, nonché la prevenzione e il rafforzamento delle misure atte a combattere la migrazione illegale e il traffico di esseri umani. In base a quanto stabilito dalle ordinarie procedure legislative, il Parlamento e il Consiglio europei sono sollecitati all’adozione di misure riguardanti le condizioni di ingresso e di residenza, la 4 definizione dei diritti dei migranti, il contrasto delle migrazioni illegali e del traffico degli esseri umani, con particolare attenzione alle donne e ai bambini. A tal riguardo sono previsti, da un lato, la stipula di accordi tra Unione e paesi terzi per la riammissione di quei cittadini che non soddisfano le condizioni di ingresso o di permanenza; dall’altro, la promozione di incentivi e supporti per azioni finalizzate all’integrazione dei cittadini provenienti da paesi terzi legalmente presenti. Fatta salva la piena autorità nazionale in materia migratoria, il Trattato esclude esplicitamente ogni volontà di armonizzazione di leggi e norme nazionali relative alla definizione del volume di ingressi. L’attuazione della politica comune sull’immigrazione in carico all’Unione è regolata dal principio di solidarietà e dalla condivisione della responsabilità. Pertanto - se ad esempio si considerano gli strumenti finanziari messi in campo dalla Commissione attraverso i quattro fondi del programma generale Solidarietà e gestione dei flussi migratori (fondo per le frontiere esterne, quello per i rifugiati, quello per l’integrazione dei cittadini provenienti dai paesi terzi e quello per i rimpatri) - un paese come l’Italia, interessato da consistenti flussi migratori, potrà usufruire di quote di finanziamento annuali più elevate di quelle di altri Stati. Oltre a ciò, un chiaro segno dell’impegno delle istituzioni europee verso una politica comune per l’immigrazione è dato dal fatto che, nella riorganizzazione della Commissione avvenuta a seguito dell’adozione definitiva del Trattato, si è deciso di dedicare una Direzione Generale alle questioni migratorie. La precedente DG Giustizia libertà e sicurezza si è infatti scissa in due nuove direzioni generali, quella per la Giustizia e quella degli Affari interni, alla quale è in carico la gestione del fenomeno migratorio a livello europeo. Accordo di integrazione Tornando all’Italia, tra le novità del 2010 va segnalato il regolamento concernente la disciplina dell’accordo di integrazione varato, nel mese di maggio, dal governo e contemplato all’interno del c.d. “pacchetto sicurezza”. L’accordo di integrazione prevede che il migrante, dall’età dei sedici anni, firmi presso lo Sportello unico o la Questura un vero e proprio contratto, della durata di due anni, contestualmente alla presentazione della domanda di permesso di soggiorno. L’accordo di integrazione assume anche una significativa valenza simbolica in quanto esso consiste in un patto tra immigrato e Stato fondato sui diritti e doveri che, se rispettati, dovrebbero agevolare i processi di integrazione. Cittadinanza Nel nostro paese la riforma della legge in materia di acquisizione della cittadinanza è da tempo oggetto di attenzione e di proposte presentate anche nel corso di questo anno, che sono attualmente 5 all’esame del Parlamento. Senza dubbio un intervento normativo che adegui la legislazione alla nuova realtà venutasi a creare anche a seguito del forte fenomeno migratorio che ha riguardato l’Italia è sempre più necessario. Per gli immigrati, l’ottenimento della cittadinanza rappresenta un traguardo importante nel proprio progetto migratorio sebbene non costituisca necessariamente la principale priorità. Un traguardo che offre determinati diritti e che richiede l’assunzione di doveri, ma che, specialmente in alcuni paesi di consolidata esperienza migratoria, è subordinato al raggiungimento di un discreto livello di preparazione: si pensi -solo per fare qualche esempio – ai test di lingua o di conoscenza della cultura e delle norme del paese nel quale si presenta la domanda, previsti in Germania e negli Stati Uniti. I minori e il loro status di “non cittadini”, in particolare se nati in Italia, rappresentano il principale elemento di dibattito. La stessa Fondazione Ismu ha infatti più volte rilevato, sulla base di riscontri empirici, la problematicità del vivere da straniero nel paese in cui si è nati: nella maggior parte dei casi i giovani nati o anche solo cresciuti in Italia si sentono, più dei loro genitori, già “italiani”. Volti positivi dell'immigrazione: imprenditorialità e associazionismo Oltre a queste questioni che rimangono aperte vanno evidenziati anche alcuni aspetti che confermano il radicamento attivo degli immigrati nel nostro paese. Mi limito a richiamarne due: l’imprenditoria e l’associazionismo. L'imprenditoria etnica è una realtà degna di particolare attenzione, che costituisce un indicatore significativo del grado di radicamento degli stranieri nel sistema economico produttivo e nella società. Essa è riconducibile, come dimostrano i dati, in buona parte all'avvio e alla gestione di imprese individuali: ogni anno vengono avviate circa 37mila attività con a capo un lavoratore non comunitario, un segno di vivacità imprenditoriale che contribuisce in modo significativo ad assicurare un trend positivo rispetto all'andamento demografico delle attività registrate presso le camere di commercio del paese. Al 31/12/2009 più di sette imprese individuali su 100 risultano condotte da immigrati. Il passaggio al lavoro autonomo è poi il segno tangibile del percorso di emancipazione intrapreso: gli immigrati, dall’essere lavoratori salariati e spesso subalterni, cercano di percorrere sentieri di mobilità e di crescita professionale, migliorando le loro condizioni solamente dopo un discreto numero di anni nella società di destinazione e dunque dopo aver consolidato la propria situazione giuridica oltre che quella occupazionale. Anche l’associazionismo, promosso dai cittadini stranieri, è un fenomeno che testimonia la vitalità della presenza immigrata in Italia; un fenomeno che può costituire – e in parte già costituisce – un importante strumento per l’integrazione e la partecipazione degli stranieri alla vita sociale del paese. 6 Purtroppo mancano ancora stime accurate circa la presenza del fenomeno a livello nazionale. Una presenza che sappiamo però essere particolarmente significativa in termini numerici – nella sola regione Lombardia, per esempio, stimiamo l’esistenza di oltre 500 associazioni di stranieri – e in crescita. Così come in crescita è l’attenzione che le istituzioni locali dedicano a queste realtà, in quanto canali privilegiati di contatto e di comunicazione tra le istituzioni stesse e le comunità immigrate. Conclusioni La consistente e crescente presenza di immigrati nel nostro paese pone necessariamente come prioritaria la questione dell’integrazione, a cui i nostri Rapporti annuali hanno dato sempre particolare rilievo. Al fine di promuovere e sostenere l’integrazione va riconosciuto che sono numerose le iniziative realizzate dalle istituzioni pubbliche e private, dal privato sociale e dalle chiese, che evidenziano una variegata tipologia di interventi. Ad essi va aggiunto anche quanto fanno in questa direzione le già citate associazioni di immigrati. Il quadro complessivo che emerge è alquanto eterogeneo sotto il profilo territoriale e induce a segnalare l’esigenza che gli interventi abbiano una maggiore durata per dimostrarsi più efficaci e che venga attuato un maggior coordinamento territoriale tra le azioni svolte, nel rispetto dell’autonomia di ciascun ente che opera e alla luce del principio della sussidiarietà verticale e orizzontale. Appare anche necessario disporre di più puntuali riscontri sull’esito degli interventi, anche allo scopo di individuare, promuovere e diffondere “buone pratiche” per sostenere i processi di integrazione. Queste considerazioni trovano peraltro autorevole sostegno nei Common Basic Principles, i principi fondamentali comuni adottati dal Consiglio Giustizia e Affari Interni già nel 2004, alcuni dei quali richiamo qui di seguito. - l’integrazione è un processo dinamico e bilaterale di adeguamento reciproco da parte di tutti gli immigrati e di tutti i residenti degli Stati membri; - l’integrazione implica il rispetto dei valori fondamentali dell’Unione europea; - l’occupazione è una componente fondamentale del processo d’integrazione ed è essenziale per la partecipazione degli immigrati, per il loro contributo alla società ospite e per la visibilità di tale contributo; - ai fini dell’integrazione sono indispensabili conoscenze di base della lingua, della storia e delle istituzioni della società ospite; mettere gli immigrati in condizione di acquisirle è essenziale per un’effettiva integrazione; - occorre sviluppare obiettivi, indicatori e meccanismi di valutazione chiari per adattare la politica, valutare i progressi verso l’integrazione e rendere più efficace lo scambio di informazioni. 7 Va comunque sottolineato che l’integrazione non è qualcosa che devono affrontare solamente gli immigrati, ma è una esigenza ineludibile e basilare di ogni società per cui riguarda tutti coloro che vivono in essa. Il processo di integrazione  in quanto requisito essenziale perché una società possa esistere  chiama in causa, seppur con modalità e contenuti diversi, non solo gli immigrati, ma anche gli stessi autoctoni. È pertanto un cammino comune di cui occorre essere consapevoli. Perché questo percorso abbia esito positivo è necessario che esso assuma, quali principi guida, il rispetto reciproco, nella condivisione del valore della dignità di ogni persona, e il rispetto delle regole che costituisce un requisito distintivo della convivenza democratica. 8 Ismu 2010/02_Premiati.pdf RICONOSCIMENTI ISMU 2010 Profilo dei vincitori Noemi Manalo, ha 52 anni, viene dalle Filippine e vive in Italia da oltre 20 anni. Dopo aver fatto mille lavori, tra cui la badante e la domestica, nel 2007 a Milano ha fondato ANIF Associazione Nazionale Italo-Filippina No Profit che si occupa di dare assistenza legale e burocratica ai suoi circa 2.500 iscritti e simpatizzanti. Sempre nel 2007 Noemi Manalo si è lanciata nel mondo editoriale dando vita al settimanale free press Kabayan Times International di cui è la responsabile. Il giornale, scritto in inglese, tagalog e italiano e distribuito su tutto il territorio nazionale in 50mila copie, è diventato in soli tre anni un ponte tra la comunità filippina e altre comunità, e viene. Grazie alle inchieste giornalistiche, portate avanti dai collaboratori volontari che lavorano alla testata, sono state scoperte e denunciate truffe e soprusi ai danni di centinaia di filippini residenti in Italia. Noemi Manalo è l’imprenditrice straniera a cui va il Riconoscimento Ismu 2010 in occasione della presentazione del XVI Rapporto sulle migrazioni. Noemi Manalo è stata selezionata perché “il suo impegno nella società non si è limitato alla ideazione di un’associazione no profit, ma l’ha spinta a lanciarsi in una impresa molto più complessa e di grande valore civile e sociale quale è la creazione di un nuovo giornale”. Info Direttore Kabayan Times International: Claudio Gatti 02.4985835/3495885052 www.kabayantimes.org Rete G2 - Seconde Generazioni è un’organizzazione nazionale apartitica fondata nel 2005 a Roma da figli di immigrati e rifugiati nati e/o cresciuti in Italia. In 5 anni di attività, Rete G2 si è diffusa anche in altre città italiane: oggi è presente a Milano, Prato, Genova, Mantova, Arezzo, Padova, Imola, Bologna, Bergamo e Ferrara. G2 è nata con l’obiettivo di affermare i diritti negati ai figli degli immigrati che, pur essendo nati e/o cresciuti in Italia, non hanno la cittadinanza italiana. L’associazione è diventata nel corso degli anni un punto di riferimento per migliaia di ragazzi dai 18 ai 35 anni originari di diversi paesi tra cui: Filippine, Etiopia, Eritrea, Perù, Cina, Cile, Marocco, Libia, Argentina, Bangladesh, Capoverde, Iran, Sri Lanka, Senegal, Albania, Egitto, Brasile, India, Somalia, Ecuador. Inoltre G2 è diventata “portavoce” in sede istituzionale delle istanze delle seconde generazioni: tant’è che dal 2007 fa parte della Consulta nazionale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ed è stata ricevuta in audizione pubblica commissione Affari costituzionali della Camera per esprimere un proprio parere sia sulla riforma della legge sulla cittadinanza (legge n. 91 del 1992) che sulla riforma del Testo Unico. L’associazione viene premiata con il Riconoscimento Ismu 2010 in occasione della presentazione del XVI Rapporto sulle migrazioni “perché, attraverso il suo impegno a favore del riconoscimento del diritto cittadinanza alle seconde generazioni, mediante un costante dialogo e collaborazione con le istituzioni, governative e non, contribuisce alla modernizzazione del nostro Paese e alla costruzione di una società più equa e quindi più democratica”. Ritirano il premio Lucia Ghebreghiorges, Nura Tafeche e Anna Juana Chiabrando. Info www.secondegenerazioni.it Ismu 2010/03_Slides.pdf Una nuova fotografia dell’immigrazione  straniera in Italia Milano 13 dicembre 2010 Gian Carlo Blangiardo Fondazione ISMU-Università Bicocca Quanti e quanti in più?  Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Oltre il confine dei 5  milioni di presenti La popolazione straniera  presente in Italia è stimata  in  5,3 milioni di unità al 1°  gennaio 2010, di cui circa  550mila in condizione di  irregolarità e poco meno di  500mila non (o non  ancora)  iscritta in  anagrafe. La crescita dei presenti è  stata mediamente di   431mila unità annue, ad  una tasso medio del   12,7% (equivalente  ad un  tempo di raddoppio   di 6  anni). Gian Carlo Blangiardo, , Fondazione ISMU‐Università Bicocca Gli stranieri residenti  in Italia  al 1° gennaio 2010 sono  4  milioni 235 mila, con un  accrescimento  complessivo di  344 mila unità. La variazione deriva da un  saldo naturale  positivo di 72  mila unità, 77 mila nati contro  5 mila decessi,  che si somma  ad un saldo migratorio con  l’estero  altrettanto positivo  per 331 mila unità(*). Il tutto  è attenuato da 59 mila  passaggi alla cittadinanza  italiana.  (*) Il dato deriva da un saldo migratorio con l’estero  positivo per 375 mila unità e un saldo per altro motivi   (iscrizioni e cancellazioni  per movimento interno e d’ufficio)  negativo per 44 mila unità  Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐Università Bicocca Il bilancio degli italiani Per il terzo anno consecutivo la  popolazione di cittadinanza  italiana è in diminuzione  (nonostante il flusso positivo di  nuovi cittadini).   Gli italiani residenti al 1° gennaio  2010 sono 56 milioni 105 mila,  con una riduzione di 49 mila unità  nel corso dell’anno 2009. La variazione deriva da un saldo  naturale  negativo di 95 mila unità  che si somma ad un saldo  migratorio con l’estero negativo  per 13 mila unità. Il tutto è  attenuato da 59 mila nuove  acquisizioni di cittadinanza Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐Università Bicocca La crescita rallenta  (100mila in meno nel 2010 ?) Negli ultimi tempi sono emersi  segnali di rallentamento della  crescita che vanno  verosimilmente attribuiti  all’azione frenante innescata dalla  difficile congiuntura economica.  Se infatti si analizzano le  risultanze relative al saldo mensile  delle iscrizioni e delle  cancellazioni anagrafiche a livello  nazionale si può cogliere una  riduzione dei flussi netti proprio a  partire dalla primavera del 2008.  Riduzione che ha riscontro in un  saldo complessivo per l’anno 2009  inferiore del 12% rispetto a quello  del 2008 e del 36% rispetto a  quello del 2007. Ciò trova  ulteriore conferma nel 2010, con  un valore del saldo relativo al  primo semestre che è circa il 60%  di quello osservato nello stesso  periodo del 2007 in epoca“pre‐ crisi” Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Segnali di maturazione  Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca La progressiva trasformazione  dell’immigrazione straniera da  “lavoratori” a “famiglie di  lavoratori” sembra ormai una  realtà in atto da alcuni anni. Il  confronto tra i dati delle indagini  nazionali ISMU del 2005 e del  2009 mostra  come la quota di  immigrati che vivono in una  famiglia di tipo nucleare (in  coppia e/o con figli) sia  aumentata in un quadriennio di  circa 5 punti percentuali per i casi  di presenza del coniuge e di 2,5  punti per quelli di nucleo  monogenitore. E se è vero che  nello stesso arco di tempo sono  aumentati anche i soggetti soli ,  va sottolineato come si sia più  fortemente ridotta, praticamente  dimezzandosi la quota di coloro  che vivono, da ospiti o in  coabitazione, con amici e  conoscenti. Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca La presenza di minori e  di seconde generazioni La popolazione minorenne si è  accresciuta triplicandosi in poco  meno di un decennio: da 295mila  unità nel 2001 a 941mila al 31  dicembre 2009. Di esse più della metà riguarda  soggetti nati in Italia: 581 mila  alla fine del 2009. D’altra parte nel corso del tempo  è andata progressivamente  aumentando anche   la frequenza  annua di nati stranieri.  Erano  circa 30mila nell’anno 2001 e  sono saliti a 74mila nel bilancio  del 2009. Si tratta di un contributo  importante per la vitalità del  nostro paese, ma (come si vedrà  tra breve) non risolutivo al fine di  invertire la tendenza al calo della  natalità in Italia. Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Numero medio di figli per donna nella popolazione straniera. Italia 2006-2009 Fonte: Istat Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Riflessioni  sul terreno delle prospettive  Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Quali scenari per il  prossimo ventennio ? Alla luce delle dinamiche in atto, le  previsioni  di fonte ufficiale Istat  (opportunamente aggiornate per  ricondurne la base al 1 gennaio  2010)  segnalano il passaggio dai  60,3 milioni di residenti del 2010 ai  62,3 nel 2030, ma  ciò avviene  unicamente per effetto del  contributo della componente  straniera. L’incognita legata  tali  scenari deriva dall’accettazione (o  meno) dell’assunto, che sta alla  base delle previsioni  Istat,   secondo cui  il saldo medio  delle  migrazioni straniere dall’estero  sarebbe di 195mila unità annue nel  decennio 2010‐2019 e di 174mila  nel decennio 2020‐2029  (una  media annua di 185mila per il  complesso del ventennio). Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca La questione del contributo  straniero  per compensare il calo  dell’offerta di lavoro autoctona La dinamica demografica  che va delineandosi   mette in risalto  il consistente calo dell’offerta  di lavoro da parte di cittadini italiani (circa 5  milioni di 18‐64enni in meno tra oggi e il 2030)  e la relativa  parziale compensazione da parte  dell’offerta straniera che, dai 3,2 milioni di  soggetti in età lavorativa del 2010 , potrebbe  passare (stando alle previsioni Istat) a 5,8   milioni nel 2030. Tuttavia anche con quest’ultimo apporto i  38milioni di residenti 18‐64enni che oggi  caratterizzano il nostro paese sono destinati a  scendere a 36milioni nel 2030.  Servirebbe dunque un contributo  compensativo maggiore sul fronte dei flussi  migratori? I poco meno di 200mila immigrati netti annui  ipotizzati  negli scenari  Istat  (e  perseguibili  come realistico obiettivo  nelle programmazioni  future) non sono  dunque sufficienti?   Occorrono  flussi  più consistenti? Ma  siamo  certi che una tale soluzione sia così  necessaria  e opportuna ?   Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Quale compensazione ? A ben vedere, sono  sostanzialmente gli italiani  nella fascia più giovane, i 18‐ 44enni, quelli che perdono 5  milioni di unità tra il 2010  e il  2030.  Ma la loro  compensazione attraverso  stranieri con  la stessa età si  limita a un milione di unità. La  crescita della componente di  offerta straniera  nella  popolazione in età attiva è  largamente concentrata nel  segmento più “maturo” (i 45‐ 64enni). Un segmento per il  quale l’offerta italiana non   segnala contrazioni  significative e  non sembra   affatto necessitare di apporti  compensativi.  Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Aspetti territoriali della  compensazione  Prendiamo atto come, con gli scenari  (e i  numeri)  prospettati dall’Istat , nei  prossimi quindici anni  al calo  generalizzato della forza lavoro giovane di  cittadinanza italiana  si contrapponga  ovunque un accrescimento  di quella  straniera e della stessa forza lavoro   italiana in età più matura. Se dunque l’equilibrio è tutto sommato  garantito con una media di poco meno di  200mila migrazioni nette all’anno  sia al  Nord che al Centro Italia, per quale  motivo converrebbe accrescerne la  consistenza numerica ? Certo non per attenuare il salasso di  offerta giovanile che si prospetta nel  Mezzogiorno .  Se infatti  la dinamica  demografica sembra poter allentare il   dramma della disoccupazione dei giovani   meridionali, per quale motivo spingere su  una maggiore immigrazione?   (che per  altro finirebbe spesso  per spostarsi al  Centro‐Nord)  Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Anche la popolazione  straniera è destinata a  subire il processo di  invecchiamento L’immigrazione , quand’anche  dovesse mantenersi a livelli  sostenuti  può solo rallentare  l’invecchiamento  demografico.  Nel medio periodo, quando la  permanenza diventa  definitiva, anche per gli  immigrati si presenta il  confine della terza età.    Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Osservazione finale (tra calcoli e provocazioni) Dal 1 gennaio 2010  al 1 gennaio 2030 Ingressi  nella popolazione  residente ultra65enne 16,5 milioni Uscite dalla popolazione residente  ultra65enne 11,9 milioni Surplus (entrate‐uscite) 4,6 milioni Corrispondente popolazione in  età 20‐64 necessaria  nel  ventennio per compensare il  surplus e mantenere il rapporto  Anziani x 100 attivi  a livello del   2001 pari a 33,3 13,8 milioni Media annua 692 mila Se è vero che, secondo lo scenario  Istat dove si prevedono flussi medi di  185mila unità,   tra il 2010 e il 2030  si  registreranno  16,5 milioni di ingressi   nella popolazione ultra65enne   residente in Italia e  11,9 milioni di  uscite, la dimensione complessiva del  collettivo si accrescerà di 4,6 milioni di  unità. Assumendo  l’obiettivo di mantenere   l’indice di dipendenza degli anziani al  valore di 33,3 registrato nel 2010  occorrerebbe, per compensare la  crescita di cui sopra, un analogo  aumento di  13,8 milioni di soggetti in  età attiva. Se fossero solo  gli immigrati a fornirlo  ciò equivarrebbe ad un saldo netto  medio  annuo di 692mila unità che,  aggiunte alle 185mila standard,  arriverebbero a 877mila  nuovi  immigrati stranieri ogni anno!! Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Grazie per l’attenzione Gian Carlo Blangiardo, Fondazione ISMU‐ Università Bicocca Ismu 2010/04_Zanfrini.pdf XVI RAPPORTO SULLE MIGRAZIONI 2010 Laura Zanfrini (Fondazione ISMU) presenta Immigrati e lavoro I numerosi report predisposti dalle principali agenzie internazionali sono unanimi nell’affermare che la recessione che ha investito l’economia mondiale abbia prodotto pesanti conseguenze sulla mobilità umana, sui percorsi lavorativi degli immigrati e sulla loro capacità di risparmio, sollecitando al contempo un riorientamento delle politiche migratorie e per gli immigrati. Il drastico peggioramento delle opportunità occupazionali per i migranti ha spinto molti paesi a rimettere mano alle proprie politiche in materia d’immigrazione e ad avviare una riflessione sull’impatto di lungo termine di questa drammatica recessione, fino ad indurre a pronosticare l’avvento di una “nuova era per le migrazioni economiche”. In tale scenario, il mercato del lavoro italiano parrebbe avere dimostrato un’inattesa capacità di “tenuta”, conformandosi solo in parte ai trend internazionali. È proprio sulle ragioni di questa capacità di tenuta che si sofferma l’approfondimento dedicato al lavoro contenuto nel XVI Rapporto, proponendo una chiave di lettura controcorrente rispetto ai toni drammatici che caratterizzano altre analisi (peraltro difficilmente conciliabili con la contestuale richiesta di assecondare, anche attraverso nuove operazioni di regolarizzazione di massa, il presunto fabbisogno di lavoro immigrato). Peraltro, coerentemente con l’approccio critico e obiettivo ad un tempo che da sempre caratterizza questo approfondimento, il capitolo non manca di 1 sottolineare come proprio questa capacità di tenuta sia rivelatrice degli elementi di debolezza della vicenda italiana, e meriti pertanto un’attenta riflessione sia da parte degli attori economici sia da parte dei policy makers. Ancora una volta, come già lo scorso anno, l’occupazione degli stranieri ha dunque conosciuto un andamento opposto a quella complessiva. Mentre quest’ultima registra un’ulteriore contrazione rispetto allo stesso periodo del 2009, gli occupati stranieri registrano un aumento di oltre il 10%, e addirittura del 14% per la componente femminile. Gli stranieri rappresentano ormai oltre l’8% degli occupati totali, e quasi il 9% delle occupate. Questi andamenti sembrerebbero corroborare l’ipotesi dell’esistenza di mercati del lavoro separati e, in particolare, confermare i caratteri del tutto specifici dell’offerta immigrata femminile, che s’indirizza a sbocchi non solo “genderizzati”, ma altrettanto etnicizzati, com’è del resto ampiamente noto. Alla luce di queste considerazioni, sembrerebbe di potere affermare che il contestuale aumento del tasso di disoccupazione degli stranieri sia da attribuire alla crescita dell’offerta e a un afflusso di nuova manodopera dall’estero sovradimensionato rispetto alle opportunità di assorbimento che pure non sono mancate. Detto in altri termini, l’incremento del numero di occupati stranieri durante la recessione non significa che quest’ultima li abbia lasciati indenni; al contrario, essi si sono trovati a fronteggiare contemporaneamente il rischio di perdere il proprio lavoro (specie per gli occupati nell’industria) e l’accresciuta concorrenza determinata dalla dinamica dei nuovi flussi. Il tasso di occupazione degli stranieri si è infatti ridotto in maniera più drastica rispetto a quello complessivo, un andamento che è peraltro imputabile alle cattive performance della componente maschile, quella che ha maggiormente risentito della crisi, laddove il tasso di occupazione femminile è addirittura cresciuto, nonostante l’aumento dell’offerta di lavoro. Quali sono dunque gli elementi che hanno consentito all’immigrazione in Italia di passare non certo indenne attraverso la crisi, ma di subirne le conseguenze in misura non così drammatica com’è avvenuto in diversi altri paesi? a) In primo luogo, l’elevata femminilizzazione e la sostenuta partecipazione delle donne immigrate al mercato del lavoro. Tratto peculiare del modello italiano d’integrazione fin dagli albori della transizione migratoria del paese, questo aspetto si è consolidato nel tempo, via via che cresceva la propensione delle famiglie italiane a ricorrere a 2 quel “welfare parallelo” fatto dal lavoro di cura svolto dalle immigrate. Orbene, fra tutti i comparti a elevata concentrazione di immigrati, quello del lavoro domestico e di cura è, per ovvie ragioni, il meno sensibile agli andamenti congiunturali dell’economia, aspetto primario per la tenuta dell’occupazione degli stranieri in Italia e, nel suo contesto, delle performance comparativamente migliori registrate dalla componente femminile. b) In secondo luogo, paradossalmente, la forte concentrazione degli stranieri nei “lavori da immigrati”, la cui etnicizzazione ha eretto barriere simboliche all’ingresso degli italiani, solo virtualmente intaccate in tempi di crisi. La consistenza della domanda di personale non qualificato espressa dalle imprese – decisamente superiore a quella registrabile negli altri maggiori paesi europei –, palesemente incoerente con le aspettative di un’offerta di lavoro autoctona sempre più scolarizzata, configura un eccezionale serbatoio d’opportunità per la manodopera d’immigrazione. Così, se la bassa qualità costituisce la cifra distintiva del lavoro immigrato in Italia, una conseguenza per certi aspetti virtuosa sembra essere costituita dalla relativa maggiore protezione dal rischio di disoccupazione; c) In terzo luogo, la consistenza dell’economia sommersa. È ben noto il ruolo che questo segmento dell’economia ha svolto nel percorso d’integrazione degli immigrati in Italia, rappresentando per molti di essi il primo sbocco accessibile all’indomani del loro approdo nel paese, e una sorta di passaggio obbligato anche per quanti sono poi transitati nel mercato del lavoro regolare, una volta ottenuto un valido documento di soggiorno. Orbene, i flussi irregolari hanno per molti aspetti la capacità di adattarsi agli andamenti congiunturali in modo più rapido di quanto non avvenga per i flussi regolari, soggetti ai tempi lunghi della programmazione e delle procedure di legge: v’è dunque ragione di ritenere che le informazioni riguardo alla saturazione degli sbocchi occupazionali più consueti siano rapidamente transitate attraverso le catene migratorie, calmierando i nuovi ingressi in modo più efficace di quanto non sappiano fare i provvedimenti ufficiali. Al contempo, è facile pensare che il sommerso abbia costituito, nelle fasi più buie della crisi, una valvola di sfogo al problema della disoccupazione immigrata, dirottando verso tale segmento quanti avevano difficoltà a 3 trovare un lavoro regolare, così come quanti sono rimasti esclusi dal sistema delle quote (peraltro ridotte rispetto agli anni precedenti). Lo dimostra l’entità delle richieste di regolarizzazione presentate in occasione del provvedimento riservato ai lavoratori del settore domestico. Queste caratteristiche rendono per un verso quello italiano un caso atipico nel quadro continentale, configurando anche un’ipoteca sulla possibilità d’adottare una politica comune europea per l’immigrazione economica. Al tempo stesso, però, fanno dell’Italia un caso esemplare relativamente ad alcuni nodi irrisolti della vicenda europea; tre in particolare: 1) mentre l’Europa sembra decisamente convergere con la tendenza dei grandi paesi d’immigrazione extraeuropei a privilegiare l’afflusso di lavoratori ad alta qualificazione e ad alto potenziale, i caratteri della domanda di lavoro immigrato in Italia rendono palese la mancanza di un canale adeguato per l’ingresso di immigrati disponibili a svolgere lavori a bassa o nulla qualificazione. Si tratta di un problema che da circa un decennio segnaliamo nel nostro Rapporto, e che ora sembra avere finalmente intercettato l’attenzione delle istituzioni comunitarie; 2) un secondo è quello che Zanfrini definisce “il paradosso irrisolto della vicenda europea”, il paradosso di una popolazione di “lavoratori ospiti” promossi a denizen, senza che siano significativamente mutate le aspettative degli europei nei riguardi dell’immigrazione, sintetizzate dall’espressione “possono entrare coloro che hanno un lavoro; più precisamente un lavoro che noi non vogliamo fare”. Prova ne sia che, perfino durante le fasi più acute della crisi, l’Italia ha mantenuto aperto un consistente canale d’immigrazione legale e ha lanciato un provvedimento di emersione del lavoro nero destinato prioritariamente a regolarizzare gli immigrati privi di documenti; 3) un’ulteriore peculiarità dell’approccio europeo (e italiano), consiste nel vincolare il diritto all’ingresso e al soggiorno alla condizione lavorativa. Un’illusione ampiamente però sconfessata dalla storia degli ultimi quarant’anni, che ha registrato una notevole autonomia dell’immigrazione in rapporto agli andamenti occupazionali. Di nuovo l’Italia costituisce un caso esemplare, se si pensa che il periodo di sei mesi di soggiorno regolare concesso a coloro che hanno perso il lavoro, per quanto uno dei più lunghi a livello europeo (secondo le informazioni in nostro possesso), è da molti 4 giudicato insufficiente per trovare un nuovo impiego e per condurre con successo un programma di reinserimento occupazionale. Ridiscutere la normativa è certo legittimo, ma altrettanto opportuno sarebbe sganciare progressivamente il diritto alla mobilità da quello all’immigrazione. Se mai, come in una fase di crisi, l’ingresso di nuovi lavoratori deve essere contingentato e raccordato agli effettivi bisogni del mercato del lavoro, va però riconosciuto come, in un mondo sempre più globalizzato, vincolare la possibilità d’attraversare regolarmente i confini tra gli Stati alle necessità dell’economia è una scelta che si rivela spesso controproducente, oltre che moralmente discutibile. Ma un simile passaggio implica, è quasi superfluo ricordarlo, un’effettiva capacità di contrasto dell’economia sommersa, in mancanza della quale ogni riforma legislativa avrà l’inevitabile effetto di risultare inefficace nel garantire il governo dell’immigrazione e nel tutelare le frange più deboli della popolazione autoctona. 5 ISMU: XVI Rapporto sulle migrazioni 2010
Argomento: 

CARITAS / MIGRANTES: XX Rapporto sull’immigrazione

Descrizione breve: 
Dossier statistico del 2010 sull'immigrazione, sono analizzate le seguenti tematiche: aree di origine, presenze, inserimento, lavoro, territorio.
