Sette pilastri dell'educazione secondo J.M.Bergoglio

La sfida educativa è al centro dello sguardo dell’attuale Pontefice da sempre. «Per lui educare è una delle arti più appassionanti dell’esistenza».

Il testo presenta sette colonne del suo pensiero educativo così come si è formato durante il suo ministero episcopale a Buenos Aires fino all’elezione al Pontificato.

1. Educare è integrare
L’arcivescovo Bergoglio inquadra l’educazione sempre all’interno di una visione ampia della società, come un contesto vitale di incontro e di assunzione di impegni comuni per la costruzione della comunità civile. Educare, dunque, significa costruire una nazione e l’educazione non è un fatto esclusivamente individuale, ma popolare.
La nazione e il mondo per Bergoglio sono innanzitutto “casa”, luogo da abitare, dimensione domestica.
Il migrante dell’interno che arrivava nella città, e finanche lo straniero che sbarcava su questa terra hanno trovato nell’educazione di base gli elementi necessari a trascendere la particolarità della loro origine per cercare un posto nella costruzione comune di un progetto. Anche oggi, nella pluralità arricchente delle proposte educative, dobbiamo tornare a scommettere tutto sull’educazione (2002).
Chi migra e arriva in una nuova terra ha nell’educazione lo strumento e il contesto fondamentale per trascendere se stesso e la propria storia e inserirsi all’interno della sua nuova casa.

2. Accogliere e celebrare le diversità
Un altro elemento centrale per la costruzione sociale è l’accoglienza delle diversità. Le differenze vanno considerate come «sfide» positive, risorse, non problemi, da valorizzare per il bene di tutti, per la costruzione di una società e di un futuro insieme come popolo. Come docenti cristiani vi propongo di aprire la mente e il cuore alla diversità che è caratteristica sempre più ricorrente della società di questo nuovo secolo.
Solo così è possibile fondare il valore della comunità: non pretendendo che l’altro si sottometta ai miei criteri e alle mie priorità, non assorbendo l’altro, ma riconoscendo valido ciò che l’altro è, e celebrando quella diversità che ci arricchisce tutti. Altrimenti si tratta soltanto di narcisismo, di mero imperialismo, di stoltezza.
Combattiamo dalle nostre scuole, ogni forma di discriminazione e di pregiudizio. Impariamo e insegniamo a dare, sia pure con le scarse risorse delle nostre istituzioni e delle nostre famiglie. E questo deve manifestarsi in ogni decisione, in ogni parola, in ogni progetto.
Sarà un segno della società diversa che vogliamo creare.

3. Affrontare il cambiamento antropologico
Francesco sa perfettamente che le sfide educative oggi non sono più quelle di una volta ma non si può assumere l’atteggiamento dello struzzo e fare «come se» il mondo fosse diverso. Paolo VI, tanto stimato da Francesco, aveva scritto che evangelizzare significa «portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità che si trasformano»; altrimenti, egli proseguiva, l’evangelizzazione rischia di trasformarsi in una decorazione, in una verniciatura
superficiale.
L’educatore deve interrogarsi su come annunciare Gesù Cristo a una generazione che cambia.
Le situazioni che viviamo oggi pongono sfide nuove, che a volte sono persino difficili da comprendere. Occorre annunciare il Vangelo a una generazione soggetta a rapidi mutamenti, a volte troppo complessi e difficili da accettare o da capire.

4. L’inquietudine come motore educativo
Bergoglio afferma che l’unico modo per riguadagnare l’eredità dei padri è la libertà: ciò che ricevo è mio solamente se attraversa la mia libertà. E non c’è libertà se non c’è l’inquietudine. Per Bergoglio, la maturità dunque non coincide con l’adattamento e educare non consiste nell’“adattare” i ragazzi.
Questi ragazzi, questi giovani sanno trasformare oggi quanto hanno ricevuto? Sanno accogliere questo patrimonio? Questi ragazzi elaborano progetti? Hanno sogni?
L’unico modo per riguadagnare l’eredità dei padri è la libertà. In definitiva, ciò che ricevo è mio solamente se attraversa la mia libertà. E non c’è libertà se non c’è inquietudine.
Nulla è mio se non attraversa la mia inquietudine e tocca il mio cuore.
Ciò che ho ereditato mi appartiene, perché si è avvicinato alla mia inquietudine e l’ha attraversata, impastandosi con me e lanciandomi verso un futuro da costruire. Se l’eredità non passa per l’inquietudine, si pietrifica, diventa un museo di ricordi.
Un ragazzo inquieto è un ragazzo sensibile agli stimoli del mondo e della società, uno che si apre alle crisi a cui va sottoponendolo la vita, uno che si ribella contro i limiti e, d’altra parte, li reclama e li accetta (non senza dolore), se sono giusti. Un ragazzo non conformista verso i cliché culturali che gli propone la società mondana: un ragazzo che vuole imparare a discutere. Tutti i sistemi che cercano di “acquietare” l’uomo sono pericolosi: conducono, in un modo o nell’altro, al quietismo esistenziale.