Data: 
26 Ottobre 2010
Caritas Migrantes 2010/00_Saluto_Feroci.pdf Dossier Statistico 1mmigrazione 2010 Teatro Orione, 26 ottobre 2010 Mons. Enrico Feroci, Direttore Caritas diocesana di Roma, Comitato di Presidenza del “Dossier” Ricordo del fondatore, mons. Luigi Di Liegro Fra poco ci sarà la presentazione del “Dossier Statistico Immigrazione 2010”. E’ il ventesimo anno dalla sua prima edizione. E l’ideatore, il fondatore del “Dossier” è stato Mons. Luigi Di Liegro. Questa riflessione, che svolgo anche a nome degli altri membri della presidenza, mons. Vittorio Nozza, direttore della Caritas Italiana e mons. Perego, direttore della Fondazione Migrantes, e che faccio perché io sono, oggi, il responsabile della Caritas diocesana di Roma, vuole essere un omaggio commosso a “Don Luigi”, un grande prete romano, un indimenticabile amico degli immigrati. Improvvisandomi storico, sono andato a rileggere due volumi pubblicati da don Luigi nel 1990 e nel 1991, gli anni in cui nasceva il “Dossier”, come anche la sua introduzione al primo “Dossier”. Sono rimasto soggiogato dall’attualità del suo pensiero sull’immigrazione e ho preparato l’intervento con un collage delle sue stesse frasi. Premetto, però, alcune annotazioni di contesto. Il mese di febbraio 1990 fu segnato dall’approvazione della “legge Martelli”, che don Luigi sostenne con convinzione e riuscì anche a far migliorare rispetto al testo iniziale. Sempre nel 1990, si svolse la prima conferenza nazionale dell’immigrazione, nel corso della quale si invocò per gli immigrati in Italia lo stesso trattamento da noi richiesto per gli italiani all’estero. Ancora in quell’anno venne diffuso un documento della Conferenza episcopale italiana, dal titolo “Uomini di culture diverse: dal conflitto alla solidarietà” e don Luigi lo riprese nel titolo del suo libro: “Il pianeta immigrazione: dal conflitto alla solidarietà. Seguì nel 1991, durante la prima “Guerra del Golfo” e con la prefazione del Card. Vicario Ruini, il volume “Per conoscere l’islam: cristiani e musulmani nel mondo di oggi”, per smontare la tesi che vi possano guerre religiose giustificate, mentre è fondata solo l’operosità sociale comune in un clima di reciproco rispetto. Nel 1991, don Luigi diede vita al “Forum per l’intercultura”, un programma di sensibilizzazione che a sua volta ha compiuto 20 anni e che con l’attività del “Dossier” si è sempre intrecciato, mettendo a disposizione i mediatori culturali. Veniamo ora al pensiero di don Luigi, che ho sintetizzato in sette punti. 1.Lo scopo del “Dossier” è quello di consentire una consultazione veloce e attendibile a tutte le persone interessate, tenendo conto che i dubbi vanno dissipati con un ricorso non superficiale alle statistiche e che solo così si spiana la via ad interventi sociali adeguati. 2.L’immigrazione è l’occasione per una conoscenza umana più approfondita. Ma in Italia manca una ideologia positiva dell’immigrazione, spesso equiparata a una realtà ostile, confondendo la regolamentazione con la diffidenza. Bisogna, invece, insistere sull’accoglienza e sull’inserimento, tenendo conto che più che di assistenza si tratta della tutela della dignità umana e che non si può offrire per carità ciò che è dovuto per giustizia. 3.L’immigrazione va inquadrata in una lettura congiunta dell’andamento demografico e dello sviluppo del nostro paese e di quello dei paesi di origine, e non ha senso parlare di cooperazione internazionale nella speranza di chiudere le porte all’immigrazione. La posta in gioco è un nuovo ordine economico che sia meno ingiusto e favorisca una maggiore amicizia tra i popoli. 4.Di fronte al nuovo fenomeno dell’immigrazione si deve mettere in conto un certo numero di problemi, che però un paese civile deve saper affrontare e risolvere con sensibilità umana e con apertura. Non bisogna avere paura, invece, perché la paura non è una virtù. 5.Il rapporto tra le strutture pubbliche, da una parte, e il volontariato e la realtà socio- ecclesiale, dall’altra, deve essere collaborativo ma anche non subalterno, e deve tendere a far rientrare nell’ambito pubblico le intuizioni della base sociale. 6. L’immigrazione è un processo di lungo periodo e comporta che le aperture conoscitive vengano completate con un nuovo stile di vita. Serve una vera e propria rivoluzione culturale che consenta di accettare il diverso, superando insensibilità e chiusure egoistiche. 7.Il Vangelo ci dice “Quod super est date pauperibus” che tradotto significa: “ Ciò che è sopra ( il tavolo) condividetelo con i poveri”. Don Luigi ci diceva: “Noi abbiamo tradotto questa frase “ciò che è superfluo datelo ai poveri”. E continuava chiedendosi: “Ma come facciamo a misurare il superfluo? Il superfluo non si misura dalla sazietà dei nostri desideri, ma dalla gravità del bisogno degli altri, che ci costringe a ridimensionare il nostro necessario”. Per questo inventò lo slogan “Contro la fame cambia la vita”, per far riflettere sull’attenzione agli ultimi, a coloro che non hanno il sufficiente per vivere. La carità, che nelle sue implicazioni è anche e specialmente politica, era per Don Luigi qualcosa di ben diverso dai luoghi comuni messi in bocca ai cristiani, che peraltro non sono degli illusi bensì delle persone impegnate sul campo che conoscono bene le difficoltà, ma hanno anche la coscienza che si possono affrontare e risolvere con l’impegno serio e vero di tutti. Quali furono le reazioni di alcuni famosi giornalisti e politici? Eccone alcune: - la Caritas invita il terzo mondo in Italia, aspettandosi che nel futuro votino secondo le sue indicazioni; - i cattolici sono votati a un temerario provvidenzialismo; - le buone intenzioni di solidarietà sconfinano nella dabbenaggine. Concludo, chiedendomi: questo avveniva 20 anni fa, e oggi? Sono stati fatti passi in avanti nel superamento delle chiusure di fronte agli immigrati? La Caritas e la Fondazione Migrantes ritengono che la situazione sia problematica e rinnovano il loro impegno per promuovere una positiva convivenza. Ecco il significato di questo 20° anniversario del “Dossier”, alla luce del messaggio evangelico, della solidarietà umana e dell’indimenticabile fondatore del “Dossier”, mons. Luigi Di Liegro! Caritas Migrantes 2010/01_Pittau.pdf 1 Dossier Statistico Immigrazione 2010 Teatro Orione, 26 ottobre 2010 Franco Pittau, Coordinatore “Dossier Statistico Immigrazione” Caritas e Migrantes La presentazione del 20° rapporto sull’immigrazione della Caritas e della Fondazione Migrantes può prendere l’avvio da due constatazioni. Dal 1990, anno al quale si riferiscono i primi dati del “Dossier”, l’immigrazione è cresciuta di 10 volte, arrivando a quasi cinque milioni di presenze regolari. La seconda constatazione è di segno inverso: nel frattempo è cresciuto l’atteggiamento di chiusura nei confronti degli immigrati, sia da parte dei vertici politici sia da parte della base, complice da ultimo anche la crisi economica ed occupazionale. La contrapposizione “Aumento dell’immigrazione – Aumento della chiusura” può essere uno schema utile per sintetizzare i dati più significativi del nuovo “Dossier”, con una particolare attenzione a quanti sono portati a ritenere gli immigrati un male supplementare per l’Italia, senza rendersi conto che l’avversione nei loro confronti non solo si discosta dalla dottrina sociale della Chiesa cattolica, ma va anche contro gli interessi del paese. Questa è la tesi che il nuovo “Dossier” consente di argomentare con dati affidabili, partendo dalla insoddisfacente situazione economica e occupazionale per soffermarsi, poi, sull’apporto degli immigrati e sulla gestione delle differenze in una società multiculturale. La situazione socio-occupazionale dell’Italia non è soddisfacente Chi ha vissuto la sua gioventù negli anni del dopoguerra, un periodo caratterizzato da un livello più basso di benessere, li ricorda come gli anni della speranza, della creatività, dell’investimento sul futuro, sia quando si continuava ad andare all’estero, sia quando, specialmente a partire degli anni ’70, si rimpatriava per mettere a frutto l’esperienza fatta e i risparmi messi da parte. Il 2009 è stato un anno particolarmente difficile, in cui l’andamento economico è stato negativo, è crollata la produzione e sono aumentati i disoccupati (oltre la soglia dei 2 milioni) a seguito dei pesanti effetti della crisi internazionale. Ma l’introduzione al “Dossier” curata dal Comitato di Presidenza della Caritas e della Migrantes sottolinea che, ormai, non si tratta solo di un male congiunturale. Il nostro sistema economico è da tempo in difficoltà, impossibilitato a ricorrere alle svalutazioni della moneta dopo l’introduzione dell’euro, a esportare nel mondo prodotti a basso costo, così come riescono a fare i paesi emergenti, e a ridurre l’enorme peso della spesa pubblica. Infatti, è andato peggiorando il rapporto tra Pil e debito pubblico, pari al 95,2% nel 1990, al 109,2% nel 2000 e attualmente attorno al 118%, il livello più alto tra tutti gli Stati membri dell’UE. Al contrario, è costante la diminuzione nella crescita del Prodotto interno lordo: 3,8% negli anni ’70, 2,4% negli anni ’80, 1,4% negli anni ’90. Nell’ultimo decennio il tasso medio di crescita è stato dello 0,3%, mentre nel biennio 2008-2009 il Pil è crollato del -6%. L’Italia non regge il passo degli altri grandi paesi europei per quanto riguarda la modernizzazione del sistema e lo sviluppo tecnologico: nel periodo 1980-2009 l’aumento medio annuo della produttività è stato di appena l’1,2% e ha influito negativamente sulla crescita del Pil, sull’aumento delle retribuzioni e anche sugli investimenti esteri (22 miliardi di euro l’anno in entrata contro 32 in uscita), scoraggiati anche da una pesante burocrazia. Rispetto al passato, è diventata meno brillante anche l’affermazione delle imprese italiane all’estero, senza che questa 2 perdita sia stata compensata dalla delocalizzazione delle produzioni, che rischiano di farci diventare un paese più consumatore che produttore e, quindi, dotato di scarse risorse. A fronte di questo quadro, tracciato con realismo, bisogna chiedersi se l’immigrazione sia un’opportunità o un ulteriore appesantimento. Il “Dossier” aiuta a sciogliere la riserva in senso positivo. Non è concepibile il futuro dell’Italia senza lavoratori immigrati Gli immigrati sono stati utili per rimediare alle carenze di manodopera in diversi settori. Si tratta all’incirca di due milioni di persone, che incidono per circa il 10% su tutti gli occupati. L’inserimento è avvenuto in misura massiccia nel settore familiare, in edilizia e in agricoltura, e in misura comunque consistente in molti altri comparti. Nel mese di settembre 2009 sono state presentate quasi 300 mila domande per la regolarizzazione delle posizione degli immigrati presso le famiglie, ma il loro contributo è fondamentale su un piano più generale, come ha ricordato alcuni mesi fa il primo sciopero degli immigrati in Italia. Innanzi tutto, questi lavoratori svolgono una funzione complementare rispetto agli italiani, ai quali indirettamente garantiscono più soddisfacenti opportunità occupazionali. Basti pensare che 4 immigrati su 10 sono occupati a livello inferiore rispetto alla loro formazione, svolgono le prestazioni in orari disagiati (di sera, di notte e di domenica) e percepiscono una retribuzione più ridotta rispetto agli italiani (mediamente al mese 971 euro, -23%). Il loro apporto alla creazione del Prodotto Interno Lordo è notevolmente superiore alla loro consistenza numerica; essi incidono per il 7% sulla popolazione residente, dichiarano al fisco annualmente 33 miliardi di euro e incidono per più dell’11% sulla produzione della ricchezza. Il confronto tra spese sociali per gli immigrati e tasse e contributi da loro pagati, va a vantaggio delle casse statali: si tratta in attivo di almeno un miliardo di euro l’anno, sicuramente molto di più se dalla semplice ripartizione delle spese sociali pro-capite si passa alla metodologia di calcolo basata sui costi aggiuntivi o marginali. I lavoratori immigrati assicurano un grande supporto al sistema pensionistico perché pagano annualmente 7,5 miliardi di contributi previdenziali ed essendo ridotto il flusso degli immigrati che vanno in pensione, gravano in misura minimale sui bilanci previdenziali. Trattandosi di una popolazione giovane, con appena il 2,2% di ultrasessantacinquenni (tra l’insieme della popolazione residente 20,2%), questi benefici, seppure non nella stessa misura, sono destinati a durare: attualmente è pensionato 1 immigrato su 30 (tra gli italiani 1 su 4), mentre nel 2025 sarà pensionato 1 immigrato ogni 12 (e tra gli italiani 1 su 3). Gli immigrati non solo occupano i posti loro offerti dagli italiani ma essi stessi ne creano con le loro imprese (213.267 a maggio 2010, con un tasso di crescita del 13,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Tra titolari, soci, figure societarie e dipendenti, l’imprenditoria degli immigrati coinvolge più di mezzo milione di persone. Gli immigrati potrebbero essere di maggior supporto al “sistema Italia” ma in parte ne sono impediti da una rigidità normativa disfunzionale. La difficoltà nell’acquisire un titolo di soggiorno stabile pregiudica la concessione dei mutui, nel quale la quota degli immigrati dal 10% di alcuni anni fa è scesa al 6,6%, e incide negativamente sulla possibilità di costituire nuove imprese o di inserirsi nel mercato della compravendita degli immobili. Il periodo di sei mesi, concesso ai disoccupati per trovare un nuovo posto di lavoro, è eccessivamente ristretto nella patria del lavoro nero (che secondo l’Istat incide per il 12,2% sul totale del lavoro in Italia), anche in considerazione degli ulteriori effetti negativi recati dalla crisi occupazionale. Servono passi in avanti non solo a livello legislativo ma anche a livello di mentalità per inquadrare in maniera adeguata la nuova società multiculturale, portatrice di differenze e, soprattutto, di possibili nuove sinergie. 3 Una società multiculturale trova coesione nell’integrazione L’Italia è indubbiamente una società fortemente multiculturale, con più della metà degli immigrati che vengono dall’Europa (53,6%) e gli altri dai restanti paesi del mondo (Africa 22%, Asia 16,2%, America 8,1% e Oceania 0,1%). Gli immigrati hanno assunto nella nostra società una forte visibilità, in maniera più accentuata in diverse regioni del Nord (61,6%) e del Centro (25,3%), ma in maniera non trascurabile anche nel Meridione (13,1%). Nel complesso, essi incidono per il 3,5% sulle imprese (ma il doppio su quelle artigiane e con una forte presenza anche in quelle cooperative), per il 7% sui residenti, per il 7,5% sugli iscritti a scuola, per il 10% sugli occupati (con 147 mila nuovi assunti nel 2009), per il 13% sulle nascite, per il 15% sui matrimoni. I numeri devono indurci maggiormente alla riflessione. Gli immigrati iscritti come residenti nelle anagrafi comunali sono 4 milioni e 235 mila, ai quali ne vanno aggiunti altri 686 mila che verranno registrati in ritardo, inclusi i regolarizzandi. I minori sono quasi un milione (932.675), più di mezzo milione sono i cittadini stranieri nati in Italia (572.720) e poco meno gli immigrati diventati cittadini italiani nel corso del tempo. Ogni giorno 70 italiani si sposano con un cittadino straniero, 163 stranieri diventano cittadini italiani, nascono 211 figli da genitori stranieri e, quotidianamente, è di origine immigrata 1 abitante ogni 14 e un disoccupato ogni 10. È una constatazione, quindi, che l’Italia sia una società multiculturale. Anche nel biennio 2007-2009 gli immigrati, nonostante la crisi, sono cresciuti di quasi un milione di unità. Tuttavia, il fatto che l’aumento sia intervenuto in un ristretto spazio di tempo (all’inizio del 1990 non erano neppure mezzo milione), ha generato in diversi senso di timore e in altri una sindrome da invasione. Per di più, andando al di là della realtà statistica, comunemente si è arrivati a pensare che gli immigrati siano 15 milioni e per lo più irregolari (Ricerca “Transatlantic Trends 2009”): non è così, anche se i trafficanti di manodopera imperversano con un volume d’affari che, secondo l’Onu, raggiunge i 2,5 miliardi di dollari. È necessario correggere le informazioni sbagliate o parziali e superare i pregiudizi per vincere le riserve nei confronti della società multiculturale nell’ottica della interculturalità. Le tendenze centrifughe possono essere composte attraverso la strategia dell’integrazione o dell’interazione o dell’inclusione (i termini sono meno importanti rispetto al concetto). Gli immigrati sono chiamati a non isolarsi e a partecipare alla vita della società che li ha accolti, condividendone regole e obiettivi (come, a dire il vero, fa la stragrande maggioranza), ma hanno anche diritto a essere accolti, rispettati e valorizzati su un piano di uguaglianza. Manca ancora in Italia questa decisa volontà di accoglienza, quella che chiedevamo quando eravamo un popolo di emigranti. Significativo è il riferimento della Germania che, a partire dal 2005, superando il modello di una immigrazione temporanea, ha varato un impegnativo piano di integrazione supportato da consistenti risorse, che riserva ad ogni nuovo venuto 900 ore di insegnamento gratuito della lingua tedesca. Anche in Italia, nel mese di giugno 2010, è stato varato un piano interministeriale per l’integrazione (denominato “Identità e incontro”), che presenta diversi spunti di interesse ma che non è stato preceduto da un ampio coinvolgimento delle forze sociali, come è accaduto nella Repubblica Federale, ed è dotato di minori risorse. Giustamente si insiste, tra le altre cose, sull’apprendimento dell’italiano. Nel comune di Roma, secondo uno studio della Rete Scuole Migranti, a studiare l’italiano sono annualmente circa 15 mila persone, di cui quasi la metà presso strutture del privato sociale, bisognose – come è intuibile – di un maggiore supporto; altri 5 mila immigrati aspettano, per inserirsi in questi corsi, di ulteriori possibilità. Tra le difficoltà supplementari bisogna menzionare, a livello economico, la certificazione del livello di apprendimento richiesta nel sistema del permesso di soggiorno a punti (che non sembrerebbe equo addossare agli interessati) e, a livello di mentalità, il rischio che l’apprendimento dell’italiano venga sentito dagli immigrati più come una minaccia che un’opportunità. Nel passato, a livello nazionale, 4 si era arrivati ad assegnare fino a 100 milioni di euro per l’integrazione degli immigrati, mentre attualmente lo stesso importo caratterizza solo l’ammontare delle tasse che gli immigrati annualmente pagano per i permessi di soggiorno e le pratiche di cittadinanza (nel primo caso, sopportando notevoli lentezze burocratiche, e nel secondo caso senza la garanzia che la pratica vada a buon fine). Nel documento interministeriale sull’integrazione, anche in questo caso giustamente, si ipotizza la necessità di superare il divieto che impedisce ai cittadini stranieri di accedere ai posti pubblici, superando la contraddizione per cui chiediamo loro di identificarsi con la società italiana ma li teniamo lontani dalla realtà pubblica. Si innesta qui il discorso fondamentale della necessità di una loro partecipazione più ampia e anche del riconoscimento del diritto al voto amministrativo. Nel documento interministeriale viene sollevata anche la questione delle pari opportunità da attribuire agli immigrati, rispetto alla quale i rappresentanti degli immigrati lamentano dei ritardi. Ad esempio, il cosiddetto “bonus bebé” è stato ripetutamente limitato alle famiglie italiane, mentre le famiglie degli immigrati devono sostenere da sé i 9.000 euro annui mediamente necessari per la crescita di un figlio. Anche l’accesso all’edilizia residenziale pubblica viene sottoposto a un numero così elevato di anni di residenza da restringere sostanzialmente la cerchia dei possibili beneficiari immigrati. Ancora più significativo è il caso dei rom, per principio considerati nomadi (ma spesso sedentari) e destinati ai campi. A Milano, ad esempio, non è andato in porto il piano, con così grande impegno preparato dalla Curia ambrosiana e dal mondo sociale, di assegnare loro 25 case comunali. In conclusione, serve una mentalità rinnovata. L’obiettivo dell’integrazione è difficile ma irrinunciabile, richiede l’impiego di maggiori risorse e, ancora di più, è necessario un atteggiamento più aperto verso gli immigrati nella consapevolezza che essi sono indispensabili per sostenere l’andamento demografico negativo dell’Italia. Nell’ultimo decennio, a fronte di un aumento di 2 milioni degli ultrasessantacinquenni, le persone in età lavorativa sono cresciute di solo 1 milione di unità e i minori fino a 14 anni solo di mezzo milione di unità. A metà secolo, secondo le previsioni di Istat e di Eurostat, con l’ipotesi di “immigrazione zero” l’Italia perderebbe un sesto della sua popolazione. Continuando i ritmi riscontrati in questo decennio, nel 2050 gli immigrati supereranno i 12 milioni e incideranno per il 18%. Questo aumento non sarà una minaccia bensì una garanzia per la popolazione italiana, di cui un terzo avrà superato i 65 anni. In moltissimi comuni i figli degli immigrati incideranno sulla popolazione scolastica per il 30% o più, come già avviene in diversi Stati membri dell’UEe, a quel punto, bisognerà aggiornare le strategie per il mondo della scuola. Gli africani, che ora sono poco meno di 1 milione, a seguito dell’esplosione demografica del loro continente raggiungeranno i tre milioni, come la Caritas e la Migrantes hanno posto in evidenza in un recente volume pubblicato dal Fondo Europeo per l’Integrazione, che fa capo in Italia al Ministero dell’Interno. La parola d’ordine è “inclusione”. Il vantaggio sarà reciproco in Italia e, inoltre, gli effetti positivi si riverseranno anche sui paesi di provenienza tramite le rimesse (6 miliardi e 753 milioni di euro nel 2009). In Italia, attualmente i fondi vengono utilizzati in gran parte per le azioni di contrasto: secondo una stima riportata nel “Dossier” si tratta circa mezzo miliardo di euro a carico del Ministero dell’Interno e 2 miliardi di euro a carico del Ministero della Giustizia. Servono più risorse sia per l’inserimento dei quasi 5 milioni di immigrati in posizione regolare, sia per i richiedenti asilo (17.670 nel 2009, meno della metà rispetto ad altri grandi paesi europei), rendendo più incentivanti le vie legali dell’immigrazione legale e i percorsi di integrazione. Il “Dossier Statistico Immigrazione” della Caritas e della Fondazione Migrantes da 20 anni si batte per diffondere questa cultura dell’altro: l’ampliamento di questa campagna di sensibilizzazione sarà una maniera molto concreta per preparare l’Italia del futuro. Caritas Migrantes 2010/02_Khawatmi.pdf 1 Dossier Statistico 1mmigrazione 2010 Teatro Orione, 26 ottobre 2010 Radwan Khawatmi, Hirux International S.p.A. Milano Carissimi amici, sono profondamente lieto del vostro invito e delle attenzioni che mi avete riservato e sono qui per testimoniare la solida amicizia che mi lega alla Caritas e alla Migrantes ed a tutti i loro operatori. Desidero trasmettere la gratitudine di tutti i “nuovi italiani” per quello che avete dato al mondo dell’immigrazione e continuate a dare con generosità. Storia personale La mia storia di immigrante che ha avuto la fortuna di farcela e di emergere con tutte le difficoltà oggettive potrà essere un motivo di riflessione per milioni di immigranti che hanno scelto l’Italia come unica ed ultima spiaggia di speranza. Ho finito i miei studi universitari e sono entrato in una grande impresa salendo la china un passo dopo l’altro fino al vertice. Erano necessarie marce in più rispetto ai miei colleghi per emergere, ma questa condizione non spaventi un immigrante che deve emergere da solo e senza l’aiuto di nessuno. Sono stato contagiato dai fratelli italiani che mi hanno insegnato la volontà di fondare un’azienda che oggi conta più di 500 lavoratori e fattura oltre 50 milioni di euro, lanciando nel mondo il vero made in Italy, non solo lo slogan, ma fatti concreti. Passando da un successo all’altro l’ultimo “trofeo”, se mi consentite il termine, è di aver portato in Italia il marchio Thomson, gemma di prestigio nella corona francese. La mia società viene osservata e rispettata da molti colossi multinazionali quale esempio di innovazione e laboriosità, e di questo sono orgoglioso grazie ad una squadra multietnica che collabora al mio fianco. Situazione attuale dell’immigrazione Ma non sono qui per raccontare la mia personale storia. Sono venuto per illustrarvi realmente la situazione del mondo dell’immigrazione raccontato dalla parte reale e non come la descrivono certe forze politiche. Vi illustrerò 3 aspetti fondamentali – quelli economici, sociali e politici senza mezzi termini ma con profonda onestà intellettuale. Dal punto di vista economico gli immigrati regolari sono oltre 5 milioni a cui si aggiungono gli irregolari, arriviamo cosi’ a rappresentare circa il 10% della popolazione italiana. Vivono in tutta la penisola con concentrazione nel triangolo del nord dove vivono oltre il 60%. Cerco di sfatare un falso mito, quello che noi occupiamo i posti ai lavoratori italiani, noi abbiamo occupato posti abbandonati dai lavoratori italiani. Nelle concerie siamo l’80% della forza lavoro, nelle acciaierie quasi il 60%, nell’edilizia il 55%, nelle raccolte stagionali siamo la maggioranza assoluta. Le cascine abbandonate dai contadini in Emilia Romagna oggi sono fiorenti aziende agricole grazie ai lavoratori indiani, i carpentieri bergamaschi andati in pensione sono stati sostituiti da bravi albanesi. La maggioranza delle società di servizi sono di nuovi italiani; i lavori artigianali sono in forte fase di espansione dopo anni di abbandono. I nostri lavoratori secondo le statistiche ufficiali Censis ed Istat hanno prodotto lo scorso anno l’11% del Pil italiano pari a 130 milioni di euro ( circa 250 mila miliardi delle vecchie lire). Se pensate che la Grecia e l’Irlanda erano vicini alla bancarotta per la metà di quello che abbiamo prodotto noi in Italia potete capire che immigrazione non è questione di lavavetri, o di qualche delinquente come lo dipingono certe forze politiche che ci offendono profondamente. 2 I nostri lavoratori versano i contributi mensili all’Inps pari a 750 milioni al mese (circa 8,5 miliardi all’anno) ricevendo in cambio poco in quanto l’età media dei nostri lavoratori è di circa 25/30 anni quindi non sono in età pensionabile. Un dirigente dell’Inps ha dichiarato che grazie ai nostri contributi stiamo risanando i conti dell’Inps. Negli ultimi anni abbiamo creato oltre 230 mila nuove imprese (il popolo delle partite Iva), abbiamo contratto oltre 150.000 mutui per l’acquisto di nuove case. In altre parole posso assicurarvi che stiamo diventando una colonna portante dell’economia italiana. Durante l’ultima crisi abbiamo pagato un duro prezzo, i primi licenziamenti hanno toccato noi con gravissime conseguenze, grazie a rigide ed insensate normative che ha introdotto questo governo. Vi cito un esempio: Se un nostro lavoratore viene licenziato anche se risiede e lavora da 10-15 anni in Italia ha pochi mesi di tempo per trovare un altro lavoro, altrimenti scade il suo permesso di soggiorno e deve rientrare in patria distruggendo una famiglia, i suoi equilibri, e la sua nuova storia, vi assicuro che è un dramma di vaste dimensioni, ma per questo governo è un trofeo da esibire in quanto cercano di picchiare duro sulla parte sana del mondo dell’emigrazione lanciando statistiche di riduzione del numero degli immigranti. E’ necessario valorizzare l’impegno del lavoro di milioni di nuovi italiani studiando nuove regole che corrispondano alla realtà. Ormai la legge Bossi – Fini non è più adeguata. La nostra intenzione è di stringere le fila incrementando il nostro impegno a fianco dei nostri fratelli lavoratori per dare il nostro contributo al superamento della crisi e poter veramente contare su di noi. A tale proposito abbiamo lanciato al governo la proposta di creare un alto commissariato per l’immigrazione, cosi’ come è stato fatto in diversi paesi europei con il compito di gestire correttamente questo fenomeno dal punto di vista economico, sociale e politico, non si possono lasciare 5 milioni di esseri umani alla mercè di qualche partito politico che ha come primo obiettivo terrorizzare la popolazione italiana con lo slogan “ straniero immigrante = criminale”. Gli aspetti sociali sono molteplici: pensate che 800.000 studenti nuovi italiani sono iscritti all’anno scolastico del 2010 - 2011 vivono e studiano con i loro compagni italiani. Guai alla politica che inquina questo mondo cosi’ pulito, cosi’ fragile con leggi a sfondo razziale e di visione discriminatoria. Vi ricordate le proposte di certi sindaci che vietavano le scuole ai figli dei non regolari? Cosa si può dire ad un bambino quando chiede a sua mamma: “perché non posso andare a scuola con i miei compagni?” La nostra umanità trema davanti a questi scenari. Culto La nostra attenzione dovrà concentrarsi sull’esercizio del culto garantito dalla costituzione italiana. Dobbiamo sottrarla a coloro che cercano di speculare da una parte e dall’altra. Io preferisco vedere i fedeli raccolti in preghiera in un luogo sicuro piuttosto che in fatiscenti garage irregolari o sui marciapiedi come accade a Milano. Dobbiamo emanare delle norme che regolano il ruolo degli Imam nelle moschee promuovendo iniziative per l’integrazione delle religioni nel rispetto della fede del paese che ci ospita. Anche su questo aspetto abbiamo finora avuto provocazioni da parte di certe forze politiche (vedi i maiali davanti alle moschee e le dichiarazioni esplosive di certi esponenti politici con lo scopo di permettere a certi estremisti di reagire di conseguenza come è accaduto tristemente in Inghilterra). Ho donato al comune di Parma una copia rara del corano che risale al 1600, ed è stata esposta ultimamente con un versetto del corano dedicato alla verginità di Maria e la nascita di Cristo miracolo di Dio. Questo è l’Islam che vorremmo illustrarvi, basato sulla pace e fratellanza, e, 3 sono sicuro che il dialogo interreligioso continuerà il suo cammino come ha dichiarato Sua Santità il Papa. Esperienza personale Vi racconto una mia personale esperienza dovendomi sposare molti anni fa dove non c’era alcuna moschea. Chiesi al Gran Mufti se potevo celebrare il mio matrimonio in Chiesa, la sua fu una secca risposta: “ è una domanda da fare? Certo che si, la Chiesa è la casa di dio”. Il vescovo della mia città celebrò il mio matrimonio in un clima di grande commozione con le lacrime. Questa è la religione cristiana che rispettiamo e davanti ad essa ci inginocchiamo con profondo rispetto e con essa intendiamo proseguire un lungo cammino di fede in Dio Cristo e Mosè. Nessuna torbida forza ci dividerà, saremo capaci di isolare l’estremismo di coloro che cercano di dividere la nostra strada. Diritto voto Infine vorrei parlare degli aspetti politici ed anche qui mi chiedo: quando un immigrato regolare lavora, versa i contributi e paga le tasse, rispetta la legge e la costituzione, manda i suoi figli a scuola e parla italiano, avendo adempiuto a tutti i suoi doveri non pensate che abbia qualche diritto? Uno di essi è il diritto al voto amministrativo per cui il nostro movimento è impegnato da oltre 10 anni. L’Italia ha recepito una direttiva europea in tal senso e fu il primo firmatario di questa legge ma quando è arrivata in Italia, apriti cielo, iniziarono i problemi, e certe forze politiche arrivarono a minacciare il Presidente del Consiglio di uscire dalla coalizione governativa aprendo la crisi. Nell’ultimo congresso del mio movimento a Parma, il Presidente del Consiglio mi promise solennemente, davanti a migliaia di partecipanti, che avrebbe fatto tutto il possibile per approvare tale proposta, peccato che i risultati furono deludenti, anzi il Presidente iniziò un atteggiamento molto negativo ed in certi casi anche offensivo. Noi ricordiamo le sue affermazioni circa la superiorità della sua civiltà rispetto alla nostra e l’infelice frase” “vedo molte facce di colore nella mia città di Milano e mi disturba parecchio”, per finire con frecciate velenose al mondo dell’immigrazione. Noi comprendiamo le difficoltà del Presidente e non accettiamo che sia ostaggio di un partito politico per la questione emigrazione, noi gli tendiamo una mano sincera quali cittadini esemplari che hanno dimostrato l’attaccamento all’Italia ma desideriamo essere riconosciuti come cittadini e non più offesi. Il nostro mondo è deluso, umiliato e demoralizzato; abbiamo accolto la sfida dell’integrazione e la stiamo portando a termine con successo, ma l’integrazione è un processo irreversibile che si fa da entrambe le parti. Oggi nel parlamento giace la proposta del voto agli emigranti dove essa ha una maggioranza qualificata, ma questo governo sta facendo di tutto per non metterla in discussione. Non so cosa temano, e perché sono preoccupati per un esercizio democratico quale è il diritto al voto dei cittadini residenti, cosi’ come accade già in Germania, in Francia ed in altri paesi europei. Se passa questa legge avremo oltre 2 milioni di nuovi voti, e certamente saranno determinanti nella scelta di diversi consigli comunali e provinciali. Noi siamo grati al Presidente della Camera On. Gianfranco Fini per il suo sostegno al nostro diritto al voto. Dateci fiducia e vi dimostreremo che saremo meritevoli ed all’altezza di essi, noi proseguiremo il nostro cammino al vostro fianco con lealtà, fedeli compagni di un lungo viaggio. Dio benedica questo paese e la sua comunità. Viva l’Italia. Caritas Migrantes 2010/03_Di_Tora.pdf 1 Dossier Statistico 1mmigrazione 2010 Teatro Orione, 26 ottobre 2010 Mons. Guerino Di Tora, Vescovo ausiliare della diocesi di Roma, e Presidente della Commissione Migrazioni della Conferenza Episcopale del Lazio L’immigrazione, una sollecitazione per tutti Svolgo queste considerazioni come vescovo cattolico con compiti specifici nel settore delle migrazioni nell’area romano-laziale, quella a più alta concentrazione di immigrati. Sul fenomeno migratorio proporrò l’autenticità del messaggio della chiesa, che per i cattolici è vincolante ma che spero susciti non solo la loro adesione. Perciò, mi rivolgo anche ai credenti di altre religioni, tra i quali molti, in maniera positiva e apprezzabile, intervengono sui temi della convivenza sociale. Per noi essi sono dei fratelli, in forza della condivisione del riferimento a Dio, e non dei competitori e tanto meno dei nemici. E, infine, mi indirizzo a tutte le persone di buona volontà che, seppure con motivazioni laiche, condividono i valori della solidarietà umana, una base solida sulla quale radicare la comune collaborazione. Commentando da un punto di vista ecclesiale i dati di questo nuovo rapporto sull’immigrazione, e specialmente lo slogan che ne racchiude il messaggio (“Per una cultura dell’altro”), voglio ribadire che l’immigrazione è una realtà che ci interpella e ci sollecita a una presa in considerazione che vada nell’ottica del bene comune, superando la superficialità e i calcoli interessati, personali o di altro tipo. La mia riflessione si articola in tre punti per i quali ho attinto abbondantemente ai dati del nuovo “Dossier Statistico Immigrazione”: - primo punto: l’attenzione all’immigrazione è dovuta per coerenza storica - secondo punto: la società multiculturale è chiamata a diventare una società interculturale; - terzo punto: bisogna aggiornare l’agenda degli impegni pubblici e dei comportamenti personali. Cercherò di parlare con semplicità ed estrema chiarezza, riprendendo diversi spunti offerti dai relatori che mi hanno preceduto, e chiuderò in maniera molto concreta. L’attenzione all’immigrazione è dovuta per coerenza storica. Sono consapevole che l’immigrazione, alla pari di altri fenomeni sociali, comporta innumerevoli problemi, anche di difficile soluzione, che perciò non vanno banalizzati. Gli operatori pastorali lo sanno bene. La Chiesa ha formulato i suoi insegnamenti non a tavolino e per sentito dire, bensì raccogliendo le sollecitazioni di migliaia di persone che quotidianamente, e non da oggi, sono impegnati sul campo. La Fondazione Migrantes ci ricorda che il magistero della chiesa cattolica è maturato tenendo conto di più di un secolo e mezzo di assistenza agli emigrati italiani a partire dall’unità d’Italia. Sacerdoti, suore e laici impegnati nelle missioni cattoliche e nelle chiese locali si sono prodigati per assistere una moltitudine di persone, costrette all’esodo in condizioni veramente penose, e ancora oggi continuano farlo a beneficio dei quattro milioni di cittadini italiani che vivono all’estero. La Caritas, a sua volta, tramite i centri di ascolto è a conoscenza dei bisogni delle persone più sfavorite e si fa carico di promuovere iniziative e strutture per rispondere a queste necessità ma specialmente, cosa ben più importante, diffonde l’idea della solidarietà perché il senso della vita 2 non consiste nel cavarsela da soli, dimenticando di aiutare chi è più debole, in momentanea difficoltà o sfavorito per il fatto di trovarsi in un paese che non è il suo. Non si può prescindere dalla necessità di chi ci sta vicino. Tutti ci dobbiamo attenere a questa consegna in un contesto sociale che, a dire il vero, diventa sempre meno sensibile a questo richiamo, ma specialmente lo devono fare i cristiani, memori dell’insegnamento del Vangelo, assolutamente chiaro su questo punto. Partendo da questi presupposti, veniamo ora all’immigrazione,. Nel 1990, anno della prima conferenza nazionale dell’immigrazione, mons. Silvano Ridolfi, allora direttore dell’Ucei (così allora si chiamava la Fondazione Migrantes), intervenendo alla prima conferenza nazionale dell’immigrazione a nome delle associazioni che si occupavano dei connazionali all’estero, faceva questa affermazione: “Se abbiamo chiesto per gli italiani giustizia e rispetto, altrettanto dobbiamo fare per gli immigrati nel nostro paese”. Questo ventesimo anniversario ci ricorda che, sempre nel 1990, mons. Luigi Di Liegro, direttore della Caritas diocesana di Roma, seguendo un disegno lungimirante dava l’avvio alla pubblicazione del “Dossier Statistico Immigrazione”. Da allora ad oggi abbiamo avuto a disposizione una preziosa fonte conoscitiva, dalla quale sono derivati stimoli a operare meglio e, specialmente, con maggiore prossimità agli immigrati. Questo grande sacerdote era un convinto sostenitore della convivenza rispettosa dei diversi e dei più bisognosi, dalla quale dipende il livello qualitativo della nostra società. La società multiculturale deve diventare una società interculturale Quasi cinque milioni di presenze regolari sollecitano prioritariamente la nostra attenzione, senza dover trovare la scappatoia di parlare, sempre e comunque, degli irregolari e di dimenticare il dovere d’accoglienza nei confronti dei richiedenti asilo. La presenza regolare e ben visibile e ci colloca tra i primi paesi di immigrazione in Europa, subito dopo la Germania. Il ritmo d’aumento è stato sostenuto anche in questi anni di crisi. Le previsioni lasciano intendere che l’Italia, a metà secolo, potrà collocarsi al vertice europeo per numero per numero di immigrati. Questi sono, realisticamente, gli scenari che si prefigurano. Tuttavia, seppure con diverse motivazioni, sono forti le resistenze a prendere coscienza che l’Italia è diventata una società multiculturale, quasi che la stessa sia per definizione ingovernabile e non possa diventare una società interculturale. Ritengo che, in prevalenza, le resistenze siano dovute al timore che le differenze culturali, di cui gli immigrati sono portatori, possano radicarsi come un cune di estraneità, senza accordarsi con la cultura che le accoglie. Questo è il vecchio “modello di integrazione multiculturale”, del quale si continuano a vedere gli strascichi, ma che possiamo ritenere superato, sia concettualmente che nella sua concreta attuazione. Ma non è questa l’unica via possibile. Possiamo fare alcune precisazioni al riguardo, ispirandoci a mons. Luigi Di Liegro che oggi commemoriamo e che denominò il suo programma di intervento “Forum per l’intercultura”. Le culture si devono incontrare: multicultura è solo un dato di fatto, mentre intercultura è una strategia imperniata sul confronto, sul dialogo e sulla mediazione. Se così stanno le cose, la società multiculturale non comporta per noi italiani la rinuncia alle nostre tradizioni. Abbiamo una storia, una lingua, una cultura, un orientamento costituzionale, un passato religioso. Secondo l’orientamento della chiesa, i nuovi venuti hanno diritto a essere accolti ma anche il dovere di rispettare il paese che li accoglie. L’apertura alle altre culture non comporta la rinuncia alla giustizia penale, lasciando che gli immigrati infrangano le nostre leggi. Nessuna persona di buon senso può accettare un’impostazione simile. Devianza, tanto nel caso degli italiani che in quello degli immigrati, significa scostamento dalla strada maestra. Servono vigilanza e costanza per evitare le degenerazioni, ma, serve il buon senso per non equiparare immigrazione e delinquenza. Anche quest’ultimo “Dossier” si è 3 adoperato, con i dati, per sconfessare questa equazione, che alimenta un’aria di sospetto e pregiudica la convivenza. La società multiculturale neppure comporta la rinuncia alla nostra religione, anche se al riguardo si dicono le cose più inesatte. La chiesa cattolica rimane attaccata al messaggio cristiano, cercando di testimoniarlo e di proporlo, senza per questo trascurare il rispetto dei fedeli di altre religioni, come anche il rispetto dei cristiani che vivono all’estero. Il fenomeno migratorio può essere un’occasione provvidenziale a dimensione planetaria per diffondere una impostazione di tolleranza e di collaborazione mentre – mi sia consentito di dirlo – non mi sembra che il compito principale, in questo contesto, sia l’eliminazione del crocifisso dalle pareti delle scuole.. Superati gli equivoci sui concetti di multi cultura e di intercultura, possiamo riconoscere che nell’immigrazione sono numerosi gli aspetti positivi. In particolare, constatiamo che a seguito di questi flussi milioni di persone hanno potuto conoscere e amare il nostro paese, imparare la lingua, apprezzare la popolazione, contribuire al benessere del paese, parlare bene di noi nel mondo e, naturalmente, ricavarne loro stessi dei benefici. Ogni immigrato è un moltiplicatore della realtà italiana, una garanzia per la sua sopravvivenza e non una minaccia di estinzione. Da soli non siamo più sufficienti e per costruire la società del futuro abbiamo bisogno anche degli immigrati, da valorizzare nelle loro differenze pur sempre indirizzate verso gli obiettivi comuni in una prospettiva di interazione e di integrazione. Solo inquadrando da vicino gli immigrati si possono scoprire questi aspetti positivi. Il “Dossier Statistico Immigrazione” della Caritas e della Migrantes lo fa da 20 anni con i numeri, ma non è questa l’unica maniera. Qui presenti sono molti mediatori culturali, che al tempo in cui nasceva il “Dossier”, insieme a mons. Luigi Di Liegro diedero vita al “Forum dell’intercultura” e all’interno di quel progetto, che personalmente ho seguito per un decennio, continuano a valorizzare le differenze degli immigrati per il bene della società italiana. Bisogna aggiornare l’agenda degli impegni pubblici e dei comportamenti personali All’inizio degli anni ’90, al tempo delle prime edizioni del “Dossier”, il messaggio che derivava dalla lettura dei dati statistici invitava al ridimensionamento del fenomeno a fronte della paura di una invasione. A 20 anni di distanza il messaggio è diverso. L’Italia è già diventata un paese di immigrazione e bisogna pervenire a una conoscenza meno superficiale e acquisire una sensibilità più adatta al nuovo contesto. Dalla dottrina sociale della Chiesa, della quale ho esposto alcuni punti essenziali, non derivano meccanicamente le scelte tecniche di politica migratoria. Questo compito spetta alla responsabilità degli amministratori, dei parlamentari, degli uomini di governo, a loro volta tenuti ad ascoltare le esigenze della società. Mi preme però sottolineare che non può essere accettata una sorta di doppia verità, per cui sul piano ideale si dicono delle cose e sul piano pratico se ne fanno delle altre. Qualcosa di simile avviene effettivamente. Anche se usiamo tante belle parole per giustificarci, onestamente dobbiamo riconoscere che ci può essere in noi un fondo di razzismo. Voglio porre alcuni interrogativi che ci aiutino a riflettere. Perché trattiamo peggio le persone che hanno un diverso colore della pelle? Perché siamo diffidenti nei confronti di chi professa, con onestà e apertura a quanti professano un’altra religione? Perché siamo portati a considerare di dignità inferiore chi viene dai paesi più poveri? Perché non riteniamo i nuovi venuti meritevoli di ottenere senza discriminazioni le misure di sostegno sociale? Perché, pur a fronte di un insediamento stabile, non concediamo spazi di partecipazione effettiva e facilitiamo l’accesso alla cittadinanza a chi è nato in Italia? Perché riteniamo che nei confronti dei rom è sempre giustificato il nostro atteggiamento negativo, mentre quanto è avvenuto a Milano e in altri contesti ci invitano a essere più prudenti? 4 L’immigrazione comporta anche dei problemi, come ho riconosciuto, ma fondamentalmente è un’opportunità e può aiutarci a riappropriarci di quella dalla voglia di riuscire, che nel passato è stata la principale risorsa del paese: con gli immigrati l’Italia potrà conoscere una nuova fase di benessere, e questa avrà un riverbero anche sui paesi di origine. Le difficoltà che oggi incontriamo si superano attraverso le vie virtuose della tolleranza, della mutua accettazione e della collaborazione. Non basta fermarsi al contrasto della irregolarità e agli aspetti penali, ma bisogna fare di più per mettere l’immigrazione nell’agenda del paese con l’obiettivo prioritario di una vera integrazione, sostenuta con mezzi adeguati. Un riferimento personale e un invito a tutti Voglio chiudere con due annotazioni, una personale e l’altra dottrinale. Sono stato il successore di mons. Luigi Di Liegro e come direttore della Caritas diocesana di Roma ho seguito il “Dossier Statistico Immigrazione” dal mese di ottobre 1997 fino al 2008. In questo periodo il “Dossier” è diventato un sussidio culturale ufficiale di Caritas Italiana e della Fondazione Migrantes, i due organismi pastorali della Conferenza Episcopale Italiana che hanno competenze specifiche nel settore delle migrazioni, nella cui sede i carissimi redattori si sono trasferiti dopo essere stati per quasi 15 anni nel palazzo del Vicariato di Roma. La dottrina sociale della Chiesa magistralmente proposta da Papa Benedetto XVI, i messaggi che la Santa Sede predispone per le Giornata Mondiale delle Migrazioni che si svolge nel mese di gennaio di ogni anno, il luminoso esempio di mons. Di Liegro, l’impegno dei redattori del “Dossier”, la lezione dei dati statistici: questi molteplici stimoli invitano a considerare l’immigrazione una risorsa aggiuntiva e a comportarsi di conseguenza. L’immigrazione è un segno dei tempi, ed è anche tempo di trarne delle conseguenze concrete. A opporsi all’immigrazione si possono anche trovare delle convenienze, ma non si fa il bene dell’Italia, per il cui futuro tutti, italiani e immigrati, in questo 150° anniversario dell’unità vogliamo collaborare. Grazie. Caritas Migrantes 2010/04_Scheda_Sintesi.pdf 1 X X R a p p o r t o s u l l ’ i m m i g r a z i o n e CARITAS/MIGRANTES Immigrazione Dossier Statistico 2010 Dossier 1991-2010: per una cultura dell’altro IDOS - Centro Studi e Ricerche Redazione Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes Via Aurelia 796 - 00165 Roma Tel. +39 06.66514345 – Fax + 39 06.66540087 E-mail: idos@dossierimmigrazione.it Internet: www.dossierimmigrazione.it CONSIDERAZIONI SUL”DOSSIER” E SULL’IMMIGRAZIONE Nascita del Dossier all’inizio degli anni ‘90. Nel mese di febbraio 1990 fu approvata la “legge Martelli”. Fu quello l’anno della prima conferenza nazionale dell’immigrazione, nel corso della quale mons. Silvano Ridolfi, allora direttore della Migrantes, così affermava a nome delle associazioni degli emigrati italiani: “Se abbiamo chiesto per gli italiani giustizia e rispetto, altrettanto dobbiamo fare per chi immi- gra nel nostro paese”. Sempre nel 1990 la Conferenza Epi- scopale Italiana approvò il documento “Uomini di culture diverse: dal conflitto alla solidarietà”, un tema che mons. Luigi Di Liegro, direttore della Caritas diocesana di Roma, riproponeva sia nel volume Il pianeta immigrazione sia l’an- no successivo, in piena guerra del Golfo, nella pubblicazio- ne Per conoscere l’islam: cristiani e musulmani nel mondo di oggi, smontando la tentazione di una guerra religiosa. Ancora nel 1991, il “prete degli immigrati” diede vita al “Forum per l’Intercultura”, un impegnativo programma di sensibilizzazione, e al Dossier Statistico Immigrazione. Il suo obiettivo era quello di favorire una visione agevole, ma non superficiale, delle statistiche sul fenomeno migrato- rio, partendo da tre considerazioni di fondo. 1. L’immigrazione offre l’occasione per una conoscenza umana più profonda. Mancava (e per certi versi ancora manca) una visione positiva dell’immigrazione, che resta equiparata a una realtà ostile, confondendo la regola- mentazione con la sicurezza. La posta in gioco è un ordi- ne economico mondiale meno ingiusto e una maggiore amicizia tra i popoli basata sul reciproco apprezzamento. 2. L’immigrazione va inquadrata in collegamento con l’an- damento demografico e lo sviluppo socio-economico e non ha senso parlare di cooperazione nella speranza che i flussi cessino. 3. Il rapporto tra le strutture pubbliche, da una parte, e il volontariato e la realtà socio-ecclesiale, dall’altra, deve essere collaborativo e non concorrenziale, comunque mai subalterno, e deve tendere a far rientrare nell’ambito pubblico le intuizioni della base per una maggiore giusti- zia sociale, nella convinzione che non si può offrire per carità ciò che è dovuto per esigenze di giustizia e di dignità umana. Specialmente al cristiano è richiesto un nuovo stile di vita, perché il vangelo richiede atti di soli- darietà concreta. Questo coraggioso sacerdote metteva anche in conto un certo numero di problemi, aspettandosi però, da un paese civile, la capacità di affrontarli e risolverli con il superamen- to del disinteresse e della chiusura, vincendo il senso della paura. Secondo mons. Di Liegro, per il quale la carità era anche e specialmente politica, pensarla così non era da illusi ma solo da conoscitori consapevoli dei termini reali della que- stione migratoria, secondo una impostazione lontana dai luoghi comuni. 2 Il Dossier, come prima raccolta organica dei dati statistici sull’immigrazione, suscitò subito grande interesse, perché andava incontro alle esigenze degli operatori sociali, dei funzionari pubblici, dei ricercatori e dei giornalisti. Ma non mancarono le reazioni negative: “la Chiesa invita i poveri del mondo in Italia, aspettandosi che nel futuro votino secondo le sue indicazioni”; “i cattolici si basano su un temerario provvidenzialismo”; “le buone intenzioni di soli- darietà sconfinano nella dabbenaggine”. E queste obiezio- ni continuano ancora oggi. Un servizio conoscitivo tuttora necessario. A distanza di due decenni dalla nascita del Dossier, Caritas e Migran- tes ritengono, alla luce del messaggio evangelico, che si richieda un rinnovato impegno per una fruttuosa convi- venza e considerano l’immigrazione un “segno dei tempi” nel quale si configurano le linee di un profondo cambia- mento in atto in Italia, in Europa e nell’intero contesto mondiale. In questi vent’anni il rapporto con le strutture pubbliche è stato molto stretto, ma nell’ambito dell’autonomia pro- pria del mondo socio-pastorale e della sua funzione critica e propositiva. Il Dossier rimane il frutto di un progetto cul- turale inteso a favorire una conoscenza del fenomeno migratorio libera da pregiudizi e contrapposizioni partiti- che, ricavando le ipotesi interpretative a partire dalle stesse fonti statistiche. Sono aumentate le pagine del rapporto, apprezzato in particolare per la sua completezza, seppure non siano mancate anche reazioni di disappunto, quasi che la chiesa cattolica si sia resa protagonista di una sorta di invasione di campo. In realtà questa ricerca, nata per rimediare a una carenza conoscitiva sul piano statistico, non è avulsa dai compiti pastorali, strutturandosi la missione della chiesa non solo in testimonianza della fede ma anche in promo- zione umana e sostegno sociale. Di fondamentale supporto è la rete di migliaia di opera- tori pastorali, a loro volta collegati con altre realtà sociali e di ricerca. È stata questa la base che ha consentito di arric- chire la riflessione sulle dimensioni nazionali e regionali del fenomeno migratorio e di far sentire il Dossier come un prodotto a disposizione di tutti. Nel corso di due decenni sono state distribuite alcune centinaia di migliaia di copie del rapporto e sono state organizzate migliaia di presentazioni in tutte le realtà pro- vinciali. All’inizio del 1990, anno al quale si riferisce la prima edizione del Dossier, non si andava oltre il mezzo milione di presenze. In questi 20 anni la popolazione immigrata è cresciuta di quasi 10 volte, arrivando alla soglia di 5 milioni, ma insieme al numero degli immigrati sono aumentate anche le chiusure. L’immigrazione e la crisi economico-occupazionale. Innanzi tutto, a predisporre negativamente la popolazione verso la presenza immigrata sono gli effetti in Italia della crisi mondiale: nel 2009, il crollo della produzione (special- mente nelle manifatture e in edilizia) e degli investimenti, la diminuzione di 380mila posti di lavoro e del tasso di occupazione, l’aumento del tasso di disoccupazione e dei disoccupati (2 milioni e 45mila), l’incremento delle migra- zioni interne anche a lungo raggio. In questo contesto, in cui le previsioni di nuove assunzioni dall’estero sono andate diminuendo (da 168.000 nel 2008 a 89.000 nel 2009 secondo l’indagine Excelsior), non solo si è ridotto l’afflusso degli immigrati, considerati in qualche modo una causa di questi mali, ma molti sono stati anche licen- ziati e in parte costretti a lasciare il paese o a scivolare nell’irregolarità. È il nostro sistema economico a trovarsi in difficoltà, impossibilitato ormai a ricorrere alle svalutazioni della moneta dopo l’introduzione dell’euro, a esportare nel mondo prodotti a basso costo, come riescono invece a fare i paesi emergenti, e a ridurre l’enorme peso della spesa pubblica. Intanto, continua la diminuzione nella crescita del Prodotto Interno Lordo: 3,8% negli anni ’70, 2,4% negli anni ’80, 1,4% negli anni ’90, 0,3% negli anni 2000 (un valore ridottissimo anche per effetto del crollo del Pil del 6% nel biennio 2008-2009). Inoltre, il rapporto tra debito pubblico e Pil, pari al 95,2% nel 1990, è passato al 109,2% nel 2000 ed è stimato pari al 118,2% alla fine del 2010, il rapporto più alto tra tutti gli Stati membri dell’UE. Rispetto agli altri grandi paesi europei è stentata la modernizzazione del nostro sistema produttivo, che nel periodo 1980-2009 ha conosciuto un aumento medio annuo della produttività (dati Istat) di appena l’1,2%. Que- sto andamento influisce negativamente sulla crescita del Pil e delle retribuzioni ed evidenzia la necessità di un maggiore sviluppo tecnologico, dell’alleggerimento della burocrazia, di una maggiore apertura agli investimenti diretti esteri (22 miliardi di euro l’anno in entrata contro 32 in uscita) e di una maggiore affermazione all’estero. È vero, ad esempio, che le imprese italiane di costruzione ricavano dall’estero la metà del loro fatturato, che comunque rimane allo stesso livello di 10 anni fa, con perdita di addetti e chiusure di imprese. D’altra parte, il mero trasferimento all’estero di produzioni a basso costo senza mantenere sinergie con l’Ita- lia comporta il rischio di svendere il know how italiano e di pagarne le conseguenze a medio e lungo termine, con un inedito panorama di paesi produttori con pochi consumato- ri e paesi consumatori ma non più produttori. Le opportunità connesse con l’immigrazione. Alla luce degli effetti della crisi bisogna chiedersi se gli immigrati, che contribuiscono alla produzione del Prodotto Interno Lordo per l’11,1% (stima di Unioncamere per il 2008), siano il problema o non piuttosto un contributo per la sua soluzione. Diversi studi, tra i quali quello della Banca d’Ita- lia di luglio 2009, hanno posto in evidenza la funzione complementare dei lavoratori immigrati in grado di favori- re migliori opportunità occupazionali per gli italiani. Venendo essi a mancare, o a cessare di crescere, nei settori produttivi considerati non appetibili dagli italiani (in agri- coltura, in edilizia, nell’industria, nel settore familiare e in tanti altri servizi), il paese sarebbe impossibilitato ad affron- tare il futuro. È quanto ci è stato ricordato il primo marzo 2010 dal primo “sciopero degli stranieri”, ispirato a una analoga manifestazione francese, con l’astensione dal lavo- ro e dagli acquisti e la presenza in piazza per far sentire la propria voce. In particolare, gli immigrati sono sempre più indispensa- bili per rispondere alle esigenze delle famiglie, come emer- so in occasione dell’ultima regolarizzazione, chiusa a set- tembre 2009 con quasi 300mila domande: basti pensare che nella prospera Lombardia, nel 2025, le persone con oltre 65 anni saranno circa tre milioni, un milione in più rispetto al 2010, con un fabbisogno esponenziale di assi- stenza. Il Dossier, nelle indagini condotte sui benefici e sui costi del- l’immigrazione, ha evidenziato che gli immigrati versano alle casse pubbliche più di quanto prendano come fruitori di pre- stazioni e servizi sociali. Si tratta di quasi 11 miliardi di contri- buti previdenziali e prelievi fiscali l’anno che hanno contribui- to al risanamento del bilancio dell’Inps, trattandosi di lavora- tori giovani e, perciò, ancora lontani dall’età pensionabile. Essi, inoltre, dichiarano al fisco oltre 33 miliardi l’anno. A livello occupazionale gli immigrati non solo incidono per circa il 10% sul totale dei lavoratori dipendenti, ma sono sempre più attivi anche nel lavoro autonomo e imprenditoriale, dove riescono a creare nuove realtà azien- dali anche in questa fase di crisi. Sono circa 400mila gli stranieri tra titolari di impresa, amministratori e soci di aziende, ai quali vanno aggiunti i rispettivi dipendenti. A Milano i pizzaioli egiziani sono più di quelli napoletani, così come sono numerosi gli imprenditori tessili cinesi a Carpi (Modena) e Prato, e quelli della concia ad Arzignano (Vicenza), in questo caso non solo cinesi ma anche serbi. Ogni 30 imprenditori operanti in Italia 1 è immigrato, con prevalenza dei marocchini, dediti al commercio, e dei romeni, più propensi all’imprenditoria edile. Le esigenze demografiche e gli intrecci interculturali. Sono circa 240mila i matrimoni misti celebrati tra il 1996 e il 2008 (quasi 25mila nell’ultimo anno); più di mezzo milio- ne le persone che hanno acquisito la cittadinanza di cui 59mila nel 2009; oltre 570mila gli “stranieri” nati diretta- mente in Italia; quasi 100mila quelli che ogni anno nasco- no da madre straniera; più di 110mila gli ingressi per moti- vi familiari. In un’Italia alle prese con un elevato e crescente ritmo di invecchiamento, dove gli ultrasessantacinquenni superano già i minori di 15 anni, gli immigrati sono un fattore di par- ziale riequilibrio demografico, influendo positivamente anche sulla forza lavoro. I contatti quotidiani sul lavoro e nei luoghi di socializza- zione (la scuola, le associazioni, i luoghi di culto…), insieme alle famiglie miste, stanno facendo dell’immigrazione una realtà organica alla società italiana. La collettività romena è la più numerosa, con quasi 900mila residenti; seguono albanesi e marocchini, quasi mezzo milione ciascuno, mentre cinesi e ucraini sono quasi 200mila. Nell’insieme, queste 5 collettività coprono più della metà della presenza immigrata (50,7%). Gli europei sono la metà del totale, gli africani poco più di un quinto e gli asiatici un sesto, mentre gli americani incidono per meno di un decimo. Diversi gruppi nazionali risiedono per lo più nelle città, come i filippini, i peruviani e gli ecuadoriani. Altri, come gli indiani, i marocchini o gli albanesi, si sono insediati mag- giormente nei comuni non capoluogo. L’insediamento è prevalente nel Nord e nel Centro, ma anche il Meridione è coinvolto nel fenomeno, rappresentando un’area privilegia- ta per l’inserimento di alcune collettività. È il caso degli albanesi in Puglia, degli ucraini in Campania o dei tunisini in Sicilia. Roma e Milano, rispettivamente con quasi 270mila e 200mila stranieri residenti, sono i comuni quantitativa- mente più rilevanti, ma gli immigrati si stabiliscono anche nei piccoli centri, spesso con incidenze elevate rispetto al totale dei residenti. Ad esempio, a fronte di una media nazionale del 7%, gli stranieri sono il 20% dei residenti a Porto Recanati (MC), il salotto del mare della riviera adriatica, come anche a Castiglione delle Stiviere (MN), conosciuto non solo per essere patria di San Luigi Gonza- ga, patrono mondiale della gioventù, ma anche il luogo in cui Herny Dunant concepì l’idea della Croce Rossa. In provincia di Imperia, Airole si impone per un’incidenza degli stranieri pari al 31%, seppure su una popolazione di appena 493 abitanti. E il fattore criminalità? Nei primi anni, l’impostazione del Dossier, nella consapevolezza che l’immigrazione non comporta solo aspetti positivi, è consistita nel riportare anche i dati relativi al coinvolgimento degli stranieri in atti- vità devianti ripartiti per territorio, per paesi di provenienza e per tipo di reato, fornendo alcune indicazioni per la loro lettura. Negli ultimi tempi questa metodologia documenta- le non si è rivelata più sufficiente, anche perché, con il notevole aumento dei flussi migratori a partire dalla secon- da metà degli anni ’90, si è rafforzata nella società la diffi- denza prima nei confronti dei marocchini, poi verso gli albanesi e attualmente verso i romeni, seppure con toni fortemente ridimensionati rispetto al biennio 2007-2008. Diversi sono stati gli approfondimenti condotti dai redat- tori Caritas/Migrantes: • per gli albanesi (2008) è stato mostrato che la loro stig- matizzazione è continuata per forza di inerzia anche negli anni 2000 quando, stabilizzatisi i flussi, la loro rilevanza nelle statistiche criminali è risultata in realtà fortemente ridimensionata; • per i romeni (2008 e 2010) la progressione accusatoria ha continuato a essere accentuata, nonostante le statisti- che continuino ad attestare un loro coinvolgimento più ridotto rispetto alla generalità degli immigrati; • per gli africani (2010), almeno relativamente alle mag- giori collettività, si è visto che sussistono problemi quanto alla loro implicazione sia nella criminalità comune sia in quella organizzata, fenomeni che meritano di essere approfonditi nelle loro cause e nei loro dinamismi, met- tendo in atto adeguate strategie di recupero. • a loro volta, i rom sono stati, sono e forse continueranno ad essere il gruppo maggiormente discusso, non rara- mente al di là delle loro specifiche colpe: mai provata, e anzi del tutto smentita da un’apposita indagine della Fondazione Migrantes, è l’accusa di rapire i bambini. 