5. Una pedagogia della domanda
In un discorso di Bergoglio alle scuole cattoliche, egli dichiara: «Le nostre scuole non devono affatto aspirare a formare un esercito egemonico di cristiani che conosceranno tutte le risposte, ma devono essere il luogo dove vengono accolte tutte le domande». Anche perché: «La verità di Dio è inesauribile, è un oceano di cui a stento vediamo la sponda».
Dobbiamo avanzare verso un’idea di verità sempre più inclusiva, meno restrittiva.
Ho il cuore aperto o l’ho già chiuso, sigillato in una specie di museo di conoscenze acquisite, di metodi assodati, in cui tutto è perfetto e devo applicare questi contenuti, ma non devo ricevere nulla? Ho un cuore ricettivo e umile per vedere la freschezza di un bambino? Se non ce l’ho, può incombere su di me un rischio molto serio: il mio cuore può diventare stantio. E quando il cuore di un genitore, di un educatore, diventa stantio, il bambino rimane con i cinque pani e i due pesci, senza sapere a chi darli; le sue speranze rimangono frustrate, la sua solidarietà è vanificata.
La creatività è la caratteristica di una speranza attiva, perché si fa carico di ciò che c’è, della realtà, e trova la via per manifestare qualcosa di nuovo a partire da là.

6. Non maltrattare i limiti
Bisogna avere la consapevolezza e l’accoglienza dei limiti. Nel 2003, Bergoglio affermava l’esigenza di «creare a partire da ciò che esiste», e dunque senza idealismi. «Ma questo comporta – scriveva – che si sia capaci di riconoscere le differenze, i saperi preesistenti, le aspettative e finanche i limiti dei nostri ragazzi e delle loro famiglie».
Andare al di là dei limiti implica sempre un processo di sviluppo, nel quale coesistono una fiducia innata nella grazia che cresce da sola e una cura attenta delle piccole cose.

7. Vivere una fecondità generativa e familiare
L’educazione non è una tecnica, ma una fecondità generativa: «Dialogare è avere capacità di lasciare eredità». L’educazione è un fatto familiare che implica il rapporto tra le generazioni e il racconto di un’esperienza.
Vi è un’espressione estremamente sintetica che Bergoglio ha scritto agli educatori e con la quale possiamo rilanciare a questo punto la nostra azione ecclesiale: «Educare è una delle arti più appassionanti dell’esistenza, e richiede incessantemente che si amplino gli orizzonti». Solo nel racconto è possibile passare da una generazione all’altra. In questo senso uno dei temi fondamentali trattati è il rapporto familiare tra giovani e anziani. I due “scarti” delle nostre società attuali. I giovani sono il futuro, l’energia. Gli anziani sono la saggezza. Il figlio assomiglia al padre, ma è diverso. Uno figlio non è un clone. I padri, gli anziani sono coloro che sognano (Gl 3,1)... Le visioni sul futuro che i giovani riescono ad elaborare si fondano sul sogno di chi li ha preceduti. Non è il giovane ad essere sognatore, dunque, ma l’anziano!
Il giovane invece ha “visioni”, immagina il futuro, e così lo costruisce in speranza. La mancanza di padri capaci di narrare sogni non permette alle giovani generazioni di avere visioni. E rimangono ferme. Non permette loro di fare progetti, dal momento che il futuro genera insicurezza, sfiducia, paura. Che cosa aiuta ad alzare lo sguardo? Solo la testimonianza dei padri, vedere che è stato possibile lottare per qualcosa che valeva la pena.