3 Ma i timori e il senso di insicurezza degli italiani dipendo- no in prevalenza da altri fattori, considerato che: 1. la criminalità in Italia è aumentata in misura contenuta negli ultimi decenni, nonostante il forte aumento della popolazione straniera, e addirittura è andata diminuen- do negli anni 2008 e 2009; 2. il ritmo d’aumento delle denunce contro cittadini stra- nieri è molto ridotto rispetto all’aumento della loro pre- senza, per cui è infondato (e non solo per il Dossier) sta- bilire una rigorosa corrispondenza tra i due fenomeni: ciò si desume anche, per quanto riguarda le diverse province, dalla raccolta statistica curata per i Consigli territoriali per l’immigrazione nell’ambito del Fondo Europeo per l’Integrazione (2010) e, per quanto riguar- da le principali collettività di immigrati (con alcune eccezioni), dal Rapporto del Cnel sugli indici di integra- zione (2010); 3. il Rapporto del Cnel ha mostrato che il tasso di crimina- lità addebitabile agli immigrati venuti ex novo nel nostro paese, quelli su cui si concentrano maggiormente le paure, è risultato, nel periodo 2005-2008, più basso rispetto a quello riferito alla popolazione già residente; 4. il confronto tra la criminalità degli italiani e quella degli stranieri, attraverso una metodologia rigorosa basata sulla presa in considerazione di classi di età omoge- nee, ha consentito di concludere che gli italiani e gli stranieri in posizione regolare hanno un tasso di crimi- nalità simile; 5. lo stesso coinvolgimento criminale degli immigrati non autorizzati al soggiorno, innegabile, di difficile quantifi- cazione e spesso direttamente legato alla stessa irregola- rità della presenza e alle difficili condizioni di vita che ne conseguono, va esaminato con prudenza e con rigore in un paese in cui entrano annualmente decine di milio- ni di stranieri come turisti o per altri motivi. Queste linee interpretative non devono portare ad “abbassare la guardia”, bensì a vincere i preconcetti e a investire maggiormente sulla prevenzione e sul recupero, coinvolgendo i leader associativi degli immigrati, come avvenuto nel passato con positivi risultati tra i senegalesi. Immigrazione e pari opportunità: un binomio irrinun- ciabile. L’immigrazione e l’integrazione devono andare di pari passo. Il Governo ha proposto un piano per l’integra- zione nella sicurezza, denominato “Identità e Incontro”, qualificandolo come modello italiano lontano dall’assimila- zionismo e dal multiculturalismo. Nel documento vengono individuati percorsi imperniati su diritti e doveri, responsa- bilità e opportunità, in una visione di relazione reciproca, facendo perno sulla persona e sulle iniziative sociali piutto- sto che sullo Stato, individuando cinque assi di intervento: l’educazione e l’apprendimento, dalla lingua ai valori; il lavoro e la formazione professionale; l’alloggio e il governo del territorio; l’accesso ai servizi essenziali; l’attenzione ai minori e alle seconde generazioni. Si insiste inoltre, così come si fa in ambito comunitario, sugli aiuti allo sviluppo, progressivamente ridotti in Italia a un livello veramente minimo, oltre che sulle migrazioni a carattere rotatorio e sui rientri. Ma, intanto, è andata radi- candosi la convinzione, supportata dai dati, che l’immigra- zione stia acquisendo un carattere sempre più stabile. Vi si ritrovano aperture apprezzabili riguardo al pubblico impiego, rilievi critici rispetto a quanto è stato fatto nel pas- sato, l’individuazione di linee di impegno e specialmente il criterio che quanto proposto vada monitorato nella sua concreta efficacia. Nel 2009, tuttavia, il Fondo nazionale per l’inclusione sociale è rimasto sprovvisto di copertura e questa carenza, oltre tutto in fase di crisi economica, di certo non aiuta l’in- tegrazione a fronte di una diminuita capacità di spesa delle famiglie, anche immigrate. Continua a essere più difficoltoso per gli immigrati l’ac- cesso ai servizi. A Milano un cittadino italiano ha firmato un contratto d’affitto insieme a un rom, che da solo altrimenti non sarebbe stato accettato dal proprietario. Tra la popo- lazione immigrata regolare solo il 68% è iscritto al Servizio Sanitario Nazionale, come si rileva dal secondo rapporto del Ministero dell’Interno sui consigli territoriali, e questo concorre a spiegare anche perché per essi vi siano più rico- veri in stato d’urgenza e un maggiore accesso al pronto soccorso. Secondo una ricerca del Cisf, crescere e mantene- re un figlio costa 9.000 euro l’anno, anche per le famiglie immigrate; tuttavia, inspiegabilmente, le coppie straniere sono state escluse dal beneficio del bonus bebé, così come i capifamiglia stranieri hanno trovato più difficile accedere ad altri benefici sociali erogati dagli Enti Locali. Integrazione e pari opportunità, quindi, devono andare di pari passo, in un intreccio di doveri ma anche di diritti come enunciato nel documento governativo. Bisogna spia- nare la via ai nuovi cittadini, non solo per sensibilità evan- gelica ma anche perché questa è l’unica via corretta per andare incontro al nostro futuro. Irregolarità e politica migratoria. Nel Dossier 2010 si parla anche di sbarchi e di irregolari, senza sottacere gli aspetti problematici, ma anche senza perdere il riferimento ai dati e il senso delle proporzioni. Tutte le persone di buon senso riconoscono la necessità di controllare le coste, evitando che esse diventino l’attrac- co per i trafficanti di essere umani e la base per i loro lucrosi commerci (2,5 miliardi di dollari nel mondo, secondo l’Onu). Questo rigore, però, va unito al rispetto del diritto d’asilo e della protezione umanitaria, di cui continuano ad avere bisogno persone in fuga da situazioni disperate e in pericolo di vita. Il contrasto degli sbarchi non deve far dimenticare che nella stragrande maggioranza dei casi all’origine dell’irregolarità vi sono gli ingressi legali in Italia, con o senza visto, di decine di milioni di stranieri che arriva- no per turismo, affari, visita e altri motivi. Rispetto a questi flussi imponenti, e non eliminabili, anche la punta massima di sbarchi raggiunta nel 2008 (quasi 37mila persone) è ben poca cosa. Risulterà inefficace il controllo delle coste marittime, come anche di quelle aeree e terrestri, se non si incentive- ranno i percorsi regolari dell’immigrazione. Non è in discus- sione la necessità di regole bensì la loro funzionalità. Ciò induce a ripensare in maniera innovativa la flessibilità delle quote, le procedure d’incontro tra datore di lavoro e lavo- 4 5 ratore, il tempo messo a disposizione per la ricerca di un nuovo posto di lavoro (che si potrebbe ampliare tenendo conto dei periodi di integrazione salariale o disoccupazione indennizzata). In effetti, è disfunzionale costringere ad andar via lavoratori già ben inseriti, e in grado di ritrovare un posto di lavoro dopo la crisi, oppure costringerli di fatto a incrementare l’area del lavoro irregolare (il 12,2% del totale, secondo l’Istat). Lascia, perciò, perplessi constatare che diversi enti locali abbiano destinato fondi per il loro allontanamento, oltretutto con scarsa efficacia, come si è visto anche in Spagna. Sembra, invece, auspicabile esten- dere i rimpatri assistiti a favore degli irregolari, come racco- mandato dalla stessa Commissione europea, trasformando il ritorno di chi non ha avuto sbocco o successo nell’immi- grazione in un investimento positivo per i paesi di origine. Seguendo un’ottica realistica, Eurostat ha precisato che il miraggio di una “immigrazione zero” in mezzo secolo farebbe perdere all’Italia un sesto della sua popolazione. Perciò, se l’immigrazione è funzionale allo sviluppo del paese, l’agenda politica è chiamata a riflettere sugli aspetti normativi più impegnativi, come quelli riguardanti la citta- dinanza e le esigenze di partecipazione di questi nuovi cit- tadini, in particolare se nati in Italia. È questa la strada più fruttuosa sotto tutti i punti di vista, economico e occupa- zionale non meno che culturale e religioso. Ed è per questo che il Dossier 2010 pone a tutti la domanda: e se mancasse, in realtà, la cultura dell’altro? I RIFERIMENTI STATISTICI FONDAMENTALI NEL 2009 I numeri fondamentali dell’immigrazione. All’inizio del 2010 l’Istat ha registrato 4 milioni e 235mila residenti stra- nieri, ma, secondo la stima del Dossier, includendo tutte le persone regolarmente soggiornanti seppure non ancora iscritte in anagrafe, si arriva a 4 milioni e 919mila (1 immi- grato ogni 12 residenti). L’aumento dei residenti è stato di circa 3 milioni di unità nel corso dell’ultimo decennio, durante il quale la presenza straniera è pressoché triplicata, e di quasi 1 milione nell’ultimo biennio. Intanto, però, complice la fase di recessione, sono cre- sciute anche le reazioni negative. Gli italiani sembrano lontani, nella loro percezione, da un adeguato inquadramento di questa realtà. Nella ricerca Transatlantic Trends (2009) mediamente gli intervistati hanno ritenuto che gli immigrati incidano per il 23% sulla popolazione residente (sarebbero quindi circa 15 milioni, tre volte di più rispetto alla loro effettiva consistenza) e che i “clandestini” siano più numerosi dei migranti regolari (mentre le stime accreditano un numero tra i 500mila e i 700mila). Su questa distorta percezione influiscono diversi fattori, tra i quali anche l’appartenenza politica. La Lombardia accoglie un quinto dei residenti stranieri (982.225, 23,2%). Poco più di un decimo vive nel Lazio (497.940, 11,8%), il cui livello viene quasi raggiunto da altre due grandi regioni di immigrazione (Veneto 480.616, 11,3%) e Emilia Romagna (461.321, 10,9%), mentre il Pie- monte e la Toscana stanno un po’ al di sotto (rispettiva- mente 377.241 e 8,9%; 338.746 e 8,0%). Roma, che è stata a lungo la provincia con il maggior numero di immi- grati, perde il primato rispetto a Milano (405.657 rispetto a 407.191). L’incidenza media sulla popolazione residente è del 7%, ma in Emilia Romagna, Lombardia e Umbria si va oltre il 10% e in alcune province anche oltre il 12% (Brescia, Man- tova, Piacenza, Reggio Emilia, Prato). Le donne incidono mediamente per il 51,3%, con la punta massima del 58,3% in Campania e del 63,5% a Ori- stano, e quella più bassa in Lombardia (48,7%) e a Ragusa (41,5%). I nuovi nati da entrambi i genitori stranieri nel corso del 2009 sono oltre 77.000 (21mila in Lombardia, 10mila nel Veneto e in Emilia Romagna, 7mila in Piemonte e nel Lazio, 6mila in Toscana, almeno mille in tutte le altre regioni italia- ne, fatta eccezione per il Molise, la Basilicata, la Calabria e la Sardegna). Queste nascite incidono per il 13% su tutte le nuove nascite e per più del 20% in Emilia Romagna e Vene- to. Se si aggiungono altri 17.000 nati da madre straniera e padre italiano, l’incidenza sul totale dei nati in Italia arriva al 16,5%. Il numero sarebbe ancora più alto se considerassi- mo anche i figli di padre straniero e madre italiana, per quanto tra le coppie miste prevalgano quelle in cui ad esse- re di origine immigrata è la donna (nel 2008 erano 23.970 i figli nati da coppie miste in Italia, 8 su 10 da padri italiani e madri straniere). Diversificata è anche l’incidenza dei minori, in tutto quasi un milione (932.675): dalla media del 22% (tra la popolazio- ne totale la percentuale scende al 16,9%) si arriva al 24,5% in Lombardia e al 24,3% in Veneto, mentre il valore è più basso in diverse regioni centro-meridionali, segnatamente nel Lazio e in Campania (17,4%) e in Sardegna (17%). Oltre un ottavo dei residenti stranieri (572.720, 13%) è di seconda generazione, per lo più bambini e ragazzi nei confronti dei quali l’aggettivo “straniero” è del tutto inap- propriato, in quanto accomunati agli italiani dal luogo di nascita, di residenza, dalla lingua, dal sistema formativo e dal percorso di socializzazione. A differenza della chiusura su altri aspetti, gli italiani sembrano essere più propensi alla concessione della cittadinanza a chi nasce in Italia seppure da genitori stranieri. I figli degli immigrati iscritti a scuola sono 673.592 e inci- dono per il 7,5% sulla popolazione scolastica. I dati metto- no in evidenza un ritardo scolastico tre volte più elevato rispetto agli italiani, sottolineando la necessità di dispiegare più risorse per il loro inserimento nel caso in cui giungano per ricongiungimento familiare. Nel 2009 l’apposito Comitato ha censito 6.587 minori non accompagnati, dei quali 533 richiedenti asilo, pro- venienti da 77 paesi (Marocco 15%, Egitto 14%, Alba- nia 11%, Afghanistan 11%), in prevalenza maschi (90%) e di età compresa tra i 15 e i 17 anni (88%). Tra i di essi non sono più inclusi i romeni (almeno un terzo del totale), che in quanto comunitari vengono presi in carico dai servizi comunali. Non sempre, al raggiungi- mento del 18° anno, le condizioni attualmente previste (3 anni di permanenza e 2 anni di inserimento in un percorso formativo) consentono di garantire loro un permesso di soggiorno. Gli aspetti economici dell’immigrazione. Gli immigrati assicurano allo sviluppo dell’economia italiana un contribu- to notevole: sono circa il 10% degli occupati come lavora- tori dipendenti, sono titolari del 3,5% delle imprese, inci- dono per l’11,1% sul prodotto interno lordo (dato del 2008), pagano 7,5 miliardi di euro di contributi previden- ziali, dichiarano al fisco un imponibile di oltre 33 miliardi di euro. Il rapporto tra spese pubbliche sostenute per gli immigra- ti e i contributi e le tasse da loro pagati (2.665.791 la stima dei dichiaranti) va a vantaggio del sistema Italia, special- mente se si tiene conto che le uscite, essendo aggiuntive a strutture e personale già in forze, devono avere pesato di meno. Secondo le stime riportate nel Dossier le uscite sono state valutate pari a circa 10 miliardi di euro: (9,95): 2,8 miliardi per la sanità (2,4 per gli immigrati regolari, 400 milioni per gli irregolari); 2,8 miliardi per la scuola, 450 milioni per i servizi sociali comunali, 400 milioni per politiche abitative, 2 miliardi a carico del Ministero della Giustizia (tribunale e carcere), 500 milioni a carico del Ministero dell’Interno (Centri di identificazione ed espulsione e Centri di acco- glienza), 400 milioni per prestazioni familiari e 600 milioni per pensioni a carico dell’Inps. Le entrate assicurate dagli immigrati, invece, si avvicina- no agli 11 miliardi di euro (10,827): 2,2 miliardi di tasse, 1 miliardo di Iva, 100 milioni per il rinnovo dei permessi di soggiorno e per le pratiche di cittadinanza, 7,5 miliardi per contributi previdenziali. Va sottolineato che negli anni 2000 il bilancio annuale dell’Inps è risultato costantemente in attivo (è arrivato a 6,9 miliardi), anche grazie ai contributi degli immigrati. Per ogni lavoratore, la cui retribuzione media annua è di circa 12.000 euro, i contributi sono pari a quasi 4.000 euro l’anno. Nel 2008 le compravendite immobiliari sono state 78.000 (-24,3%). Nel periodo 2004-2009 sono stati quasi 700mila gli scambi immobiliari con almeno un protagoni- sta straniero, per un volume di oltre 75mila miliardi di euro. Ancora oggi il loro influsso è rilevante, anche se la loro quota sui mutui è scesa dal 10,1% del 2006 al 6,6% del 2009. L’impatto positivo degli immigrati trova una significativa conferma dal confronto dell’andamento pensionistico tra gli immigrati e gli italiani. Sulla base dell’età pensionabile si può stimare che nel quinquennio 2011-2015 chiede- ranno la pensione circa 110mila stranieri, pari al 3,1% di tutte le nuove richieste di pensionamento. Dai 15mila pensionamenti nel 2010, pari al 2,2% di tutte le richieste, si passerà ai 61mila nel 2025, pari a circa il 7%. Attual- mente è pensionato tra gli immigrati 1 ogni 30 residenti e tra gli italiani 1 ogni 4. Nel 2025, i pensionati stranieri saranno complessivamente circa 625mila (l’8% dei resi- denti stranieri). A tale data, tra i cittadini stranieri vi sarà circa 1 pensionato ogni 12 persone, mentre tra gli italiani il rapporto sarà di circa 1 a 3. Gli aspetti occupazionali dell’immigrazione. In tutta Europa la crescita dell’occupazione è legata ai lavoratori immigrati. Essi sono circa 17,8 milioni, dei quali circa 2 milioni in Italia. Nel 2008 è stato varato l’ultimo decreto flussi per lavoratori dipendenti (150mila persone), mentre nel 2009 è seguito un decreto flussi solo per gli stagionali (80.000 unità) e infine nel mese di settembre 2009 è stata approvata la regolarizzazione degli addetti al settore dome- stico e di cura alla persona (295.112 domande presentate). Secondo i dati Istat, nel 2009, un anno in cui l’occupa- zione complessiva è diminuita di 527.000 unità, i lavoratori stranieri occupati sono aumentati di 147mila unità, arrivan- do a quota 1.898.000, con una incidenza dell’8,2% sul totale degli occupati (nell’anno precedente l’incidenza era del 7,5%). Il loro tasso di occupazione, rispetto al 2008, è passato dal 67,1% al 64,5% (quello degli italiani è sceso al 56,9% dal 58,1%), mentre quello di disoccupazione è aumentato dall’8,5% (media 2008) all’11,2% (per gli italia- ni il cambiamento è stato dal 6,6% al 7,5%). Nel 2010, ogni 10 nuovi disoccupati 3 sono immigrati e, tuttavia, il fatto che svolgono mansioni umili ma essenziali è servito a proteggerli da conseguenze più negative. Un mercato così frastagliato spiega l’accostamento di dati abbastanza dispa- rati: aumento degli occupati immigrati (147.000), ma anche dei disoccupati a seguito della crisi (77.000 in più) e degli inattivi (aumentati di 113.000 unità). Inoltre, tra i lavoratori immigrati è più elevata la percen- tuale dei non qualificati (36%), molto spesso perché sot- toinquadrati (il 41,7% rispetto alla media del 18%). Il sot- toinquadramento non diminuisce in modo significativo anche quando si risiede da molti anni in Italia. Rilevante anche la quota dei sottoutilizzati (il 10,7% rispetto alla media del 4,1%). Inoltre, 4 stranieri su 10 lavorano in orari disagiati (di sera, di notte, di domenica). La retribuzione netta mensile nel 2009 è stata di 971 euro per gli stranieri e 1.258 euro per gli italiani (media di 1.231 euro), con una differenza a sfavore degli immigrati del 23%, di ulteriori 5 punti più alta per le donne straniere. L’archivio dell’Inail (che sovrastima la presenza straniera di circa 1 milione di unità in quanto include anche gli italia- ni nati all’estero) consente di ripartire gli occupati anche per continente di origine: Europa 59,2%, Africa 16,8%, Asia 13,3%, America 9,8%, Oceania 0,3% (0,5 non attri- buiti). Più in particolare, i lavoratori comunitari sono oltre un terzo (36,3%) e i nordafricani un decimo dell’intera forza lavoro (11,1%). I saldi occupazionali (differenza tra i lavoratori assunti e licenziati nell’anno), pur positivi attestano l’andamento calante di questa fase occupazionale (+98.033 nel 2007, +34.207 nel 2008, +14.096 nel 2009). Al 31 maggio 2010 sono risultate iscritte 213.267 impre- se con titolare straniero, 25.801 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un aumento che attesta la dinamicità del settore anche in periodo di crisi; in particola- re, nei primi cinque mesi del 2010 le imprese sono aumen- tate al ritmo del 13,8%, e a ritmi ancora superiori in Tosca- na e nel Lazio. Queste imprese incidono, come precisato, per il 3,5% su tutte le imprese operanti in Italia e per il 7,2% su quelle artigiane. È molto dinamico anche il settore delle imprese cooperative (69.439 soci), sia di produzione che di consumo. Se, oltre che dei titolari e dei soci, si tiene conto degli amministratori (87.485), delle altre funzioni 6 societarie (18.622) e di 131 figure la cui funzione non è stata classificata, si arriva a un totale di 388.944 posizioni lavorative e a un complesso occupazionale che include oltre mezzo milione di posizioni, tenendo conto anche dei lavoratori dipendenti. Tra demografia, intercultura e contrasto della irrego- larità. Gli immigrati assicurano un valido sostegno demo- grafico all’Italia. Tra la popolazione residente in Italia, tra il 2000 e il 2009 sono aumentate di 2 milioni le persone con più di 65 anni, di solo 1 milione quelle in età lavorativa e neppure di mezzo milione quelle con meno di 14 anni. L’età media è salita da 31,5 a 43,3 anni. Gli ultrasessanta- cinquenni sono il 2,2% tra gli stranieri e il 20,2% tra l’insie- me della popolazione residente. Il tasso di fecondità è di 1,33 per le donne italiane e di 2,05 per le donne straniere (media 1,41). I matrimoni celebrati in Italia sono scesi dai 418.944 del 1972 ai 246.613 del 2008, con una diminuzione special- mente delle prime nozze, un aumento delle seconde (un sesto del totale) e dell’età media degli sposi (30 anni per le donne e 33 anni per gli uomini). Nel periodo 1996-2008 sono stati celebrati 236.405 matrimoni misti. Nel 1995 erano misti solo 2 matrimoni su 100, ora sono 10 su 100 e non risulta statisticamente fondata l’idea che falliscano con molta più facilità del resto delle unio- ni. Nel 2008 su 100 matrimoni, 15 riguardano almeno un coniuge stra- niero e di questi 5 riguardano due sposi stranieri. Secondo i dati dell’Unar gli atti di discriminazione, non solo in ambito lavorativo, colpiscono maggiormente gli africani, i romeni, i cinesi, i maroc- chini, i bangladesi. Ricordiamo, per esempio, che alcune compagnie di assicurazione praticano agli immigrati polizze RC auto più costose per il cosiddetto “rischio etnico”. La regolarizzazione di settembre 2009 (quasi 300mila domande) ha consentito di abbassare il livello della irregolarità, anche se il provvedimen- to, limitato (ufficialmente) al settore familiare, ha avuto una efficacia par- ziale, per quanto non trascurabile, soprattutto in ragione del limite di reddito previsto (20 mila euro: limite che è stato superato mediamente nel 2008 solo da due regioni), oltre che per il fatto che l’assunzione, per un minimo 20 ore, è stata riferita a un solo datore di lavoro; non stupisce quindi che, secondo il Censis (luglio 2010), 2 addette su 5 nel settore domestico lavorerebbero ancora in nero. Nel 2009 sono stati registrati 4.298 respingimenti e 14.063 rimpatri for- zati, per un totale di 18.361 persone allontanate. Le perso- ne rintracciate in posizione irregolare, ma non ottemperan- ti all’intimazione di lasciare il territorio italiano, sono state 34.462. Il rapporto tra persone intercettate e persone rim- patriate è andato diminuendo nel corso degli anni (dal 57% nel 2004 al 35% nel 2009). Le persone trattenute nei centri di identificazione e di espulsione sono state 10.913, tra le quali diverse già ristrette in carcere, dove non era stata accertata la loro identità. Nell’insieme il 58,4% delle persone trattenute nei CIE non è stato rimpatriato. L’Italia è anche uno snodo e meta forzata per donne, uomini e minori, vittime della tratta a fini di sfruttamento sessuale e, sempre più spesso, lavorativo (soprattutto in agricoltura), che si cerca di contrastare anche con la con- cessione del permesso di soggiorno per protezione sociale (810 permessi) e con l’intervento del Fondo Europeo per i Rimpatri. Nel corso del 2009 sono stati aperti 212 procedi- menti per reati di tratta e si sente l’esigenza di contrastare maggiormente questo fenomeno in crescita. La ricerca Transatlantic Trends. Immigrazione 2009 ha posto in evidenza che metà dei nordamericani e degli euro- pei, italiani compresi, vedono l’immigrazione come un pro- blema. Si può inquadrare in questo modo una realtà della quale si ha bisogno? Dalla “sindrome dell’invasione” biso- gna passare alla mentalità dell’incontro e del dialogo. 7 Costi e benefici dell’immigrazione in Italia: stima delle entrate e delle uscite (2008) Voci di entrata e di uscita Miliardi di euro Totale entrate 10,8 Contributi previdenziali 7,5 - di cui lavoratori dipendenti 6,5 - di cui lavoratori autonomi 0,7 - di cui lavoratori parasubordinati 0,2 Gettito Irpef 2,2 - di cui lavoratori dipendenti 1,8 - di cui lavoratori autonomi 0,3 - di cui lavoratori parasubordinati 0,1 Gettito Iva 1,0 Tasse per permessi di soggiorno e cittadinanza 0,1 Totale uscite 9,9 Sanità 2,8 - di cui per stranieri residenti 2,4 - di cui per stranieri temporaneamente presenti Spese scolastiche 2,8 Spese sociali dei comuni 0,4 Spese per la casa 0,4 - Edilizia residenziale pubblica 0,2 - Fondo sociale per l’affitto 0,2 Spese Ministero Giustizia (tribunali e carcere) 2,0 Spese Ministero Interno (centri espulsione e accoglienza) 0,5 Spese previdenziali 1,0 - Trattamenti familiari 0,4 - Trattamenti pensionistici 0,6 FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes 8 Gli slogan del Dossier Caritas/Migrantes 2000 Progetto Intercultura 2001 Il tempo dell’integrazione 2002 Lavoratori e cittadini 2003 Italia, paese di immigrazione 2004 Società aperta, società dinamica e futura 2005 Immigrazione e globalizzazione 2006 Al di là dell’alternanza 2007 Anno europeo del dialogo interculturale 2008 Lungo le strade del futuro 2009 Immigrazione: conoscenza e solidarietà Dossier Statistico Immigrazione 1991-2010: per una cultura dell’altro ITALIA. Popolazione straniera residente per continenti d’origine (31.12.2009) Continente v.a. % vert. Aumento 2008-2009 Aumento % 2008-2009 Europa 2.269.286 53,6 185.193 8,9 Africa 931.793 22,0 60.667 7,0 Asia 687.365 16,2 71.305 11,6 America 343.143 8,1 26.467 8,4 Oceania 2.618 0,1 71 2,8 apolidi 854 0,0 61 7,7 Totale 4.235.059 100,0 343.764 8,8 FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati Istat ITALIA. Popolazione straniera residente per regioni (31.12.2009) Regione v.a. % vert. Provincia v.a. % vert. Piemonte 377.241 8,9 Lazio 497.940 11,8 Valle d'Aosta 8.207 0,2 Campania 147.057 3,5 Liguria 114.347 2,7 Abruzzo 75.708 1,8 Lombardia 982.225 23,2 Molise 8.111 0,2 Trentino A.A. 85.200 2,0 Puglia 84.320 2,0 Veneto 480.616 11,3 Basilicata 12.992 0,3 Friuli V.G. 100.850 2,4 Calabria 65.867 1,6 Emilia Romagna 461.321 10,9 Sicilia 127.310 3,0 Marche 140.457 3,3 Sardegna 33.301 0,8 Toscana 338.746 8,0 Umbria 93.243 2,2 Totale 4.235.059 100,0 FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati Istat ITALIA. Prime 30 collettività di stranieri residenti (31.12.2009) Paese di cittadinanza v.a. % vert. Paese di cittadinanza v.a. % vert. Romania 887.763 21,0 Senegal 72.618 1,7 Albania 466.684 11,0 Pakistan 64.859 1,5 Marocco 431.529 10,2 Serbia, Repubblica di 53.875 1,3 Cinese, Repubblica Popolare 188.352 4,4 Nigeria 48.674 1,1 Ucraina 174.129 4,1 Bulgaria 46.026 1,1 Filippine 123.584 2,9 Ghana 44.353 1,0 India 105.863 2,5 Brasile 44.067 1,0 Polonia 105.608 2,5 Germania 42.302 1,0 Moldova 105.600 2,5 Francia 32.956 0,8 Tunisia 103.678 2,4 Bosnia-Erzegovina 31.341 0,7 Macedonia, ex Rep. Jugoslava di 92.847 2,2 Regno Unito 29.184 0,7 Perù 87.747 2,1 Russa, Federazione 25.786 0,6 Ecuador 85.940 2,0 Algeria 25.449 0,6 Egitto 82.064 1,9 Dominicana, Repubblica 22.920 0,5 Sri Lanka (ex Ceylon) 75.343 1,8 Altri Paesi 459.953 10,9 Bangladesh 73.965 1,7 Totale 4.235.059 100,0 FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati Istat CARITAS / MIGRANTES: XX Rapporto sull’immigrazione
Argomento: 

CARITAS / MIGRANTES: XIX Rapporto sull’immigrazione

Descrizione breve: 
Dossier statistico del 2009 sull'immigrazione, sono analizzate le seguenti tematiche: aree di origine, presenze, inserimento, lavoro, territorio.
Data: 
28 Ottobre 2009
Caritas Migrantes 2009/00_Saluto_Nozza.pdf 1 PRESENTAZIONE XIX Dossier Statistico Immigrazione 2009 IMMIGRAZIONE: CONOSCENZA E SOLIDARIETÀ Teatro Orione – Roma, 28 ottobre 2009 ore 10.30 Immigrazione: conoscenza e solidarietà (sac. vittorio nozza – direttore Caritas Italiana) Porgo il saluto e il grazie ai relatori e a tutti i partecipanti a nome di mons. Piergiorgio Saviola, direttore della Fondazione Migrantes, di mons. Enrico Feroci, neo direttore della Caritas diocesana di Roma, che con me compongono il Comitato di Presidenza del Dossier Statistico Immigrazione. Coniugare ‘conoscenza e solidarietà’ è la tematica scelta per questo XIX Dossier Statistico sull’immigrazione. Tale tematica ha trovato ispirazione, in modo particolare, nella terza enciclica di Benedetto XVI: Caritas in veritate. Nell’oggi si sta sempre più affermando la convinzione che i problemi planetari – la povertà, la fame, l’ingiustizia, la guerra, la società multietnica – non richiedano impegno duro e faticoso per raggiungere soluzioni reali, ma sia preferibile rimuoverli, allontanarli da noi, seppellirli altrove. È necessario riflettere sul significato che può avere all’interno delle nostre società il contatto di persone dotate di cultura, mentalità e comportamenti differenti. Da tempo le nostre comunità e i nostri territori sono privi di omogeneità, tanto che le attività economiche, in quasi tutti i settori, sopravvivono ormai solo grazie all’apporto imprescindibile della mano d’opera straniera. In ogni caso, sicurezza e immigrazione rimangono due problemi distinti. Oggi ad ostacolare un autentico clima di pace e sicurezza sociale è l’eccessiva disuguaglianza nei diritti e doveri delle persone che vivono e lavorano insieme, piuttosto che il mancato riconoscimento delle relative identità culturali. Si tratta pertanto di collocare le nostre società dentro una prospettiva che garantisca a tutte le persone, oltre la sicurezza e la legalità, eguale dignità di vita e di speranza. Non si può pensare di alzare ‘muri’ per impedire l’ondata migratoria, quando nel cuore dell’Africa si muore: è naturale che chi fugge non tema nessun ostacolo. L’impressione è quella di trovarci di fronte ad una grande povertà culturale incapace di cogliere che gli immigrati per noi sono sì una ‘scomodità’. Ma una scomodità che fa crescere. Pertanto non c’è affatto bisogno di organizzare alcuni contro qualcuno ma c’è bisogno di organizzarci in tanti a favore di tutti, a favore di una convivenza corresponsabile, partecipata, costruttiva, giusta, fraterna e solidale. Anche l’Agenzia europea per i diritti fondamentali, nel suo ultimo, rapporto ha sottolineato che la disinformazione e la scarsa consapevolezza sono fattori che fanno crescere facilmente il razzismo. Mi pare opportuno ricordare qui la realizzazione delle Prime Giornate Sociali dei Cattolici Europei (29 Paesi rappresentati) a Danzica l’8-11 ottobre scorso. In quelle giornate la Conferenza episcopale italiana con Caritas Italiana e 2 con il Parroco di Lampedusa ha riproposto a Jean Barrot, Vicepresidente della Commissione dell’Unione Europea la necessità di un maggior impegno dell’Europa sul tema dell’immigrazione. Barrot ha risposto che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ciò sarà più facile. Quest’anno il Dossier Statistico Immigrazione viene presentato, in contemporanea con Roma, in altre 27 città in Italia. Tra queste anche ad Avezzano, nei pressi de L’Aquila. Nell’aquilano, su 308 vittime del terremoto, 19 sono di origine straniera. In Abruzzo gli immigrati macedoni, albanesi, romeni e di altre nazionalità incidono per il 4,5% sulla popolazione residente, ma sono stati il 6,1% delle vittime. Questo sta ad indicare che gli immigrati sono persone che partecipano in pieno alla vita del nostro paese anche nei momenti di lutto, come questo, o in altre fasi della vita del Paese che comportano notevole sacrificio. Questo può aiutare a mantenere viva la memoria degli italiani come popolo di migranti. Qualche settimana fa abbiamo presentato il volume “America Latina-Italia. Vecchi e nuovi migranti”, dove i vecchi migranti siamo stati gli italiani, con milioni di connazionali sbarcati in quel continente e accolti dai vari paese nonostante gli inconvenienti inizialmente posti. Ricordo che in quel periodo si emigrava da tutto il Nord: dal Friuli Venezia Giulia al Trentino, dal Veneto all’Emilia Romagna, dal Piemonte alla Liguria e anche dalla Lombardia, una regione questa che ancora oggi conta 275 mila lombardi sparsi nel mondo. Caritas e Migrantes ogni anno rivolgono l’invito a non sottacere gli aspetti problematici che questo grande fenomeno sociale, culturale e religioso, quale è l’immigrazione, comporta, avendo però l’accortezza di non concentrarsi e chiudersi solo sugli aspetti negativi. Se ogni aspetto viene inserito opportunamente e realisticamente in un quadro d’insieme, si può arrivare a una visione equilibrata della realtà e, pur con l’avvertenza di raddrizzare ciò che non va bene, si matura un senso di riconoscenza nei confronti di persone che hanno lasciato il loro paese e spesso anche le loro famiglie, per cercare futuro attraverso il lavoro come collaboratrici nelle nostre famiglie o come lavoratori e lavoratrici nelle campagne, nell’edilizia, negli uffici e nelle fabbriche, dove noi italiani non bastiamo più. Come giustamente gli italiani si attendono dagli immigrati disponibilità e riconoscenza, così gli immigrati attendono da noi un’accoglienza dal volto umano, un clima relazionale costruttivo che consenta agli adulti e ai loro figli di crescere in contesti di vita armoniosa e di diventare, al più presto, i nuovi cittadini d’Italia. Chiudendo questo saluto, è doveroso e realistico affermare che una molteplicità di azioni fatte di incontro, relazione e conoscenza possono creare e promuovere maggiore solidarietà ed integrazione. Ecco perché abbiamo scelto, per il XIX Rapporto Caritas/Migrantes sull’immigrazione, lo slogan “Immigrazione: conoscenza e solidarietà”. Caritas Migrantes 2009/01_Pittau.pdf 1 L’immigrazione nel XIX Rapporto Caritas/Migrantes Franco Pittau, Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes Roma,Teatro Orione, 28 ottobre 2009 Presentare il Dossier Caritas/Migrantes significa sintetizzarlo. Tre sono i punti in grado di riassumere i nuovi numeri: inquadrare gli immigrati come regolari e non come clandestini; inquadrarli come lavoratori e non come delinquenti; inquadrarli come cittadini e non come stranieri. Da irregolari a regolari Se, come attesta l’Istat, gli immigrati regolarmente residenti in Italia sono quasi quattro milioni, e anche di più secondo la stima del Dossier Caritas/Migrantes, è fuorviante continuare a inquadrare il fenomeno nell’ottica degli sbarchi irregolari, prendendo una parte per il tutto e dipingendo negativamente la situazione. Il Dossier 2009, ispirandosi allo slogan “Immigrazione: conoscenza e solidarietà”, fornisce gli strumenti per rovesciare questa falsa immagine, non tanto sulla base delle motivazioni pastorali di Caritas e Migrantes (peraltro apprezzabili), bensì sulla base dei dati, che da due decenni continuano a essere forniti con accuratezza e con completezza. Il Dossier è un sussidio a disposizione di quanti vogliono farsi carico di una seria opera d’informazione, per certi aspetti anche di controinformazione. Questi sono alcuni aspetti sui quali concentrare l’attenzione: - i 4 milioni e 330 mila cittadini stranieri presenti regolarmente, pari al 7,2% della popolazione italiana; - i 2 milioni di lavoratori, che concorrono alla creazione della ricchezza del “sistema Italia” e aumentano ogni anno per supplire alle carenze della forza lavoro; - gli 862 mila minori figli di genitori stranieri, ormai un decimo della popolazione minorile, nella maggior parte dei casi nati in Italia, che giustamente considerano la loro terra; - le 629 mila presenze a scuola in rappresentanza di tanti paesi, un vero e proprio mondo in classe; - le oltre 100 mila persone che vengono ogni anno per ricongiungimento familiare nell’ottica di un insediamento stabile; - i 72 mila nuovi nati in Italia nel corso dell’anno, che costituiscono un supporto indispensabile al nostro sbilanciato andamento demografico; - le 40 mila persone che acquisiscono annualmente la cittadinanza italiana, a seguito di matrimonio o di anzianità di residenza, mostrando un forte attaccamento al nostro Paese; - i 24 mila matrimoni misti tra italiani e immigrati, che costituiscono una frontiera complessa, suggestiva e promettente della convivenza tra persone di diverse tradizioni culturali e religiose; - i circa 6 mila studenti stranieri che si laureano annualmente in Italia, in buona parte destinati a diventare la classe dirigente nel Paese di origine. Se noi non troveremo un altro modo di parlare dell’immigrazione diverso dai discorsi sugli sbarchi e sull’irregolarità, resteremo incapaci di gestire responsabilmente l’Italia che si va costruendo, nella quale già adesso 1 ogni 14 abitanti è un cittadino straniero regolarmente soggiornante. Gli sbarchi, che ci ostiniamo a utilizzare come un bollino nero da apporre sul fenomeno migratorio, coinvolgono un numero di persone pari nemmeno all’1% delle presenze regolari, senza contare poi che oltre la metà delle persone sbarcate sono richiedenti asilo, quindi persone meritevoli di protezione secondo le convenzioni internazionali e la Costituzione italiana. 2 Intanto l’immigrazione, che continua ad aumentare a ritmi serrati con 300/400 mila unità l’anno, mostra di essere connaturale alla crescita del nostro Paese. La vera emergenza, stando alle statistiche, è il catastrofismo migratorio, l’incapacità di prendere atto del ruolo assunto dall’immigrazione nello sviluppo del nostro Paese Da delinquenti a lavoratori Quando si parla degli immigrati residenti, le indagini indicano che 6 italiani su 10 considerano gli stranieri più inclini a delinquere degli italiani. Questo atteggiamento è diffuso in molti ambienti, anche in ambito ecclesiale: non stiamo qui a discutere se su questo risultato abbiano influito di più i politici o i media,o gli studiosi, ma cerchiamo di dimostrare che, per quanto diffuso, si tratta di un pregiudizio, la cui infondatezza è stata confermata in una ricerca condotta dal Dossier e dall’agenzia Redattore sociale, attraverso questi passaggi: - non esiste in Italia una emergenza criminalità, perché non ci distinguiamo in negativo in un confronto europeo e nel contesto italiano le denunce penali da alcuni anni sono in diminuzione e il livello attuale (poco più di 2 milioni e mezzo di denunce) è pari a quello dei primi anni ’90 quando iniziava l’immigrazione di massa; - l’aumento delle denunce contro i cittadini stranieri regolari risulta inferiore all’aumento della popolazione straniera e, ad esempio, nel periodo 2001-2005 le denunce sono aumentate del 46% e gli stranieri residenti del 101%; - gli immigrati regolari, a conclusione di un confronto per classi di età con gli italiani, mostrano di avere un tasso di criminalità simile, ma con maggiori attenuanti; - gli immigrati irregolari, a loro volta, non sono da stigmatizzare come inclini alla criminalità, ma va considerata la loro esposizione alle necessità materiali, l’esclusione sociale, le spire della criminalità organizzata, anche in conseguenza degli scarsi spazi di ingresso e soggiorno regolare previsti dall’attuale normativa, che perciò andrebbero resi più agibili per evitare che continuino a essere una tra le occasioni più ricorrenti di infrazione penale. Se la normativa sugli stranieri fosse del tutto funzionale, non ci sarebbe stato bisogno di offrire la possibilità di regolarizzazione, nello scorso mese di settembre, a 300 mila collaboratrici familiari e badanti non comunitarie, che si aggiungono ai 2 milioni di immigrati regolarizzati in precedenza: questo significa che più della metà della popolazione straniera è passata per le vie dell’irregolarità. Queste considerazioni ci portano a passare dall’immagine dell’ “immigrato criminale” a quella dell’ “immigrato lavoratore” e a considerare la valenza positiva di queste nuove presenze. Anche a questo riguardo alcuni dati sono eloquenti: - un tasso di attività di 12 punti più elevato degli italiani; - una accentuata canalizzazione, nonostante il loro elevato livello di studio, nei settori e nelle mansioni che gli italiani non prediligono (ad esempio, oltre 100 mila in agricoltura, oltre 300 mila nel settore edile, mentre nel settore della collaborazione familiare la stima corrente di circa 1 milione è nettamente superiore al numero delle persone effettivamente registrate); - una maggiore esposizione al rischio, con 143.651 infortuni, dei quali 176 mortali; - un maggior bisogno di tutela, come attesta la massiccia iscrizione a Cgil, Cis, Uil e Ugl (quasi un milione di sindacalizzati), sia quando sono regolarmente assunti, sia ancor di più quando sono costretti a lavorare nel sommerso. Questi lavoratori umili e tenaci, non appena possibile diventano essi stessi creatori di posti di lavoro. I titolari d’impresa con cittadinanza straniera, aumentati del 10% anche in questa fase di crisi, sono attualmente 187 mila. Se ad essi aggiungiamo un numero quasi uguale di soci e amministratori e circa 200 mila dipendenti, arriviamo a una realtà occupazionale di mezzo milione di persone, come è stato evidenziato nel rapporto Immigratimprenditori, realizzato dalla Fondazione 3 Ethnoland con il Dossier Caritas/Migrantes. Questa interessante realtà imprenditoriale, se adeguatamente aiutata, potrebbe raddoppiare la sua consistenza nel volgere di un decennio. Perciò, restando su un piano di concretezza, sembra necessario proporre una serie di misure di buon senso, meritevoli di essere condivise da tutti gli schieramenti politici: - rendere più agevoli i meccanismi di inserimento dei lavoratori immigrati nel nostro mercato occupazionale; - eliminare le discriminazione nei loro confronti (qualifiche, trattamento retributivo e altri benefici contrattuali), incentivarne la formazione professionale e garantire pari opportunità; - promuovere l’imprenditorialità degli immigrati non solo nella fase iniziale ma anche in quella successiva, nella quale gli immigrati come gli italiani possono incontrare delle difficoltà. Da lavoratori a cittadini “Da lavoratori a cittadini”: questo obiettivo fondamentale è il titolo di un convegno promosso lo scorso anno dal Dossier e dall’Ambasciata tedesca per riflettere sulle politiche migratorie condotte in Germania e in Italia, La riflessione sull’immigrazione resta incompleta se limitata all’utilità dei lavoratori immigrati e va estesa alla sua considerazione come nuovi cittadini. Una buona metà di essi si trova in Italia da più di 5 anni e ha già ottenuto o sta per ottenere il permesso CE per lungoresidenti (la ex carta di soggiorno), con la prospettiva quindi di una permanenza a tempo indeterminato. In realtà, insediamento duraturo ed estraneità sociale non sono due impostazioni che si possano conciliare, per giunta ritenendole un’accortezza necessaria per salvare l’Italia. Quando alla base si cerca di far maturare questa convinzione, ci si scontra con due riserve, una di natura finanziaria e l’altra di natura culturale, sollevate spesso in buona fede ma da ritenere non motivate . La riserva di natura finanziaria consiste nell’eccepire che accoglienza, inserimento, integrazione sono prospettive finanziariamente costose e gli immigrati non devono pesare ulteriormente sul bilancio dello Stato e degli Enti Locali. Secondo i dati disponibili questa riserva non è fondata. Se gli immigrati incidono per il 7% sulla popolazione residente e per il 10% sulla creazione della ricchezza nazionale, ciò significa che la loro presenza non costituisce una perdita per il sistema Italia, così come non lo è per gli immigrati stessi e per i Paesi di origine, ai quali i migranti inviano dall’Italia 6,4 miliardi di euro come rimesse, un aiuto molto concreto al loro sviluppo a fronte delle promesse non mantenute a livello di politica internazionale). Gli immigrati, al pari degli italiani, hanno anch’essi bisogno di misure di supporto dal sistema di welfare nazionale, ma assicurano i mezzi perché questo possa essere fatto. Pagano annualmente 7 miliardi di contributi previdenziali, ma a essere pensionati sono in poche migliaia. Tra gli italiani, invece, vi è attualmente un pensionato ogni 5 residenti, mentre tra gli immigrati, tra 10 anni, vi sarà un pensionato ogni 25 residenti, con notevoli vantaggi per il nostro sistema previdenziale. Gli immigrati pagano annualmente almeno 4 miliardi di euro di tasse ma incidono, secondo una stima della Banca d’Italia, solo per il 2,5% sulle spese per istruzione, pensione, sanità e sostegno al reddito, all’incirca la metà di quello che assicurano in termini di gettito La riserva di natura socio-culturale-religiosa è più insidiosa e porta ad aver paura degli immigrati perché si ritiene che essi inquinino la società con le diverse tradizioni culturali di cui sono portatori e contrastino l’attaccamento alla nostra religione. Le indagini sul campo, in sintonia con la conoscenza diretta che ha maturato la rete Caritas e Migrantes, attestano che la maggior parte degli immigrati mostra apprezzamento per l’Italia, la sua storia, la sua arte, il suo clima e la sua gente. Esprimono lo stesso apprezzamento anche per la 4 comunità cattolica, che è stata fin dall’inizio al loro fianco per aiutarli a far valere le loro aspettative. Su questo aspetto il magistero ecclesiale è stato netto, condannando chi fa riferimento a Dio per andare contro i fratelli, anche se di altra fede, e invitando alla convivenza multireligiosa e alla collaborazione sociale. In conclusione, il Dossier non afferma che l’immigrazione non presenti aspetti problematici ma, attraverso i numeri, ci orienta verso una sua visione realistica e più positiva. Ciò comporta da parte di ciascuno di noi una messa a punto dell’atteggiamento personale, liberandolo dai pregiudizi, e da parte dei politici una maggiore apertura in materia di cittadinanza e di partecipazione, come anche la messa a disposizione di maggiori risorse. Infatti, la vera emergenza in Italia migratoria è la mancanza di un consistente “pacchetto integrazione” che prepari allo scenario di metà secolo, quando saremo chiamati a convivere con 12 milioni di immigrati, la cui presenza sarà necessaria per il funzionamento del Paese. Caritas Migrantes 2009/02_Makaping.pdf DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE CARITAS/MIGRANTES 2009 IMMIGRAZIONE: CONOSCENZA E SOLIDARIETÀ Relazione di Geneviève Makaping Dal Titolo: L’Altro da Sé “Com-Preso” Roma,Teatro Orione, 28 ottobre 2009 Mi chiamo Geneviève Makaping, sono nata nel Camerun 51 anni fa e vivo in Italia da oltre 25 anni. Sono diventata cittadina italiana dopo diciotto anni di soggiorno e l’iter per l’acquisizione di questo bramato riconoscimento non è stato facile. Non ero sposata, e per mia dignità ma anche onestà intellettuale, non ero disposta a bypassare l’ostacolo facendo un matrimonio bianco, cioè dichiarare il falso, pur di raggiungere il mio desiderio. Diventare cittadina italiana, mi avrebbe in qualche modo facilitato il lavoro per la realizzazione delle mie ambizioni, sarebbe dire diventare giornalista e/o docente di Antropologia culturale all’Università. Non sto a descrivervi la tanta fatica, i sacrifici che, come molte persone immigrate, ho dovuto affrontare. Allo stesso tempo, non posso negare la gioia, la fierezza della lotta pacifica per l’acquisizione degli strumenti di riscatto di me stessa. La soddisfazione per un percorso che mi ha portata fino a questo luogo oggi; di fronte a tutti voi, in mezzo ad altissime personalità; accanto all’Onorevole Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e vicina a Sua Eccellenza, Monsignore Bruno Schettino, Presidente della Commissione Episcopale Migrazioni e Migrantes, ai quali porgo i miei più sinceri saluti, estesi a tutte quelle persone che mi hanno com-presa e con me sono state solidali. Dall’anno 2000 sono Italiana - Camerunese. E spesse volte mi chiedono perché premetto la mia nazionalità italiana a quella camerunese. Rispondo semplicemente che, mentre quella camerunese è naturale e non l’ho chiesto pur amandola tantissimo, quella italiana è stata acquisita, ci tengo a dirlo, per merito. A dimostrazione che, le identità così come le culture non sono statiche ma dinamiche. Le identità e le culture non sono rinchiudibili in compartimenti stagni. L’essere, per tutti, è l’essere in divenire. Meglio detto, non esistono né identità pure ne tantomeno culture pure. E ogni volta che le appartenenze s’incagliano sul concetto di “purezza” nascono dei conflitti la cui gestione porta quasi sempre alla disintegrazione dell’uomo stesso. Uomo nella sua accezione universale. Giusto una breve parentesi, il giorno di giuramento della mia fedeltà alla Repubblica Italiana, alla Sua Costituzione e alle Sue Leggi, c’era mio cugino in Italia per studiare, ma soprattutto c’era un intero paese, c’erano gli amici del mio nuovo paesino che si chiama Rose in provincia di Cosenza. Sì, sono calabrese. Ci fu una grande festa, i miei nuovi concittadini cucinarono i piatti regionali e io cucinai la polente camerunese. Arrivarono anche i giornalisti. Televisione e carta stampata titolarono: In un paesino del cosentino c’è un modello di integrazione. E sono grata allo staff di Dossier Caritas/Migrantes per avermi oggi dato l’opportunità di portare la mia testimonianza che riassume proprio il titolo del Dossier Statistico 2009: CONOSCENZA E SOLIDARIETÀ. In altri termini, la Calabria ed i calabresi vollero conoscermi e con me, furono solidali. Ed anch’io credo di aver fatto la mia modesta parte. Geneviève Makaping L’Altro da sé “Com-Preso” Geneviève Makaping 2 Del DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE 2009. IMMIGRAZIONE: CONOSCENZA E SOLIDARIETÀ, in questo contesto si può fare solo una sintesi. Credo che, per CONOSCENZA, si voglia evidenziare la determinazione del singolo o della collettività ad aprirsi all’altro da sé. La conoscenza implica la volontà di abbattere le barriere; quelle barriere che spesso appaiono insormontabili e causano diffidenze. Scegliere di conoscere l’altro da sé vuol dire non essere più disposti a procedere nelle relazioni sociali solo in termini di stereotipi che spesse volte, generano pregiudizi. “Conoscenza” dunque è un concetto ed una pratica fondamentale, perché ci previene dagli stereotipi ed i pregiudizi che immancabilmente generano il razzismo, la xenofobia, il disordine sociale, la sfiducia, il malessere. CONOSCENZA è anche accedere agli strumenti per l’accorciamento delle distanze tra le persone. CONOSCENZA è SOLIDARIETÀ. In Antropologia culturale nonché sociale, per SOLIDARIETÀ si “indica la tendenza degli individui di una comunità ad unirsi e cooperare, e costituisce il primo livello di integrazione tra individui di una stessa famiglia e di una comunità”1. Intenderei per famiglia, quella umana. Alcuni direbbero “razza umana”, termine che non utilizzo, visti i guasti causati dai vari razzismi, legittimati appunto dalla assunzione della esistenza della “razza” come qualcosa di significativo. SOLIDARIETÀ dunque come primo livello di INTEGRAZIONE. E come lo ha ricordato poc’anzi il Direttore di Caritas Italiana, Vittorio Nozza, per tre anni, ho diretto il quotidiano d’informazione italiano La Provincia Cosentina. Incarico affidatomi da un editore illuminato, l’Ingegnere Rolando Manna, avendo coniugato, sono sicura, CONOSCENZA, SOLIDARIETÀ e FIDUCIA. Ovviamente ricambiato. CONOSCENZA e SOLIDARIETÀ non significa la negazione delle diversità alle quali dovremo guardare come momento di crescita. L’accoglienza è anche volontà di fare solidarietà, allo stesso tempo è anche scelta di crescita, e tutto ciò precostituisce scenari di pace, speriamo! Ma chi sono questi “altri da noi” che avrebbero bisogno della nostra CONOSCENZA e SOLIDARIETÀ? Sono gli immigrati. Non sono solo e soltanto dei numeri da leggere e declinare in termini delinquenza, minaccia alla sicurezza, ladri di lavoro; ma sono delle persone, degli individui da comprendere (cum-prendere: prendere insieme – contenere in se) nella loro nella loro unicità; sono delle unità che fanno rima con umanità. Questi immigrati, sono quella umanità di cui il mondo, l’Occidente compreso, ha bisogno, per il tipo di contributo che possono fornire in termini di beni materiali ed immateriali. Questi immigrati, e forse soprattutto quelli che arrivano in barchette che spesse volte s’inabissano nel Mare Mediterraneo, migrano alla ricerca della sopravvivenza perché lasciano dietro di sé la sottovivenza. Certo è che, fino a che al livello globale non ci sarà una politica della solidarietà, una politica al centro della cui attenzione ci sarà l’Uomo, questi immigrati arriveranno. Fino a che non ci sarà un’equa distribuzione delle risorse al livello globale, arriveranno al costo di morire, arriveranno al costo di non giungere a destinazione. Venderanno i loro pochi averi che per loro sono tutto pur di tentare di arrivare. Al costo della vita stessa. Perché, sapete, nella totale disperazione, la peggior morte non è solo quella fisica ma quella sociale che è più temibile. E se le cose continueranno a stare così, il Mediterraneo che per la storia è il Mare che unisce l’Europa all’Africa e al Medio Oriente, diventerà sempre di più la tomba di coloro che mai otterranno degni funerali, perché non sono mai arrivati a destinazione. Queste persone sono donne 1 Dizionario di Antropologia, Etnologia, Antropologia Culturale, antropologia Sociale, Ugo Fabietti e Francesco Remotti (a cura di), pagina 699, Zanichelli Editore, Bologna, 2001. Geneviève Makaping L’Altro da sé “Com-Preso” Geneviève Makaping 3 (coloro che rappresentano la continuità della specie umana, riproduzione dunque), bambini (che rappresentano il futuro, la speranza), giovani uomini (che rappresentano la forza lavoro, il presente), nella rigida lettura ovviamente. Prova è che, e cito il Dossier Statistico Immigrazione 2009 che scrive: “Anche nello scenario di crisi economica e occupazionale, delineatosi alla fine del 2008 e rafforzatosi nel corso del 2009, l’immigrazione non ha arrestato la sua crescita”. Apprendiamo che i cittadini stranieri residenti in Italia, includendo le presenze regolari non ancora registrate incidono tra il 6,5% e il 7,2% sulla intera popolazione. E vorremo la conferma, che già c’è, che questi immigrati incidono in maniera benefica sul Prodotto Interno Lordo, proprio per il loro apporto alla crescita del sistema paese in termini di ricchezza, di beni materiali ed immateriali. CONCLUDO. Opportuno dunque lavorare e sviluppare delle politiche sociali che possano in qualche modo arginare il diffuso senso di insicurezza in Italia. È proprio questa paura della criminalità che alimenta tra gli italiani il senso di insicurezza, a impedire loro di considerare gli immigrati come una risorsa. Non è neanche che, etichettando una intera nazione come “razzista”, si risolva il problema della accoglienza dell’altro da sé. Certo è anche che gli immigrati che delinquono (seppur un sparuta minoranza) non fanno bene al mondo della migrazione. Moltissimi sono gli immigrati che rispettano le leggi italiane e contribuiscono alla sicurezza di sé e degli altri. Insomma non delinquere fa bene a tutti. Servono anche delle politiche sociali per non finire nelle maglie delle associazioni a delinquere di qualsiasi tipo siano. Presidente Onorevole Fini, Presidente Sua Eccellenza Monsignor Schettini, questa occasione mi è cara, ghiotta direi se non unica, per sottoporvi un problema che è anche il paradigma di quanto detto finora sul concetto del “noi” e degli “altri”. Nella mia Calabria, c’è la Strada Statale 106, detta anche strada della morte, la strada maledetta. Su quella via, ogni mese, per non dire ogni fine settimana, giovani uomini e donne muoiono di incidente. E, loro sono il futuro della Calabria, dell’Italia. Su quella stessa, ci sono giovani donne, alcune giovanissime che non si prostituiscono, ammesso l’abbiamo scelto, ma che dei venditori di pelle e dell’anima umana fanno prostituire. Quelle donne arrivano dall’Est Europa e dall’Africa. Donne immigrate alle quali è stata tolta la dignità prim’ancorché l’opportunità di emanciparsi. Io presi consapevolezza di me stessa, quando quel giorno, nel 1988, mi sedetti sui banchi dell’Università della Calabria, ero matricola e avevo trenta anni. Ringrazio Dossier Statistico Caritas/Migrantes per avermi concesso in questo luogo l’opportunità di parola, ma soprattutto ringrazio le Istituzioni per quanto stanno facendo e per quello che sapranno fare per restituire dignità alle persone immigrate e serenità agli autoctoni. E, nel principio della reciprocità, serve un nuovo umanesimo, per il bene di tutti, e non è buonismo ma una opportunità da non lasciarsi sfuggire. Anche in questo senso i media, che sono in assoluto gli attori più importanti per imprimere il marchio nel sociale, dovrebbero cooperare alla serenità delle persone, siano esse autoctone o migranti. L’appartenenza ad una comunità è un fatto e concetto antropologico, per nessuno escluso. Geneviève Makaping, Italiana/Camerunese e non extracomunitaria. Grazie a tutti per l’ascolto. Caritas Migrantes 2009/03_Schettino.pdf 1 L’immigrazione oggi: il punto di vista del mondo ecclesiale Mons. Bruno Schettino, Presidente della Commissione Episcopale Migrazioni e Migrantes Roma, 28 ottobre 2009, Presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2009 Caritas/Migrantes La presentazione del Dossier Caritas/Migrantes offre ogni anno l’occasione per fare il punto sulla posizione della Chiesa cattolica italiana sul fenomeno migratorio. Si tratta di riflettere sulle prese di posizione ufficiali espresse dalla Presidenza e dalla Segreteria della Conferenza Episcopale Italiana e, in questa occasione, dalla Commissione Episcopale per le Migrazioni (CEMI) della quale sono Presidente. I vescovi, naturalmente, si ispirano in primo luogo al contenuto della fede cristiana ma ritengono pure di interpretare il pensiero sull’immigrazione dell’intera comunità dei fedeli e, in particolare, quella degli operatori pastorali impegnati nel settore. Le sensibilità possono essere differenziate, così come lo sono le scelte politiche, però rimane identico per tutti l’ancoraggio ai valori della convivenza fondati sul vangelo di Gesù Cristo e ribaditi dalla dottrina sociale della chiesa, ai quali tutti i cattolici devono attenersi Non va, poi, trascurato il grande insegnamento del Concilio Vaticano II secondo il quale, specialmente sulle grandi questioni, i vescovi, la Migrantes, la Caritas, gli operatori pastorali - insomma, la chiesa nel suo complesso - devono restare in ascolto della società, delle sue preoccupazioni e delle sue aspettative, cercando di costruire insieme a tutte le persone di buona volontà una convivenza più solidale. È proprio in forza di questa capacità di ascolto che alla chiesa viene riservato un grande credito, anche sul tema dell’immigrazione, credito che è nostra cura rafforzare tramite orientamenti e comportamenti ispirati congiuntamente alla prudenza, al coraggio e all’apertura. Fatta questa breve premessa, mi atterrò nelle mie riflessioni al classico metodo pastorale del discernimento, strutturato nelle tre fasi “Vedere – Giudicare – Agire”. Seguendo questi tre punti inviterò a ragionare con serenità e in profondità, senza trascurare quella che è la vera posta in gioco dell’immigrazione, a livello personale e sociale, sollecitando, anzi, a prestare attenzione anche ad aspetti non sempre presi in considerazione, con la fiducia che si possa pervenire a una impostazione maggiormente condivisa, come del resto è già avvenuto in altri paesi di immigrazione. Sarà questa la mia maniera di commentare il motto del nuovo Dossier “Immigrazione: conoscenza e solidarietà”, motto che si ispira alle encicliche di Papa Benedetto XVI. Vedere: prendere atto dell’immigrazione come nuovo segno della società Il Dossier Caritas/Migrantes dall’anno scorso è diventato maggiorenne e quest’anno ha compiuto 19 anni di vita. Il rapporto si presenta come un osservatorio che considera sua funzione essenziale quella di pubblicare e commentare le statistiche sull’immigrazione, mettendole a disposizione degli operatori pastorali e dell’intera società. Sappiamo tutti che la conoscenza è un prerequisito essenziale dell’azione. A questa esigenza risponde l’impegno per la raccolta dei dati sull’immigrazione, che la Caritas e la Fondazione Migrantes svolgono fin dal 1991. È, infatti, nostra convinzione che gli interventi in materia migratoria vadano preparati con una serena riflessione sulle statistiche, confrontandosi cioè da vicino con la realtà e cercando di riflettere su di essa, mentre una diversa impostazione sarebbe di grave pregiudizio alla crescita dei cittadini, dei politici e dell’intera società. Non è mio compito riproporvi i dati esposti nel Dossier 2009, che ciascuno può consultare direttamente, ma voglio solo soffermarmi sull’idea di fondo che li lega. L’immigrazione è una dimensione strutturale della società italiana. Nel recente passato le cose non stavano affatto così e l’Italia era un paese di emigrati all’estero. La presenza all’estero è rimasta, ma nel frattempo siamo diventati anche un grande paese di immigrazione e le due popolazioni pressoché si equivalgono: 4 milioni di cittadini italiani all’estero e 4 milioni di cittadini stranieri in Italia. Nel 1970 vi era un cittadino straniero ogni 400 residenti, nel 1990 uno ogni 100; 2 oggi è di origine straniera 1 ogni 14 abitanti e nel 2050 secondo le previsioni dell’Istat lo sarà 1 ogni 6 abitanti. Questa forte progressione non può non colpire. I flussi in entrata stanno diventando più consistenti di quelli in uscita dall’Italia dopo la seconda guerra mondiale, quando in centinaia di migliaia ogni anno ci trasferivamo all’estero. Attualmente non c’è altro paese al mondo, se non la Spagna, che stia sperimentando un ritmo di crescita così elevato della popolazione immigrata. Tutti gli indicatori statistici sono concordi nel presentare il futuro dell’Italia come sempre più caratterizzato dall’immigrazione. Questo fenomeno sociale non è passeggero, come certe prese di posizione farebbero pensare, ma al contrario è contrassegnato da caratteri di stabilità sempre più marcati. Il Dossier si sofferma ripetutamente su questi aspetti come, ad esempio, l’equilibrio tra i due sessi, la prevalenza del carattere familiare dell’insediamento, l’aumento dei figli degli immigrati e la loro rilevante presenza nelle scuole, la consistente crescita di quanti sono nati in Italia (le seconde generazioni superano già il mezzo milione di unità), l’incidenza crescente nel mondo del lavoro, la fortissima presenza delle collaboratrici familiari nelle nostre famiglie, il radicamento nella società attestato dall’acquisto delle case, e, per farla breve, dal desiderio di partecipazione a livello culturale e sociale. Possiamo concludere questo primo punto, dicendo a ragione che l’immigrazione è un aspetto rilevante della società italiana di oggi. Giudicare: capire le ragioni della crescita dell’immigrazione In questo secondo punto siamo chiamati a giudicare questa realtà di fatto, a pronunciarci sul suo aspetto qualitativo. Non sono pochi i cittadini, e anche i fedeli, che in buona fede inquadrano l’immigrazione come un fattore che ha contribuito a peggiorare l’andamento dell’Italia. Cito alcuni degli addebiti negativi più ricorrenti sollevati nei confronti degli stranieri: non condividono i valori del nostro passato storico-culturale-religioso, non mostrano interesse a integrarsi, pregiudicano la stabilità della nostra occupazione, con la loro delinquenza e il loro modo di comportarsi rendono le nostre città più insicure, pretendono solo la concessione di sempre nuovi diritti senza volersi fare carico dei doveri. La lista potrebbe continuare, ma tanto basta per fare qualche precisazione. Se una realtà produce in prevalenza effetti negativi e si può evitare, penso che tutti possiamo concordare sul dovere di rimuoverla dalla società o, quanto meno, di ridimensionarne la portata. Le cose però non stanno così. Parlando di immigrazione prevalgono, infatti, di gran lunga i benefici che essa arreca sugli inconvenienti che comporta. Inoltre, non si tratta di un fenomeno eliminabile a piacere, anche perché la presenza immigrata è funzionale allo sviluppo del Paese, essendo un puntello al nostro malandato andamento demografico e alle carenze del mercato occupazionale. Dagli anni ’90 l’Italia sta registrando un andamento demografico negativo, in quanto il numero dei decessi supera quelli dei nuovi nati. La popolazione italiana diminuirà con un ritmo accentuato, ma fortunatamente questo impatto negativo è temperato dalla popolazione immigrata, che è più giovane e ha un tasso di natalità più elevato. Un ragionamento analogo va fatto per la necessità di forza lavoro aggiuntiva. Un’esigenza che spiega perché i lavoratori immigrati abbiano raggiunto la quota di due milioni, concentrandosi specialmente in alcuni settori, come quello della collaborazione familiare, dell’edilizia o dell’agricoltura. Queste stesse ragioni spiegano perché gli immigrati, che attualmente sono 4 milioni, saranno 6 milioni nel 2017, pari al 10% della popolazione residente, e nel 2050 diventeranno 12,3 milioni, pari al 18% dei residenti secondo le previsioni dell’Istat. In un contesto così caratterizzato bisogna fare di necessità virtù, non perché lo dicono la Caritas e la Migrantes o si debba essere buonisti per forza, ma per essere realisti, capire il senso della storia e le esigenze del Paese. In un mondo globalizzato, che avvicina tutte le aree del mondo, le migrazioni sono quei vasi comunicanti che permettono di effettuare uno scambio fruttuoso, a nostro beneficio sotto l’aspetto demografico e internazionale, a beneficio dei Paesi di origine per quanto riguarda le speranze di sviluppo. Rispetto ai grandi temi irrisolti dalla politica internazionale, quali sviluppo disuguale, la povertà, la divisione equa della ricchezza, gli immigrati sono un fattore equilibratore, una delle non molte ragioni di speranza. 3 Questo non vuol dire che il fenomeno migratorio non ponga anche dei problemi, cosa assolutamente impossibile anche in considerazione delle rilevanti dimensioni assunte dai flussi migratori; tra l’altro, i problemi dei quali spesso ci lamentiamo, sono in buona parte favoriti dalle nostre carenti politiche di integrazione, aspetto sul quale mi voglio soffermare nell’ultimo punto. Se ci sforziamo con il Dossier di procedere a un calcolo del dare e dell’avere, il vantaggio per l’Italia è innegabile e rafforza la convinzione che, se gli attuali immigrati venissero a mancare e cessassero i flussi, si assisterebbe a un vero e proprio disastro. Agire: senza un “pacchetto integrazione” non c’è una vera politica migratoria Da più di un anno sentiamo parlare del “pacchetto sicurezza” che, con la sua insistenza, ha rafforzato il malinteso che sia fondato equiparare gli immigrati ai delinquenti. Poco, invece, si è sentito parlare del “pacchetto integrazione”, di un’impostazione più equilibrata che non trascura gli aspetti relativi alla sicurezza ma li contempera con la necessità di considerare gli immigrati come nuovi cittadini portandoli a e essere soggetti attivi e partecipi nella società che li ha accolti. La Conferenza Episcopale Italiana, con toni meditati ma fermi e ripetuti, ha avuto modo di sottolineare che senza integrazione non c’è politica migratoria. Alla 58.a Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (giugno 2009), il card. Bagnasco ha ribadito che per governare l’immigrazione non basta concentrarsi sulle sole esigenze di ordine pubblico. La vera sicurezza nasce dall’integrazione. Su questa impostazione ha influito l’esperienza maturata dalla Chiesa italiana in un secolo e mezzo di servizio agli emigrati italiani all’estero, quando essi rischiavano di essere considerati unicamente come braccia da lavoro. Ancor più alla radice, su questa impostazione ha influito la concezione del migrante come persona portatrice di diritti fondamentali inalienabili, concezione collegata direttamente con la fede in Dio Padre di tutti. Le decisioni politiche trovano un limite nel rispetto della dignità delle persone. È sulla base di queste motivazioni che l’eccessiva enfasi posta sul “pacchetto sicurezza” ha visto perplessa e contrariata la comunità ecclesiale, ai vertici e alla base, specialmente tra le migliaia di operatori pastorali impegnati nel campo dell’immigrazione. È eccessiva la sperequazione tra l’interesse a difenderci da eventuali problemi connessi con l’immigrazione e il dovere di accoglierla. Molto opportunamente il Dossier di quest’anno, ridimensionando l’allarme criminalità, sottolinea che il cliché dell’immigrato-delinquente non trova riscontro nei dati statistici e che inizia a vacillare anche il cliché “italiani brava gente” a seguito dei ricorrenti atti di razzismo e intolleranza nei confronti degli immigrati. Con serenità, possiamo affermare che bisogna cambiare e favorire condizioni di vita più serene per noi stessi e per gli immigrati. A questo fine dobbiamo impegnarci per raggiungere una maggiore funzionalità della pubblica amministrazione negli adempimenti che regolano la vita degli immigrati. Dobbiamo favorire un loro inserimento nella società, che certamente comporta da parte degli immigrati l’osservanza dei doveri di cittadini ma anche, da parte nostra, una loro maggiore accettazione a tutti i livelli: di inserimento lavorativo (come si è fatto con l’ultima regolarizzazione), di cittadinanza (come è stato fatto con una recente proposta di legge), religioso (evitando che Dio venga invocato per contrapporci gli uni gli altri), politico (con maggiori aperture a livello di voto amministrativo). A questo punto le conclusioni mi paiono scontate. Abituiamoci a inquadrare con maggiore equilibrio il fenomeno delle migrazioni, accettandone la necessità. Cerchiamo di essere vicini agli immigrati, aiutandoli concretamente a conciliare le loro differenze – religiose, socio-culturali, linguistiche – con il nostro sistema normativo. Preveniamo gli inconvenienti, che non mancano, ma apprezziamo anche il loro apporto per la crescita del Paese. Raccogliamo la sollecitazione del Papa a impegnarci “in prima persona”, con la condivisione dei bisogni e delle sofferenze degli altri, e spingiamo anche i politici in questa direzione, perché solo così la società italiana ne uscirà rafforzata. Lungo le vie del futuro, non servono tanto i divieti quanto la condivisone di obiettivi comuni. 4 Su questa base ritengo necessario proporre a tutte le persone di buona volontà queste sei piste di impegno: 1. Riconsiderare il fenomeno migratoria in una visione storico-antropologica sul futuro prossimo della nostra società italiana, sempre più multiculturale e a tal fine occorrono lo studio e la ricerca di possibili forme di integrazione tra culture. 2. Rivedere i flussi migratori, superando, senza essere superficiali, i rallentamenti della burocrazia. 3. Dare maggiore risalto alla conoscenza della lingua italiana e delle tradizioni. 4. Pervenire al riconoscimento del diritto di cittadinanza. 5. Considerare maggiormente i motivi umanitari per concedere i permessi di soggiorno. 6. Ricreare una coscienza collettiva, nell’ambito di un processo educativo integrale, per superare le paure nei confronti delle nuove generazioni. Le piste sono fruttuose: ricorriamo a tutta la buona volontà che ci è possibile. Grazie! Caritas Migrantes 2009/04_Scheda_sintesi.pdf 1 X I X R a p p o r t o s u l l ’ i m m i g r a z i o n e CARITAS/MIGRANTES Immigrazione Dossier Statistico 2009 Immigrazione: conoscenza e solidarietà IDOS - Centro Studi e Ricerche Redazione Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes Via Aurelia 796 - 00165 Roma Tel. 06.66514345 – Fax 06.66540087 E-mail: idos@dossierimmigrazione.it Internet: www.dossierimmigrazione.it I NUOVI DATI: OLTRE 4 MILIONI DI IMMIGRATI IN ITALIA Anche nello scenario di crisi economica e occupazionale, delineatosi alla fine del 2008 e rafforzatosi nel corso del 2009, l’immigrazione non ha arrestato la sua crescita. L’au- mento annuo di 250 mila unità, considerato nelle previsioni dell’Istat come scenario alto, è risultato inferiore a quanto effettivamente avvenuto (+458.644 residenti nel 2008, +13,4% rispetto all’anno precedente). I cittadini stranieri residenti erano 2.670.514 nel 2005 e sono risultati 3.891.295 alla fine del 2008, ma si arriva a circa 4.330.000 includendo anche le presenze regolari non anco- ra registrate in anagrafe. Incidono, quindi, tra il 6,5% (resi- denti) e il 7,2% (totale presenze regolari) sull’intera popola- zione; ma il dato arriva al 10% se si fa riferimento alla sola classe dei più giovani (minori e giovani fino ai 39 anni). Se poi si tiene conto che la regolarizzazione di settembre 2009, pur in tempo di crisi, ha coinvolto quasi 300 mila persone nel solo settore della collaborazione familiare, l’Italia oltrepassa abbondantemente i 4,5 milioni di presenze: siamo sulla scia della Spagna (oltre 5 milioni) e non tanto distanti dalla Ger- mania (circa 7 milioni). Il 2008 è stato il primo anno in cui l’Italia, per incidenza degli stranieri residenti sul totale della popolazione, si è collo- cata al di sopra della media europea e, seppure ancora lonta- na dalla Germania e specialmente dalla Spagna (con inciden- ze rispettivamente dell’8,2% e dell’11,7%), ha superato la Gran Bretagna (6,3%). Nei Paesi di più antica tradizione migratoria, però, è molto più elevato il numero di cittadini nazionali di origine immigrata, essendo più agevole la nor- mativa sull’accesso alla cittadinanza: in Francia il 23% della popolazione ha genitori o nonni di origine immigrata; in Ger- mania, mentre i cittadini stranieri sono scesi a circa l’8%, quelli con un passato migratorio raggiungono ben il 18%. In Italia, dove questa distinzione non è statisticamente agevole, nel 2008 si è giunti a quasi 40 mila casi di acquisizione di cit- tadinanza a seguito di matrimonio o di anzianità di residenza. Continua a prevalere la presenza di origine europea (53,6%, per più della metà da Paesi comunitari). Seguono gli africani (22,4%), gli asiatici (15,8%) e gli americani (8,1%). Risulta fortemente attenuato il policentrismo delle prove- nienze, che per molti anni è stato una spiccata caratteristica dell’immigrazione italiana: le prime 5 collettività superano la metà dell’intera presenza (800 mila romeni, 440 mila albane- si, 400 mila marocchini, 170 mila cinesi e 150 mila ucraini). A livello territoriale il Centro (25,1%) e il Meridione (12,8%) sono molto distanziati dal Nord quanto a numero di residenti stranieri (62,1%), così come il Lazio (11,6%) lo è dalla Lombardia (23,3%), tra l’altro preceduto, seppure di poco, dal Veneto (11,7%). Il dinamismo della popolazione straniera è da ricondurre principalmente alla sua evoluzione demografica da una parte e alla domanda di occupazione del Paese dall’altra, mentre influiscono in misura veramente minima le poche decine di 2 migliaia di sbarchi, pari a meno dell’1% della presenza rego- lare. Nel 2008 sono state 36.951 le persone sbarcate sulle coste italiane, 17.880 i rimpatri forzati, 10.539 gli stranieri transitati nei centri di identificazione ed espulsione e 6.358 quelli respinti alle frontiere. Non si tratta neppure di un cinquante- simo rispetto alla presenza di immigrati regolari in Italia, eppure il contrasto dei flussi irregolari ha monopolizzato l’at- tenzione dell’opinione pubblica e le decisioni politiche; tanto più che il rapporto tra allontanati e intercettati è di 34 ogni 100 (il più basso dal 2004) e si registra una crescente confu- sione tra immigrati “clandestini”, irregolari, richiedenti asilo e persone aventi diritto alla protezione umanitaria. SOTTOSVILUPPO, MIGRAZIONI E UNIONE EUROPEA La popolazione mondiale a fine 2008 è arrivata a 6 miliar- di e 829 milioni e il ritmo di crescita, seppure rallentato rispetto al passato, non si è interrotto. Nel 2025 gli abitanti della Terra raggiungeranno gli 8 miliardi e incrementeranno la loro concentrazione nelle città, specialmente nei Paesi in via di sviluppo (Pvs), dove un terzo della popolazione vive in baraccopoli. Nei Paesi a sviluppo avanzato (Psa) rimarrà solo un quinto della forza lavoro mondiale: basti pensare che, alla stessa data, in Europa è prevista una diminuzione di 38 milio- ni di persone e in Africa l’aumento di un miliardo. Le migrazioni si collocano nel contesto di un mondo ingiu- sto e inducono a prendere in considerazione le ragioni dei Paesi di origine. La ricchezza mondiale è tale da poter assi- curare a ogni abitante i mezzi per vivere dignitosamente (a parità di potere d’acquisto, il PIL pro capite è di 10.206 dolla- ri): una finalità attualmente impossibile a causa della sua ine- guale distribuzione. I Pvs, dove vive l’85% della popolazione, non hanno a disposizione neppure la metà della ricchezza mondiale (46,1%) e si attestano su un reddito medio pro capite di 5.500 dollari, contro i 36.000 dollari dei Psa. Le condizioni dei singoli Paesi sono molto differenziate e ancora troppe persone vivono in condizioni di povertà strutturale, concentrate specialmente in Africa e in Asia. Le pesone che soffrono la fame sono aumentate e arrivano a un miliardo. Alla fine del 2008 sono state 42 milioni le persone costrette alla fuga da guerre e persecuzioni. Vi sono milioni di persone che non dispongono neppure di 1 dollaro al giorno, e altre, nei Paesi ricchi, che in media ne hanno a disposizione 100 al giorno. Si ripete lo slogan di “aiutare gli immigrati a casa loro”, con l’intento di far passare per sagge politiche restrittive alle quali corrisponde il disimpegno sul piano degli aiuti. I “gran- di della Terra”, nei loro incontri, rinnovano le promesse di intervento, ma si tratta degli stessi impegni presi nel passato e finora non mantenuti. Molti Psa, e in particolare l’Italia, sono ben lontani dal devolvere per lo sviluppo lo 0,7% del Prodotto interno lordo, stabilito come obiettivo minimo a livello internazionale. È vero che l’Italia è un Paese con molti problemi (povertà, usura, stipendi bassi, questione del Mez- zogiorno ecc.), ma ciò non giustifica il disimpegno rispetto al problema dello sviluppo mondiale e neppure la chiusura nei confronti dell’immigrazione. Piccole economie, come quella della Moldavia, ricevono dalle rimesse più di un quarto del Pil nazionale: si può imma- ginare cosa capiterebbe se, in cambio di un improbabile aiuto in loco, venisse meno il contriuto degli emigrati di quel Paese. Lo stesso si può dire di molti altri Stati, per i quali gli emi- grati sono una diffusa fonte di sostegno e di speranza. Tra i 200 milioni di migranti nel mondo, si contano ben 12,3 milioni di vittime di sfruttamento lavorativo e 1,4 milioni di vittime di sfruttamento sessuale, con una vasta area di irrego- larità che di per sé espone più facilmente alla precarietà e ai soprusi. In questo scenario l’Europa si conferma come l’area di maggiore presenza, ospitando circa un terzo del totale dei migranti. Nell’UE a 27 gli immigrati sono 38,1 milioni, con un’incidenza del 6,2% sui residenti: più di un terzo proviene da altri Stati membri (36,7%), ma ormai si rischia di conside- rare “stranieri” anche i comunitari, dei quali gli italiani costi- tuiscono in diversi paesi una parte cospicua. L’immigrazione continua a essere uno dei temi caldi e gli organismi dell’U- nione Europea si sono occupati in prevalenza del controllo dei flussi e dei rimpatri, mentre è rimasto in sordina l’obietti- vo della convivenza nella diversità. In quest’ultimo decennio la Spagna e l’Italia sono stati, nel- l’Unione, i Paesi maggiormente interessati dall’immigrazione e in essi ha trovato sbocco la maggior parte dei flussi: nei due Paesi sono stati superati, rispettivamente, i 5 e i 4 milioni di immigrati (5.262.000 e 4.330.000), con un aumento decen- nale di cinque e di tre volte. Gli Stati mediterranei sono entrati a far parte, così, dei grandi Paesi di immigrazione. Nel 2008 la popolazione straniera nell’Unione a 27 è aumentata di circa 1,5 milioni, un buon quarto dei quali da attribuire all’Italia, lo Stato membro in cui la presenza straniera è mag- giormente cresciuta in termini assoluti. Questo primato com- porta un ruolo di maggiore responsabilità e c’è da chiedersi se esso sia stato adeguatamente esercitato. DEMOGRAFIA, MINORI E SCUOLA In Italia, 1 abitante su 14 (7,2%) è di cittadinanza straniera. L’incidenza è maggiore tra i minori e i giovani adulti (18-44 anni), con conseguente maggiore visibilità a scuola e nel mercato del lavoro. Più di un quinto della popolazione straniera è costituito da minori (862.453), 5 punti percentuali in più rispetto a quan- to avviene tra gli italiani (22% contro 16,7%). I nuovi nati da entrambi i genitori stranieri (72.472) hanno inciso nel 2008 per il 12,6% sulle nascite totali registrate in Italia, ma il loro apporto è pari a un sesto se si considerano anche i figli di un solo genitore straniero. Ad essi si sono aggiunti altri 40.000 minori venuti a seguito di ricongiungimento. Tra nati in Italia e ricongiunti, il 2008 è stato l’anno in cui i minori, per la prima volta, sono aumentati di oltre 100 mila unità. A chie- dere il ricongiungimento il più delle volte (65,6%) è una per- sona sola; negli altri casi l’interessato vive con uno o più indi- vidui, a testimonianza di un processo di inserimento sempre più avanzato. L’età media degli stranieri è di 31 anni, contro i 43 degli italiani. Tra i cittadini stranieri gli ultrasessantacinquenni sono solo il 2%. L’immigrazione è dunque anche una ricchezza demografica per la popolazione italiana, che va incontro al futuro con un tasso di invecchiamento accentuato; e lo è specialmente per i Comuni con meno di 5.000 abitanti, molti dei quali senza questo supporto sarebbero in prospetti- va a rischio di spopolamento. Gli alunni figli di genitori stranieri, nell’anno scolastico 2008/2009, sono saliti a 628.937 su un totale di 8.943.796 iscritti, per un’incidenza del 7%. L’aumento annuale è stato di 54.800 unità, pari a circa il 10%. L’incidenza più elevata si registra nelle scuole elementari (8,3%) e, a livello regionale, in Emilia Romagna e in Umbria, dove viene superato il 12%, mentre si scende al 2% al Sud e nelle Isole. Di questi studen- ti, 1 ogni 6 è romeno, 1 ogni 7 albanese e 1 ogni 8 maroc- chino, ma si rileva di fatto una miriade di nazionalità, vera- mente un “mondo in classe”, come mettono in evidenza i progetti interculturali. Si tratta di alunni “stranieri” per modo di dire, perché quasi 4 su 10 (37%) sono nati in Italia e di questo Paese si considerano cittadini; e il rapporto sale a ben 7 su 10 tra gli iscritti alla scuola dell’infanzia. Per costoro la lingua, spesso invocata come motivo di separazione, non costituisce un ostacolo; e così potrebbe essere anche per i ragazzi ricon- giunti nel corso dell’anno, a condizione di potenziare le misure di sostegno per l’apprendimento dell’italiano. Questi giovani condividono con i coetanei italiani compor- tamenti, gusti, consumi, incertezze esistenziali. Soprattutto le ragazze puntano all’emancipazione economica e individuale, spesso con conseguenti strappi con la famiglia e le tradizioni di origine. Differenze si riscontrano, invece, nel percorso sco- lastico, a causa di problemi di ritardo, dispersione, insucces- so, specialmente nella scuola secondaria superiore: ragionan- do in termini di sistema per il futuro del Paese, bisognerà ridurre questo svantaggio, dotando la scuola dei mezzi e del personale necessari. Nelle università italiane, a differenza di quanto avviene nelle scuole e anche a differenza di quanto si riscontra nei grandi Paesi europei, la presenza internazionale è ridotta ed è straniero (o perché venuto appositamente dall’estero o per- ché figlio di genitori stranieri residenti in Italia) solo 1 ogni 35 iscritti, con concentrazioni particolarmente elevate negli ate- nei di Roma “La Sapienza”, Bologna, Torino, Firenze e Pado- va. I 51.803 universitari esteri, dei quali 11.500 immatricolati nell’ultimo anno, si orientano maggiormente verso le facoltà di economia e di medicina. A laurearsi nel 2007 sono stati in 5.842 ed è probabile che la maggioranza ritornerà nei Paesi di origine. IMMIGRATI E MONDO DEL LAVORO Anche in un anno di crisi incipiente, come è stato il 2008, l’apporto degli immigrati è risultato così necessario da far aumentare il loro numero tra gli occupati di 200 mila unità. Del resto, nel mercato occupazionale italiano l’internaziona- lizzazione è in corso da tempo e i lavoratori nati all’estero sono il 15,5% del totale. Tra di essi non mancano gli italiani di ritorno (a testimonianza degli oltre 4 milioni di emigrati italiani residenti all’estero), ma la stragrande maggioranza è costituita da lavoratori stranieri, il cui afflusso si è incrementa- to specialmente nell’ultimo decennio. I lavoratori stranieri in senso stretto sono quasi un decimo degli occupati e contribuiscono per una analoga quota alla creazione della ricchezza del Paese, come posto in risalto, rispettivamente, dalle indagini trimestrali dell’Istat sulla forza lavoro e dalle ricerche di Unioncamere. Come risaputo, i motivi di lavoro sono, insieme ai motivi familiari, quelli che attestano il carattere di insediamento stabile dell’immigrazio- ne. Si tratta di persone spesso inserite da molti anni sul posto di lavoro e che, superando difficili condizioni di partenza, oggi presentano queste caratteristiche: • un tasso di attività di 11 punti più elevato rispetto alla media (73,3 vs 62,3); • estrema motivazione a riuscire, per il fatto che per loro la migrazione rappresenta una scelta esistenziale forte; • disponibilità a svolgere un’ampia gamma di lavori, da cui deriva anche la loro alta concentrazione nei settori meno appetibili per gli italiani; • esposizione a maggiori condizioni di rischio sul lavoro (143.651 infortuni nel 2008, dei quali 176 mortali); • scarso grado di gratificazione (soprattutto per via del mancato riconoscimento delle qualifiche e dell’inserimen- to in posti occupazionali di basso livello); • necessità di sostenere i familiari rimasti in patria (ai quali nel 2008 hanno inviato 6,4 miliardi di € con le rimesse); • sottoposizione ad atteggiamenti di diffidenza e, da ulti- mo, anche di ostilità, con ricorrenti atti di vero e proprio razzismo. Di questi circa 2 milioni di lavoratori immigrati, quasi 1 milione si è iscritto ai sindacati, mostrando così la volontà di tutelare la dignità del proprio lavoro e prefigurando altresì quanto potrà avvenire nei circoli culturali, in quelli sportivi, negli uffici e in altre strutture aggregative a seguito della loro progressiva partecipazione. 1 milione sono anche, secondo stime, le donne immigrate che si prendono cura delle nostre famiglie. La regolarizzazione realizzatasi a settembre 2009 e chiusasi con 294.744 domande di assunzione di lavoratori non comunitari come collaboratori familiari o badanti (que- ste ultime pari a un terzo del totale), seppure tempestata di polemiche nella fase di approvazione, ha evidenziato ancora una volta la complementarità tra esigenze della popolazione italiana e disponibilità di quella immigrata; inoltre, con alcu- ne ulteriori accortezze, il provvedimento avrebbe consentito l’emersione di un numero maggiore di persone, con benefici innegabili non solo per esse stesse e per le famiglie da assiste- re, ma anche per lo Stato: l’operazione ha fruttato, infatti, 154 milioni di euro in contributi arretrati e marche, mentre nel periodo 2010-2012 farà entrare nelle casse dell’Inps 1,3 miliardi di euro supplementari. Anche il settore del lavoro imprenditoriale, nonostante le difficoltà della fase congiunturale, è riuscito a mantenere un certo dinamismo: attualmente si contano 187.466 cittadini stranieri titolari di impresa, in prevalenza a carattere artigia- no, che garantiscono il lavoro a loro stessi e anche a diversi dipendenti (attorno ai 200 mila, secondo la stima riportata nel libro ImmigratImprenditori della Fondazione Ethnoland). Questo settore, tenendo anche conto dei soci e delle persone coinvolte in altri ruoli, movimenta mezzo milione di persone, un aspetto non trascurabile in un momento in cui l’econo- mia ha bisogno di traino, tanto più che nel caso degli immi- grati è stata finora realizzata solo la metà delle loro effettive potenzialità nel mondo dell’imprenditoria. 3 Nel clima di grande commozione che ha suscitato il terre- moto de L’Aquila del 6 aprile 2009, merita sottolineare come presenza, lavoro e convivenza tra italiani e immigrati vadano sempre più strettamente intrecciandosi, sia nelle giornate normali come in quelle della disgrazia. Su 291 vittime del ter- remoto, 19 nominativi sono stranieri, quasi il 7% delle vitti- me identificate, al di sopra dell’incidenza dei cittadini stranie- ri in Abruzzo che è del 4,5%. Anche in questo triste evento, il contributo degli immigrati è molto elevato, ruolo del resto comprensibile se si tiene conto che nella zona dell’aquilano vi sono molti immigrati dediti alla pastorizia e ai lavori agricoli, specialmente macedoni, albanesi e romeni (quest’ultimi a lungo stigmatizzati come una collettività “canaglia”). Gli immigrati, associati in maniera ricorrente alla crimina- lità, evidenziano invece il basso tasso di legalità del nostro Paese, come dimostrano le assunzioni in nero, il ricorso al caporalato, l’evasione contributiva, l’inosservanza delle norme contrattuali, il mancato riconoscimento delle qualifi- che. Per questi motivi, l’azione svolta per liberare le donne vittime della tratta è stata allargata anche alle vittime di sfruttamento lavorativo e, dal 2000, in media ogni anno sono state assistitite 1.200 persone con progetti finanziati dal Dipartimento delle Pari Opportunità. APPROFONDIMENTI SU CRIMINALITÀ E APPORTO FINANZIARIO Dei diversi approfondimenti condotti dal Dossier segnalia- mo quelli riguardanti il rapporto tra immigrazione e crimina- lità e quello sul loro apporto contributivo fiscale. Tra gli italiani intervistati di recente, 6 su 10 attribuiscono agli stranieri un tasso di criminalità più alto e, perciò, è necessario approfondire i dati statistici disponibili e risponde- re in maniera argomentata a tre questioni: è quanto ha cer- cato di fare il Dossier con l’agenzia “Redattore Sociale”. Prima questione: se l’aumento della criminalità sia dovuto in maniera più che proporzionale all’aumento della popola- zione residente. La risposta è negativa. Nel periodo 2001- 2005 l’aumento degli stranieri residenti è stato del 101% e l’aumento delle denunce presentate contro stranieri del 46%. Alla stessa conclusione è giunta la Banca d’Italia in una ricerca imperniata sui dati relativi al periodo 1990-2003. Seconda questione: se gli stranieri regolari siano caratteriz- zati da un tasso di criminalità superiore a quello degli italiani. A prima vista sembrerebbe proprio così: nel 2005 l’incidenza degli stranieri sulla popolazione residente è stata del 4,5% e l’incidenza sulle denunce penali con autore noto del 23,7% (130.131 su 550.590). In realtà, solo nel 28,9% dei casi sono implicati stranieri legalmente presenti e ciò abbassa il loro tasso di criminalità, che scende ulteriormente ipotizzando che anche gli italiani che delinquono siano per il 92,5% con- centrati tra i ventenni e i trentenni (come accade tra gli stra- nieri) e considerando che il confronto non tiene conto dei reati contro la normativa sull’immigrazione: alla fine, il tasso di criminalità risulta essere analogo per italiani e stranieri. Terza questione: se gli stranieri irregolari si caratterizzino per i loro comportamenti delittuosi. È vero che, in proporzio- ne, sono più elevate le denunce a loro carico, da riferire in parte al loro stato di maggiore precarietà e in parte anche al loro coinvolgimento nelle spire della criminalità organizzata. Tuttavia, risulta infondata l’equiparazione tra irregolare e delinquente, come dimostra il fatto che la metà degli attuali quattro milioni di residenti sono stati irregolari, come lo erano, fino al mese di agosto 2009, le 300 mila collaboratrici familiari prima della domanda di emersione. Il boom della criminalità era già avvenuto in Italia all’inizio degli anni ’90 e, rispetto ad allora, il livello delle denunce è rimasto lo stesso. Certamente anche gli immigrati possono delinquere e su questo bisogna vigilare, senza tuttavia tra- sformarli in un capro espiatorio del nostro disagio sociale. Sul piano economico i dati relativi al 2007 evidenziano, innanzi tutto, il consistente apporto degli immigrati all’e- conomia italiana: si tratta, secondo Unioncamere, di 134 miliardi di euro, pari al 9,5% del prodotto interno lordo. I versamenti contributivi effettuati all’Inps sono stati sti- mati dal Dossier pari a oltre 7 miliardi di euro, dei quali oltre 2,4 miliardi pagati direttamente dai lavoratori stranieri e la restante quota dai datori di lavoro. Invece, la stima del gettito fiscale, includendo le tasse più rilevanti, è di oltre 3,2 miliardi di euro. Ne deriva che, direttamente dalle buste paga dei lavora- tori immigrati, provengono in totale 5,6 miliardi di euro (ma secondo la Cgia anche di più). Pur nella difficoltà di calcolare l’incidenza degli immigrati sulla spesa sociale, non mancano i tentativi in tal senso e la Banca d’Italia stima che agli immigrati vada il 2,5% di tutte le spese di istruzione, pensione, sanità e prestazioni di sostegno al red- dito, all’incirca la metà di quello che assicurano in termini di gettito. SOCIETÀ E CONVIVENZA Sono consistenti gli indicatori di un intreccio sempre più stretto tra i nuovi venuti e la società che li ha accolti, che vanno oltre il piano lavorativo. Le acquisizioni di cittadinanza (39.484 nel 2008) sono quadruplicate rispetto al 2000 e più che quintuplicate (53.696) se si tiene conto anche delle cittadinanze ricono- sciute direttamente dai Comuni. Neppure la rigidità della normativa costituisce un freno al dinamismo dell’integrazio- ne e ormai in 4 casi su 10 l’acquisizione della cittadinanza viene concessa a seguito della residenza previamente matu- rata. Nonostante ciò l’Italia resta nettamente distanziata dagli altri Paesi europei per numero di concessioni (solo settima in graduatoria), proprio in conseguenza di un impianto norma- tivo restrittivo. Un altro indicatore significativo sono i matrimoni misti. In 12 anni (1995-2007) sono stati celebrati 222.521 matrimoni misti, dei quali 23.560 nell’ultimo anno, pari a circa un deci- mo del totale. Questi matrimoni sono una frontiera avvincen- te ma a volte difficile da presidiare: non mancano, infatti, i fallimenti (il 6,7% delle separazioni e il 5,7% dei divorzi riguardano queste coppie), anche perché spesso manca, oltre che la preparazione individuale a un’approccio intercul- turale della relazione, anche un humus sociale che la sosten- ga. In ogni caso, considerando che separazioni e divorzi inci- dono nella stessa misura della popolazione straniera su quella complessiva e, soprattutto, in misura inferiore a quella dei matrimoni misti sul totale dei matrimoni celebrati in un anno, il dato non costituisce una particolare anomalia. 4 5 Anche la volontà di acquistare casa nel Paese di elezione, nonostante le previsioni rigide della normativa in caso di disoccupazione, si sta affermando sempre più: oltre un decimo della popolazione immigrata, infatti, è diventata proprietaria di un appartamento. La crisi congiunturale e la difficoltà di accesso al credito non potevano non causare una diminuzione delle compravendite di case da parte degli immigrati, per giunta con l’importo medio delle transazioni sceso a 113.000 euro. Sono dunque concordi gli indicatori statistici su questa voglia di integrazione, a cui purtroppo sembra corrispon- dere, da parte di molti italiani, l’impulso a contrastarla. Sono state migliaia le segnalazioni all’Unar, delle quali 511 riconducibili a qualche forma di discriminazione, in 4 casi su 10 riguardanti immigrati africani, segnatamente maghrebini. Il lavoro e la casa sono gli ambiti più proble- matici per quanto riguarda le pari opportunità, come pure il rapporto con gli enti pubblici, nei cui confronti si sono sollevate lamentele nel 13% delle segnalazioni. La gravità delle condizioni lavorative e abitative è confermata dai dati dei Centri d’ascolto della rete Caritas (372 centri, in rap- presentanza di 137 diocesi, ai quali si sono rivolte 80.041 persone nel 2008), i quali attestano che, rispetto agli italia- ni, gli immigrati si presentano molto più raramente per richiedere un aiuto economico (7% contro 21%). A turbare molti, per una malintesa volontà di difesa della religione cristiana, è il panorama multireligioso: in realtà oltre la metà degli immigrati è cristiana, i musulmani sono un terzo, le religioni delle tradizioni orientali meno di un decimo e poi, in misura più ridotta, seguono altre apparte- nenze. Secondo l’Agenzia europea per i diritti fondamenta- li, l’Italia è tra gli Stati membri più intolleranti nei confronti dei musulmani: 1 intervistato su 3 ha dichiarato di aver subìto un atto discriminatorio negli ultimi 12 mesi. Più positiva è l’esperienza che si sta facendo con gli ortodossi, i cui preti celebrano il rito liturgico nelle chiese cattoliche. Senza confusioni e sincretismi, questo nuovo scenario dovrebbe aiutare a far riscoprire il senso religioso, a lavora- re insieme per le opere di pace e il benessere della società e a non usare Dio come un’arma contro i fedeli di altre reli- gioni. Vissuta così, la presenza multireligiosa può costituire un’opportunità di crescita individuale e collettiva, con riflessi positivi anche sui Paesi di origine. Le remore da parte degli italiani, a livello sociale, cultura- le e religioso, hanno trovato una sponda nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” (legge 94/2009), che si è occupato dell’immigrazione solo con misure di carattere restrittivo, così che, anche a prescindere dal merito delle misure previ- ste, è proprio questa unilateralità che lascia insoddisfatti. Tra i provvedimenti, del resto, si segnalano l’introduzione di un versamento di 200 euro a carico di chi richiede la cit- tadinanza o il rilascio/rinnovo del permesso di soggiorno, come anche la previsione di un permesso di soggiorno a punti, che qualcuno ha paragonato a una patente a punti che di fatto è solo a perdere. PREDISPORSI A UNO SCAMBIO POSITIVO Per la Caritas e per la Migrantes è fondamentale ricono- scere la verità nella carità e unire, perciò, la conoscenza alla solidarietà, secondo l’insegnamento biblico ripreso da Papa Benedetto XVI nelle sue recenti encicliche e dalla Conferenza Episcopale Italiana con l’indicazione che “la vera sicurezza nasce dall’integrazione”. L’Italia fa sempre più parte integrante dello scenario mon- diale e, del resto, è dall’estero che ricaviamo circa la metà della nostra ricchezza. I 4 milioni di cittadini stranieri in Italia, come i 4 milioni di cittadini italiani all’estero, ricordano la necessità di inquadrare le questioni nazionali in un’ottica più ampia. I dati del Dossier 2009 sottolineano che gli stranieri non sono persone dal tasso di delinquenza più alto, non stanno dando luogo a una invasione di carattere religioso, non con- sumano risorse pubbliche più di quanto versino con tasse e contributi, non sono disaffezionati al Paese che li ha accolti e, al contrario, sono un efficace ammortizzatore demografico e occupazionale. I “grandi numeri” esposti nel XIX rapporto sull’immigrazione Caritas/Migrantes rivestono anche un valo- re qualitativo rilevante ai fini della convivenza sociale. Continuiamo a considerare stranieri gli immigrati e a trat- tarli come tali, anche se lo sono giuridicamente ma non nei fatti. Invece, per prepararsi alla società di metà secolo, quan- do secondo le previsioni un terzo della popolazione italiana avrà superato i 65 anni, gli immigrati sono una ricchezza indispensabile ed è in questa prospettiva che sono auspicabili politiche sociali e familiari più incisive, superando la tentazio- ne dell’estraneità e favorendo l’inserimento, anche con la partecipazione al voto amministrativo e la revisione della nor- mativa sulla cittadinanza, troppo rigida non solo per i bambi- ni nati in Italia ma anche per i loro genitori insediati stabil- mente. A causa del nostro atteggiamento chiuso, i giovani immi- grati si sentono più cittadini del mondo che italiani (35% contro 24% delle risposte nell’indagine dell’Università Bocco- ni): parlano più lingue, ma paradossalmente rischiano di essere emarginati. Nel dibattito pubblico non manca chi sostiene che nella nostra società è accettabile una presenza multietnica ma non multiculturale, e tanto meno interculturale, dunque una sorta di mera presenza fisica in assenza di scambi, intrecci e fusioni, secondo un’impostazione di separatezza. Viene così ripropo- sta la concezione dei “lavoratori ospiti”, che la Germania ha definitivamente superato puntando, invece, sull’integrazione che, seppure attualmente eclissata da un’eccessiva insistenza sulla sicurezza, è la chiave che permette di gestire adeguata- mente quanto sta avvenendo e quanto avverrà in futuro. La scelta da parte di Caritas e Migrantes dello slogan “conoscenza e solidarietà” è un invito a soffermarsi sull’im- patto che l’immigrazione può esercitare sul piano della convi- venza. Nell’attuale situazione, segnata da un tasso di natalità ancora molto basso, questo innesto va gestito e non contra- stato per principio, portando gli immigrati a sentirsi inseriti nella società, a rispettarne le leggi, a coglierne le possibilità di partecipazione e a dare tutto il loro apporto per la crescita del Paese. L’auspicio di Caritas e Migrantes è che, come molti Paesi nel mondo hanno costruito il loro sviluppo con l’appor- to degli italiani, così anche l’Italia sappia costruire il suo futu- ro con l’apporto degli immigrati. Il nostro futuro, infatti, ha sempre più bisogno di uno scambio positivo tra la popolazio- ne autoctona e quella di origine immigrata. 6 ITALIA. Stranieri residenti per cittadinanza e sesso (31.12.2008)* Paesi di provenienza Totale % % incidenza donne Paesi di provenienza Totale % % incidenza donne Romania 796.477 20,5 53,1 Rep. Ceca 5.801 0,1 80,8 Albania 441.396 11,3 45,2 Venezuela 5.339 0,1 67,6 Marocco 403.592 10,4 42,1 Portogallo 5.219 0,1 56,5 Cina 170.265 4,4 47,8 Bielorussia 5.062 0,1 80,3 Ucraina 153.998 4,0 79,9 Capo Verde 4.569 0,1 71,9 Filippine 113.686 2,9 58,1 Thailandia 4.388 0,1 89,9 Tunisia 100.112 2,6 35,9 Montenegro 4.243 0,1 45,0 Polonia 99.389 2,6 70,0 Corea del Sud 4.066 0,1 51,6 India 91.855 2,4 40,9 Libano 3.779 0,1 37,3 Moldavia 89.424 2,3 66,4 Togo 3.777 0,1 34,0 Macedonia 89.066 2,3 43,0 Siria 3.701 0,1 37,3 Ecuador 80.070 2,1 59,4 Cile 3.641 0,1 57,4 Perù 77.629 2,0 60,2 Lituania 3.640 0,1 79,1 Egitto 74.599 1,9 30,3 Messico 3.620 0,1 67,3 Sri Lanka 68.738 1,8 44,5 Congo 3.591 0,1 48,8 Senegal 67.510 1,7 21,3 Svezia 3.496 0,1 67,5 Bangladesh 65.529 1,7 33,3 Congo Rep. Dem. 3.400 0,1 49,6 Serbia 57.826 1,5 45,2 Slovenia 3.101 0,1 47,3 Pakistan 55.371 1,4 31,0 Irlanda 2.912 0,1 53,5 Nigeria 44.544 1,1 55,9 Giordania 2.692 0,1 37,5 Ghana 42.327 1,1 43,4 Guinea 2.679 0,1 36,4 Germania 41.476 1,1 61,5 Canada 2.492 0,1 56,8 Brasile 41.476 1,1 67,6 Sudan 2.395 0,1 15,4 Bulgaria 40.880 1,1 60,1 Israele 2.385 0,1 38,4 Francia 32.079 0,8 60,7 Danimarca 2.302 0,1 63,0 Bosnia-Erzegovina 30.124 0,8 43,3 Benin 2.287 0,1 41,0 Regno Unito 28.174 0,7 55,4 Afghanistan 2.198 0,1 6,0 Algeria 24.387 0,6 32,6 Iraq 2.158 0,1 30,0 Russia 23.201 0,6 80,9 Liberia 2.100 0,1 14,2 Croazia 21.511 0,6 48,2 Australia 2.078 0,1 60,6 Dominicana Rep. 20.583 0,5 65,9 Finlandia 1.784 0,0 78,4 Costa d'Avorio 19.408 0,5 44,6 Lettonia 1.782 0,0 83,7 Colombia 18.615 0,5 64,1 Angola 1.686 0,0 46,9 Spagna 18.258 0,5 72,0 Uruguay 1.676 0,0 59,3 Turchia 16.225 0,4 41,1 San Marino 1.541 0,0 41,5 Cuba 15.883 0,4 76,4 Indonesia 1.533 0,0 78,0 Stati Uniti 15.324 0,4 54,3 Georgia 1.482 0,0 74,4 Eritrea 11.911 0,3 46,4 Libia 1.471 0,0 38,8 Argentina 11.842 0,3 55,6 Kenia 1.383 0,0 59,1 Burkina Faso 10.493 0,3 35,3 Sierra Leone 1.239 0,0 40,0 Svizzera 9.736 0,3 56,5 Uzbekistan 1.193 0,0 79,0 Maurizio 9.188 0,2 54,7 Niger 1.113 0,0 54,3 Paesi Bassi 8.521 0,2 56,4 Vietnam 1.079 0,0 58,8 Slovacchia 8.091 0,2 65,7 Madagascar 1.053 0,0 73,5 Camerun 7.994 0,2 47,2 Paraguay 1.053 0,0 69,9 Etiopia 7.978 0,2 59,3 Norvegia 1.009 0,0 62,8 Kosovo 7.625 0,2 39,9 Kazakistan 999 0,0 79,6 Giappone 7.296 0,2 65,6 Mali 992 0,0 40,0 Grecia 7.285 0,2 45,9 Dominica 984 0,0 68,8 Iran 6.983 0,2 44,5 Malta 849 0,0 68,7 Bolivia 6.796 0,2 63,2 Estonia 838 0,0 89,6 Austria 6.769 0,2 68,2 Gambia 825 0,0 28,4 Somalia 6.663 0,2 50,9 Tanzania 773 0,0 54,7 El Salvador 6.552 0,2 63,3 Apolidi 793 0,0 45,5 Ungheria 6.171 0,2 71,8 Altri 14.145 - - Belgio 6.008 0,2 58,7 TOTALE 3.891.295 100,0 50,8 * Secondo la stima del Dossier Caritas/Migrantes la presenza regolare complessiva degli stranieri è pari a 4.329.000 persone FONTE: Dossier Statistico immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati Istat 7 ITALIA. Stranieri residenti per provincia e regione (31.12.2008)* Provincia Totale % vert. % donne Provincia Totale % vert. % donne Aosta 7.509 0,2 53,5 Toscana 309.651 8,0 51,6 Valle d'Aosta 7.509 0,2 53,5 Ancona 38.587 1,0 51,0 Alessandria 36.666 0,9 51,5 Ascoli Piceno 27.696 0,7 52,3 Asti 21.034 0,5 49,6 Macerata 31.796 0,8 49,9 Biella 10.031 0,3 53,9 Pesaro 32.954 0,8 50,3 Cuneo 48.676 1,3 50,0 Marche 131.033 3,4 50,9 Novara 29.182 0,7 49,6 Perugia 67.296 1,7 53,0 Torino 185.073 4,8 51,4 Terni 18.651 0,5 55,4 Verbania 8.382 0,2 56,1 Umbria 85.947 2,2 53,5 Vercelli 12.068 0,3 51,2 Frosinone 19.144 0,5 52,3 Piemonte 351.112 9,0 51,1 Latina 30.892 0,8 49,9 Bergamo 102.117 2,6 45,2 Rieti 9.912 0,3 54,6 Brescia 149.753 3,8 45,5 Roma 366.360 9,4 53,8 Como 40.495 1,0 49,8 Viterbo 23.843 0,6 51,9 Cremona 34.596 0,9 47,8 Lazio 450.151 11,6 53,4 Lecco 23.812 0,6 47,6 Chieti 16.964 0,4 53,3 Lodi 21.728 0,6 48,3 L'Aquila 19.079 0,5 51,2 Mantova 46.883 1,2 47,2 Pescara 12.676 0,3 55,1 Milano 371.670 9,6 49,4 Teramo 20.922 0,5 52,5 Pavia 44.223 1,1 49,9 Abruzzo 69.641 1,8 52,8 Sondrio 7.002 0,2 52,5 Avellino 9.516 0,2 60,9 Varese 62.537 1,6 49,8 Benevento 4.818 0,1 61,0 Lombardia 904.816 23,3 48,1 Caserta 25.889 0,7 53,3 Genova 54.917 1,4 53,6 Napoli 61.169 1,6 60,6 Imperia 17.632 0,5 52,0 Salerno 29.943 0,8 57,6 La Spezia 13.405 0,3 53,3 Campania 131.335 3,4 58,5 Savona 18.747 0,5 51,2 Campobasso 5.358 0,1 57,5 Liguria 104.701 2,7 52,9 Isernia 1.951 0,1 54,8 Bolzano 36.284 0,9 51,4 Molise 7.309 0,2 56,8 Trento 42.577 1,1 50,7 Matera 5.478 0,1 51,7 Trentino A. A. 78.861 2,0 51,0 Potenza 6.048 0,2 59,7 Belluno 12.728 0,3 53,8 Basilicata 11.526 0,3 55,9 Padova 79.878 2,1 49,6 Bari 31.023 0,8 50,5 Rovigo 15.470 0,4 51,6 Brindisi 5.905 0,2 54,0 Treviso 96.127 2,5 47,3 Foggia 16.933 0,4 52,5 Venezia 63.520 1,6 50,7 Lecce 13.911 0,4 54,3 Verona 96.309 2,5 48,1 Taranto 6.076 0,2 54,0 Vicenza 90.421 2,3 47,1 Puglia 73.848 1,9 52,2 Veneto 454.453 11,7 48,6 Catanzaro 10.481 0,3 54,0 Gorizia 9.688 0,2 44,0 Cosenza 18.120 0,5 57,6 Pordenone 33.172 0,9 48,6 Crotone 5.078 0,1 53,9 Trieste 16.528 0,4 48,9 Reggio Calabria 20.361 0,5 54,1 Udine 35.588 0,9 50,7 Vibo Valentia 4.735 0,1 56,2 Friuli V. G. 94.976 2,4 49,0 Calabria 58.775 1,5 55,3 Bologna 86.701 2,2 51,3 Agrigento 8.482 0,2 51,9 Ferrara 21.985 0,6 54,1 Caltanissetta 4.516 0,1 53,5 Forlì 35.001 0,9 49,3 Catania 20.550 0,5 55,9 Modena 76.281 2,0 48,8 Enna 2.256 0,1 62,0 Parma 45.991 1,2 50,5 Messina 18.882 0,5 55,2 Piacenza 33.141 0,9 48,8 Palermo 23.812 0,6 57,7 Ravenna 36.799 0,9 49,0 Ragusa 16.414 0,4 40,8 Reggio Emilia 59.432 1,5 48,9 Siracusa 9.688 0,2 47,7 Rimini 26.151 0,7 52,5 Trapani 10.032 0,3 50,3 Emilia Romagna 421.482 10,8 50,1 Sicilia 114.632 2,9 52,6 Arezzo 33.072 0,8 51,5 Cagliari 9.999 0,3 52,9 Firenze 94.038 2,4 51,5 Carbonia Iglesias 1.069 0,0 59,0 Grosseto 17.188 0,4 53,5 Medio Campidano 654 0,0 54,9 Livorno 19.832 0,5 54,3 Nuoro 2.394 0,1 51,3 Lucca 24.162 0,6 52,4 Ogliastra 682 0,0 55,9 Massa Carrara 11.758 0,3 49,7 Olbia Tempio 8.119 0,2 52,2 Pisa 30.524 0,8 49,5 Oristano 1.720 0,0 63,4 Pistoia 24.463 0,6 54,2 Sassari 4.900 0,1 59,3 Prato 28.971 0,7 48,4 Sardegna 29.537 0,8 54,6 Siena 25.643 0,7 52,6 Totale 3.891.295 100,0 50,8 * Secondo la stima del Dossier Caritas/Migrantes la presenza regolare complessiva degli stranieri è pari a 4.329.000 persone FONTE: Dossier Statistico immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati Istat 8 IT AL IA :L av or at or in at ia ll’ es te ro pe rr eg io ni e pr im e 8 pr ov in ce (3 1. 12 .2 00 8) Oc cu pa ti Oc cu pa ti eq ui va le nt i As su nt i Nu ov ia ss un ti Sa ld i Pr ov in ci a St ra ni eri % ve rt. % do nn e % str an ier i su to t. St ra ni eri % str an . su to t. St ra ni eri % str an . su to t. St ra ni eri % ve rt. % str an . su to t. St ra ni eri % do nn e sa ld i su as su nt i nu ov i as su nt is u oc cu pa ti V. d’A os ta 6. 65 0 0, 2 42 ,8 13 ,1 5. 38 1 11 ,9 3. 69 5 22 ,5 1. 08 8 0, 2 39 ,2 13 2 72 ,0 3, 6 16 ,4 Pi em on te 19 5. 93 4 6, 5 39 ,2 14 ,1 16 6. 83 3 13 ,1 83 .3 29 25 ,2 29 .0 32 6, 5 39 ,8 92 8 20 2, 4 1, 1 14 ,8 Lo m ba rd ia 58 9. 86 7 19 ,7 34 ,4 15 ,7 50 6. 36 7 14 ,8 25 4. 53 2 25 ,9 66 .5 25 15 ,0 35 ,7 5. 74 7 77 ,6 2, 3 11 ,3 Lig ur ia 64 .5 62 2, 2 41 ,3 14 ,4 55 .3 73 13 ,6 28 .1 33 22 ,9 8. 47 8 1, 9 34 ,6 1. 21 2 73 ,8 4, 3 13 ,1 No rd Ov es t 85 7. 01 3 28 ,6 36 ,1 15 ,2 73 3. 95 3 14 ,3 36 9. 68 9 25 ,5 10 5. 12 3 23 ,6 36 ,7 8. 01 9 91 ,4 2, 2 12 ,3 Bo lza no 55 .9 37 1, 9 35 ,3 25 ,0 40 .0 23 20 ,7 32 .7 01 41 ,8 10 .7 00 2, 4 65 ,2 1. 32 8 37 ,3 4, 1 19 ,1 Tr en to 50 .7 55 1, 7 40 ,1 22 ,9 37 .5 16 19 ,7 27 .7 06 36 ,2 9. 08 7 2, 0 60 ,9 -8 99 22 ,4 -3 ,2 17 ,9 Tr en tin o 10 6. 69 2 3, 6 37 ,6 24 ,0 77 .5 39 20 ,2 60 .4 07 39 ,0 19 .7 87 4, 4 63 ,2 42 9 68 ,5 0, 7 18 ,5 Ve ne to 32 0. 52 6 10 ,7 37 ,6 18 ,5 27 4. 20 6 17 ,4 13 6. 34 9 29 ,7 43 .4 92 9, 8 45 ,3 1. 56 3 15 5, 1 1, 1 13 ,6 Fr iu li V. G. 77 .8 45 2, 6 40 ,4 19 ,7 67 .2 80 18 ,6 29 .6 93 28 ,8 9. 52 9 2, 1 44 ,7 44 7 15 7, 7 1, 5 12 ,2 Em ili a R. 30 2. 00 3 10 ,1 41 ,5 18 ,8 25 5. 26 3 17 ,6 14 4. 58 8 29 ,7 43 .9 41 9, 9 46 ,4 2. 90 7 98 ,6 2, 0 14 ,5 No rd Es t 80 7. 06 6 26 ,9 39 ,3 19 ,3 67 4. 28 7 17 ,8 37 1. 03 7 30 ,8 11 6. 74 9 26 ,2 48 ,0 5. 34 6 11 7, 6 1, 4 14 ,5 To sc an a 20 9. 79 0 7, 0 40 ,6 16 ,3 17 3. 52 8 15 ,3 10 4. 06 3 24 ,9 29 .2 07 6, 6 36 ,2 4. 42 6 63 ,7 4, 3 13 ,9 Ma rc he 85 .1 08 2, 8 41 ,1 17 ,0 73 .6 17 16 ,3 36 .1 80 25 ,0 10 .6 26 2, 4 34 ,6 96 87 5, 0 0, 3 12 ,5 Um br ia 48 .9 26 1, 6 38 ,6 18 ,0 41 .6 96 17 ,1 21 .6 94 27 ,6 7. 02 2 1, 6 40 ,1 37 9 21 9, 8 1, 7 14 ,4 La zio 28 4. 14 7 9, 5 39 ,9 13 ,5 23 6. 85 9 12 ,6 12 5. 42 9 22 ,9 44 .8 48 10 ,1 34 ,7 5. 66 6 86 ,7 4, 5 15 ,8 Ce nt ro 62 7. 97 1 20 ,9 40 ,2 15 ,1 52 5. 70 0 14 ,2 28 7. 36 6 24 ,1 91 .7 03 20 ,6 35 ,5 10 .5 67 89 ,0 3, 7 14 ,6 Ab ru zz o 63 .9 32 2, 1 37 ,3 16 ,0 52 .7 84 15 ,0 32 .0 32 24 ,6 10 .1 49 2, 3 36 ,3 96 5 77 ,0 3, 0 15 ,9 Ca m pa ni a 99 .0 09 3, 3 41 ,9 8, 0 80 .1 24 7, 6 49 .6 32 11 ,6 19 .8 25 4, 5 19 ,2 2. 99 7 61 ,6 6, 0 20 ,0 Mo lis e 9. 09 8 0, 3 41 ,9 12 ,2 7. 32 5 11 ,2 4. 83 7 18 ,5 1. 81 0 0, 4 29 ,0 22 2 65 ,3 4, 6 19 ,9 Ba sil ica ta 13 .7 63 0, 5 38 ,5 8, 6 11 .0 08 7, 9 8. 29 6 13 ,2 3. 39 2 0, 8 28 ,5 20 0 67 ,5 2, 4 24 ,6 Pu gl ia 71 .9 18 2, 4 39 ,3 7, 7 56 .9 73 7, 1 38 .2 38 11 ,0 12 .7 50 2, 9 21 ,1 -2 .2 36 36 ,0 -5 ,8 17 ,7 Ca la br ia 46 .5 28 1, 6 44 ,4 9, 9 33 .7 08 8, 9 29 .0 06 13 ,2 13 .2 75 3, 0 28 ,6 1. 24 4 66 ,8 4, 3 28 ,5 Su d 30 4. 24 8 10 ,1 40 ,6 9, 3 24 1. 92 2 8, 7 16 2. 04 1 13 ,3 61 .2 01 13 ,8 23 ,9 3. 39 2 85 ,3 2, 1 20 ,1 Sic ili a 86 .1 22 2, 9 36 ,3 7, 9 68 .1 50 7, 4 47 .5 78 11 ,2 18 .8 15 4, 2 19 ,6 2. 21 9 49 ,4 4, 7 21 ,8 Sa rd eg na 22 .5 89 0, 8 42 ,9 5, 3 17 .7 68 4, 9 12 .2 90 7, 9 4. 44 1 1, 0 15 ,1 37 6 82 ,4 3, 1 19 ,7 Is ol e 10 8. 71 1 3, 6 37 ,6 7, 2 85 .9 19 6, 7 59 .8 68 10 ,3 23 .2 56 5, 2 18 ,5 2. 59 5 54 ,2 4, 3 21 ,4 No n at tri b. 29 3. 45 3 9, 8 87 ,0 54 ,5 25 5. 36 3 53 ,6 96 .6 25 61 ,8 46 .9 09 10 ,5 78 ,5 4. 28 8 12 3, 4 4, 4 16 ,0 TO TA LE 2. 99 8. 46 2 10 0, 0 43 ,3 15 ,5 2. 51 7. 14 4 14 ,6 1. 34 6. 62 6 23 ,2 44 4. 94 1 10 0, 0 36 ,2 34 .2 07 95 ,3 2, 5 14 ,8 Mi lan o 30 1. 95 8 10 ,1 37 ,4 15 ,4 25 3. 25 0 14 ,5 14 6. 74 4 25 ,0 35 .8 31 8, 1 33 ,8 7. 92 0 36 87 5, 4 11 ,9 Ro m a 23 0. 17 1 7, 7 41 ,4 13 ,3 19 3. 92 9 12 ,4 96 .3 92 22 ,6 33 .5 13 7, 5 33 ,9 4. 53 9 41 75 4, 7 14 ,6 To rin o 10 0. 09 9 3, 3 39 ,9 13 ,4 86 .0 10 12 ,4 40 .4 22 24 ,0 14 .6 15 3, 3 39 ,4 27 5 96 5 0, 7 14 ,6 Br es cia 86 .3 34 2, 9 28 ,6 20 ,5 75 .8 83 19 ,5 33 .7 13 33 ,5 10 .5 42 2, 4 48 ,2 18 8 47 9 0, 6 12 ,2 Ve ro na 74 .4 30 2, 5 38 ,2 21 ,9 59 .0 57 19 ,4 40 .6 20 38 ,4 14 .2 72 3, 2 58 ,4 1. 24 5 74 1 3, 1 19 ,2 Bo lo gn a 67 .0 34 2, 2 41 ,1 16 ,9 57 .8 83 15 ,9 28 .8 18 27 ,6 9. 24 6 2, 1 44 ,9 87 8 59 4 3, 0 13 ,8 Tr ev iso 64 .8 61 2, 2 34 ,5 21 ,8 58 .0 31 21 ,0 21 .1 36 30 ,6 6. 34 7 1, 4 43 ,0 -7 96 -5 7 -3 ,8 9, 8 Fir en ze 61 .1 25 2, 0 42 ,9 17 ,2 52 .8 31 16 ,3 25 .5 91 27 ,7 7. 66 7 1, 7 40 ,2 1. 04 9 79 4 4, 1 12 ,5 FO NT E: Do ss ier St at ist ico Im mi gr az io ne Ca rit as /M igr an te s. Ela bo ra zio ni su da ti In ai l CARITAS / MIGRANTES: XIX Rapporto sull’immigrazione
Argomento: 

ISMU: XV Rapporto sulle migrazioni 2009

Descrizione breve: 
L’ISMU, l’Osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità, in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano, studia il tema centrale dell'immigrazione.
Allegato: 
Data: 
4 Gennaio 2010
Ismu 2009/00_tabelle.pdf 1 TABELLE QUANTI SONO GLI IMMIGRATI IN ITALIA Tab. 1 - Stranieri presenti in Italia. Anni 2006-2008 1.1.2006 1.1.2007 1.1.2008 Variazione (migliaia) 2007-2008 Totale regolari 3.012 3.633 3677 +44 di cui: - residenti 2.671 2.939 3433 +494 - regolari non residenti 341 694 (a) 244 (b) -450 Totale irregolari 650 349 651 +302 Totale presenti 3.662 3.982 4328 +346 (a) Comprensivi di circa 400mila soggetti beneficiari dei decreti flussi del 2006 (e che hanno poi ottenuto nel 2007 il permesso di soggiorno e l’iscrizione anagrafica). (b) Stima sulla base dell’incidenza accertata nei dati dell’Osservatorio Regionale lombardo, rilevazione del 2008. Fonte: Istat e stime Fondazione Ismu Tab. 2 - Popolazione straniera residente in Italia per ripartizione territoriale: indicatori di consistenza al 1° gennaio 2008 e di flusso nell’anno 2007 Italia Ripartizioni territoriali Comuni capoluogo N.o. N.e. Centro Sud Isole Composizione % 100,0 35,6 26,9 25,0 8,9 3,6 36,6 Densità x 100 residenti 5,8 7,8 8,1 7,3 2,2 1,8 7,2 Variazione % nel 2007 16,8 14,6 15,2 17,8 25,0 26,2 12,0 % stranieri nati in Italia 13,3 14,2 13,9 13,0 9,5 12,6 13,6 % di nati stranieri 11,4 17,0 17,6 13,0 2,9 2,9 11,4 % minori tra stranieri 22,3 23,6 23,6 21,1 17,7 20,3 20,8 Acquisizioni di cittadinanza x 1.000 stranieri 14,3 13,4 17,6 11,3 15,4 16,2 12,7 Saldo migratorio estero degli stranieri x 1.000 125,4 131,0 137,2 165,9 246,1 248,6 125,4 Saldo migratorio interno degli stranieri x 1.000 - 6,1 8,6 -0,6 -13,3 -9,1 -7,8 Fonte: Nostre elaborazioni su dati Istat Tab. 3 - Principali cittadinanze nella popolazione straniera residente: 2007-2008 Primi 20 paesi Valori assoluti (migliaia) Incidenza percentuale (totale stranieri = 100) Variazione 2007-2008 1 gen. 07 1 gen. 08 1 gen. 07 1 gen. 08 Assoluta % Romania 342 625 11,6 18,2 283 82,7 Albania 376 402 12,8 11,7 26 6,9 Marocco 343 366 11,7 10,7 23 6,7 Cina 145 157 4,9 4,6 12 8,3 Ucraina 120 133 4,1 3,9 13 10,8 Filippine 101 106 3,4 3,1 5 5,0 Tunisia 89 94 3,0 2,7 5 5,6 Polonia 67 90 2,3 2,6 23 34,3 Macedonia 72 78 2,4 2,3 6 8,3 India 69 77 2,3 2,2 8 11,6 Ecuador 70 73 2,4 2,1 3 4,3 Perù 66 71 2,2 2,1 5 7,6 Egitto 64 70 2,2 2,0 6 9,4 Moldova 56 69 1,9 2,0 13 23,2 Serbia/M 74 69 2,5 2,0 -5 -6,8 Senegal 60 63 2,0 1,8 3 5,0 Sri Lanka 57 61 1,9 1,8 4 7,0 Bangladesh 46 55 1,6 1,6 9 19,6 Pakistan 50 49 1,7 1,4 -1 -2,0 Nigeria 38 41 1,3 1,2 3 7,9 I 20 paesi 2.305 2.749 78,4 80,1 444 19,3 Tutti i paesi 2.939 3.433 100,0 100,0 494 16,8 Fonte: Nostre elaborazioni su dati Istat 2 Fig. 4 - Stima del numero di stranieri irregolarmente presenti in Italia. Anni 1990-2008 0 100 200 300 400 500 600 700 800 1988 1990 1992 1994 1996 1998 2000 2002 2004 2006 2008 2010 M ig lia ia Fonte: Nostra elaborazione su dati Fondazione Ismu Tab. 5 - Nazionalità che presentano tassi di irregolarità superiori al valore medio calcolato per il complesso dei paesi a forte pressione migratoria (Pfpm), ordinamento decrescente Cittadinanza Irregolari per 100 presenti % sul totale di irregolari % sul totale di presenti Taiwan 87,4 0,4 0,1 Georgia 73,5 0,4 0,1 Bangladesh 52,3 9,9 3,4 Kirghizistan 47,8 0,0 0,0 Nepal 43,5 0,1 0,0 Bolivia 41,7 0,6 0,3 Pakistan 39,1 5,0 2,3 India 37,0 7,0 3,4 Moldova 33,8 5,1 2,7 Sri Lanka 28,5 3,9 2,4 Cina Popolare 28,4 10,0 6,2 Bielorussia 26,7 0,2 0,2 Ghana 25,4 2,0 1,4 Egitto 24,9 3,7 2,6 Paraguay 24,2 0,0 0,0 Honduras 23,7 0,0 0,0 Ucraina 23,4 6,3 4,8 Marocco 23,2 17,1 13,0 Senegal 22,8 2,8 2,2 Perù 21,6 3,2 2,6 Dominica 21,4 0,0 0,0 Mali 19,6 0,0 0,0 Burkina Faso 19,2 0,3 0,3 Camerun 18,6 0,2 0,2 El Salvador 18,1 0,2 0,2 Totale 79,1 48,4 Valore medio (tutti i Pfpm) 17,9 Fonte: Nostre elaborazioni su dati Ministero dell’Interno L’IMMIGRAZIONE, SOLUZIONE O PROBLEMA? Tab. 1 - Popolazione straniera residente al 1° gennaio nelle grandi ripartizioni territoriali. Anni 2008-2030 Ripartizione 2008 2010 2015 2020 2025 2030 (migliaia) Nord-ovest 1.219 1.464 1.943 2.357 2.739 3.092 Nord-est 916 1.098 1.434 1.746 2.037 2.306 Centro 848 1.039 1.321 1.547 1.749 1.932 Mezzogiorno 414 519 636 669 697 724 Italia 3.396 4.120 5.333 6.319 7.221 8.053 Stranieri per ogni 100 italiani Nord-ovest 8,4 10,1 13,5 16,6 19,5 22,4 Nord-est 8,8 10,5 13,7 16,7 19,5 22,1 Centro 7,8 9,6 12,2 14,4 16,4 18,2 Mezzogiorno 2,0 2,6 3,2 3,4 3,6 3,8 Italia 6,0 7,3 9,6 11,4 13,2 14,9 Fonte: Istat (scenario centrale) e nostre elaborazioni su dati Istat 3 Tab. 2 - Prospettive di sviluppo della popolazione straniera residente per le principali cittadinanze. Anni 2008- 2030 Paesi Al 1° gennaio degli anni 2008 2010 2015 2020 2025 2030 (migliaia) Romania 625 798 1.108 1.182 1.200 1204 Albania 402 491 649 772 868 948 Marocco 366 436 580 704 811 908 Ecuador 73 109 177 240 295 344 Filippine 106 130 179 230 281 329 Cina Rep. Popolare 157 197 258 281 287 289 India 77 97 144 189 230 269 Perù 71 91 133 171 206 237 Egitto 70 89 127 161 194 228 Bangladesh 55 73 113 152 189 223 Senegal 63 77 108 142 179 216 Ucraina 133 184 196 198 198 198 Pakistan 49 65 99 130 161 191 Tunisia 94 110 140 162 177 187 Nigeria 41 52 78 107 138 171 Macedonia 78 101 134 148 154 156 Moldova 69 89 124 136 140 142 Polonia 90 95 106 109 110 110 Sri Lanka 61 71 88 99 106 110 Serbia e Montenegro 69 71 80 84 85 85 Totale 20 paesi 2.749 3.426 4.621 5.397 6.009 6.548 Fonte: Istat e nostre elaborazioni su dati Istat, Ilo e UN Tab. 3 - Italia: dinamica delle nascite specificate rispetto alla cittadinanza. Anni 2008-2030 Anni Nati italiani Nati stranieri Totale nati (a) (migliaia) 2008 493 72 565 (9,5) 2010 480 83 563 (9,3) 2015 452 89 541 (8,8) 2020 433 90 523 (8,5) 2025 423 92 515 (8,3) 2030 419 96 515 (8,3) (a) Entro parentesi si riporta il corrispondente valore del tasso di natalità (nati per 1.000 residenti) Fonte: Nostre elaborazioni su dati Istat (scenario centrale) LAVORO Tab. 1 - Occupati totali e stranieri per professione. Valori assoluti (migliaia di unità) e percentuali, I trimestre 2008 Occupati totali Occupati stranieri V.a. V.% V.a. V.% Dirigenti e imprenditori 1.087 4,69 19 1,25 Professioni intellettuali 2.501 10,79 24 1,58 Professioni tecniche 4.999 21,57 72 4,74 Impiegati 2.520 10,68 49 3,23 Vendite e servizi personali 3.632 15,67 257 16,92 Artigiani, operai specializzati, agricoltori 4.220 18,21 446 29,36 Conduttori di impianti 1.942 8,38 195 12,84 Personale non qualificato 2.027 8,75 458 30,15 Forze armate 243 1,05 0 0,0 Totali 23.170 100,0 1.519 100,0 Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, I trimestre 2008 4 Tab. 2 - Confronto tra assunzioni di lavoratori autoctoni e di immigrati previste dalle imprese per il 2008, per principali gruppi professionali (Istat) Ass. immigrati non stag. (V.a.) Ass. autoctoni non stag. (V.a.) Incidenza % immi-grati su autoctoni Dirigenti 90 2.210 4,1 Professioni intellettuali, scientifi-che e di elevata specializzazione 2.810 33.120 8,5 Professioni tecniche 8.910 124.860 7,1 Impiegati 8.450 85.450 9,9 Professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi 39.690 138.750 28,6 Operai specializzati 39.080 127.470 30,7 Conduttori d’impianti e operai semiq. add. a macc. fissi e mob. 26.250 87.030 30,2 Professioni non qualificate 42.520 61.210 69,5 Totale 167.800 660.090 25,4 Fonte: Unioncamere – Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, 2008 GLI ALUNNI Tab. 1 - Alunni con cittadinanza non italiana. A.s. 1997/1998-2007/2008 Anno scolastico V.a. Incremento rispetto all’anno precedente % sulla popolazione scolastica totale 1997/1998 70.657 - 0,8 1998/1999 85.522 14.865 1,1 1999/2000 119.679 34.157 1,5 2000/2001 147.406 27.727 1,8 2001/2002 181.767 34.361 2,3 2002/2003 232.766 50.999 3,0 2003/2004 282.683 49.917 3,5 2004/2005 361.576 78.893 4,2 2005/2006 424.683 63.107 4,8 2006/2007 501.494 76.811 5,6 2007/2008 574.133 72.639 6,4 Fonte: Elaborazioni su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Tab. 2 - Alunni con cittadinanza non italiana per ordine e grado di istruzione. A.s. 2006/2007-2007/2008 Ordine e grado di istruzione A.s. 2006/2007 A.s. 2007/2008 V.a. Per 100 studenti V.a. Per 100 studenti Infanzia 94.737 5,7 111.044 6,7 Primaria 190.803 6,8 217.716 7,7 Secondaria di I grado 113.076 6,5 126.396 7,3 Secondaria di II grado 102.829 3,8 118.977 4,3 Totale 501.445 5,6 574.133 6,4 Fonte: Elaborazioni su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Tab. 3 - Alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia, per ordine e grado di istruzione. A.s. 2007/2008 Ordine e grado di istruzione V.a. V.% Per 100 studenti Per 100 studenti con cittadinanza non italiana Infanzia 79.113 39,7 4,8 71,2 Primaria 89.422 44,9 3,2 41,1 Secondaria di I grado 22.474 11,3 1,3 17,8 Secondaria di II grado 8.111 4,1 0,3 6,8 Totale 199.120 100,0 2,2 34,7 Fonte: Elaborazioni su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca 5 Tab. 4 - Alunni con cittadinanza non italiana negli indirizzi di scuola secondaria di II grado. A.s. 2007/2008 Indirizzo A.s. 2006/2007 A.s. 2007/2008 V.a. Per 100 studenti V.a. Per 100 studenti Licei classici 3.596 1,2 4.131 1,4 Licei scientifici 10.212 1,7 11.706 1,9 Ex istituti e scuole magistrali 5.300 2,4 6.082 2,8 Istituti professionali 41.893 7,5 48.379 8,7 Istituti tecnici 38.498 4,1 44.809 4,8 Istituti d’arte e licei artistici 2.936 2,9 3.438 3,4 Licei linguistici 394 2,3 432 1,9 Totale 102.829 3,8 118.977 4,3 Fonte: Elaborazioni su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Tab. 5 - Alunni con cittadinanza italiana e non, in ritardo (per 100 studenti), per livello scolastico. A.s. 2007/2008 Ordine e grado di istruzione Italiani Non italiani Primaria 1,8 21,1 Secondaria di I grado 6,8 51,7 Secondaria di II grado 24,4 71,8 Totale 11,6 42,5 Fonte: Elaborazioni su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Tab. 6 - Tassi di promozione per ordine e grado di scuola. A.s. 2006/2007 Ordine e grado di istruzione Totale Cittadinanza non italiana (a) Cittadinanza italiana (b) Differenza (a-b) Primaria 99,7 96,4 99,9 -3,6 Secondaria di I grado 96,8 90,5 97,3 -6,8 Secondaria di II grado 85,8 72,0 86,4 -14,4 Fonte: Elaborazioni su dati del Ministero della Pubblica Istruzione Tab. 7 - Province con più elevata incidenza percentuale di alunni non italiani per ordine di scuola e indirizzi di scuola secondaria di II grado. A.s. 2007/2008 1° 2° 3° Infanzia Mantova 17,2 Piacenza 15,0 Prato 15,0 Primaria Mantova 17,9 Piacenza 17,5 Prato 17,5 Secondaria di I grado Prato 17,6 Mantova 17,4 Piacenza 16,4 Secondaria di II grado Rimini 12,6 Piacenza 11,3 Prato 10,3 Licei Rimini 6,5 Prato 5,8 Bolzano 4,3 Istituti/scuole magistrali Rimini 21,4 Gorizia 6,9 Cremona 6,8 Istituti tecnici Rimini 14,1 Piacenza 12,2 Prato 12,1 Istituti professionali Piacenza 26,8 Genova 23,1 Modena Rimini 21,3 Istruzione artistica Prato 18,5 Arezzo 11,3 Rovigo 10,9 Fonte: Elaborazioni su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca 6 Tab. 8 - Alunni con cittadinanza non italiana, nati in Italia e neo arrivati per regioni. A.s. 2007/2008 Alunni con cittadinanza non italiana Nati in Italia Neo-arrivati V.a. V.% V.a. V.% V.a. V.% Piemonte 55.448 9,7 19.317 34,8 3.543 8,0 Valle d’Aosta 1.174 6,8 424 36,1 106 11,7 Lombardia 137.485 10,3 55.757 40,6 9.487 8,8 Trentino Alto Adige 11.975 7,5 2.619 21,9 454 4,9 Veneto 70.466 10,2 26.074 37,0 5.331 9,5 Friuli Venezia-Giulia 13.956 8,9 4.216 30,2 1.200 10,7 Liguria 17.555 9,0 5.019 28,6 1.388 9,6 Emilia Romagna 65.813 11,8 24.421 37,1 4.704 8,7 Toscana 45.243 9,4 14.766 32,6 3.482 9,5 Umbria 13.688 11,4 4.766 34,8 1.001 9,1 Marche 22.112 9,9 8.293 37,5 1.382 7,9 Lazio 57.732 7,0 18.246 31,6 6.195 12,9 Abruzzo 9.690 5,0 2.569 26,5 868 11,0 Molise 987 2,1 131 13,3 162 19,5 Campania 13.050 1,2 2.401 18,4 1.822 16,2 Puglia 10.673 1,5 3.012 28,2 1.181 13,4 Basilicata 1.306 1,3 198 15,2 171 15,6 Calabria 7.858 2,3 1.319 16,8 1.206 18,3 Sicilia 14.726 1,7 4.774 32,4 1.967 16,2 Sardegna 3.196 1,3 798 25,0 504 18,6 Italia 574.133 6,4 199.120 34,7 46.154 10,0 Fonte: Elaborazioni su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Tab. 9 - Adozione di criteri specifici da parte degli insegnanti per l’inserimento nelle classi di alunni di origine immigrata per area territoriale. Valori percentuali Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole Tot. Si preferisce inserire l’alunno in classe con i coetanei 79,7 67,5 70,1 91,3 75,2 Si accolgono tutte le domande di iscrizione dell’anno 77,7 62,6 76,3 84,8 73,7 Rispetto delle linee guida per accoglienza e integrazione 72,3 82,1 50,6 47,8 67,4 È stata istituita una specifica commissione d’accoglienza 48,0 65,1 48,5 13,0 49,3 È stato predisposto un protocollo di accoglienza 48,6 64,2 33,0 15,2 45,8 Ci si avvale anche della collaborazione degli Enti locali 42,6 60,1 37,1 26,1 44,7 Sono previsti test di ingresso per definire la classe 40,5 43,9 33,0 34,8 39,1 La famiglia viene consultata nella scelta della classe 43,3 35,8 32,0 23,9 36,2 Ci si avvale anche della collaborazione del terzo settore 22,3 42,3 10,3 10,9 24,2 Si tende a raggruppare alunni di uno stesso paese 14,2 23,6 10,3 32,6 18,1 Stabilito un tetto massimo di alunni immigrati per classe 4,7 19,5 11,3 34,8 14,0 Gli ingressi di immigrati sono coordinati con altre scuole 8,8 12,2 17,5 8,7 11,8 Fonte: Censis, 2008 RICONGIUNGIMENTI FAMILIARI Tab. 1 - Andamento dei permessi di soggiorno per lavoro e famiglia, per genere, concentrazione di genere, coniugati. Anni 1992-2007. Valori percentuali Anno Permessi lavoro (totale) Permessi famiglia (totale) Maschi lavoro Maschi famiglia Donne lavoro Donne famiglia Donne /100 uomini Coniugati 1992 65,3 14,2 78,3 4,2 45,9 29,3 66 40,7 1995 59,8 20,0 76,0 6,6 41,2 35,5 87 46,1 1998 64,6 21,0 80,3 7,5 45,1 37,6 81 48,5 2001 60,7 26,5 78,2 10,4 40,1 45,5 85 50,4 2004 66,4 24,5 81,1 10,5 50,7 39,5 93 49,9 2007 60,6 31,6 77,8 14,6 43,6 48,4 102 54,1 Fonte: Nostra elaborazione dati Istat/Ministero dell’Interno 7 LA CRIMINALITA’ Tab. 1 - Segnalazioni riferite a persone straniere ed italiane denunciate e arrestate/fermate per il totale dei reati. Tassi ogni 10mila presenze e indice di sovrarappresentazione. Province italiane: ordine decrescente per tasso di segnalazioni di stranieri. Anno 2007 Province Stranieri Italiani Indice Province Stranieri Italiani Indice Province Stranieri Italiani Indice Sassari 4457,5 138,0 32,3 Torino 1124,8 81,9 13,7 Viterbo 784,9 84,0 9,3 Siracusa 3583,3 120,3 29,8 Aosta 1114,1 102,7 10,9 Verona 751,1 85,8 8,8 Brindisi 2796,1 124,2 22,5 Savona 1107,8 107,4 10,3 Prato 743,6 66,9 11,1 Vibo Valentia 2583,8 202,3 12,8 Ferrara 1104,5 109,5 10,1 Cremona 729,7 76,3 9,6 Pescara 2509,3 166,9 15,0 Campobasso 1101,3 81,6 13,5 Siena 726,2 94,0 7,7 Agrigento 2473,7 132,9 18,6 Benevento 1089,4 98,6 11,0 Cuneo 722,1 96,7 7,5 Potenza 2304,6 165,1 14,0 Salerno 1079,2 96,8 11,2 Novara 719,9 108,3 6,6 Cosenza 2284,2 148,0 15,4 Chieti 1076,6 107,4 10,0 Forlì 718,0 108,3 6,6 Taranto 2155,0 97,7 22,0 Venezia 1072,8 84,2 12,7 Piacenza 705,5 75,4 9,4 Nuoro 1915,1 117,6 16,3 Avellino 1068,9 117,6 9,1 Pordenone 684,3 74,9 9,1 Foggia 1770,4 177,8 10,0 Bolzano 1068,1 71,0 15,0 Macerata 653,0 95,7 6,8 Imperia 1763,7 109,1 16,2 Pisa 1066,3 85,4 12,5 Terni 648,2 76,8 8,4 Trapani 1612,6 147,9 10,9 Sondrio 1013,3 114,8 8,8 Perugina 642,8 74,8 8,6 Catanzaro 1486,6 151,2 9,8 Frosinone 1011,4 111,0 9,1 Bergamo 640,1 61,4 10,4 Crotone 1466,8 157,3 9,3 Trieste 1009,4 114,1 8,8 Rieti 636,9 83,0 7,7 Caserta 1451,9 95,8 15,2 Catania 998,6 110,1 9,1 Palermo 634,9 96,6 6,6 Caltanissetta 1429,8 170,8 8,4 Pistoia 983,1 111,0 8,9 Brescia 621,9 83,6 7,4 Lucca 1413,0 104,4 13,5 Alessandria 966,2 97,0 10,0 L'Aquila 613,0 64,4 9,5 Livorno 1381,8 119,1 11,6 Roma 960,2 69,0 13,9 Asti 609,8 81,6 7,5 Isernia 1372,3 181,2 7,6 Ravenna 958,9 110,1 8,7 Pavia 608,8 78,9 7,7 Genova 1366,2 96,7 14,1 Matera 939,4 96,6 9,7 Como 593,7 58,5 10,1 Napoli 1358,8 124,5 10,9 La Spezia 939,0 165,6 5,7 Belluno 592,3 99,5 6,0 Latina 1336,2 140,8 9,5 Varese 938,9 64,2 14,6 Modena 583,1 57,6 10,1 Massa Carrara 1324,1 102,5 12,9 Messina 916,4 93,1 9,8 Parma 581,1 104,3 5,6 Lecce 1299,6 87,7 14,8 Biella 912,1 159,5 5,7 Trento 580,5 68,0 8,5 Cagliari 1288,6 85,9 15,0 Enna 877,8 94,8 9,3 Ascoli Piceno 573,8 69,8 8,2 Udine 1252,7 68,8 18,2 Padova 865,4 73,2 11,8 Pesaro 517,9 79,2 6,5 Rimini 1239,3 125,4 9,9 Teramo 849,8 110,4 7,7 Lodi 498,6 60,6 8,2 Verbania 1208,6 152,4 7,9 Gorizia 847,8 124,2 6,8 Reggio Emilia 471,3 74,9 6,3 Bologna 1207,1 100,2 12,1 Arezzo 839,2 121,6 6,9 Lecco 432,8 82,2 5,3 Oristano 1184,1 87,9 13,5 Grosseto 838,8 84,5 9,9 Vicenza 416,2 71,0 5,9 Ancona 1181,4 121,0 9,8 Vercelli 835,4 107,2 7,8 Mantova 370,4 53,2 7,0 Firenze 1180,9 94,6 12,5 Rovigo 815,9 90,2 9,0 Treviso 347,6 49,1 7,1 Bari 1163,6 107,4 10,8 Milano 812,3 59,4 13,7 Media Italia 904,4 97,8 9,2 Reggio Calabria 1145,4 202,2 5,7 Ragusa 809,2 104,6 7,7 I tassi riferiti agli italiani sono stati calcolati sulla popolazione italiana al 31 dicembre 2007; quelli riferiti agli stranieri sui permessi di soggiorno e su stime della popolazione straniera al 1 gennaio 2008 Fonte: elaborazioni Transcrime di dati Sdi 8 Tab. 2 - Detenuti stranieri e totali presenti negli istituti di pena, distribuiti per regione di detenzione. Numeri assoluti e precentuali di stranieri sul totale al 30 giugno 2008. Ordine decrescenze per percentuali di stranieri presenti Regione Stranieri Totale % stranieri sul totale Valle d'Aosta 108 155 69,7 Trentino Alto Adige 170 272 62,5 Friuli Venezia Giulia 432 707 61,1 Veneto 1.703 2.826 60,3 Liguria 790 1.382 57,2 Piemonete 2.396 4.486 53,4 Emilia Romagna 1.997 3.855 51,8 Toscana 1.723 3.599 47,9 Lombardia 3.858 8.323 46,4 Umbria 381 861 44,3 Lazio 2.108 5.157 40,9 Marche 361 895 40,3 Sardegna 676 1.808 37,4 Basilicata 143 482 29,7 Abruzzo 377 1.451 26,0 Calabria 476 2.091 22,8 Sicilia 1.324 6.018 22,0 Puglia 626 3.396 18,4 Molise 62 359 17,3 Campania 906 6.934 13,1 Totale nazionale 20.617 55.057 37,4 Fonte: elaborazione Transcrime di dati Dap COSTI PER LA FINANZA PUBBLICA Tab. 1 - Benefici assistenziali e previdenziali, importo medio annuo EU25 Italia Extra-EU25 Itali -Extra-EU25 Indennità di disoccupazione 214,26 275,02 249,94 25,08 Benefici legati all’anzianità 1.398,59 3.516,34 859,90 2.656,44* Pensioni ai superstiti 43,28 114,47 35,48 78,99* Indennità di inabilità 93,77 176,24 70,93 105,30* Sussidi per istruzione 35,42 19,88 18,62 1,25 Assegni familiari 115,34 113,01 182,71 -69,71* Ind. maternità (autonomi) 0,81 2,22 0,47 1,74 Benefici totali 1.901,45 4.217,17 1.418,05 2.799,11* * La differenza è statisticamente diversa da zero al 5%. Fonte: Nostra elaborazione su dati EU-Silc, 2005 Tab. 3 - Imposte, importo medio annuo EU25 Italia Extra-EU25 Italia/ Extra-EU25 Irpef netta 1.554,51 2.130,16 1.395,43 734.72* Lordo – netto (dipendenti) 4.830.61 6.128,44 4.028.46 2.099,98* Ici 35,99 117,69 35,98 81.70* Attività finanziarie 16,07 32,38 10,25 22,13* Totale 1 1.619,25 2.277,81 1.439,34 838,47* Totale 2 4.891,49 6.260,65 4.060,19 2.200,46* * La differenza è statisticamente diversa da zero al 5% Fonte: Nostra elaborazione su dati EU-Silc, 2005 e D’Amuri, Fiorio, 2006 Tab. 4 - Beneficio fiscale netto, importo medio annuo EU25 Italia Extra-EU25 Italia/ Extra-EU25 Bfn, al netto di anzianità -1084,80 -1548,05 -871,15 -676,9* Bfn 401,65 2115,65 4,24 2111,4* Bfn è il beneficio fiscale netto, calcolato come differenza fra i benefici totali della tabella 1 ed il totale 1 della tabella 2. Nella prima riga i benefici totali sono al netto di quelli legati all’anzianità. * La differenza è statisticamente diversa da zero al 5%. Fonte: Nostra elaborazione su dati EU-Silc, 2005 e D’Amuri, Fiorio, 2006 9 Tab. 5 - Percentuale di individui che percepisce benefici sociali, per tipologia EU25 V.% Italia V.% Extra-EU25 V.% Indennità di disoccupazione (attivi) 1,9 2,7 2,1 Cassa integrazione guadagni (attivi) 1,1 0,8 0,6 Pensione di qualsiasi tipo 17,0 32,7 8,4 Di cui Pensione di anzianità 56,8 67,3 59,2 Pensione sociale 13,9 4,7 6,6 Pensione di invalidità 15,2 22,3 23,1 Borse di studio (studenti) 3,0 3,9 3,3 Assegni familiari per lavoratori dipendenti 20,2 19,8 19,8 Assegni familiari per lavoratori autonomi 1,1 1,6 1,3 Assegni familiari per pensionati 4,4 13,8 7,3 Indennità di maternità per lavoratori autonomi 0,3 0,5 0,1 In parentesi viene specificata la popolazione di riferimento, quando diversa dall’intero campione. Per brevità, non è specificata l’ovvia popolazione di riferimento dei percettori di assegni familiari (rispettivamente, dipendenti, autonomi e pensionati) e di maternità (autonomi). Fonte: Nostra elaborazione su dati EU-Silc, 2005 Ismu 2009/01_cs_01.pdf Ismu 2009/01_cs_02.pdf ISMU: XV Rapporto sulle migrazioni 2009
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